venerdì 28 novembre 2014

L'Italia che nega se stessa. Intervista ad Amara Lakhous


di Gabriele Santoro

«Guarda che cosa ti mostro». Il collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi, l'immigrazione è una questione di documenti, di numeri che identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo scrittore italianissimo d'Algeri si è trasferito a New York tre mesi fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei, dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende. Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia Europa dall'Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine, 16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia e giallo. Come nel precedente romanzo l'azione è ambientata a Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un fattaccio: un'adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario sostiene di essere stata violentata da due rom.

La denuncia scatena la rappresaglia di un comitato di quartiere, che assale il vicino campo rom al parco del Valentino. È tutto davvero come appare? Laganà, discostandosi dalla linea editoriale, interroga l'ipocrisia che sovente affligge il Belpaese. Il coraggio di Patrizia (o Drabarimos?), l'altro personaggio centrale, rievoca quello di Amedeo, che abbiamo ammirato inScontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. La loro essenza dà voce a un'Italia possibile.

Lakhous, davanti agli studenti della Cornell University ha pronunciato una frase molto significativa: «Ogni emigrazione è una nascita, ogni nascita è un’emigrazione». Allora questa è la sua terza vita. Perché ha deciso di rinascere negli Stati Uniti?
«Vivo di sfide, e considero questa americana come la più complessa che abbia mai affrontato. È un paese particolare. New York una città particolarissima, propriamente cosmopolita, che mi ha già conquistato. L'immigrazione per me è una risorsa letteraria. Il trasferimento non è una scelta esotica, programmata a tavolino, per individuare magari il luogo ideale per il prossimo romanzo. Per fortuna non funziona così. Le prime settimane newyorchesi sono volate via con un intenso e stimolante ciclo di lezioni universitarie».

L’immigrazione e la contaminazione linguistica resteranno il cuore del suo progetto letterario?
«Sul dialogo fra lingue ho costruito la mia narrativa. La scrittura, e forse la mia stessa esistenza, sono il risultato del plurilinguismo. Ogni lingua è una patria priva di confini artificiali e permessi di soggiorno da rinnovare. Mi affascinano i mestieri del traduttore e del mediatore. Definirei la traduzione il viaggio da una riva all'altra, durante il quale ti arricchisci di idee, immagini e metafore. Probabilmente se non fossi nato berbero ad Algeri, ma in Cabilia, racconterei un'altra storia. Benedico l'emigrazione, perché simboleggia l'alternativa al mare chiuso. Ti spinge a riflettere sulla tua identità. La mia è un mosaico di tessere assemblate in contesti diversi. Direi che si tratta di una fusione a caldo fondata sul dono e sulla reciprocità».

Possiamo aspettarci un romanzo in inglese?
«Lavoro a un testo sull’Algeria. Riprendo dunque l’arabo, ma certamente continuerò a scrivere in italiano. A breve verrà pubblicato in berbero Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. Sarebbe meraviglioso riuscire ad aggiungere l'inglese: è il mio sogno americano. Diverrei un musulmano inappuntabile: quattro lingue come se fossi sposato con altrettante mogli».

La lettura de La zingarata della verginella di via Ormea dà la sensazione della chiusura del ciclo inaugurato da Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio.
«Non so se abbia esaurito o meno lo spazio creativo per ulteriori approfondimenti sul tema. Fui sollecitato da una piccola intuizione o meglio da una domanda: come può l’Italia disconoscere, così dissipando, la propria straordinaria esperienza migratoria? Ho studiato per esempio la presenza italiana in Romania, ancora meno nota di quella negli Stati Uniti. A fine Ottocento si spostarono in massa dal Veneto e dal Friuli le fasce più povere di lavoratori. Provocarono tensioni, perché erano accusati di accettare impieghi per poche lire rispetto alla paga abituale. Li soprannominarono i cinesi d’Europa. Ma anche quella interna scivola nell’oblio: chi ricorda le migrazioni dei minatori veneti e abruzzesi a Carbonia? E potrei proseguire. Perché da ciò non si trae consapevolezza, elaborando politiche di buon senso almeno sull’accoglienza?»

Il suo primo incontro con i rom è stato reale o immaginato?
«Da bambino vissi in una casa popolare, edificata vicino a un grande ospedale. Mia madre andava lì a piedi, partoriva e rientrava. Ultimo di nove figli, ho goduto di una libertà pazzesca. Per esercitare una forma di controllo i familiari ci inculcarono una leggenda paesana, bisbigliata dall'ospedale e destinata a imprimersi nel mio immaginario infantile. Una madre, in attesa di essere visitata, affidò il figlio a un'anziana, poiché aveva necessità del bagno. Una volta tornata non li ritrovò. Dissero che era una zingarata. Mediante l'immaginazione ho vissuto e rivissuto quella storia. Ho covato la paura per il rom, come succede a tanti. Nel destino comune del Mediterraneo, oltre alle speranze, ci legano le paure».

Lei si sottrae all’asfittica divisione tra buoni e cattivi. Piuttosto raffigura una condizione che descrive qualcosa di noi.
«Ho deciso di affrontare l'argomento, perché credo sia uno dei razzismi più antichi e radicati. I rom: il sempiterno e perfetto capro espiatorio del diffuso malessere sociale. Si parla ancora di nomadi, quando a Torino ho incontrato sinti piemontesissimi stanziali dal medioevo. Al fondo di un pregiudizio plurisecolare permane un irrisolto sradicamento economico-culturale. La vita marginale nei campi, abusivi e non, incentiva la devianza. Lo sforzo per abbattere questo muro deve essere compiuto anche dalle nuove generazioni rom, a partire dall'integrazione scolastica. Ci indigniamo giustamente per l'odioso furto del portafogli, mentre reprimiamo la rabbia verso le banche, che indisturbate speculano o bruciano i risparmi delle persone oneste. Restituiamo la giusta misura alle cose. Ai criminali, siano essi rom o meno, dovrebbe pensare la legge, possibilmente senza prescrizioni, sanatorie e condoni».

Il giornalista Laganà è il personaggio filo conduttore della narrazione. Un Monteiro Rossi alla ricerca della riscossa del Pereira tabucchiano. Rappresenta l'eccezione che delinea una distorsione funzionale operata dai media?
«In Algeria ho visto cadere assassinati amici e colleghi giornalisti. Anch'io ricevetti minacce e ho rischiato quella fine. Non dimentico le parole con le quali Said Mekbel, importante cronista algerino, descrisse il mestiere. Lo uccisero il 3 dicembre 1994. Proprio quel giorno su Le Matin aveva firmato questo articolo:

“Questo ladro che la notte rasenta i muri per rientrare a casa. Questo padre che raccomanda ai propri figli di non dire agli altri il mestiere che svolge. Questo cattivo cittadino che si attarda al palazzo di giustizia, aspettando di essere inquisito dai giudici. Questo individuo catturato in una retata nel quartiere e che il calcio di un fucile spinge in fondo al camion. Colui che la mattina esce di casa senza essere sicuro di farvi ritorno. Colui che la sera lascia la redazione senza essere sicuro di giungere a casa. Questo vagabondo che non sa più quale casa sia la più sicura. Questo testimone che spesso deve ingoiare ciò che sa. Questo cittadino nudo e disarmato. Quest'uomo che ha fatto il voto per non morire trucidato. Colui che con le proprie mani non sa fare altro che i propri piccoli scritti. Colui che spera contro tutto, perché possano sbocciare belle rose su un mucchio di letame. Lui è tutto questo ed è solamente un giornalista”.

Laganà con un tocco di rabbia e ironia tenta di disarticolare la gerarchia, che dispone il ciclo produttivo dell'informazione. Lo sguardo che propongo è evidentemente disilluso. Per avere una stampa matura, e di qualità, ritengo indispensabile essere cittadini esigenti. La vicenda è ancorata a un fatto avvenuto. Nel dicembre del 2011 un quotidiano nazionale titolò: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». La sedicenne poi confessò di aver inventato lo stupro. Nel frattempo giustizieri improvvisati avevano appiccato il fuoco nel campo rom torinese della Continassa. E mi colpì la rettifica giornalistica, Il titolo sbagliato:

“ (…) Ieri, nel titolo dell’articolo che raccontava lo «stupro» delle Vallette abbiamo scritto: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». Un titolo che non lasciava spazio ad altre possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi, a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi”.

Esiste l’Italia? E se sì, quale idea ne coltiviamo? Queste due domande ricorrono nelle sue opere.
Si sofferma, come sottolineava in precedenza, sulla storia negata dell’emigrazione italiana.
«L'immigrazione è una sfida bellissima, ma bisogna essere attrezzati per giocarla. L’Italia non lo è. Nei due anni trascorsi a Torino ho compreso quanto la questione meridionale sia ancora una ferita fresca. È necessario fare pace con la memoria e con la ricchezza incredibile delle diversità che contraddistinguono il Paese. Non credo sia una provocazione ammettere che gli italiani debbano ancora integrarsi fra di loro. Il fenomeno della balcanizzazione è un contagio pericoloso».

L'Italia è accogliente verso lo straniero?
«Se l'emergenza costituisce l'unico principio proattivo, non dobbiamo stupirci che l'istituto dell'accoglienza qui assomigli alla gestione di una discarica di umanità sofferente. E in quartieri già privati di servizi e risorse culturali nessuno vuole le discariche vicino casa. Tutto grava sulle spalle degli operatori, spesso generosi. La strumentalizzazione politica è figlia di un deficit culturale storicizzato, che si traduce anzitutto nell'incapacità di comprendere e governare la complessità».

In Divorzio all’islamica a viale Marconi la sua penna ironica ci appassionò con le traversie dell'esule Garibaldi, imbarcatosi a Marsiglia sotto il falso nome di Joseph Pane e riparato a Tunisi per sfuggire alla condanna a morte per insurrezione emessa dal tribunale di Genova. Il povero è colui che la società ritiene insignificante, colui che non ha il diritto di avere diritti. Chi è invece il rifugiato?
«È un essere umano, che attraversa una fase piuttosto delicata della propria vita. La paura è il sentimento che accompagna la fuga dalla persecuzione o dalla guerra. A metà degli anni Novanta ottenni lo status di rifugiato politico: conosco bene tale condizione d'animo. La vicenda di Garibaldi ci rammenta che la ruota gira. Domani potrebbe toccare a noi dover scappare, desiderando un approdo sicuro. La Siria, per anni terra di tregua per i profughi palestinesi, insegna».

Il modello del multiculturalismo, entrato nell’immaginario collettivo dagli anni Sessanta in Nord-America, scricchiola? Insomma il “Tutti differenti, tutti uguali” non è più una risposta soddisfacente sul piano etico e politico al fine della convivenza civile?
«Dall’approccio multiculturalista non si fa retromarcia. È però vero che si frappongono molteplici ostacoli alla concretizzazione di un idealtipo. Farei una premessa, citando Norberto Bobbio a proposito di eguaglianza e libertà:

“(...) Nelle società storiche gli individui non sono mai tutti liberi né eguali fra loro. La società di liberi ed eguali è uno stato ideale o ipotetico, soltanto immaginato. La democrazia è, non tanto una società di liberi e di eguali, perché come ho detto questa è solo un ideale limite ma è una società regolata in modo che gli individui che la compongono sono più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza. In una situazione originaria, in cui tutti ignorano quale sarà la propria posizione nella società futura, l'unico ideale che può loro sorridere è quello di essere il più possibile liberi rispetto a chi detiene il potere e il più possibile eguali fra di loro”.

Presupponendo dunque due valori non negoziabili, quali la libertà e il rispetto della dignità umana, possiamo poi cercare un terreno fertile condiviso, andando oltre la semplice presa d’atto delle differenze. Solo dalla relazione interculturale, basata sul riconoscimento, sullo scambio e sul dono si evitano la relativizzazione e la dinamica dello scontro».

Le hanno già domandato qualcosa a proposito di Isis e Islam?

«Stavolta cedo il turno, già nel post 11 settembre lo sforzo è stato enorme. Si propaga una fuorviante, plastica, generalizzazione. Sono stanco, non difenderò l'Islam dalla palesemente infondata appropriazione simbolica attuata dall'Isis. Ciò che mi appare più urgente è il ripensamento della laicità statuale. Uno Stato laico capace di valorizzare ciò che vi è di umano fra le diverse identità culturali. L'adesione di miliziani occidentali al totalitarismo di stampo fascista dell'Isis chiama in causa tutti. Entriamo nella sfera della politica, in un teatro dove il quadro, utile a molti, è assai opaco. Per dirla con le parole del generale prussiano Carl von Clausewitz siamo impantanati nella guerra che è la continuazione della politica con altri mezzi. L'eredità dei grandi imperi collassati non ha stabilito un nuovo ordine, bensì atomizzato i conflitti».

L’inchiesta sociale, condotta anche mediante splendide fotografie, di Pierre Bourdieu nell’Algeria della transizione anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è un’eredità preziosa. La periferia dell'impero sembra convergere sempre più verso un centro politicamente disarmato. Il colonialismo europeo è tuttora paradigmatico del nostro rapporto con l'altro?

«Mio padre avvertì tutto il peso della colonizzazione, sollevato durante la lotta di liberazione dall'illusione di un futuro migliore. Il regime coloniale ridusse gli algerini a corpi senza diritti. Il prezzo stabilito dalla Francia dei diritti universalistici per la piena cittadinanza fu il ripudio dell'identità culturale musulmana. I coloni s'impossessarono dei terreni più fertili, terremotando gli equilibri della la società rurale. La teoria e la pratica capitalistica europea, imposte con brutalità, frantumarono il sistema dei valori arabi producendo l'alienazione del mondo contadino, trasformato in sottoproletariato e ammassato nelle crescenti bidonville urbane. La generazione di mio padre ha convissuto con il miraggio dell'indipendenza, portatrice di un plausibile cambiamento nei tradizionali rapporti di forza interni ed esterni. Occorreva affrancarsi dall'ingiustizia di cui il colonialismo è stato la massima espressione. Il francese se n'è apparentemente andato, ma l'oppressione è rimasta. L'emigrazione era percepita come un esilio momentaneo, al quale si era costretti. Oggi invece partire è il sogno più grande: la prospettiva dei giovani che abitano l'immaginario della globalizzazione».

domenica 23 novembre 2014

C'erano bei cani ma molto seri: storia di mio fratello Giovanni Spampinato

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 20,
23 novembre 2014

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Giovanni Spampinato non era un abusivo, seppure il tesserino di pubblicista l'abbiano consegnato solo ai familiari, una volta morto ammazzato. Amava il mestiere, osservandone la regola fondamentale: scrivere una notizia, quando è tale, senza l'autocensura propria dei calcoli d'opportunità. «Assassinato perché cercava la verità», titolò L'Ora. Il fratello Alberto inizia da una vecchia fotografia a raccontare la storia dolorosa della famiglia, che ha cercato di sopravvivere alla tragedia. C'erano bei cani ma molto seri (Melampo, 276 pagine, 15 euro) è qualcosa di più della cronaca della fine, quasi annunciata, di un giovane cronista in una città di provincia, apparentemente ai confini dell'impero.

L'ALTRO GIORNALE
Il memoriale sviluppa tre tracce fondamentali. Innanzitutto ritroviamo il senso dell'avventura editoriale del quotidiano pomeridiano palermitano, animato da un gruppo di giornalisti non riconducibili a poteri particolari. «Giovanni restò incantato da quella redazione che viveva una stagione speciale. Il suo sogno fu di trasferirsi a Palermo per lavorare con quei matti che si divertivano a fare un giornale di denuncia duro come una roccia», ricorda Alberto.

LA SOLITUDINE
Un desiderio che si impose pezzo su pezzo dopo gli studi universitari. Un cammino solitario, cominciato nel 1969, da collaboratore di frontiera, isolato e privo di tutele economiche quanto di coperture redazionali. Figlio di un partigiano, poi divenuto militante attivo del Pci, mantenne quella matrice politica, sapendo però rifuggire l'ortodossia dell'adesione acritica. Aveva puntato tutto sul giornalismo, Giovanni. Lottava affinché si avverasse quel sogno. Dotato di una scrittura fluida e brillante, batteva veloce i polpastrelli sui tasti della Valentina rosso fuoco. Le sue corrispondenze squarciarono il velo della commistione politico affaristica, propria delle mafie, a Ragusa e non solo dove si coagularono personaggi e miasmi dell'eversione fascista.

SICILIA NERA
«Il grande tema con il quale il cronista fu chiamato a confrontarsi fu quello del fascismo che risorgeva intorno a lui. In tutta la Sicilia, e in gran parte del Mezzogiorno, il fascismo era rimasto endemico. Di faccende più serie riguardanti ai fascisti cominciò a occuparsi dopo la strage di Piazza Fontana, chiedendosi se ci fosse un disegno unico che collegava la strage di Milano e gli strani movimenti dei circoli fascisti siciliani», sostiene Alberto. Un cadavere eccellente scosse Ragusa, appena destatasi dall'illusione petrolifera. La divulgazione della notizia dei pesanti sospetti degli investigatori su Roberto Campria, figlio del presidente del Tribunale ragusano, nell'ambito delle indagini inerenti l'omicidio del costruttore Angelo Tumino, legato a missini di stretto raccordo con Junio Valerio Borghese, segnò lo spartiacque dell'esistenza di Spampinato.

Volle accendere una luce su un'inchiesta mica male insabbiata e un palese conflitto di interessi. Firmò sull'Ora: «Le indagini a quattro mesi dal delitto sono al punto di partenza. Sembra impossibile che la macchina della giustizia, altre volte così efficiente, si sia inceppata in questo caso. Ad accrescere gli interrogativi è poi la delicata situazione in cui è venuto a trovarsi Roberto Campria, figlio di Salvatore, presidente del Tribunale e oggetto di una relazione della Commissione parlamentare antimafia, all'inizio interrogato per chiarire circostanze poco comprensibili», e che sono rimaste misteriose. Lo fece con la propria penna coraggiosa, fino a pagarne l'estrema conseguenza. Il 27 ottobre 1972 venne crivellato di colpi di pistola dallo stesso giovane Campria.

MEMORIA
Sappiamo bene quanto fatichino i familiari delle vittime della mafia, come gli Spampinato, a esternare pubblicamente vicende e ferite che spesso in assenza di giustizia scivolano nell'oblio. A volte possono servire anche decenni per rompere il silenzio luttuoso. Almeno citare con costanza ad alta voce i loro nomi e cognomi è un esercizio di civiltà necessario.


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sabato 15 novembre 2014

Fiori di campo, il villaggio per un turismo sostenibile nel nome di Peppino Impastato

Il Messaggero, sezione Macro pag. 29,
13 novembre 2014

di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro

«Questa è la terra di Peppino Impastato», dice Francesco Costantino. Siamo a Marina di Cinisi, a trecento metri dal mare. Qui la deturpazione del cemento mafioso prova ad assomigliare a un ricordo lontano. Dove il costruttore Vincenzo Piazza riciclava mediante l'edilizia il denaro sporco dei fratelli Graviano, sta nascendo un villaggio turistico a impatto ambientale zero, destinato a fornire un servizio di qualità alle fasce di popolazione più disagiate. Un luogo prezioso in cui da tre anni ogni estate si rifà l'Italia unita. Da giugno a settembre, grazie al progetto E-state liberi, arrivano da tutte le latitudini giovani volontari dalla faccia pulita per rammendare un bene diventato comune.

Su una parete della villa, confiscata nel 1993, Elena ha inciso il profilo di Peppino con in mano il microfono della coraggiosa emittente Radio Aut, da dove, prima di essere ammazzato, per dirla con le parole di Paolo Borsellino faceva risuonare la bellezza del fresco profumo di libertà. «Io vedo Peppino in ognuno di voi», risponde il fratello Giovanni Impastato. Il riutilizzo con finalità sociali delle proprietà o aziende sottratte alla criminalità organizzata restituisce la misura della credibilità dello Stato. Come ripete Raffaele Cantone, lo Stato si gioca la faccia in questa partita. Le statistiche non sono confortevoli: troppi ostacoli, a cominciare dalle ipoteche bancarie, si frappongono alla riconversione e alla rinascita di quei beni.

La storia del villaggio Fiori di campo, titolo di una poesia struggente dedicata a Peppino, offre l'istantanea di questi ritardi. Per quasi vent'anni è rimasto abbandonato in un regime di semi illegalità. Malgrado fosse sotto sequestro veniva affittato da ignoti per il periodo estivo. Paradossalmente la presenza abitativa illegale ha consentito di non trovare il bene vandalizzato, come invece spesso avviene. Nel 2012 arriva la svolta, quando la cooperativa Libera-Mente, di cui Costantino è socio fondatore, ha vinto il primo bando d'assegnazione indetto dal Comune di Cinisi. Da allora tra investimenti dei cinque soci e l'impegno volontaristico la struttura è stata parzialmente rinnovata e ammodernata. «Ho calcolato, già per il primo anno, un impatto della manodopera volontaria del valore di 70mila euro - sottolinea Francesco -. Le migliaia di giovani sono ripartiti da qui con il cuore pieno dell'energia propria del riscatto. Non ci hanno dimenticato».

La strada da percorrere è ancora lunga e difficoltosa. Una delle sfide da vincere è quella di non far percepire queste esperienze come un corpo estraneo al tessuto socioeconomico locale. Sovente si crea un clima di ostilità attorno a pratiche che rappresentano una rottura dirompente per il sistema malavitoso. Il cancello di Fiori di campo è aperto a tutti. Si cercano costantemente di coinvolgere le realtà sane del territorio. Tra le collaborazioni fondamentali spicca quella con la Casa della memoria Felicia e Peppino Impastato. Il villaggio appartiene a chiunque voglia scrivere una storia nuova per la Sicilia e l'Italia intera.

La cooperativa, referente locale di Libera, alla logica del profitto a qualsiasi costo, del business senza scrupoli, contrappone i principi di un’economia sociale che tutela l’ambiente. «Questo è il valore aggiunto dei nostri servizi e prodotti come il limoncello di Partinico - conclude Costantino -. Vogliamo alimentare un'economia pulita che non paga il pizzo, che restituisce dignità al lavoro. Al territorio stiamo dicendo che si può fare diversamente, senza assuefarsi al giogo dell'illegalità. Non ci sentiamo piccoli, in quanto siamo parte integrante di una rete. Il rischio e la paura si avvertono, però sappiamo di non essere soli».


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giovedì 13 novembre 2014

Greenrail, la ferrovia ecologica del futuro è una start up siciliana

Il Messaggero, sezione Macro pag. 29,
13 novembre 2014

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Il palermitano Giovanni Maria De Lisi ha quasi trent'anni. Formatosi nell'azienda di famiglia, è il socio fondatore di Greenrail. Una start-up sorta nel 2012 che attira molto interesse, e intende irrompere a breve nel mercato delle ferrovie grazie alla progettazione di una traversa ferroviaria, ottenuta da pneumatici e plastica riciclati. È composta da un guscio esterno, costituito dalla miscela dei due materiali, mentre la struttura interna è in calcestruzzo armato.

Un chilometro di linea prevede il riutilizzo di circa cento tonnellate di pneumatici e plastica. L’integrazione del sistema piezoelettrico Built-In nella traversa genera energia per effetto del naturale schiacciamento che subisce la sovrastruttura al passaggio dei convogli. Il brevetto Greenrail è stato già depositato e mira a divenire lo standard mondiale del settore.

In un quadro regionale di depressione economica, voi sembrate andare contro corrente. Indicate un'opzione alternativa all'industrializzazione anni Cinquanta-Sessanta delle cattedrali nel deserto al Sud?
«La desertificazione industriale in Italia dipende essenzialmente dal fatto che si è puntato pochissimo sull'innovazione. L'industria rimane molto legata alla tradizione, mentre andrebbero reinventate le aziende per immettere prodotti sempre più innovativi e adeguati ai tempi. Fino a quando gli industriali non cominceranno a capire che bisogna investire in ricerca, continueremo a essere scavalcati dalla concorrenza. Sì, la nostra iniziativa imprenditoriale rappresenta una rottura dinamica».

Incontrate difficoltà nell'accesso al credito? Avvertite la cappa delle mafie ben delineata dal governatore Visco? Fanno fuggire gli investitori internazionali: tra il 2006 e il 2012 l'Italia ha perso almeno 16 miliardi.
«Va molto di moda parlare di start-up, ma poi in concreto gli strumenti che agevolano l'intrapresa sono insufficienti. Abbiamo partecipato e vinto sette, otto, concorsi che mettevano in palio premi in denaro. Ma tutto si ferma all'aspetto mediatico. Avere fondi per start-up appare ancora molto difficile. Altro che Fondo di garanzia o banche che ti finanziano. Se non metti qualche garanzia a tua firma come socio non avviene niente. Senza contratti commerciali firmati che assicurano un rientro, non si attivano linee di credito. L'investimento spesso dipende dalla disponibilità del risparmio familiare. O se  sei in grado di convincere una persona illuminata. Rincorriamo la Silicon Valley, dimenticandoci la nostra potenziale eccellenza industriale».

Quanto incidono le prospettive di internazionalizzazione dell'attività?
«Oggi siamo nella fase prototipazione. La cosa bella è l'ampio riconoscimento della valenza internazionale del progetto. Esistono già contratti preliminari e sono in corso trattative con paesi esteri: dalla Gran Bretagna al Giappone. La produzione si realizzerà in ogni mercato dove noi penetriamo: in due anni dovremmo essere operativi. Avremo un'industria in ciascun paese, perché la logistica per questi prodotti sarebbe altamente dispendiosa».

È distante il sogno della prima linea ferroviaria eco-sostenibile in Italia?
«Non dipende da noi, e non saprei dare un parametro. Sicuramente la prima linea Greenrail verrà posata all'estero, perché altrove abbiamo già trovato interlocutori fattivi».

L'emergenza inquinamento invoca sempre più il modello di economia circolare del riuso e riciclo.
«Oggi i prodotti devono rispondere a criteri di sostenibilità ambientale. La nostra scommessa consiste nell'averne ideato uno che è anche economicamente competitivo. Da materie riciclate creiamo una traversa ferroviaria, che ha delle caratteristiche tecniche superiori all'attuale competitor che le fabbrica in calcestruzzo. Dopo cinquant'anni d'utilizzo è a sua volta riciclabile. Abbattiamo fino al 50% i costi di manutenzione della linea lungo la durata in opera».


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sabato 1 novembre 2014

L'amore criminale

di Gabriele Santoro

Nella televisione, che spesso lucra sul dolore, Matilde D'Errico con la trasmissione Amore criminale ha saputo ritagliare, su Raitre, uno spazio di civiltà e reale servizio pubblico. Quell'esperienza di ascolto e denuncia sociale catodica, oggi è condensata nelle pagine di un libro, dall'omonimo titolo, pubblicato da Einaudi. Un'idea arcaica di possesso e controllo è il filo nero che unisce le storie di violenza sulle donne in quanto tali, narrate dall'autrice.

La scrittura mostra un profondo senso di rispetto per le vittime e soprattutto per le ferite non cicatrizzabili di chi resta, dei familiari che cercano di sopravvivere all'assenza. Il femminicidio, termine polisemico che esprime la forma estrema di violenza di genere, non viene derubricato a mero fatto di polizia e giustizia. Non è neppure solo questione di statistica, che comunque serve, perché nei grandi numeri e negli strepitii dell'emergenza scompaiono le individualità. Corriamo il rischio dell'assuefazione all'indicibile, ai silenzi che condannano.

Trascorrono le giornate, ma riecheggiano sempre vivide le parole rivolte alla madre dall'iraniana Reyhaneh Jabbari prima dell'impiccagione: «Ho capito che la bellezza non è fatta per questi tempi. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligrafia, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole». Maria Rosaria, Adriana, Sabrina, Beatrice, Veronica e Giulia hanno incontrato uomini incapaci di comprendere la bellezza propria della libertà, spingendosi fino all'assassinio dell'altrui individualità. D'Errico però saggiamente invita a non considerare il crimine un evento che riguarda solo il carnefice e la vittima. È una lotta dura e ancora lunga tra inconciliabili visioni culturali del mondo.

Due studi recenti e autorevoli, prodotti dall'Unione Europea e dal World Economic Forum, lo testimoniano, fotografando la preoccupante realtà del Vecchio Continente e focalizzando aspetti dirimenti del divario di genere in Italia. Il Global Gender Gap Index 2014, diffuso dall'Istituto ginevrino, allarga lo spettro d'analisi sul problema strutturale, e correlato, della discriminazione. L'Italia, ultimo tra i paesi industrializzati, si posiziona nella classifica delle disparità al 69° posto su 142 nazioni prese in esame. Non basterà forse un secolo per colmarlo. Piombiamo dal 97° al 114° per la presenza di donne in campo economico.

Il vasto rapporto Violence against women, curato dall'Agenzia per i Diritti Fondamentali di Vienna, stima che nei dodici mesi precedenti alle interviste, condotte ai fini della rilevazione, tredici milioni di donne in Europa abbiano subito violenze psicologiche, e circa quattro milioni fisiche. Del campione di 42mila intervistate, tra i 15 e i 70 anni, solo il 4% dichiara di aver sporto denuncia alle autorità competenti. Il 35% dichiara di aver patito abusi prima della maggiore età. D'Errico sottolinea la trasversalità sociale, professionale e culturale di un fenomeno ancora molto sommerso, e i dati confermano: il 75% delle top manager e il 74% delle professioniste interpellate dice di essere stata vessata da molestie.

«La violenza è una scelta, non impulso irrefrenabile che si manifesta all'improvviso. Gli uomini violenti demoliscono giorno dopo giorno la dignità e l'autostima delle donne che hanno accanto. La chiamata in causa è per tutti», conclude la regista.