lunedì 21 dicembre 2015

La leggenda del trombettista bianco

Il Messaggero, sezione cultura pag. 21,
21 dicembre 2015



http://www.minimaetmoralia.it/wp/la-leggenda-del-trombettista-bianco-di-dorothy-baker/

di Gabriele Santoro

Dorothy Baker mette subito in chiaro le cose con il lettore. Scrive che non sta per raccontare la caduta di un grande eroe, ma qualcosa di maledettamente più interessante. Nella vicenda di Rick Martin c’è un cuore che suona animato da un talento formidabile, che non ha alcun rispetto del corpo mentre asseconda il destino.

Fazi pubblica un classico, La leggenda del trombettista bianco (234 pagine, 16 euro, traduzione di Stefano Tummolini), il primo romanzo sul jazz, col quale l’autrice cresciuta in California esordì nel 1938. L’opera prima dell’allora trentunenne riscosse il favore della critica e conquistò un buon pubblico di lettori. Come nel libro Baker ha sempre provato una certa soggezione verso le implicazioni totalizzanti del talento, e combattuto la sensazione di non aver mantenuto le promesse dell’esordio che l’ha consumata nei successivi venticinque anni di carriera. L’irrisolvibilità artistica appare come un’ombra costante e al contempo la ragione che agita il trombettista.


Rick si aspetta molto dalla vita, perché ha un dono da difendere, che lo sottomette all’arte. L’autrice prende una posizione, dichiara una passione smisurata per il proprio personaggio che s’ispira alla musica, ma non alla vita, del musicista Leon Beiderbecke, dipendente dall’alcol, deceduto appena ventottenne: «Prima o poi smetteranno anche di suonare i suoi dischi, e la puntina gratterà a vuoto sul solco. Quando quel momento arriverà, Rick Martin sarà morto davvero, morto e sepolto ed è un pensiero che mi fa star male».

E ancora: «L’impulso creativo è l’impulso creativo, in qualsiasi campo lo si trovi. E Rick faceva così bene quello che sapeva fare che personalmente continuerò ad avere i brividi ogni volta che sentirò pronunciare il suo nome». Nel 2007 l’ottimo riscontro ottenuto dalla ripubblicazione di Cassandra al matrimonio e poi di questo titolo, come a ragione asserisce Emily Cooke, ha smentito il senso di fallimento, inadeguatezza che ha accompagnato il suo tramonto. Scomparve nel 1968 a causa del cancro, è viva nei suoi due libri più belli, ancora letti. Baker avrebbe voluto essere una musicista. Da bambina suonava il violino, al quale rinunciò per una deformazione alla mano provocata dalla polio. Ha sperimentato quindi la materia trattata.

Ogni situazione cattiva è una canzone blues che aspetta di avverarsi, sosteneva Amy Winehouse. Baker ci introduce in un ambiente familiare desocializzante. Rick è orfano di madre, morta a causa del parto. Il padre lo molla ai parenti più stretti, sostanzialmente indifferenti. Sappiamo che fino all’età di otto anni vive a Los Angeles. Trascorre la maggior parte del tempo da solo, leggendo qualsiasi tipo di libro. Mostra i segni precoci di una vita contemplativa, scrive Baker.

È interessante come l’autrice descriva l’istituzione scuola, costrittiva, incapace di riconoscere, dunque tutelare, il talento diverso di Rick. Il Tribunale per i minorenni su ingiunzione della Lowell High School vuole metterlo sulla retta via. Sappiamo che alle elementari impara a strimpellare il piano, e legge in modo fulmineo la musica. Poi quattordicenne si sveglia all’alba per suonare il pianoforte alla Missione delle Anime. Davanti alla vetrina del banco dei pegni respira gli strumenti che non può permettersi. Il resto è una questione d’istinto, di dedizione e determinazione feroce a essere il più bravo di tutti.

La leggenda del trombettista bianco si fonda sulla storia di un’amicizia profonda. A cambiare l’esistenza di Rick è un incontro. Smoke è un nero che lavora saltuariamente come lui al bowling per sbarcare il lunario. Baker restituisce il clima della tensione provocata dal razzismo. La loro amicizia ha però la proprietà mistica della musica, anestetizza il dato razziale. Tra l’altro nel titolo originale dell’opera (Young man with a horn) non è segnalato il colore della pelle. Smoke gli spiega il ritmo, la pienezza della nota. Il bianco Rick ha la stoffa per emergere in una jazz band negra.  Smoke viene prima della musica, che al Cotton Club era purissima, un interesse che Rick con i propri eccessi non tradisce mai. Smoke ci propone la più esaustiva delle argomentazioni riguardo al talento: «Rick, ti vai a pescare le cose prima che gli altri sappiano che esistano e poi le tiri fuori come se cadessero dal cielo».

Colpisce la qualità delle descrizioni in cui c’è tutta la psicologia del nostro personaggio: «In termini di colore, gli occhi di Rick erano difficili da descrivere; più che avere un colore preciso, erano luminosi e intensi. Bruciavano, come gli occhi di un febbricitante o di un fanatico, di un fuoco profondo e deciso, che minacciava di travolgerti se non lo tenevi a bada».

La scrittrice pone il proprio sguardo sugli anni Venti, su quella che forse fuori luogo è definita età del jazz, sulla fede verso un progresso effimero che culmina con la Grande Depressione del ’29. E accoglie il rifiuto del suo musicista. Sostiene che Rick sarebbe potuto essere uno dei così tanti giovani di belle speranze che si stavano facendo una posizione nel mondo della finanza. Non aveva però né l’aggressività, né lo spietato ottimismo dei venditori.

A lui della musica non importavano i soldi, quella roba che cercava di fare non esiste al mondo. Non si può fare con una tromba e in quella ricerca c’è il principio di autodistruzione. Rick ci dice qualcosa sulla dolce malinconia del riconoscimento, dell’applauso, dell’essere una stella. Il successo si cura solo nei locali intimi, nei sottoscala, che forse sono il posto più sincero dove la vita e la musica possano accettare di incontrarsi. Fare musica solo con quelli della sua qualità. Lui aveva bisogno del conforto dello sguardo affacciato dal molo sull’infinitezza dell’oceano, l’unico punto di raccordo con l’esistente.

L’amore impossibile e il matrimonio con Amy North che tormenta Rick sembra marginale rispetto alla necessità portante della narrazione. Della sposa conosciamo l’omosessualità, che ricorre in altre opere bakeriane, l’assenza di talento che intende compensare con quell’unione e in qualche modo il bisogno di Rick di sentirsi amato.

A Dorothy Baker interessa raffigurare quel punto esatto in cui genio e follia sono inscindibili almeno per qualche istante, prima di prendere ognuno la propria strada. Viene in mente una scena splendida del documentario Amy – The girl behind the name. Winehouse è con Tony Bennett presso gli Abbey Road Studios per registrare un duetto, Body and soul. Si accerta che prima dell’incisione ci sia una prova. È felice perché avrebbe fatto ingelosire il padre. È ironica, eccitata, poi insoddisfatta della propria interpretazione. «Sono nervosa». Si scusa con il mito della propria infanzia, vorrebbe addirittura rinunciare: «Dovremmo ricominciare da capo. Sono stata terribile, perdonami, non voglio farti sprecare il tempo».

Lui la rassicura che sta andando benissimo, che può arrivarci a quella nota. «Tu vai di fretta? Io no, allora abbiamo tempo». Poi trova la chiave d’accesso alla sua voce, chiedendole se sia mai stata influenzata dalla propria grande amica Dinah Washington. Amy esplode, il volto s’illumina, tira fuori il carattere davanti al microfono. È luminosa. Poi domanda della precoce scomparsa di Washington e confessa: «Il minuto in cui hai iniziato a parlare di Dinah l’abbiamo fatto. Game over». I think we got it.

Are you pretending, it looks like the ending
Unless I could have one more chance to prove, dear.

È morta a ventisette anni. Ventisette. «Volevo sottrarla alla droga che l’avrebbe uccisa. Era un piccolo angelo, un piccolo angelo. Che devastazione», affermerà poi Bennett. Baker scrive che Rick, mentre era seduto al piano e suonava con la testa piegata di lato, le labbra arricciate e i capelli illuminati dal sole, non si accorgeva della gente che entrava nella Missione delle Anime. Ed essi erano convinti che fosse un angelo. Ha pianto a lungo Bennett. Amava l’unicità, l’irripetibilità dunque l’onestà delle interpretazioni di Winehouse. Per usare le parole dell’autrice nel romanzo risuona la verità, parlando del confine sfumato tra il saper suonare e il sapersi adattare alla vita, della differenza fra bene e male in quella forma d’arte chiamata jazz.

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Scrivere è uscire dalle cause prevedibili. Intervista ad Alejandro Zambra


di Gabriele Santoro

Scrutando le vite degli altri, fra le pagine di Alejandro Zambra, succede di sentirsi a casa. Negli undici racconti che compongono I miei documenti (Sellerio, 216 pagine, 15 euro, traduzione curata da Maria Nicola) ognuno può ricercare un’unità narrativa nel gioco costruito dallo scrittore tra singolarità e pluralità. Undici figli simili e molto distinti gli uni dagli altri. È la prima volta che l’interessantissimo autore cileno si misura con una raccolta di racconti, che però si fa romanzo. Zambra, accostato a Roberto Bolaño, attinge alla quotidianità, alle necessità autobiografiche, riuscendo a sporgere lo sguardo oltre il proprio ombelico. Non si corre il rischio di smarrirsi nella ricchezza dei dettagli dei suoi documenti.

Zambra è nato due anni dopo il colpo di Stato che destituì Salvador Allende. Instituto Nacional, forse il racconto più bello, ha la dote preziosa di ridurre qualunque distanza di comprensione dall’esperienza di una dittatura come quella pinochetista. I diversi che non sentivano l’onore di sedere sui banchi della scuola più prestigiosa del Cile:

(…) «Dovrei lasciarti senza diploma, dovrei buttarti fuori subito», mi disse. «Ma non lo farò». Io continuavo a guardare con la coda dell’occhio le lacrime che scendevano sulla faccia di Garcia Guarda. Musa sottolineò la parola mai e la parola vita e ripeté la frase altre due volte. «Io non ti lascerò senza diploma, non ti espellerò, ma ti dirò una cosa che non dimenticherai mai per tutta la tua vita». Non me la ricordo, l’ho dimenticata subito sinceramente non so cosa mi avesse detto Musa: io lo guardavo in faccia, con coraggio o con indolenza, ma non mi è rimasta nessuna delle sue parole.


Zambra indaga con sobrietà, brevità stilistica e profondità quel che lega padri e figli dentro a una storia difficile e una transizione verso la democrazia altrettanto complessa: «L’adolescenza era vera. La democrazia no». «Prima del plebiscito per il nuovo mandato a Pinochet – leggiamo nel secondo racconto – Camilo andò a tutte le manifestazioni in favore del NO e questo provocò liti fortissime con la madre. Lui voleva che vincesse il NO perché odiava Pinochet ma anche perché pensava che così suo padre sarebbe tornato in Cile. Però suo padre non voleva tornare, gli diceva la zia July – tuo papà ha un altro paese, un’altra famiglia. Però il padre gli scriveva sempre, gli mandava dei soldi, e ogni tanto gli telefonava».

Zambra, come in libri precedenti, s’interroga sul significato della mascolinità in un mondo come questo. In altre pagine la progressiva invadenza della cultura digitale, la proprietà della virtualità si fonde con la carne dei personaggi («Mio padre era un computer e mia madre una macchina da scrivere. Io ero un quaderno vuoto e adesso sono un libro») e nei loro amori sull’orlo della rottura: «Fino ad allora nessuno dei due aveva familiarità con la posta elettronica, della quale ben presto divennero dipendenti, ma la dipendenza principale contratta da Max, e destinata a durare, fu dalla pornografia, cosa che fu all’origine della terza grande lite di coppia, ma anche di vari esperimenti nuovi».

Zambra, il racconto intenso Instituto Nacional, che apre la seconda parte de I miei documenti, esprime un tentativo di ricomposizione nella scrittura della tensione tra l’Io e il Noi?
«Qualsiasi storia può essere raccontata nella tensione tra l’io e il noi, il noi rappresentato dalla coppia, dalla famiglia, dall’identità nazionale e continentale, dalla partecipazione politica. E al tempo stesso un “io” che può essere visto come un aspetto di vanità, egocentrismo ma è di fatto un atto di responsabilità enorme dire io, Io sono io, e una ricerca perché non sappiamo fino in fondo chi siamo. Il “noi” è un’utopia, è quello che tutti vorremmo. Questa tensione a me interessa in modo particolare. Penso che ogni testo sia realmente diverso. Quello che ho cercato, e cerco sempre di fare, è partire da una situazione. In questo libro cerco di recuperare una situazione e obbedire agli indizi della memoria e poi dubitare di questi indizi, tentando di andare oltre. Adopero gli strumenti della finzione, ma al tempo stesso trascendo da essi. Il compito basilare dello scrittore è provare a guardarsi dal di fuori, ci sono volte in cui ci si annulla di più, altre meno. Questa storia per me è partita da un’immagine, da un’idea e poi mi sembra si siano concatenati piccoli fallimenti, che ti costringono a rimettere in discussione il testo, a cercare da un’altra parte; forse in un primo momento non ci ero riuscito».

Nello stesso racconto quanta vita crea la resistenza del giovane Patricio Parra al mondo nel quale gli era dato di vivere, alla dittatura; è la sua assenza a fare la storia.
«Nella prima parte di Instituto Nacional la narrazione è un racconto molto tradizionale, poi irrompono una serie di ricordi che infrangono la finzione e poi ancora una scena in terza persona, un altro ricordo. Mi sembrava insomma che dovesse essere così, frammentario; non mi interessava impostare un’organicità, mi premeva che gli aspetti fossero su distinti livelli. Ho scritto molto, mi capita spesso di scrivere troppo e poi cerco di capire quello che ho fatto. Era un mattino d’inverno, quando all’Instituto Nacional ci hanno detto che Pato Parra si era suicidato. Quell’episodio fu molto importante per noi. È stato in un certo senso come il primo morto e Parra era già per noi come la comunità. Eravamo in una scuola molto individualista, smisurata, per cui quando accadde ciò, credo che molti di noi furono presi dallo sconcerto e cambiammo la nostra opinione, il nostro posto in quello spazio rappresentato dalla scuola, dal mondo. Fu un’esperienza terribile, perché in fondo un compagno di corso è una persona simile a noi in un certo senso, no? Tutti eravamo molto diversi, ma lui vedeva cose che noi non vedevamo».

Qual è stato e qual è il suo rapporto fra scuola, lettura, oralità e letteratura?
«È impossibile saperlo. Ho la sensazione che ricevessi un’educazione per giungere al successo e che poi quando decisi di studiare letteratura mi trovai di fronte alla scelta della sconfitta. Non ero in quella scuola per studiare lettere ma per diventare ingegnere, per diventare ricco e per puntare a un processo di ascesa sociale; alcuni di noi continuarono, altri seguirono un’altra strada. Nel mio caso era come se avessi molto da disimparare. In alcuni spazi di quella scuola iniziai ad avvicinarmi alla letteratura, non vorrei esemplificare questa esperienza né mitizzarla, credo difatti che sia una ricerca che va in differenti direzioni. In quella scuola si viveva un’aria pesante, marziale, trionfalista, di successo, ma eravamo pur sempre ragazzini alla ricerca di qualcosa. Ciò che accade con la scuola è che ti cambia troppo la vita, non credo che debba essere così; anzi se avessi un figlio non lo manderei mai e poi mai in quella scuola, anche se ora è diverso da com’era in quel momento. Tutte le culture sono meticce e nella letteratura c’è sempre una dimensione orale che man mano si perde. Aggiungo una cosa».

Prego.
«La verità è che questa è un po’ la domanda centrale del libro successivo, che nell’edizione italiana si chiamerà Risposta multipla. Lì cerco di sottomettere il modello a cui eravamo destinati e che rappresentava una prova del momento finale. Scrivere è alla fin fine programmarsi, uscire dalle cause prevedibili. Questa domanda me la sono posta molte volte, perché difatti qualsiasi risposta presupporrebbe che siamo capaci di vivere altre vite, retrospettivamente, non so. Talvolta ho la sensazione che ricordare generi l’illusione che quel qualcosa si possa chiudere, e a me interessa di più il momento in cui si apre qualcosa, quando rimane una crepa irrisolta nel testo, e si ricreano spazi che erano già lì e che si erano chiusi».

Il suo equilibrio fra osservazione, esperienza e immaginazione è in costante ridefinizione?
«Credo che tutto cambi. Non mi considero uno scrittore professionista. Se scrivo è perché non mi piace poi così tanto il libro precedente, quindi cambia sempre, forse cambia più per me che per un lettore, non lo so, o forse sono il peggior lettore dei miei libri. In ogni caso mediante il libro ho scoperto cose e credo esista una continuità in questa ricerca, in questa scoperta, e sono rivelazioni molto intime. In generale, ritengo fondamentale andare nel profondo di un’immagine e interrogarla con tutti gli strumenti, con l’immaginazione, con la memoria, con la finzione, con la non-finzione, io vado in questa direzione. Gli editori vogliono sempre che uno scriva lo stesso libro, riconoscibile; il romanzo dev’essere così e così. Non avrei potuto fare questo, mi sarei annoiato, anche perché non ho alcun obbligo a pubblicare alcun libro. Il cambiamento è la chiave che incide sull’impalcatura».

Quanto si affida alla memoria?
«Una volta, diversi anni fa, dissi che non avevo molta immaginazione, mentre quello che avevo era una buona memoria involontaria, era una battuta; stavo pensando a Proust e alla memoria involontaria. Quando osservo mi ricordo cose e a volte dettagli futili. Ricordo aspetti che nessuno ricorda e dimentico cose molto rilevanti. Non si tratta di nostalgia, ma ritengo fondamentale il ricordo, perché spesso tendiamo a cambiare o a cancellare il tempo passato, a sfumarlo a togliergli consistenza e la memoria è parte di te per cui cancellarla non ha certamente conseguenze positive. Mi riferivo a questo, ma non ho molto chiaro neppure quali siano le frontiere. Per esempio sto pensando molto al “sognare ad occhi aperti”.

È un tema che mi interessa, se ne parla poco eppure la gente lo fa continuamente, almeno credo! È finzione, è romanzo, in tal senso la fantascienza è un genere molto onesto, realista. Non c’è nulla di più umano che camminare e pensare (che succederebbe o che sarebbe accaduto? O tra dieci anni avremo dei figli?). E poi non so, quando ci viene chiesto delle origini dell’interesse narrativo, la gente parla dell’oralità, ma in realtà la prima struttura narrativa quasi per il mondo intero è la barzelletta. Quando i bambini cercano di raccontare una barzelletta è grazioso il momento in cui raccontano la storia, ma la battuta non riesce. Lì si crea un problema morale per i genitori che non sanno se ridere o no. Non ridere, affinché il bambino impari a raccontare la barzelletta, o se ridere perché viene naturale. Si crea in ogni caso una volontà narrativa rispetto a una storia, quindi il romanzo funziona esattamente come una barzelletta, genera effetti che non sono necessariamente umoristici, ma c’è finzione».

Sussiste una qualche relazione tra il personaggio di Camilo, che dà il titolo al secondo racconto de I miei documenti, e il suo libro precedente Modi di tornare a casa? La necessità della ricerca dei padri, d’interrogare la loro esperienza e al contempo di rifuggire allo schermo di una storia accaduta sostanzialmente a loro.
«Non mi interessa congelare le riflessioni. Modi di tornare a casa non è un libro per uccidere in maniera psicoanalitica il padre, è piuttosto un libro per risuscitarlo e non è possibile. Non è possibile perché è già un altro e perché ha l’età di qualcuno che potrebbe essere padre di quel bambino, per cui esistono delle figure con il padre assente che hanno una funzione paterna come Camilo nel racconto. Camilo che nella realtà è un personaggio piuttosto inconsistente e divertente. Non è tanto vederli come figli ma come non padri. Come gente di 40 anni la cui vita è molto diversa da quella dei propri padri alla stessa età.

È molto difficile ricordare l’infanzia senza ricordare la dittatura o parlare della dittatura senza rievocare l’infanzia, perché il ricordo include la famiglia, gli amici, i padri di amici morti, anche se non ci sono morti nelle nostre famiglie; e poi che si fa con questi morti? Si racconta l’esperienza, è interessante diffonderla, creare un dialogo. Inoltre, penso che ne I miei documenti ci sia una sorta di omaggio a quelle persone che all’improvviso non ci sono più, e che sono state importanti, che abbiamo frequentato per molto tempo e che poi abbiamo smesso di vedere e che ci hanno lasciato qualcosa per sempre: una lezione di vita, o semplicemente una bella storia o un momento molto intenso che per un motivo o per un altro continuiamo a ricordare. Era un mondo pieno di paradossi, terribile, era la dittatura, non vogliamo tornare a quel periodo, non vogliamo ricordarlo».

Il tempo della dittatura si sovrappone a quello dell’infanzia. Lei da adolescente ha vissuto la vittoria del NO al referendum del 1988. Il cambiamento sembrava a portata di mano. Poi la presenza ingombrante di Augusto Pinochet si è protratta a lungo. Solo nel 2002 si dimise dal seggio di  senatore a vita. Qual è il tempo della democrazia?
«Il tempo del parallelo tra la generazione dei padri, che ha fatto l’esperienza della dittatura, e la generazione di chi è nato e cresciuto sotto la dittatura, e che si è confrontato con questa esperienza in una maniera complessa. In Cile la gente sta finalmente contestando molto e sente che ha il diritto di contestare. È una società che ha impiegato molto tempo a mettere in discussione cose molto discutibili, come ad esempio che ci guidi la costituzione di Pinochet, che rettificava varie volte ma continua ad essere la costituzione che Pinochet decise che doveva governare il Cile e continua ad essere la costituzione cilena. Credo che finalmente quest’anno ci sia un relativo consenso sul fatto che bisogna cambiare. Si è creata di fatto molta più consapevolezza di questi problemi e questo mi sembra che sia decisamente un atto di democrazia ed è un processo che è costato molto al Cile».

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venerdì 11 dicembre 2015

Ritratto di George Best, artista del calcio


di Gabriele Santoro

George Best è ovunque. Ha smesso così presto da ingombrare un'eternità. La battaglia contro la noia non è una cosa semplice, lui, un isolano, l'ha combattuta sul campo con l'agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliava alla gioia.

Matt Busby, primo allenatore dello United nel secondo dopoguerra mondiale, era attento alla bellezza, dunque permetteva a Best di essere sé stesso. La pensava come il figlio di Belfast, che allevò al riparo dai riflettori. Non rinunciava mai alle ali. L'imperativo del Manchester United era divertirsi, vincere attaccando. «Nulla di sbagliato nel cercare la vittoria, a patto che non si metta al di sopra del gioco», asseriva. Il vecchio e il bambino avevano stretto un legame resistente all'oltraggio della morte. S'erano incontrati in quel compromesso con la vita che è il calcio.


«Quando si entra in questo gioco ci si resta per tutta la vita. La vita senza calcio è un vuoto che non può essere riempito da un sostituto qualsiasi. Nel calcio si muore in mille modi, e si muore in mille modi senza il calcio», ripeteva Sir Busby. Genio e sregolatezza? Un talento incompiuto? Best ha donato quel che poteva, come sapeva. Ha lasciato, a modo suo, il mondo un posto migliore, come gli ha scritto qualcuno in un biglietto d'addio.

In Best sembra di scorgere quello stato d'animo, la nostalgia, che lotta con la creatività. La velocità è anche fragilità. Appena quindicenne impiegò poche ore per reimbarcarsi sul mostro di ferro, l'Ulster Prince, che da Belfast l'aveva traghettato al destino di una vita, lo United. «Voglio tornare a casa». Non era questione d'alterigia, bensì un radicato senso di inadeguatezza. Lo capirono, come l'aveva capito Bob Bishop, dal 1960 osservatore capo della squadra britannica in Irlanda.

Il vescovo si accorgeva delle potenzialità dei ragazzini provenienti dai quartieri più disagiati di Belfast, che senza di lui il mare non l'avevano visto mai. Centosessanta centimetri di altezza per 47 chilogrammi come avrebbero potuto esprimere quel che Bishop aveva intravisto? Hugh “Bud” McFarlane, dal privilegiato punto d'osservazione della panchina del Cregagh, si sbracciava: «Lasciate perdere com'è e concentratevi su quello che fa». Stravedeva per Best, non glielo nascondeva. Come nelle migliori tradizioni venne scartato a causa della taglia al provino dal Glentoran. Il padre, Dickie Best, operaio ai cantieri navali non andava al campetto per paura di metterlo in soggezione. Ann, promessa dell'hockey poi operaia nelle fabbriche di sigarette e gelati, preparava il brodo col dado e gli spicchi d'arancia per lo spuntino dell'intervallo delle partite. La sola al mondo che sapeva qualcosa del cuore sproporzionato di George, della sua genuinità. Ann lo idolatrava, astemia fino ai quarantaquattro anni, anche lei sprofondò nell'alcolismo.

Nell'esistenza di Best la ricerca della fuga è una costante, quanto l'esigenza d'inventare. Mostrava l'audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò a quel mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile, indispensabile, la purezza della sua idea di calcio, che l'ossessionò fino al crollo nell'alcol. Best non dimenticava la classe operaia, dalla quale era emerso, ma lui era gli anni Sessanta, un'altra storia. La generazione postbellica. Best era ancora senza la pervasività della televisione. Era un movimento non ripetibile, non frazionabile. Potevi intuirlo solo nel tempo dello stadio, nello scatto di una fotografia, nello spazio che alimentano le parole. Nelle geometrie, nei dribbling, nelle accelerazioni, nei colpi di tacco, nei tiri dalla distanza e nei passaggi al volo di Best ribellione e originalità producevano innovazione, oltre lo status quo delle certezze maturate nel decennio precedente.

Per Best il calcio spiegato a un bambino era l'accuratezza nei passaggi, guardare il compagno libero; la corsa senza palla così importante nel calcio moderno, leggere gli spazi per buttarvisi dentro; infine il dribbling: «Il contatto con la palla è fondamentale, sentirla vicina, far dialogare entrambi i piedi». A tal proposito c'è una bellissima serie a fumetti, George Best on the Ball, in cui il campione risponde alle domande dell'età della scoperta del gioco.

Rudolf Nureyev avvicinò Best in un ristorante londinese e gli chiese un autografo, aggiungendo: «Lei è un artista». Condividevano fascino, talento, l'arte che evita lo sguardo della malattia. Ma soprattutto la dote ineludibile per un corpo in movimento artistico: l'equilibrio. Nel 1947 Dickie Best scattò in Donard Street una foto al figlio di quindici mesi di bianco vestito. Ciò che rende grande un giocatore è l'equilibrio. La testa di George è proprio dove dovrebbe essere, sopra la palla, la guarda. Il corpo è posizionato in modo perfetto, vicino al marciapiede la palla sotto controllo del sublime ambidestro che diventerà. Pare stesse caricando un tiro senza scomporsi.

Nella biografia George Best, l'immortale (66thand2nd, 493 pagine, 25 euro, traduzione a cura di Francesca Benocci e Roberto Serrai) Duncan Hamilton ha ragione quando scrive che la fotografia più bella ritrae il fuoriclasse voltato di spalle. Il numero sette bianco illumina la schiena, la maglia cade larga sui pantaloncini, ha i calzettoni abbassati. Nonostante la guardia feroce e i lividi provocati dai difensori raramente indossava i parastinchi. Il coraggio non gli faceva difetto. Come a dire: quando hai un talento non permettere a nessuno di privartene. In quel braccio destro alzato al cielo c'era la dolente timidezza di Best. L'esultanza non era mai eccessiva.

In quella fotografia aveva appena segnato al Benfica di Eusebio, nella Wembley vestita a festa per la finale di Coppa dei campioni, di cui s'era innamorato, quando i pantaloncini li indossava a Burren Way, sul cemento di Belfast. Aveva atteso i tempi supplementari per essere Best. Correva l'anno 1968 e Sir Matt Busby cercava giustizia. Dieci anni prima, il 6 febbraio 1958, nell'incidente tragico di Monaco era morto un po' anche lui. Voleva la Coppa dei campioni che s'era fermata in semifinale. L'allora undicenne Best lesse sulle colonne del Belfast Telegraph: «Celebre squadra di calcio colpita da un disastro, l'aereo del Manchester United precipita in fiamme, i sopravvissuti in condizioni critiche lottano per la vita».

Ecco, Busby aveva puntato sul ragazzino per rimediare al dolore, per onorare la generazione dei Busby Babes cancellata dopo una notte promettente a Belgrado. A Monaco erano morti sette calciatori non le necessità della disciplina. A Busby gravemente ferito impartirono due volte l'estrema unzione. Ricostruire è stato il verbo del tecnico, figlio di emigranti lituani, che nel 1945 ripartì dall'Old Trafford bombardato e 15mila sterline di scoperto in banca per conquistare sette anni dopo il primo scudetto. Il tris d'assi Law-Charlton-Best non bastava. Per vincere nel calcio è necessario anche un portiere affidabile. Nell'estate del 1966 dal Chelsea per 55mila sterline era arrivato Alex Stepney. Da quel momento Best ebbe la certezza che nessuno sarebbe riuscito a fermarli.

Per quella finale Best prefigurò una tripletta personale. In realtà non incise fino al miracolo su Eusebio, col quale Stepney salvò lo United dalla capitolazione. In semifinale a Madrid ci aveva pensato il 36enne (7 gol in 566 partite) Bill Foulkes, su assistenza di Best, a risollevare la truppa a un passo dal baratro. Best si scosse. Rilancio di Stepney, deviazione di testa di Kidd e la palla è nei piedi del numero 7. Percorre i venticinque metri che lo separano dalla porta. Scarta Cruz. José Henrique si butta a sinistra, lui va a destra. Appoggia la palla in rete col sinistro. Il Manchester è stato il primo club d'oltre Manica a vincere la Coppa Campioni. A maggio di quell'anno dorato era stato nominato giocatore dell'anno. Best era un Maggio millenovecentosessantotto. A dicembre gli assegnarono il Pallone d'oro. A ventidue anni era già salito sul tetto del mondo. Poteva solo scenderne. Negli undici anni (1963-'74) trascorsi ai Red Devils ha disputato 470 partite, segnato 181 gol, ma di Wembley ce n'è stata solo una. Che cos'è poi la fama? A lungo, invano, ha ricercato la risposta. «George, quando le cose hanno cominciato ad andare male?» Gli ha chiesto un cameriere in una stanza d'albergo lussuriosa. La morte restituisce forse una misura delle grandezze.

C'è chi sottolinea criticamente che l'affetto, le forme di idolatria, per Best siano tanto rumore per poco. In fondo la sua stella ha incantato veramente solo per tre anni. Forse giova non scordare che poi il Manchester ha impiegato trent'anni per conquistare la seconda Coppa dei campioni.
Bobby Charlton, quando Best era ormai vicino alla morte, ricoverato in terapia intensiva, andò a trovarlo. Dopo il '69 fra i due s'era rotto qualcosa. La fusione tra vecchia e nuova generazione allo United, come nella società, non funzionava più. L'eredità di Busby troppo pesante. Serviva il coraggio di una piena rottura generazionale, la piena espressione di nuove energie, che non avvenne. Già alla fine della stagione 1971-72, stufo del pessimo livello della squadra, Best vacillò all'idea di andarsene per avere la possibilità di vincere ancora qualcosa. Charlton si congedò dal club con tutti gli onori, mentre Best salutò l'Old Trafford, il teatro dei sogni, in piena solitudine. Nel 1974 Best appese al classico chiodo nello spogliatoio un paio di scarpini. Li aveva lasciati lì per ricordare a tutti la sua assenza. Charlton sussurrò al capezzale del compagno di squadra, all'amico, che la sua morte, quell'autodistruzione, era una vera stronzata.

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George Best su Rai Radio Uno - Zona Cesarini, 23 dicembre 2015, 
dal minuto 11 con Maurizio Ruggeri


http://www.radio1.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-9a7615f2-98e9-45c0-8164-c5d410fcfb62.html

mercoledì 25 novembre 2015

«Ridare la parola all'impossibile per ottenere il possibile» conversazione con Alfredo Reichlin

http://www.minimaetmoralia.it/wp/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/

di Gabriele Santoro

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.


S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?
«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.
«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?
«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.
«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».


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martedì 10 novembre 2015

Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa

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Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, un uomo di pace, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro di Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

di Gabriele Santoro

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.



Dopo un lungo, necessario, volontario esilio è tornata a casa. Si aggira nel piccolo studio di Ken Saro-Wiwa, assassinato a causa dei suoi molteplici talenti, e annota i ricordi, le sensazioni: «Lì dove batteva a macchina i suoi testi e si infuriava al telefono per le ingiustizie subite dagli Ogoni, una rabbia intervallata da fragorose risate di pancia. Negli scaffali dei libri ho trovato un terreno comune con lui e per la prima volta ho immaginato con rammarico il tipo di rapporto che avremmo potuto avere da adulti. Era bravo a raccontare le favole e a intavolare una conversazione, ma non se la cavava bene con gli anni intermedi dell’adolescenza, quando non sei più così malleabile e ti allontani dal cammino di grandezza che aveva tracciato per te. A vent’anni notai che i nostri interessi convergevano soprattutto riguardo ai viaggi. Una volta frugai fra i suoi vecchi passaporti e restai sorpresa nel vedere timbri di paesi come il Suriname. Non lo saprò mai».

L’uomo deve vivere. Mi piace ‘sta storia. L’uomo deve vivere, ripete nel fosso il giovane soldato Mene, protagonista di Sozaboy (Baldini & Castoldi, 275 pagine, 15 euro), capolavoro della letteratura postcoloniale che spicca fra le opere di Ken Saro-Wiwa. In trincea non sai più neanche quale sia il nemico. Puoi solo chiederti: allora per che cosa sto combattendo? Sai che la guerra iniziata non può finire e tu perderai, il tuo villaggio perderà la propria anima.

There’s something happening somewhere. Una strofa che racchiude l’angoscia di una distanza incolmabile, di un’ingiustizia senza rimedio. I vent’anni trascorsi dal 10 novembre 1995 non leniscono la solitudine della forca nel cortile del carcere di Port Harcourt, che Saro-Wiwa condivise con altri otto compagni di lotta contro quello che non esitava a catalogare come un genocidio culturale, ambientale, sociale provocato dall’irresponsabile sfruttamento della risorsa petrolio all’interno del Delta del Niger. Con lui sul patibolo furono condotti gli attivisti Ogoni Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine.

Nello splendido reportage letterario In cerca di Transwonderland – Il mio viaggio in Nigeria (66thand2nd, 328 pagine, 18 euro) Noo mantiene sempre elevato il tono della narrazione, la densità delle pagine, non concedendo terreno al risentimento. Le descrizioni sono vivide, la scrittura è composta. In poche righe riesce a raffigurare che cos’è oggi la natia Port Harcourt, la distopia di un ambiente alle prese con un’urbanizzazione rapace, legata al giogo petrolifero. Il denaro, il potere nella peggiore accezione familistica, l’intricata rete della corruzione che sconvolge qualunque norma sociale: «Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale», afferma.

Noo sogna di trovarsi in un posto in cui il divario fra aspettative e realtà non sia così alienante. Si sente piombare nella distanza fra il patrimonio di tradizioni, così ricco e controverso, e una società moderna. Questo abisso è in fondo il cuore della sua ricerca, delle domande che non hanno una risposta semplice. Sembra di rileggere la ragazza di una splendida raccolta di racconti di Ken Saro-Wiwa. In Casa dolce casa, il primo racconto di Foresta di fiori (Edizioni Socrates, 170 pagine, 10 euro), una studentessa prova sentimenti laceranti, sospesa fra tradizione e modernità urbana, nel ritornare al proprio villaggio di Dukana per trascorrere le vacanze con la madre:

«(…) Attraversammo piccoli villaggi sonnolenti ritagliati nella foresta, che abbracciavano amorevolmente la terra e il fogliame. Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana, che recitavano la propria vita sullo sfondo di quelle grandi forze che non avrebbero mai capito».

Talvolta anche gli oggetti hanno un’anima. Nella seconda foto che mi manda Noo, un ritratto di famiglia domenicale, Ken è illuminato da un sorriso con la pipa inseparabile. Sono serviti anni per recuperare e identificare la materia che di lui restava. A cercare dentro la fossa comune una qualche forma di umanità. Il gesto della ricomposizione scheletrica, a dieci anni dall’esecuzione della condanna, commuove. Anche la pipa è tornata a posto: «Zio Owens, medico, ci aiutò a ricomporre ogni femore, perone, metacarpo e costola, calmando le nostre menti con l’operosità. Invano cercai il viso nel teschio. Mancavano i due incisivi. Ma quando Junior posizionò una pipa tra le mascelle, i denti si trasformarono in quel suo sorriso familiare».

Il Nobel per la letteratura Wole Soyinka sapeva che le rassicurazioni sulla sorte dell’amico Ken Saro-Wiwa, fornite dal generale golpista Sani Abacha a Nelson Mandela, erano del tutto destituite di credibilità. Avrebbero impiccato un uomo di pace, un intellettuale, dopo un processo sommario, illegale, costruito attorno a un’accusa infondata, di essere cioè responsabile della morte di altri attivisti Ogoni col movente di contrasti interni al movimento. Saro-Wiwa dichiarò Shell persona non grata, pretendeva che dopo la riparazione dei danni, si mettesse al tavolo per dialogare, per una differente politica industriale. Accusava l’esercito di eseguire gli ordini della multinazionale. A partire dal 1980 i ricavi della produzione lasciati dal governo federale per la popolazione locale erano pari all’1.5% del totale.

Il territorio Ogoni erano oltre 400 miglia quadrate di terrazze costiere a nordest del Delta del fiume Niger, con un’altissima densità abitativa, che a inizio Novecento patirono lo stravolgimento dell’invasione colonialista britannica. «Gli Ogoni erano sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno. Avevo accettato la responsabilità di svegliarli dal loro sonno secolare», scrive Saro-Wiwa. È conscio della necessità della costruzione di un’organizzazione di massa, di una fabbrica del dissenso. Gli Ogoni non erano abituati all’attivismo politico. Nel 1990 formarono il Mosop e concepirono la Ogoni Bill for Rights per il controllo e l’utilizzo delle risorse ai fini dello sviluppo indigeno. Il 4 gennaio 1993 avvenne l’impensabile. Trecentomila Ogoni manifestarono senza disordini per il riconoscimento dei propri diritti. Tra aprile e giugno 1993 Saro-Wiwa fu arrestato quattro volte senza diritti di difesa.

Nella plurisecolare cultura Ogoni il carcere non esisteva, si scontavano altre pene, dalla multa economica alla condanna capitale. Nessuno era mai stato incarcerato o punito per reati di opinione. Dunque una novità colonialista: «Una novità che mal si adattò alla nostra psiche. La prigione divenne un luogo da evitare a tutti i costi. Se eri lì dentro vuol dire che eri un reietto della società».
Soyinka ha dedicato un capitolo di Sul fare del giorno (Frassinelli, 707 pagine, 18.50 euro) al compagno con cui condivise un tratto di strada. Citiamo da Requiem per un ecoguerriero:

«(…) Sulle strade di Auckland mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre Ong. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia.

Certo eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva il solo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità. (…) La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato». Dopo l’esecuzione la Nigeria fu espulsa dal Commonwealth.

Ken Saro-Wiwa nutriva una certezza. Un giorno non lontano le compagnie sarebbero state chiamate a rispondere di quella che definiva i crimini di una guerra ecologica e della sporca guerra contro la minoranza etnica Ogoni. Perseguì due linee guida: animare una resistenza popolare appassionata e non violenta; internazionalizzare grazie al proprio cosmopolitismo il dramma di un’etnia che contava non più di 500mila persone. Questa attività di sensibilizzazione incontrò non pochi ostacoli. All’inizio degli anni Novanta, come scrive in Un mese e in un giorno, non ricevette perfino da Greenpeace  e Amnesty l’attenzione necessaria. Centrò entrambi gli obiettivi. Il mondo conobbe il rischio di estinzione di una popolazione che dell’agricoltura, della pesca, faceva il proprio sostentamento. Saro-Wiwa rifuggiva la “larva distruttiva del tribalismo”, dunque la sua lotta democratica aveva una visione complessiva dell’incidenza del petrolio sulla costruzione dell’identità nazionale e mirava alla caduta di una brutale dittatura militare.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York e rappresentante legale della famiglia, avviò la causa contro la Shell, accusata di corresponsabilità nella tragica fine di un simbolo e nella generale repressione violenta del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Nel 2009 Shell, professando la propria estraneità ai fatti addebitati, ha versato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare un processo mediaticamente ingombrante.

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martedì 3 novembre 2015

L'America nelle canzoni di Springsteen

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di Gabriele Santoro

«Guidavo da solo sull’autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell’America che più ama, quella fondata sul lavoro.


Questo libro nasce a Princeton, dove la scorsa primavera l’autore ha tenuto un corso su Springsteen. Non l’ha mai incontrato personalmente, però condivide, quando possibile, l’energia, la cerimonia e lo spazio comune dei suoi concerti: «Ma come faccio ad andarmene se questo non smette? Lui ritorna ancora e ci regala (Roma, 2013) un Thunder Road acustico, che ti fa venire voglia di ricominciare. Un paio di chilometri a piedi fino alla macchina e poi un’ora nell’ingolfato traffico notturno dei reduci. A casa mia moglie mi fa: in queste condizioni, mai più. Io invece sto bene. Se avessi un altro biglietto, sarei pronto a rifare tutto da capo», dice.

Badlands è un testo vitale, appassionante e agile per la sua capacità divulgativa di creare ponti. Portelli ben ricostruisce le influenze di Bob Dylan, Woody Guthrie e Pete Seeger sul rocker del New Jersey. Mette al centro della sua analisi il lavoro e il sogno Americano, lacerato ma tuttora evocativo, dirimenti nell’opera di Springsteen, cantore delle speranze, delle sconfitte e della realtà tutt’altro che monolitica d’oltreoceano.

Come sottolinea Portelli, il “Boss” non è un poeta, non è un profeta politico, ma si prende la responsabilità di rammentare le promesse non mantenute, il diritto alla ricerca della felicità. Dà una dimensione narrativa, attingendo alla migliore tradizione della musica popolare, al proprio rock adulto e lo ancora tanto alle sue origini, quanto al tempo che vive. Le note, le strofe dolorose e i ritornelli entusiasmanti non svaniscono come un effimero oggetto di consumo, perché hanno lo spessore di una memoria culturale, affrontando temi fondativi della stessa cultura nordamericana.

Professore, vorrei cominciare da una curiosità. Perché ha ripescato dall’album The Ghost of Tom Joad una canzone come The Line, trattandola così approfonditamente?
«Per questo libro ho riascoltato l’intero canone di Springsteen. Da ogni ascolto possono affiorare nuove idee da contestualizzare. Non avevo mai pensato a questa canzone. In quel disco inizia a esplorare il sogno americano degli emigranti. È il sogno della terra americana dell’abbondanza. Come per le vite dei proletari americani, che canta, si spalanca l’abisso tra mito e realtà. Nello stesso album in Sinaloa Cowboys assume il punto di vista dei giovanissimi migranti messicani dell’industria della droga. In Balboa Park raffigura la violenza fisica sul corpo di chi cerca una vita migliore oltre il confine. Il titolo The Line è in realtà una linea di frontiera sfumata, ambigua. La necessità del migrante non si può respingere: We send ’em home and they come right back again/Carl hunger is a powerful thing. Il confine è il luogo dove i mondi, che tendiamo a separare, si toccano, mescolano e sovrappongono. Poi è stato importante il lavoro di analisi dei video, che in precedenza facevo poco».

Che cosa aggiungono i video all’ascolto, all’analisi dei testi e all’amplissima bibliografia?
«Illustrano la rilevanza della dimensione rituale nei concerti, dove nulla è lasciato al caso. Quello che fanno Springsteen e la E Street Band sul palco è lavoro, nel senso più pieno del termine. Sudore e fatica costruiscono un rapporto, una visione collettiva. In numerosi video l’occhio non può non accorgersi del sudore, che progressivamente si allarga sulle spalle e le ascelle di Springsteen. Questo è il mio mestiere, dice. Per esempio la lettura di We are alive, che propongo, si è rafforzata, guardando un’esecuzione live a Londra nel 2012. Il palco è buio, Springsteen è da solo con la chitarra. Mentre canta l’ultimo verso della strofa, col suo annuncio di unità e lotta (Our spirits rise/to carry the fire and light the spark/To stand shoulder to shoulder and heart to heart), di colpo si accendono le luci e la banda entra marciando a pieno volume. Avevo intuito poi una citazione (Il corpo marcisce nella tomba, ma lo spirito risorge) da una grande canzone della Guerra Civile: “John Brown’s body is a-mouldering in his grave, but his soul is marching on”. Il video mi ha confortato. Jake Clemons, il nipote di Clarence, ha confermato la mia intuizione vibrando forte un tamburo militare della Guerra Civile».

Nell’introduzione cita un altro pezzo, Sherry Darling, che propose agli ascoltatori italiani nel corso della trasmissione anni Ottanta, di Radio 3,  Ascolta Mister President sulla canzone politica dei Settanta. Che cosa la colpì?
«Sì, in quell’occasione la preferii a The River. È una canzoncina allegra, rock and roll adolescenziale. A prima vista sembra quanto di più leggero si possa immaginare. La ragazza, la macchina, il sole, la spiaggia. Però sul sedile posteriore della macchina c’è la madre della ragazza, che deve essere accompagnata all’ufficio di collocamento: Your Mama’s yappin’ in the back seat/Every Monday morning I gotta drive her down to the unemployment agency. Generalmente nel rock non si parla di persone anziane e soprattutto non si parla di lavoro, di disoccupazione, della difficoltà di arrivare alla fine del mese. Dunque diciamo che Springsteen dimostra la capacità di inserire dentro a un momento di leggerezza la consapevolezza del mondo proletario da cui proviene questa musica. Il rock anche nella sua versione più leggera ritrova il contesto proletario e popolare in cui era nato. Non solo proletario. Nella canzone si snoda anche l’intreccio etnico e di genere. La signora torna poi al ghetto con la metro: She can take a subway back to the ghetto tonight. Non solo è anziana, in cerca di lavoro, ma vive nel ghetto. Probabilmente pensando al contesto di altre canzoni di Springsteen è portoricana».

Negli anni come è riuscito Springsteen a mantenere una certa autenticità nella narrazione del lavoro, dall’universo fabbrica alle macerie materiali e spirituali della deindustrializzazione?
«Il padre era un veterano di guerra, poi arrangiatosi con mille impieghi per sbarcare il lunario. È nato in quel mondo, che l’avrebbe consumato senza l’emancipazione e la liberazione del rock and roll. Per una lunga fase, almeno fino a Born in the Usa, descrive il mondo che conosce per esperienza. Noi concepiamo la classe operaia automaticamente come un elemento di contrapposizione a un’altra classe. Negli States la parola classe non si usa quasi mai. Springsteen non usa mai la parola classe, perché la cultura operaia negli Stati Uniti non è una cultura di contrapposizione. Ma un universo culturale a sé, un’identità autosufficiente, non necessariamente con una collocazione sociale in termini di conflitto. Più avanti, soprattutto dopo il trasferimento in California e le trasformazioni nella sua vita personale, il rapporto con il mondo del lavoro è in primo luogo non tanto un rapporto di partecipazione, quanto di solidarietà ed empatia. Al fatto che la sua vita è ormai lontana da quella realtà supplisce con le letture, con le fonti, con i giornali, con gli incontri con organizzazioni operaie e quelle dei reduci delle guerre, girando l’America. In The Ghost of Tom Joad, e anche in molti brani di Wrecking Ball, il tema del lavoro riconquista la scena. Le sue canzoni hanno sia l’età sia la collocazione sociale del momento storico in cui le scrive».

Quale idea di mobilità sociale declina Springsteen?
«L’idea di mobilità verso l’alto, l’idea che chiunque può con spirito costruttivo risalire la scala e raggiungere una posizione sociale ed economica più agiata è il cuore del sogno americano. Lui trent’anni fa già certificò il blocco di questa mobilità ascensionale, che pure criticò per l’esasperazione individualistica. In The River canta: “Sono nato giù nella valle dove, caro signore, fin da giovane ti insegnano a rifare quello che ha fatto tuo padre”. L’incubo che si aggira in tutta l’opera di Springsteen è quello di ripetere la vita dei propri genitori: “Mio padre si suda lo stesso lavoro mattina dopo mattina/Io rientro a casa percorrendo le stesse sporche strade dove sono nato”, recita Used cars. Con la nuova macchina usata non si va lontano. The River è una denuncia del fatto che la promessa di mobilità sociale è un sogno che è una menzogna e dunque una maledizione. Lui è l’eccezione, l’uno sul milione. Gli altri all’autolavaggio sconteranno per sempre la pena. Il tema è la monotonia senza scopi della giornata lavorativa, la mancanza di senso. I lavoratori sotto qualificati, protagonisti delle sue canzoni, non generano alcun prodotto. Non possono neanche rivendicare l’orgoglio della fatica. Come dichiara in un’intervista: “Il mio compito è di misurare la distanza fra le promesse e la realtà”. In the day we sweat it out on the streets of a runaway American dream: l’attesa dello sfuggente Sogno Americano. La ricerca del miraggio, la fuga, le automobili, la notte. Per Springsteen, rompendo con la tradizione letteraria e cinematografica americana, si fugge in due per la salvezza da una società feroce, per evadere alla città degli sconfitti di Thunder road, che è la sintesi di tutti i temi di liberazione, speranza, amore legati all’automobile.

So you’re scared and you’re thinking/That maybe we ain’t that young anymore/Show a little faith there’s magic in the night
Well the night’s busting open/These two lanes will take us anywhere/We got one last chance to make it real
We’re riding out tonight to case the promised land

La mobilità dunque diventa orizzontale. Se non si può andare in alto, almeno tiriamoci fuori da questo posto quando ancora siamo giovani: Oh-oh, Baby this town rips the bones from your back/It’s a death trap, it’s a suicide rap/We gotta get out while we’re young/`Cause tramps like us, baby we were born to run. Poi lo rivendichiamo, perché c’è stato promesso e quindi abbiamo diritto a sognarlo, abbiamo diritto a volerlo. No surrender, niente resa: “Voglio dormire sotto cieli di pace nel mio letto di amore, con il vasto paese spalancato davanti agli occhi e i sogni romantici nella mente”».

In che modo Springsteen ha sviluppato nella propria narrazione la dimensione del sogno e quella della speranza?
«Dream Baby dream è il titolo di una canzone dell’ultimo album. L’idea è di continuare a sognare, soprattutto aprendo il nostro cuore: Come on, we gotta keep on dreaming/Come open up your heart. Il sogno americano di Springsteen è cominciato come un sogno di evasione liberatoria, dove la coppia era matrice di connessioni, che si sono mano a mano sviluppate in un sogno di comunità. Una hometown ideale dove nessuno fa da solo (Long Walk Home). È una moderata utopia di provincia, che non è un sogno da tramandare, ma neanche da buttare via. Insistendo, forse, c’è un altro ballo. Per sogno qui intendiamo tre cose: l’oggetto sognato, il lavoro del sognare, il soggetto che sogna. Springsteen mette ben in chiaro che l’oggetto sognato è illusorio, in parte irraggiungibile, in parte indesiderabile. Rimane però la soggettività del sognante, che non viene messa in discussione ed è quella a tenerci vivi. Occorre tenersi aperti a un’idea, a una possibilità di sogno, di cambiamento, dunque. Stay hungry, stay alive».

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato», è l’epilogo de Il grande Gatsby. È molto interessante il parallelo letterario che lei argomenta con l’opera di Francis Scott Fitzgerald.
«Nel pieno degli anni Venti, nel cuore del boom e della mitologia dell’arricchimento facile, Fitzgerald ci suggerisce che l’unico modo in cui un ragazzo di paese, che è nato povero, possa pensare di arricchirsi è in qualche modo il crimine. E questo è un dato di per sé abbastanza sorprendente in quell’epoca. “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa – domani andremo più in fretta (Born to run?), allungheremo di più le braccia…e una bella mattina…”. Ha individuato in Daisy l’oggetto amato fantomatico da inseguire, ma se il sogno fallisce, non si rinuncia a sognare. Il piccolo gangster Jay Gatsby è grande, perché non perde di vista i sogni. Continua a guardare la luce verde sul molo di Daisy. Continua a desiderare, a illudersi magari. La capacità di coltivare comunque una visione lo rende grande».


lunedì 26 ottobre 2015

La città amara di Leonard Gardner: «La vita lotta sul ring»

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 29, 
16 Ottobre 2015



di Gabriele Santoro 

«La fabbrica non assume personale al momento. Le squadre per le pesche sono al completo. Tornate quando i pomodori saranno maturi», annunciò un giovane dall’aria austera. Billy Tully ed Ernie Munger dovevano osservare sempre la fila degli ultimi, che porta in nessun dove, fosse essa per salire sul pullman dei pugili, o a bordo di quello degli stagionali della terra che guadagnano la giornata.

Fat City è l’unico romanzo, scritto magistralmente, di Leonard Gardner, oggi ottantunenne. Pubblicato nel 1969, è diventato un classico. Nel 1972 è stata fortunata anche la trasposizione cinematografica diretta da John Huston, che nel giudizio dell’autore conferì al film una certa autenticità. Fazi lo ripubblica col titolo Città amara (204 pagine, 17.50 euro), traduzione curata da Stefano Tummolini. L’autore, assumendo la prospettiva della natia Stockton, ha ritratto il sogno americano che si spegne all’alba. Questa è la storia di due boxeur semiprofessionisti, uno debuttante, l’altro neanche trentenne, il cui talento non varca il quartiere, che già si sente morire, del loro manager, dei loro amori e della sussistenza nell’America rurale della California Central Valley.

Gardner scava sotto la superficie dei personaggi e dell’ambiente che ha respirato. Presenta con mirabile asciuttezza e chiarezza la cultura del mondo che gli interessa. In questo romanzo è perfetto il necessario equilibrio letterario fra esperienza, osservazione e immaginazione. Joan Didion, letteralmente entusiasta, lo definì la metafora esatta dell’assenza di gioia nel cuore. Ha ragione Antonio Franchini, che nella postfazione annota: «L’aderenza fra i personaggi, la loro lingua e le loro azioni è totale. La psicologia dei personaggi è nelle loro gesta».

Nel capitolo in cui descrive una giornata di lavoro senza speranza sotto un sole cocente, quando Tully è curvato per cogliere le cipolle dal campo, Gardner viene a bussarti e ti strappa pure un pezzo di anima. Stockton, che all’epoca contava ottantamila abitanti, crebbe su un ampio delta molto fertile. La ricchezza dei terreni e delle risorse idriche, fondamentale per lo sviluppo di un importante centro agricolo, si sa, non è equa. La fatica dei braccianti tramontava nelle numerose taverne e nei bordelli ad alto tasso di alcol. «Tully se avesse avuto un destro migliore sarebbe arrivato in cima alla lista. Se avesse saputo colpire un po’ più forte e incassare meglio. Tutto il resto ce l’aveva, ma poi si è lasciato abbattere dalla sfortuna. Mi sa che adesso ha ripreso ad allenarsi, giù all’YMCA. Ha ancora le sue carte da giocare».

Gardner, lei conosce molto bene il mondo di cui scrive, e che trascende. Qualsiasi cosa scriviamo è in una qualche maniera autobiografica? 
«Sì, ho provato sulla pelle l’avidità del mondo che schiaccia i personaggi. Anch’io ho boxato negli abissi, ho raccolto l’odore della Lydo Gym, ma devo ammetterle che non sono mai stato un granché. Facevo lo sparring partner dei dilettanti e dei professionisti, che lavoravano pure nei campi. Uomini per bene che picchiavano forte. Li osservavo e mi raccontavano. Ho svolto lavori poco gratificanti. Fra i quali il parcheggiatore, tre giorni a settimana, in un ristorante di San Francisco. Ero squattrinato, tuttavia credo sia stato fondamentale per ricercare le ragioni del mio scrivere un romanzo. Tiravo su qualche dollaro maneggiando l’infelicità. Mi interessava scrivere degli oppressi, dei lavoratori sfruttati, e dunque della condizione che vivevo. Era un’urgenza fisica e loro mi hanno messo tra le mani una storia. Poi ci sono voluti quattro anni e quattro stesure del libro».

I due protagonisti non sono splendidi perdenti. Perché, anche quando vincono i rispettivi incontri, sprofondano nell’abisso della sconfitta? Tully su tutti.
«Billy perde l’amore che non riesce a provare, ma che tuttavia lo fa sprofondare. Il modo in cui interpreta la boxe è un tutt’uno con la sua identità. Avverte lo sconforto proprio della subalternità sociale di un personaggio dall’esistenza sperduta. Sale sul ring per sconfiggere la vita che l’ha creato, per lottare contro la sua povertà. Neanche trentenne pensa di aver sprecato già la sua opportunità. Tornando a boxare, prova ad arginare il tempo, che ha sempre remato in direzione contraria. Ho cercato di raffigurare Tully come l’uomo più malinconico che sia mai esistito, o almeno come è apparso a me. In ognuno di noi si cela qualcosa di lui. Fat City, la terra dell’abbondanza per tutti, è un obiettivo irrealistico, che non può essere raggiunto».

I suoi personaggi offrono altrettanti punti di osservazione. Ci racconta com’è nata la figura del manager, che sembra distante da lei?
«La ringrazio, è interessante, poiché quando ho sentito il bisogno di scriverlo, non avevo riferimenti, non avevo idea di come crearlo. Mi sedetti a pensare probabilmente per un paio di ore in uno stato meditativo. In quel momento imparai qualcosa del mio essere scrittore. Lo sforzo di concentrazione mi ha presentato Ruben Luna. Tutto è cominciato a fluire. Ritengo che una qualche forma del talento di uno scrittore risieda nella capacità di volare sopra ai problemi, di sciogliere i nodi. Molti si arrendono, in quell’occasione invece rimasi seduto. I personaggi e il romanzo nella propria sostanza compiuta si sono rivelati a me. Le confesso che è abbastanza emozionante quello che successe. Quando ho iniziato a scrivere di questo manager, allenatore, di periferia ho compreso l’aspetto eccitante nel processo creativo della scrittura e la ragione che spinge le persone a voler scrivere romanzi».

In una lunga intervista a The Paris Review William Faulkner dichiarò: «Se potessi, riscriverei tutti i miei lavori. Sono convinto che lo farei meglio. Questo è l’abito mentale più salutare per un artista». Quali sentimenti nutre per Fat City a quarantasei anni dall’uscita?
«Devo dire che lo amo ancora molto. L’ho riletto recentemente, realizzando a differenza delle altre volte quanto all’epoca fosse oscura la mia visione della situazione. Non ero depresso, ma non trovavo un senso soddisfacente della vita. Quando gli Stati Uniti iniziarono a sganciare le bombe sul Vietnam, ebbi la percezione di quanto la razza umana potesse essere una causa persa. In fondo ero  interessato a descrivere le difficoltà senza fine dell’essere poveri in America. Solo ora mi sono reso conto appieno di quanto abbia messo con successo su carta le implicazioni, i problemi psicologici che affliggono le persone danneggiate dalla povertà estrema».

Aveva riposto una qualche speranza nella scrittura, nel futuro del romanzo che avrebbe poi segnato la sua vita?
«Ho creduto in me stesso come scrittore, sapendo bene che cosa volessi dalla mia professione e ho avvertito la sensazione di riuscirci. Ho lavorato duro con la speranza di preparare un buon romanzo, il cui interesse avrebbe resistito allo scorrere delle stagioni. Non è molto originale, lo so. Credo che ogni scrittore sogni di raggiungere varie generazioni di lettori. L’avverarsi di questo sogno è stato una sorpresa. Ti svegli la mattina con le buone recensioni dei critici, con l’affetto dei lettori e degli aspiranti scrittori che vengono ancora a cercarti».

Si è identificato nel successo di Città amara?
«Non sono mai stato timido di fronte alle esigenze del pubblico. Al college aspiravo alla carriera di attore. Il successo di Fat City ovviamente mi ha gratificato. Se sia diventato arrogante o meno lo devono dire gli altri. Spero di essere rimasto una personalità accettabile. Non sono piombato nella disperazione di essere all’altezza dell’opera prima, perché insieme a lei ho ricevuto tutti i riconoscimenti a cui uno scrittore può mirare. Forse ne ho goduto eccessivamente, mentre avrei dovuto lavorare duro su un altro libro».

Non vorrei apparirle invadente. Perché ha pubblicato un solo romanzo?
«La sua domanda non è scortese, ma scomoda. Dopo il romanzo mi offrirono lavori di sceneggiatura per il cinema, short stories per la televisione. Gli Stati Uniti sono un paese costoso in cui vivere e in media i romanzieri non guadagnano molto. Quando arrivano offerte dal cinema o dal piccolo schermo non hai scelta. E alla fine accetti. Nonostante ciò non ho una buona scusa per soddisfare l’interrogativo. Il tempo non mi mancava. In fondo non c’è una risposta. Chiunque mi domandava: «Quando scriverai il secondo romanzo?» È gravosa la pressione su chi debutta con un tale riscontro. Non è semplice, malgrado la materia prima disponibile. Tutti se lo aspettavano e non è arrivato. Ora ci sto riprovando».

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giovedì 8 ottobre 2015

«Organizzarvi è un vostro dovere». L'eredità di Padre Óscar Romero


di Gabriele Santoro

A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

Imperato, in qualità di vice postulatore, ha svolto un ruolo chiave nella complessa causa di beatificazione. Ora lavora alla pubblicazione integrale, inedita per l’Italia, delle omelie dalla Quaresima del 1977, quando Romero venne nominato arcivescovo di San Salvador, alla Quaresima del suo martirio. Le omelie indicano la strada maestra per comprendere le peculiarità di un sacerdozio rivoluzionario nella fedeltà alla radicalità del Vangelo e nella violenza dell’amore nei confronti degli oppressi, dei senza voce, in cui si è incarnato. Saranno pubblicati tre volumi. Ciascuno dei quali conterrà circa settanta omelie, tradotte dall’originale trascrizione delle registrazioni radiofoniche, che propagavano in tutto il Paese il messaggio del primate.

Le prime settanta omelie, delle duecentodieci registrate, già ultimate per l’uscita, sono in fase di revisione critica. Per il secondo volume previsto è stata praticamente portata a conclusione la traduzione, mentre per il terzo è agli inizi. Padre Mariano si commuove durante la lettura dei testi, ché uniscono il cielo a una terra rigogliosa, ostaggio dell’oligarchia, violentata dal privilegio che fa scandalo. Romero vide l’oppressione del proprio popolo, che amava, udì le grida di dolore dei suoi figli, e andò in loro aiuto per liberarli. Come ha scritto Papa Francesco nella bolla della beatificazione: «Rendiamo grazie a Dio, perché ha concesso al vescovo martire la capacità di vedere e udire la sofferenza del suo popolo».


In ogni omelia Romero spiegava il Vangelo calato nella realtà concreta del proprio Paese. Parlava finanche oltre le due ore, perché forniva l’informazione negata dalla stampa assoggettata al potere. Denunciava le sparizioni, le torture, le ingiustizie. Aggiornava sugli scioperi, sulle lotte dei lavoratori. Fedele al papa, alla Chiesa di Roma, dove si era formato e della quale ricordava il mistero di ineffabile dolcezza della primavera romana, sapeva cogliere l’anelito di liberazione latinoamericano. «Nella nostra America Latina la croce è una realtà ogni giorno maggiore. Farcene carico e darle il suo vero senso, affinché le sofferenze e le lotte del nostro popolo siano unite alla croce redentrice di Cristo e se ne scopra così il vero senso, è il nostro compito», da una lettera di risposta alle inquietudini di un sacerdote, Padre Pablo G., datata 21 marzo 1979.

Sentir con la iglesia sintetizzava il suo attaccamento alla Chiesa. Da una parte c’è il pastore che vuole nutrire del Vangelo il popolo, dall’altra si avverte la responsabilità di un’informazione civile, indispensabile. Il vescovo, per stessa definizione di Romero, è essenzialmente un pastore, che va facendo il cammino con gli uomini, seminando la speranza sul suo sentiero, condividendo il suo dolore e la sua gioia, impegnandosi per la pace, nella giustizia e nell’amore.

«La lettura delle omelie consente di sottrarsi alle contrapposizioni ideologiche, dando la dimensione propria della sua personalità, che era sacerdotale – dice Imperato – . Viene fuori in maniera chiarissima il suo essere un pastore. È stato accusato di essere comunista, “Marxnulfo”. Un’accusa mossa da destra, perché faceva comodo. Anche in Vaticano pervenivano dossier atti a descriverlo come uno legato al comunismo. La sua rivoluzione è nella bellissima pastorale. La lettura politica, ideologica, devia dal cuore della questione. Lo si guardava con le lenti della Guerra Fredda. Emerge con ogni evidenza che in America Latina, dove dominava una religiosità popolare fatta più di devozione, di pratiche religiose, anche buone, lui si è messo di punta a comunicare i contenuti del Concilio Vaticano II, verso il quale ancora oggi permangono resistenze, dunque una fede che si basa sulla parola di Dio. Arricchiva tale religiosità attraverso i documenti propri della dottrina cattolica».

La modernità del figlio di un telegrafista di Ciudad Barrios si esprimeva pure nella capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Sempre attento alle sollecitazioni dei giornalisti, spesso asserviti, sfruttando al massimo le potenzialità della radio diocesana YSAX, assumeva la supplenza di una mediazione giornalistica indipendente. Quando la voce non giungeva nelle case con i transistor, veniva portata da lui nelle lunghissime peregrinazioni a bordo della jeep dotata di altoparlanti. La radio esaltava le sue doti di predicatore e oratore, già spiccate in giovane età. Nelle campagne le sue trasmissioni raggiungevano i picchi di ascolto più alti. I fedeli, quanto i laici, riponevano in lui la massima fiducia. Lo giudicavano diverso dai vertici ecclesiastici a lungo distanti dalle urgenze popolari. Impressiona la corrispondenza disponibile nel suo archivio, oltre cinquemila lettere. Rispondeva a tutti. Quanta attenzione anche all’ultimo degli alcolisti che voleva uscirne. Affidò alla segretaria il compito di fare una copia di ogni risposta epistolare. Hanno cercato spesso di mettere a tacere la radio. Tutti l’ascoltavano. Si potrebbe scrivere una storia non solo religiosa, ma civile, di quegli anni grazie a questa sua preziosa eredità.

Le dita battevano forte sui tasti dell’inseparabile Remington. La Chiesa non può stare zitta. «Monsignor Romero sapeva che bisognava pronunciare un mea culpa per il silenzio degli ecclesiastici che per molto tempo, divinizzati dai privilegi e dalle prebende dei fedeli ricchi, avevano adottato l’atteggiamento idolatrico di avere occhi e non vedere, avere bocca e non parlare», annota Jesús Delgado, postulatore diocesano della causa, che ritroveremo più avanti.

Il quadro sociopolitico polarizzato nel quale operava Romero era compromesso da una democrazia formale, svilita dall’assenza di una classe politica, da elezioni costantemente truccate. Dagli anni Trenta i militari reprimevano le insorgenze d’ispirazione comunista, controllavano il paese istmico per conto delle famiglie, d’origine europea, dell’oligarchia, che consideravano El Salvador come una proprietà privata. La crescita economica, impetuosa negli anni Sessanta, non aveva prodotto alcun criterio di equa redistribuzione della ricchezza e favorito lo sviluppo della democrazia. Le urgenti richieste di trasformazione venivano represse nel sangue. Dall’estero cresceva la pressione e l’ingerenza degli Stati Uniti, interessati a fare di quel lembo di terra un avamposto di resistenza all’avanzata comunista. «L’oligarchia aveva sostenuto il cattolicesimo, aveva mantenuto il clero, aveva dato denaro per costruire le chiese. Il cattolicesimo, in cambio, aveva sostenuto l’ordine costituito e aveva garantito la stabilità dei regimi», scrive Roberto Morozzo della Rocca, nella biografia che ha il respiro dell’indagine storica.

Romero diventò arcivescovo con l’appoggio determinante degli oligarchi, che confidavano nella sua mitezza, nella conservazione dello status quo. Lui invece rinunciò all’agio del fastoso palazzo vescovile offerto da quest’ultimi, andando a vivere nelle due stanzette del portiere di un presidio per malati terminali, l’Hospitalito de la Divina Providencia. «Lo diceva esplicitamente: la ricchezza va condivisa. Toccava il nodo dolente della distribuzione più giusta delle ricchezze e dei beni. Nel rapporto Stato-Chiesa non chiedeva privilegi di sorta. Reclamava la giustizia, il rispetto dei diritti per i braccianti vessati nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero, non vantaggi economici per la Chiesa. “Non siamo padroni, siamo amministratori”», spiega Imperato.

Romero, uomo del dialogo, inteso come ricerca dell’altro, di ciò in cui manchiamo, disertava gli appuntamenti pubblici, invitando con fermezza il governo a cessare qualunque forma di persecuzione. Dall’altare implorava la disobbedienza dei militari agli ordini. Il dialogo doveva essere il metodo per giungere a una pacificazione figlia della giustizia sociale. «Il terrorismo si sconfigge promuovendo giustizia legale, economica e sociale. Il rispetto per l’imperio della legge promuove la giustizia ed elimina i semi della sovversione».

D’altra parte nel documento conciliare Gaudium et Spes, a lui particolarmente caro, si legge: «(…) Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica e tuttavia una grande parte degli uomini è tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociali e psichiche. (…) Le troppe diseguaglianze economiche e sociali tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana suscitano scandalo e sono contrarie all’equità, alla dignità della persona umana nonché alla pace sociale e internazionale». Vincenzo Paglia, postulatore della causa, non esita a definirlo come il primo martire del Concilio Vaticano II. Un assassinio per far tacere il rinnovamento e il progresso che animò il Concilio. Una sorta di avvertimento alla Chiesa scomoda interpretata da Romero. Nelle oltre duecento omelie appaiono 298 citazioni riferibili ai documenti conciliari.

La difesa della dignità umana attraverso il lavoro è al centro della sua pastorale, mirata sulla periferia, nel suo senso globale, generata da un’irresponsabile gestione della terra. Il mondo dei poveri quale criterio teologico, storico, della condotta della Chiesa. «Il lavoratore non è una mercanzia, soggetta agli alti e bassi dell’economia, ma una persona umana, che per il solo fatto di essere tale ha diritto a un giusto salario», affermava Romero, sconcertato dal trattamento riservato ai braccianti del caffè, le cui paghe da fame erano soggette alla variazione del prezzo mondiale della materia prima.
Non si limita all’opzione preferenziale per i poveri. «Fa un’affermazione molto forte – evidenzia Imperato – Il povero che non si dà da fare per uscire dalla condizione di schiavitù commette peccato. Una cosa fortissima. Tu devi risvegliarti. Devi uscire da questo sonno, mentre loro ti dicono accetta, rassegnati. Questa non è la volontà di Dio. Questa pigrizia è un peccato. Ha appoggiato molto gli scioperi che facevano per la conquista di diritti inesistenti. “Organizzarvi è un vostro dovere”. Ciò ricorre frequentemente nelle sue omelie. Impastava il Vangelo con la vita».

Romero riconosce la dimensione politica insopprimibile che la giustizia richiede, ma la liberazione non può esaurirsi nella dimensione terrena. La Chiesa è escatologica, non può perdere il valore escatologico. La lotta svanirebbe nella sola immanenza. La rivendicazione cristiana della giustizia è però parte integrante della predicazione del Vangelo di pace. La rottura è dirompente, ma non troviamo mai nelle sue parole tracce di odio.

Nell’ufficio parrocchiale di Padre Imperato c’è un solo manifesto. Óscar Arnulfo Romero ha il microfono in mano, il braccio sinistro sembra vibrare, come il volto accennare un sorriso. Poco sotto alla cornice c’è scritto: Vive. Il parroco mi mostra l’allegato di una mail di Jesús Delgado, all’epoca segretario di Romero, mandata l’indomani della beatificazione a San Salvador. È una fotografia scattata durante la lettura della bolla papale. La giornata era dominata da un sole caldo. All’improvviso una nuvola lo oscura, al centro del sole appare un foro dal quale si irradia un raggio. Una suggestione, un’impressione, niente di più, che ha scosso la piazza come a dire non uccidi il sole se gli spari addosso.

Delgado è un testimone diretto di questa storia. Il 24 marzo 1980 avrebbe dovuto celebrare la messa al posto di Romero, per proteggerlo da eventuali attentati. Così avevano concordato, poi il presule insistette per non cedere alla paura, sentimento con cui ha convissuto. Nei trentacinque anni che ci separano dal delitto, Delgado si è speso in modo decisivo per la raccolta di testimonianze, scritti, ricerche, documenti per sostenere il difficile itinerario processuale per la beatificazione. Un eccezionale approfondimento storico e teologico, lo cataloga Paglia, per superare i numerosi ostacoli frapposti e non consegnare Romero all’oblio che molti hanno accarezzato.

«La notizia della morte di questo vescovo ci colpì nel profondo – racconta Imperato – . Sapevamo che era stato ucciso, perché difendeva i poveri in un paese dove erano i ricchi, le quattordici grandi famiglie al potere, a comandare. Nel 1982 la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a Santa Maria in Trastevere, invitò il vescovo successore Rivera y Damas che, nonostante nella precedente nomina fosse stato scalzato da Romero, gli aveva sempre dimostrato vicinanza, un’amicizia fraterna, mentre gli altri vescovi si preoccupavano di preparare dossier con accuse destituite di fondamento. Impossibilitato a raggiungerci, mandò Delgado. In quell’incontro abbiamo scoperto un mondo. Ci ha fatto conoscere realmente chi era Romero».

Da San Salvador, dopo la prima fase del processo diocesano, la causa approdò a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi. Rivera y Damas sollecitò la Comunità: «Vincenzo Paglia mi propose di occuparmi della parte del processo a livello centrale, col mandato di vice postulatore. Accettai l’incarico. Disdissi il corso d’inglese che avevo appena cominciato, e partii immediatamente destinazione Madrid per studiare lo spagnolo». Imperato, insieme al biografo Morozzo della Rocca, ha trascorso tempo importante nell’archivio e nella biblioteca personale di Romero.
Avversario pugnace del percorso intrapreso nel 1996 è stato l’influente cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, per tre decadi ispiratore della linea vaticana sulla chiesa latinoamericana, strenuo oppositore dei teologi della liberazione. Trujillo, ordinato nel 1960, espresse la propria opposizione all’opzione per i poveri elaborata nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin nel 1968, al progressismo medellinista. Romero, come esterna anche in numerose lettere, voleva mettere in pratica il Vaticano II e Medellin, che sono stati fra le cause della persecuzione. Medellin denunciava il peccato sociale della violenza istituzionalizzata, che s’instaura in una situazione d’ingiustizia permanente e strutturata.

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