giovedì 30 giugno 2011

Nba verso la serrata, non c'è accordo tra giocatori e proprietari

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=154586&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – Le stelle milionarie dell’Nba fermano il campionato più globale e ricco del mondo. L’ultima mediazione durata tre ore per evitare lo stop tra il sindacato dei giocatori e i proprietari delle franchigie non ha prodotto alcun risultato e dalla mezzanotte di oggi, alla scadenza del contratto collettivo degli cestisti, scatterà la serrata. La mente torna al luglio 1998 quando la Lega statunitense proclamò il lock-out e si disputò solo metà stagione con le partite ridotte dalle canoniche ottantadue ad appena cinquanta. «È ovvio che da stanotte l’Nba si ferma. La distanza tra le parti è veramente tanta. Si potrà avere una stagione a macchia di leopardo. Spero che non si creino i presupposti di quello che avvenne dieci anni fa.», ha dichiarato Billy Hunter. Mentre per il gran capo David Stern c'è «un velo di tristezza.»

L’obiettivo è comunque quello di tornare al tavolo delle trattative entro due settimane. L’effetto immediato è la cancellazione delle Summer League, gli appuntamenti di prestagione in Europa escono dal calendario e i giocatori europei che passeranno l’estate con le nazionali non saranno assicurati in caso di infortuni. Le prospettive ambigue potrebbero spingere qualcuno ad ascoltare le sirene che arrivano dai maggiori club continentali, ma è ancora presto per queste valutazioni.

Una decisione che non lascia sorpresi, in quanto nelle ultime settimane di febbrili trattative non si erano mai compiuti sostanziali passi in avanti. A parole tutti dichiaravano di non voler bloccare il “gioco più bello del mondo”, ma nei fatti nessuno è disposto a rinunciare. Nell’attuale situazione di recessione economica e difficoltà che ancora colpisce gli Stati Uniti gli stipendi dei fenomeni a canestro sono irreali. Dai campioni di prima fascia come Kobe Bryant e LeBron James, che tra ingaggi e sponsor fatturano sui 50 milioni di dollari l’anno, ai comprimari viaggiano sempre a cifre riguardevoli. Nell’annata 2010/2011 le franchigie Nba hanno registrato un passivo di oltre 300 milioni di dollari e ventidue sulle trenta complessive hanno il bilancio in rosso.

Le richieste dei proprietari per ridiscutere il contratto collettivo dei giocatori per il prossimo decennio e la distribuzione degli introiti sono chiare: riequilibrare la percentuale della distribuzione dei guadagni (biglietti e diritti tv) che ora è del 57% a 43% in favore dei giocatori, un taglio considerevole e immediato di 700 milioni di dollari agli ingaggi per un risparmio e una sostenibilità del sistema a lungo termine, infine un tetto di spesa pari a 62 milioni dollari da spendere ogni stagione. Il sindacato dei giocatori molto unito e guidato dal veterano Lakers Fisher non si muove dall’offerta, già giudicata insufficiente, di una riduzione di 500 milioni spalmata in cinque anni, 50-50 sugli introiti e un rinnovo sui cinque anni. «Abbiamo cercato fino alla fine di evitarlo, purtroppo non siamo stati capaci di trovare un accordo», ha commentato Matt Bonner, il leader dei proprietari. Il paradosso è che quella ormai alle spalle è stata la stagione con più ricavi e interesse della storia Nba. Ora si cercherà di non spegnere un altro sogno americano interpretato nelle ultime, splendide finali, dall'angelo biondo tedesco Dirk Nowitzki.

martedì 28 giugno 2011

Italbasket, torna Gallinari nella nazionale che punta agli Europei

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di Gabriele Santoro

ROMA - L’Europa del basket che conta torna a tingersi d’azzurro. Dopo aver trascorso le ultime quattro estati nei bassifondi continentali tra tornei di qualificazione estenuanti e improduttivi l’Italbasket all’americana apre ufficialmente la caccia a una medaglia al prossimo campionato Europeo dal 31 agosto in Lituania. Il ct Simone Pianigiani, che con la sua Siena nel Bel Paese non conosce ostacoli (cinque scudetti consecutivi, 92% di vittorie), ha ufficializzato a Rimini dove si terrà un torneo (12-14 agosto con Bosnia, Polonia e Grecia) di preparazione la lista dei convocati che dal 18 luglio si raduneranno a Bormio. Gli azzurri inseriti nel gruppo B si confronteranno subito con squadre competitive come la Serbia di Teodosic e Krstic, la Germania che aspetta il sì di uno sfinito Nowitzki, la Francia formato Nba da Tony Parker a Joachim Noah, l’esperta Israele e la meteora Lettonia. Sarà un Europeo dall'alto tasso tecnico arricchito di stelle che ormai dominano anche oltre oceano.

L’Italia, che necessita delle quote stabilite a tavolino per vedere nel proprio campionato giocatori italiani, prima della storica mancata qualificazione a Eurobasket 2009 non era andata oltre il nono posto nel 2005 e nel 2007. L’argento olimpico conquistato ad Atene 2004 da un gruppo straordinario, con le triple ignoranti di Gianluca Basile e la regia pazza di Gianmarco Pozzecco con in panchina Recalcati, chiuse un’epoca dorata aperta dalla nazionale di Ettore Messina vice campione d’Europa a Barcellona ’97. Poi un vuoto generazionale di un movimento che fatica a produrre nuovi talenti. Oggi l’ambizione di vertice è rinnovata dalla presenza dei Big-Three, Bargnani-Belinelli-Gallinari, alfieri azzurri in Nba e dal metodo di lavoro certosino di Pianigiani che è alla base dei successi della Montepaschi.

La novità principale nelle convocazioni diramate dal coach senese riguarda proprio il rientro di Danilo Gallinari. Il “Gallo”, una volta messi alle spalle i problemi fisici che l’hanno costretto a dare forfait in precedenza, garantisce un salto di qualità fondamentale aumentando esponenzialmente la pericolosità offensiva. In cabina di regia la concorrenza è affollata con Vitali, Maestranzi, Poeta e Giachetti a contendersi due maglie. Il reparto guardie-ali è il più competitivo: Marco Belinelli, reduce dalla migliore annata Nba con gli Hornets, è in ottima compagnia con i veterani Mordente, Carraretto e la coppia Datome-Mancinelli che assicura punti, atletismo ed energia. Le note dolenti arrivano sotto canestro: oltre alla certezza Andrea Bargnani, autentico trascinatore degli azzurri la scorsa estate, ci sono solo incognite. I pivot Andrea Crosariol e Marco Cusin sono reduci da un’annata incolore, così come il romano Angelo Gigli che si integra a perfezione con il “Mago” ma ha saltato tutta la stagione a causa di troppi infortuni. A completare il gruppo ci sono Cavaliero, il lungo Renzi sorpresa della Legadue e conteso sul mercato, il duetto Hackett-Cinciarini che potrebbe stravolgere le gerarchie nel ruolo di play.

Un’Italia di cui andare orgogliosi. «Siamo una Nazionale atipica con poca taglia fisica - ha spiegato Simone Pianigiani - e cercheremo di trasformare la nostra atipicità in un punto di forza. Durante il periodo di preparazione l’obiettivo sarà ricercare un linguaggio tecnico comune: all’Eurobasket con cinque partite in sei giorni non c’è tempo di pensare. Vogliamo proseguire sulla strada intrapresa lo scorso anno e rendere orgogliosi gli appassionati per come stiamo in campo con la faccia giusta in ogni appuntamento. L’Europeo è come un terno a lotto, ma ci sono l’entusiasmo e i presupposti per farci trovare pronti. Ripartiamo dal gruppo dell'anno scorso. Abbiamo lasciato a disposizione della Nazionale Under 20 alcuni giovani interessanti come Gentile, Moraschini, Melli, perché pensiamo che quella Nazionale possa ottenere un buon risultato.» Il presidente federale Dino Meneghin è sulla stessa lunghezza d’onda: «Parte una nuova stagione per la Nazionale e la voglia di fare è grande. Siamo consapevoli delle difficoltà del campionato Europeo, rispettiamo tutti, ma non abbiamo paura di nessuno. Vedo una grande disponibilità e un attaccamento notevole alla maglia azzurra che dà una spinta notevole.»

domenica 26 giugno 2011

Il successo del tour Nba al Flaminio

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di Gabriele Santoro

ROMA - L’Nba chiama e Roma risponde presente. La Capitale ha voglia di pallacanestro e la massiccia partecipazione alla tappa romana del torneo itinerante, che ha toccato già altre sei città europee, Nba 5 United Tour conferma la grande platea di amatori pronti a infiammarsi per la palla arancione. Per quarantotto ore, da sabato pomeriggio a domenica sera, lo spazio che delimita lo Stadio Flaminio è terra di basket con i playground allestiti dall’Nba, gli stand per l’acquisto delle maglie delle stelle d’oltre oceano e la possibilità di vedere da vicino un talento come Wilson Chandler, ala dei Denver Nuggets di Danilo Gallinari.

A due passi dal Palazzetto dello Sport Roma ha riscoperto il gusto del basket di strada e della tradizione persa dei campetti, dove nascevano i fenomeni della pallacanestro italiana. Oltre ottocento ragazzi e ragazze, provenienti da tutti i quartieri della città e anche da fuori, si sono sfidati sotto un sole caldissimo e il sottofondo di musica hip-hop con le variopinte casacche delle franchigie Nba in quell’unione di colori, lingue e culture che il basket sa creare. Dai ragazzi della periferia romana ai giovani statunitensi che studiano qui accomunati da una passione. «È stata un’esperienza fantastica - racconta il sedicenne Matteo, che indossa la maglia di Chandler fresca di autografo - per conoscere tante persone e divertirsi con questo sport. Purtroppo a Roma ci sono pochi campi all’aperto in cui passare pomeriggi bellissimi come questo. Allora speriamo che torni ancora l’Nba».

Il torneo cinque contro cinque, detto All Stars, è stato vinto da: Gianluca Giuliano, Davide e Giuseppe Grilli, Matteo Rossetti, Domenico Ferraro e dal “pro” Andrea Iannilli. «È stata l’occasione per divertirsi con degli amici - dice l’ex Lottomatica Roma - e partecipare a una festa del basket splendida grazie all’ottima organizzazione dell’Nba. È bello vedere così tanti ragazzi riuniti da una stessa passione.» Il giovane Lorenzo Amicucci ha battuto un certo Chandler, in pantafole, nella gara del tiro da tre punti; mentre Benjamin Lomon è stato il re delle schiacciate.

Il ventiquattrenne super tatuato Wilson Jamall Chandler, nativo di Bent Harbor e padre della piccola Jaya, è stato il protagonista assoluto della prima giornata tra sorrisi, parole e uno sguardo gettato ai tanti appassionati che si sfidavano nel più classico dei cinque contro cinque. «L’entusiasmo e la passione animano il basket a qualunque latitudine. E la ricetta vale anche in una città stupenda come Roma». Curioso siparietto di Chandler che al richiamo di ragazzi assetati dalla calura si è improvvisato barman distribuendo bevande a bordo campo. “Will The Thrill”, il suo soprannome più in voga, è alla quarta stagione Nba e si sta affermando come uno dei maggiori talenti del nuovo corso grazie all’attitudine difensiva e al grande atletismo. Dopo due soli anni ha lasciato il college DePaul dichiarandosi nel 2007 al Draft. New York lo sceglie al primo turno con il numero 23 e fino allo scorso febbraio il Madison Square Garden è stato casa sua. «La trade che mi ha mandato a Denver? Non me l’aspettavo, ma l’Nba funziona così e accettiamo le regole del gioco. Ai Knicks c’è molta pressione e non è semplice rendere al massimo. Ai Nuggets ho trovato un ambiente più coeso intorno alla squadra.»

«Bargnani? Il nuovo Nowitzki. Gallinari? Il cielo è l’unico limite». Nei tre anni condivisi ai Knicks e nel presente di Chandler c’è Danilo Gallinari, parte integrante del maxi scambio che li ha portati a Denver, e per il Gallo spende parole importanti. «Danilo potenzialmente non ha limiti. Ha enormi qualità e può diventare davvero l’uomo squadra, il punto di riferimento tecnico nei momenti chiave.» L’ala ha incontrato da avversario il “Mago” Bargnani. «Non capisco come si faccia a criticare Bargnani. È un lungo talentuoso, dotato di un tiro eccellente e di un primo passo rapidissimo che gli permette di battere l'avversario. Può davvero diventare il nuovo Nowitzki».

Sogno americano
. «Si tratta di un successo, ma non è una sorpresa. Roma è una città che ha fame di basket e l’Italia ha un serbatoio di quattro milioni di appassionati all’Nba con una base molto giovanile che segue il campionato. La presenza di tre alfieri azzurri come Gallinari, Bargnani e Belinelli testimonia l’aspetto sempre più globale della Lega statunitense. E in questa stagione l’anello è andato a una franchigia come i Dallas Mavericks la cui stella è un atleta tedesco. Dirk Nowitzki è il simbolo del connubio tra Europa e Nba. È partito da una piccola città della Germania ed è salito sul tetto della pallacanestro mondiale. C’è qualcosa che somiglia di più al sogno americano?», ha commentato Katia Bassi, capo manager dell’Nba in Italia.

Serrata Nba.
La Lega statunitense non rallenta la propria macchina organizzativa globale, ma tiene il fiato sospeso. Mancano infatti appena quattro giorni alla data limite del trenta giugno quando scadrà il contratto collettivo dei giocatori. Le posizioni del sindacato dei proprietari e degli atleti non si avvicinano e il blocco del campionato è a un passo. Venerdì a Manhattan l’ennesimo incontro tra le parti non ha prodotto risultati e mercoledì prossimo si tenterà l’ultima mediazione. Le franchigie sono in perdita di trecento milioni di dollari e richiedono un sostanzioso taglio del tetto salariale. Il sindacato dei giocatori molto unito e guidato dal veterano Lakers Fisher non si muove dall’offerta, già giudicata insufficiente, di una riduzione di 500 milioni spalmata in cinque anni. Intanto però c’è una certezza: a settembre l’Nba torna in Italia per un’altra serie di eventi tra Roma e Milano.

domenica 19 giugno 2011

Quinto scudetto di fila per Siena

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di Gabriele Santoro

SIENA - La Montepaschi Siena di Simone Pianigiani conquista il quinto scudetto consecutivo, il sesto negli ultimi otto anni, ed entra definitivamente nella storia della pallacanestro nazionale. La squadra toscana eguaglia il record dell’Olimpia Borletti Milano capace di inanellare cinque titoli italiani dal 1950 al ’54. A differenza delle precedenti quattro serie di finale, chiuse con un bilancio di quindici vittorie e una sola sconfitta, Siena ha trovato un avversario vero e competitivo come la Bennet Cantù.

La meravigliosa creatura di Bruno Arrigoni e Andrea Trinchieri si è arresa in gara cinque, 63-61, dopo aver provato per quaranta minuti non spettacolari ma emotivamente intensi a guastare la festa senese confermando una grandissima solidità mentale. Cantù archivia un’annata fantastica da incorniciare con il ritorno in finale scudetto dopo trent’anni e la qualificazione senza turni preliminari all’Eurolega. Escluso il primo episodio della finale, in cui Siena ha dominato con la migliore prestazione offensiva dell’anno, la qualità della pallacanestro dei brianzoli ha regalato tutte partite equilibrate con l’unico successo in gara tre al Pianella. La giocata chiave della serie l’ha sfornata capitan Stonerook in gara quattro a Cantù con la tripla +7, 61-68, a un minuto dalla fine.

Cambiano i protagonisti, della Siena del 2007 ci sono solo Stonerook e Carraretto, ma l’organizzazione e la continuità progettuale della Montepaschi del presidente Ferdinando Minucci sono la garanzia di una vera dinastia sportiva. La scorsa estate la dirigenza dei toscani ha rinunciato a quattro pedine fondamentali del quintetto base con le partenze del calibro di Mc Intyre, Hawkins, Sato ed Eze. Tutti pensavano a un ridimensionamento, soprattutto a livello di Eurolega, mentre la capacità di scandagliare il mercato ha portato delle rivelazioni come Bo Mc Calebb e Rakovic con il gran rientro di Kaukenas e un tratto più azzurro grazie a Michelori e Aradori. Lo staff tecnico guidato da Pianigiani riesce sempre ad assecondare ed esaltare le qualità individuali in una logica di gruppo. Il titolo di Mvp assegnato a Mc Calebb racchiude il passaggio di testimone ideale con la squadra dei quattro tricolori.

La partita. Pianigiani nel turnover degli stranieri lascia fuori Jaric e Rakovic inserendo Hairston. Trinchieri rispolvera Ortner al posto del play tascabile Tabu. L’approccio alla gara della Bennet Cantù è favoloso con un Micov ritrovato: 8-0 di parziale con due triple e il controllo assoluto del ritmo. Stonerook si carica subito di due falli e il canestro è un miraggio per l’attacco dei biancoverdi bloccato (0/9 dal campo) ancora dalla difesa a zona dei canturini. Zisis dopo 6’25 rompe l’incantesimo con un tiro che danza sul ferro prima di entrare, 2-10. Cantù si pianta in attacco con gli errori di Scekic (3 palle perse), mentre Siena (3/15 al tiro) alza l’intensità difensiva e trova un po’ di confidenza con Hairston, 8-12 al 10’. L’ala statunitense (6 punti, 3/3 da2) impone la propria fisicità straripante per l’aggancio.

Micov si riscopre in versione assist man e il gioco a due con Scekic funziona, 15-22 al 15’. La difesa senese produce 9 recuperi, Cantù strappa 8 rimbalzi offensivi. Mc Calebb si accende in contropiede e sopperisce allo 0/7 da3 dei compagni, 24-24 al 20’. Al rientro dall’intervallo lungo Hairston (13 punti, 19 di valutazione) dà il primo vantaggio consistente, 37-32 al 27’, ma Markoishvili ferma la fuga dalla lunga distanza. Nell’ultima frazione la Montepaschi si sblocca contro la difesa a zona con quattro triple, due firmate dal greco Zisis (12 punti), su sei tentativi per il 55-48 al 35’. Un qualunque altro avversario pensando al 3-1 della serie avrebbe mollato, Cantù no. Micov (17 punti) e Green (13 punti) tengono aperta la sfida, 63-60. A 5” dalla sirena nel gioco del fallo sistematico Markoishvili segna il primo, sbaglia il secondo per propiziare un altro tiro, cattura il rimbalzo, si prende il tiro della disperazione che finisce nelle mani del compagno Marconato. Il possesso, dopo un contatto dubbio con Ress, non si concretizza e scatta il trionfo dei padroni di casa.

martedì 14 giugno 2011

LeBron James, il re senza corona

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di Gabriele Santoro

ROMA - «Dov’è finito LeBron James?» È la domanda che impazza su tutti i media statunitensi e viaggia nei social network con i tifosi delusi dalla stecca del talento della pallacanestro mondiale che non trova consacrazione. Nell’atto finale, che vale una carriera, LBJ ha recitato un ruolo passivo: lo strapotere fisico che lo contraddistingue si è rivelato un’arma spuntata a fronte di uno scarso impatto mentale.

Il figlio del sobborgo Akron si presenta nella conferenza post-partita abbozzando un sorriso forzato. «A volte in campo ti riesce tutto, altre niente. I playoff non si possono giudicare solo dalla finale. La pressione c’è in tutte le gare; c’era a gara 4 contro Philadelphia come nella serie con Chicago. Per me conta ogni singolo possesso della stagione. Lavoro duro per migliorarmi e salire di livello insieme ai miei compagni. Quando giochi la palla entra sempre nella retina? Non mi risulta. Ma non ho mai chinato il capo, non mi sono distratto pensando agli errori o a quanto avrei potuto fare.», spiega LeBron.

Disconoscere il valore di James sarebbe disonesto. Se Miami, come Cleveland in precedenza, è arrivata a contendersi l’anello molto dipende dalla continuità e dalla qualità di LeBron autentico mattatore (26 punti, 8 rimbalzi, 6.6 assist di media nelle cinque gare contro i Bulls) della finale di conference con Chicago. Fino a oggi, però, non ha mostrato il graffio del campione. Quelle giocate e la determinazione capaci di indirizzare il momento più alto della competizione.

L’obiettivo estivo degli Heat, come confessa sinceramente coach Erik Spoelstra, è fallito ma l’annata è tutt’altro che da buttare. L’assemblaggio di tre stelle del calibro di Wade, James e Bosh non era scontato e Miami ha trovato un equilibrio virtuoso grazie a una precisa identità difensiva. Il prossimo gradino da scalare sarà una migliore organizzazione in attacco, dove si sono viste poche alternative al gioco in transizione e alle soluzioni individuali.

Nella serie di finale Dwayne Wade è stato l’anima della franchigia di South Beach e davanti ai taccuini mostra la medesima lucidità. «Innanzitutto ci congratuliamo con i Dallas Mavericks. Senza girarci intorno sono stati migliori di noi. La sconfitta sarà una motivazione fortissima e lavoreremo per tornare qui. I Mavs, bruciati dalle finali 2006, hanno saputo restare uniti e ricostruire un percorso vincente. Nowitzki? Non ci sono questioni: è un campione. Si tratta del coronamento di una splendida carriera.»

Dallas è campione Nba: le stelle di Miami battute 4-2

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di Gabriele Santoro

ROMA – I Dallas Mavericks scrivono una pagina bellissima nella storia dell’Nba. Uno Stato intero, il Texas, è in trionfo per il primo titolo conquistato dalla franchigia capace di spegnere in sei gare di finale le stelle di Miami. Nella sfida decisiva sul parquet degli Heat finisce 105-95 per i Mavs con le lacrime di gioia di un fenomeno tedesco, Dirk Nowitzki, entrato definitivamente nel cuore di Dallas e nell’Olimpo dei cestisti della Lega statunitense. «È stato un cammino lungo per giungere a questo traguardo. Non so se vincere l’anello in trasferta dia ancora più soddisfazione, ma la sensazione di essere la migliore squadra al mondo è indescrivibile», è stato il commento a caldo del campione bavarese. L’altro lato della medaglia è lo sguardo basso di LeBron James; il principe che non diventa mai re.

Ma Dallas non è stata solo Nowitzki
(21 punti, 10/34 al tiro) nominato Mvp delle finali. Nella notte della grande occasione da cogliere Jason Terry (27 punti, 11/16 da2, 3/7 da3) ha divelto le certezze della difesa Heat con canestri di puro agonismo. I comprimari come il portoricano Barea (15 punti, 8/15 dal campo), a cui coach Carlisle con una scelta vincente ha dato il quintetto di partenza, e DeShawn Stevenson (6/10 al tiro) hanno meritato il proscenio grazie all’energia e alla consapevolezza del proprio ruolo. E poi il grande vecchio e inossidabile regista Jason Kidd (8 assist, +18 plus/minus) che ha diretto sapientemente l’orchestra. Dallas ha saputo imporre il proprio credo cestistico fatto di velocità, atletismo, difesa e capacità di coinvolgere tutti in attacco con percentuali stratosferiche dalla lunga distanza (11/26 da3). I neo campioni Nba hanno rubato l’anima del gioco degli Heat che è sempre stata la transizione offensiva. Nei playoff, chiusi con il bilancio di 16 vittorie e 5 sconfitte, i Mavs hanno trovato una fiducia assoluta nelle proprie qualità e la leadership di Nowitzki (26 punti di media nella serie e autore di tutti i canestri risolutivi in volata). Le parabole altissime dei tiri in fade-away di “Wunder “ Dirk (28esimo marcatore di sempre, 10 All Star Game), il suo stile sobrio dentro e fuori il campo, la sua decisione di sposare fino in fondo la causa di Dallas (12 stagioni in Texas) e il senso della leadership rendono l’angelo biondo già una leggenda da raccontare ai nipoti.

La partita. Miami parte forte con James (segna 9 dei primi 14 punti di Miami) e i tiri piazzati di Bosh (7 punti) con la difesa di Dallas che non mostra la consueta reattività, 20-11 al 6’. Carlisle chiama dalla panchina Terry e l’aereoplanino spicca il volo (9 punti in 4’), 24-29. Uno Stevenson bollente dalla lunga distanza infila tre triple consecutive grazie agli assist di Barea che scardina l’assetto difensivo degli Heat, 28-40 al 15’. House è la risposta di Spoelstra, 42-40 al 18’, ma i nervi di Miami sono a fior di pelle. Le storie tese tra Haslem e Stevenson con inutile intervento di Chalmers costano due falli tecnici. Terry (19 punti) è incontenibile e i Mavs restano avanti all’intervallo lungo, 51-53. Bosh (16 punti) realizza i punti che James non dà. Wade prova a distendersi in contropiede. La frustata decisiva arriva in avvio dell’ultimo periodo: Barea con le sue entrate taglia in due la difesa Heat, Terry quando alza la mano sente solo il fruscio la retina, 77-89 al 40’. L’epilogo è un film già visto: Nowitzki (10 punti nell’ultimo quarto) non sbaglia nulla e Miami s’inchina con gli ultimi, inutili, canestri di James.

Dan Gilbert, proprietario dei Cleveland Cavaliers, ha atteso quindici minuti per soddisfare una rivalsa attesa un anno. «Congratulazioni a Mark Cuban (patron di Dallas) - ha scritto Gilbert sulla pagina Twitter del collega - e a tutta l’organizzazione dei Mavs. Non hanno mai smesso di crederci e ora si godono l’anello. È una lezione per tutti: non esistono scorciatoie per il successo.» Un messaggio destinato al suo ex pupillo LeBron James (21 punti, con lui in campo Miami ha subìto un parziale complessivo di -24), assente ingiustificato all’appuntamento più importante, che in estate aveva mollato i Cavs per vincere il titolo. Addossare a lui tutte le responsabilità della sconfitta di Miami sarebbe sbagliato, ma sono mancati i suoi punti nei momenti chiave (17.8 punti di media nei playoff contro i 27 della stagione regolare). Dwayne Wade (27 punti a serata nelle finali) ha provato a fare da solo come nel 2006, quando trascinò Miami al titolo proprio con Dallas, perdendo però il confronto diretto con Nowitzki. Serrata permettendo la scommessa dei Big-Three è rimandata.

domenica 12 giugno 2011

Basket in carrozzina, derby e scudetto al Santa Lucia

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di Gabriele Santoro

ROMA – Il Cmb Santa Lucia è campione d’Italia per la diciannovesima volta in trentatré edizioni del massimo campionato nazionale di basket in carrozzina. Per la società romana si tratta del terzo scudetto consecutivo, il quinto nelle ultime sei stagioni. Nella Roma che si accende per il derby calcistico c’è un’altra stracittadina che domina ormai lo sport più popolare del movimento paralimpico. A contendere il titolo italiano, come avviene da tre stagioni, infatti c’era l’Elecom Lottomatica Roma.

Un’altra bella realtà che durante l’annata ha strappato ai “cugini” del Santa Lucia la Supercoppa e la Coppa Italia festeggiando i primi trofei della propria giovane storia. Le due squadre sono state protagoniste anche in Europa, dove in Coppa Campioni hanno conquistato rispettivamente il terzo e il quinto posto. I risultati sono però solo la vetrina. Il dietro le quinte racconta l’emozione dell’arte di conciliare il gesto atletico, che richiede allenamenti durissimi e disciplina, con la meccanica di una carrozzina da far sfrecciare e l’umanità di atleti fuori dall’ordinario.

Il Santa Lucia ha chiuso un campionato da record: in ventisei partite, tra stagione regolare e playoff, non ha mai perso. Il remake della finale scudetto 2010, decisa all’ultimo secondo di gara 4 dopo una partita tiratissima, non ha regalato lo stesso equilibrio e incertezza. La squadra allenata da Carlo Di Giusto ha chiuso la serie in tre partite (58-50, 53-49, 48-65) grazie all’aggressività difensiva che ha fermato il grande talento individuale dell’attacco Elecom. Nella metà campo offensiva il Santa Lucia ha trovato protagonisti diversi con Mehiaoui (22 punti in gara 1), Cavagnini (26 punti in gara 2, 23 punti in gara 3) e Sanna (16 punti in gara tre).

La partita. Nella terza e decisiva sfida la difesa, un secondo tempo ad altissimi livelli di Matteo Cavagnini (23 punti, 10/15 da2, 13 rimbalzi) e la mano ritrovata di Mohammed Alì Sanna (16 punti, 8/11 da2) confezionano un successo largo, 48-65. Una gara vissuta sugli allunghi del Santa Lucia (7-17 al 9’, 23-35 al 25’) e i recuperi dell’Elecom (23-25 al 20’, 40-44 al 31’). Nel terzo periodo Cavagnini (15 punti in 10’) fa la differenza, ma è un gioco da tre punti del capitano Pellegrini, 40-47 al 33’, ad aprire a un finale tutto in discesa per i gialloblu (21-10 in 10’).

Le parole di Carlo Di Giusto. «C’è tanta soddisfazione non solo per la conquista dello scudetto ma soprattutto per il percorso netto di una stagione bellissima in cui abbiamo fatto la doppietta tricolore tra minibasket e prima squadra. Si è affermata la forza del gruppo che spesso supera la somma della qualità individuale e questa è la nostra filosofia. La qualità del derby con l'Elecom è una buona notizia per lo sport romano e per la promozione del basket in carrozzina nel tessuto cittadino».

venerdì 10 giugno 2011

Dallas è a un passo dal titolo Nba con la coppia Terry-Nowitzki

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di Gabriele Santoro
ROMA - Dirk Nowitzki, l’angelo biondo di Dallas, insieme a uno stratosferico Terry (21 punti, 11/17 al tiro, 6 assist) affonda 112-103 i Miami Heat in gara cinque della finale Nba e trascina i Mavericks a una sola vittoria dalla conquista del primo anello. Ora la serie è 3-2 per la franchigia texana, ma il titolo dovrà strapparlo in Florida sul campo degli Heat e Nowitzki ne è consapevole: «Non c’è niente da celebrare, la prossima partita a Miami per noi equivale a una gara 7 senza ritorno». Le maglie dei ventimila tifosi Mavs stipati nell’avveniristica America Airlines Arena recitavano “Time is now” (il momento è ora) con la consapevolezza che è l’ultima grande occasione di un gruppo maturo per centrare la storia. Dallas esorcizza anche il fattore psicologico delle finali 2006 in cui avanti 2-0 si era arenata sotto i colpi di Wade (finì 4-2 per Miami).

Questa edizione della finale è la più equilibrata che si ricordi dagli Anni Quaranta: nelle precedenti tre partite gli scarti non hanno superato i tre punti. E gara cinque ricalca il copione. A 5’ dalla sirena conclusiva il prezioso Haslem (10 punti, 5 rimbalzi, 2 assist), innescato da un James versione assist man, firma il sorpasso e il solito Wade (23 punti e un infortunio all’anca) la tripla del +4, 95-99. Terry, Kidd e Nowitzki (29 punti, 9/18 da2, 10/10 ai liberi), l’anima di questi Mavs (27 punti di media, 43/44 ai liberi per il tedesco), senza scomporsi confezionano dalla lunga distanza il parziale decisivo di 8-0 in 2’12, 105-100. A 33” dall’epilogo un incontenibile Terry piazza in faccia a James (17 punti, 10 assist, 10 rimbalzi), che nell’azione precedente aveva spedito sul ferro il tiro del contro sorpasso, la tredicesima tripla su diciannove tentativi di Dallas e decolla con la sua esultanza formato aeroplano.

L’energia e lo spirito mai domo dei Mavs stanno indirizzando l’anello in Texas. Il quarto episodio della serie ha descritto il segreto di una squadra, letteralmente trasformata nei playoff, che non molla mai. A dieci minuti dalla fine di gara quattro con Miami sul 74-65 e a un passo dal punto che avrebbe girato la finale (eventuale 3-1) Terry, dopo aver sfidato verbalmente James, e il febbricitante Nowitzki hanno segnato 18 degli ultimi 21 punti necessari a fermare in volata un incredibile Wade (32 punti), 86-83. In gara cinque il gruppo guidato sapientemente da coach Carlisle ha ritrovato anche il tiro dalla lunga distanza, come nella semifinale di conference (20/32 da3 nella partita della qualificazione, 13/19 nella serie per Terry) che ha demolito i Lakers, arma fondamentale per il sistema di gioco Mavs. «Stasera abbiamo realizzato più canestri, ma la chiave resta sempre la difesa dove abbiamo fatto ottime cose. È difficile prevedere l’andamento di queste partite e quindi difendere forte è l’unica certezza che puoi avere», ha evidenziato Carlisle.

«Nell’ultimo periodo avrei potuto fare un paio di giocate in più per i miei compagni. La mia tripla doppia non significa assolutamente nulla, perché alla fine abbiamo perso. Domenica in gara 6 saremo migliori», ha commentato LeBron James che non sta dando il contributo offensivo (appena 8 punti in gara 4, suo record negativo, un 41/98 al tiro) vitale per Miami. «Abbiamo lottato tutta la stagione per avere il vantaggio del fattore casalingo ed è giunto il momento di sfruttarlo. Proteggiamo il nostro campo fino alle fine e il titolo sarà nostro.», ha concluso Chris Bosh (19 punti, 10 rimbalzi).

mercoledì 8 giugno 2011

L'Armani Jeans Milano riporta Scariolo in Italia

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=151932&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro
ROMA - L'Armani Jeans Milano riparte dalla guida tecnica del bresciano Sergio Scariolo. A quarantotto ore di distanza dalla bruciante eliminazione nella semifinale scudetto contro la Bennet Cantù la dirigenza dell'Olimpia rilancia subito la corsa al vertice con la scelta per il prossimo triennio di un allenatore navigato e di grande spessore. Le alternative erano altrettanto allettanti con l'ormai ex coach trevigiano Jasmin Repesa e Svetislav Pesic. Il neo coach verrà presentato giovedì pomeriggio a Milano.

Scariolo manterrà in modalità part-time l'impegno da selezionatore della Spagna che nel 2009 ha condotto alla vittoria dell'Europeo. «Questo accordo è stato siglato in perfetta sintonia con la Federazione Spagnola con cui l’Olimpia Milano intende instaurare un rapporto di proficua collaborazione», sottolinea il comunicato della società meneghina. Dopo cinque mesi si chiude così la seconda avventura di Dan Peterson sulla panchina che l'ha fatto entrare nella leggenda della pallacanestro nazionale. In questi giorni il "nano ghiacciato" ha ripetuto più volte «sono stati i cinque mesi più belli della mia vita» e c'è da credergli per le emozioni che avrà provato non avendo mai smesso di sentirsi coach. Stavolta il campo non gli ha dato ragione, ma è l'ultimo responsabile di un'annata conclusa al di sotto delle aspettative estive.

Chi è Scariolo. Nato nel '61 a Brescia è uno dei tecnici con la valigia sempre pronta ad affrontare sfide inedite con la capacità di adattarsi in fretta alle nuove situazioni. Oltre al valore dell’allenatore il campionato italiano recupera anche un sapiente e mai banale comunicatore. Il coach ha assunto un impegno importante anche fuori dal campo con la Fondazione Cesare Scariolo. Nel 1998 dopo la morte del padre a causa della leucemia ha creato una fondazione con l’obiettivo di aiutare bambini colpiti dalla stessa malattia sostenendo le rispettive famiglie.

Nel 1985 apre la carriera con il successo nel mondiale militare con una selezione azzurra. La prima fondamentale esperienza in panchina, dopo lo svezzamento a Brescia, arriva con l’approdo alla Scavolini Pesaro in qualità di assistente di Giancarlo Sacco e responsabile del settore giovanile. All’ombra del maestro Valerio Bianchini, divenuto coach della Scavo nella stagione 1987/88, apprende l’arte della dialettica nella gestione del gruppo e dei rapporti con i mezzi d’informazione festeggiando da assistente il primo tricolore. A soli ventinove anni gli viene affidata la guida della prima squadra ed è subito scudetto (il secondo per la Scavolini).

Scariolo, dopo la parentesi in Fortitudo dal 1993 al ’97, inizia il grande viaggio spagnolo. Il Tau Vitoria lo chiama e lui gli regala una finale scudetto con storica prima qualificazione all’Eurolega, mentre l’anno successivo conquista la Copa del Rey. La consacrazione arriva nel 2000 quando con il Real Madrid di Sasha Djordjevic sbanca Barcellona in gara cinque di finale e si laurea campione di Spagna. Nel 2006 bissa il titolo con Malaga che ha portato nell’elite del basket continentale. L’altra scommessa estera di Scariolo si chiama Russia: nel 2009 accetta l’incarico al Khimki Mosca in cui ottiene buoni risultati, ma lo strapotere del Cska lascia pochi spazi. Nel frattempo diviene ct della Spagna di Gasol e Navarro e trionfa nell'Europeo polacco del 2009.

Milano da ricostruire. Il roster dell’Armani Jeans Milano subirà una rivoluzione quasi completa. I giocatori sotto contratto anche per la prossima stagione sono Hawkins, Jaaber, Rocca ed Eze insieme ai giovani Melli e Viggiano rispettivamente in prestito a Pesaro e Biella. Hanno deluso moltissimo Lynn Greer, lontano parente del talento ammirato a Napoli, e il lungo ucraino Pecherov e si congederanno senza rimpianti dall’Olimpia. Intanto sul forum del sito della società milanese i tifosi accolgono con soddisfazione la prima pietra della rifondazione «Benvenuto Sergio, torna a farci vincere!»

lunedì 6 giugno 2011

"Cantucky" è tornata: la lezione della piccola Cantù alle grandi

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=151810&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - “Cantucky ” è tornata. A trent’anni dall’ultima finale scudetto la Brianza, cuore pulsante della pallacanestro italiana, con la Bennet Cantù contenderà il titolo alla Montepaschi Siena (si parte sabato sera con gara uno). Al Pianella di Cucciago (Cantù) i nuovi idoli non parlano italiano come i campionissimi Anni Ottanta, da Antonello Riva a Pierluigi Marzorati, ma il linguaggio del campo riproduce le stesse emozioni e il senso di appartenenza a una realtà speciale.

Le triple del “Cardinale” Mazzarino, gli attributi in regia di Green, la migliore coppia di ali del campionato Leunen-Micov, la freschezza di Tabu e la mano di Markoishvili hanno affondato in quattro gare di semifinale una Milano, dai nomi importanti e strapagati, che non è mai diventata squadra. La Bennet, dopo la batosta subita in gara tre, si è rialzata dominando 62-74 il triste epilogo della stagione milanese davanti al parterre de roi del Forum (a tifare c’era anche Gallinari). La difesa canturina ha stressato fino all’esaurimento l’attacco improduttivo dell’Armani fatto di troppi palleggi e nessun movimento. E questa volta a salvare la barca non c’è stato lo strapotere fisico di David Hawkins (3 punti, 1/7 al tiro).

Nel 1981 sulla panchina della Cantù tricolore (si tratta della terza qualificazione in finale della società brianzola, mentre le semifinali sono dodici) sedeva il “Vate” Valerio Bianchini profeta di un basket che sapeva comunicare se stesso anche fuori dal parquet e la palla arancione. Oggi il segreto dei successi della nuova Cantù è sempre in panchina e dietro la scrivania con il “vecchio”, Bruno Arrigoni (il general manager), e il “bambino”, Andrea Trinchieri (il coach). Arrigoni è la mente di una dirigenza lungimirante che investe sapientemente i denari, non molti, messi a disposizione dalla proprietà con l’esordiente presidentessa Cremascoli. Arrigoni studia, sceglie e acquista i giocatori dopo averli visti all’opera e aver preso il maggior numero di informazioni possibili scandagliando il “sommerso” del mercato europeo e le summer league statunitensi (non solo quella nota Las Vegas). Negli ultimi anni quattro anni si ricorda un solo errore con l’Usa Jeffers, che non si è ambientato in Italia, ma è stato sostituito dal Micov che faceva panchina al Tau Vitoria.

Il milanese Trinchieri, dopo una lunga gavetta tra settori giovanili e Legadue, escluso Messina e Pianigiani è il miglior tecnico italiano emergente. In due anni ha costruito una Cantù dall’anima operaia e dal gioco regale: ammirare le spaziature dell’attacco brianzolo, i tempi degli aiuti difensivi, la ricerca quasi ossessiva di un passaggio in più per creare un tiro migliore fa innamorare del gioco più bello del mondo. Ora c’è il gradino più alto da scalare. Battere quattro volte in dieci giorni Siena è un’impresa ai limiti del possibile, ma non ditelo ai ragazzi entrati nell’anima del Pianella. Gli usurati spalti dell'impianto canturino trasudano una passione antica e intatta che ritrovi nei bar di piazza Garibaldi e via Matteotti, dove sono appesi ritagli di giornale e le foto ingiallite di tanti campioni americani passati in Italia.

Se la provincia del basket ride le metropoli piangono lacrime amare. L’altra faccia della medaglia è il volto cupo di Dan Peterson. Il “nano ghiacciato”, a meno di una clamorosa sorpresa, non sarà più l’allenatore dell’Armani Jeans Milano pronta a una nuova rivoluzione che comunque non significherà ridimensionamento economico. Peterson dentro non hai smesso di sentirsi “il coach”, ma il tempo passa per tutti e la sua volontà non è bastata a salvare un’annata cominciata con l’obiettivo di battere la Montepaschi. Con Ettore Messina destinato ai Lakers il futuro potrebbe parlare slavo: in pole ci sono Repesa, in uscita da Treviso, e l’ex romano Pesic. A Barcellona nei giorni della Final Four d’Eurolega il tecnico di Novi Sad, che aveva già deciso l’addio a Valencia dove si è rilanciato, ammiccava con un sorriso sul possibile rientro in Italia. A Roma, invece, è tutto un rebus dagli assetti dirigenziali all’allenatore fino al campo di gioco per la prossima stagione. Identità, passione e organizzazione è la lezione che la piccola Cantù insegna alle metropoli da ritrovare.