lunedì 26 ottobre 2015

La città amara di Leonard Gardner: «La vita lotta sul ring»

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 29, 
16 Ottobre 2015



di Gabriele Santoro 

«La fabbrica non assume personale al momento. Le squadre per le pesche sono al completo. Tornate quando i pomodori saranno maturi», annunciò un giovane dall’aria austera. Billy Tully ed Ernie Munger dovevano osservare sempre la fila degli ultimi, che porta in nessun dove, fosse essa per salire sul pullman dei pugili, o a bordo di quello degli stagionali della terra che guadagnano la giornata.

Fat City è l’unico romanzo, scritto magistralmente, di Leonard Gardner, oggi ottantunenne. Pubblicato nel 1969, è diventato un classico. Nel 1972 è stata fortunata anche la trasposizione cinematografica diretta da John Huston, che nel giudizio dell’autore conferì al film una certa autenticità. Fazi lo ripubblica col titolo Città amara (204 pagine, 17.50 euro), traduzione curata da Stefano Tummolini. L’autore, assumendo la prospettiva della natia Stockton, ha ritratto il sogno americano che si spegne all’alba. Questa è la storia di due boxeur semiprofessionisti, uno debuttante, l’altro neanche trentenne, il cui talento non varca il quartiere, che già si sente morire, del loro manager, dei loro amori e della sussistenza nell’America rurale della California Central Valley.

Gardner scava sotto la superficie dei personaggi e dell’ambiente che ha respirato. Presenta con mirabile asciuttezza e chiarezza la cultura del mondo che gli interessa. In questo romanzo è perfetto il necessario equilibrio letterario fra esperienza, osservazione e immaginazione. Joan Didion, letteralmente entusiasta, lo definì la metafora esatta dell’assenza di gioia nel cuore. Ha ragione Antonio Franchini, che nella postfazione annota: «L’aderenza fra i personaggi, la loro lingua e le loro azioni è totale. La psicologia dei personaggi è nelle loro gesta».

Nel capitolo in cui descrive una giornata di lavoro senza speranza sotto un sole cocente, quando Tully è curvato per cogliere le cipolle dal campo, Gardner viene a bussarti e ti strappa pure un pezzo di anima. Stockton, che all’epoca contava ottantamila abitanti, crebbe su un ampio delta molto fertile. La ricchezza dei terreni e delle risorse idriche, fondamentale per lo sviluppo di un importante centro agricolo, si sa, non è equa. La fatica dei braccianti tramontava nelle numerose taverne e nei bordelli ad alto tasso di alcol. «Tully se avesse avuto un destro migliore sarebbe arrivato in cima alla lista. Se avesse saputo colpire un po’ più forte e incassare meglio. Tutto il resto ce l’aveva, ma poi si è lasciato abbattere dalla sfortuna. Mi sa che adesso ha ripreso ad allenarsi, giù all’YMCA. Ha ancora le sue carte da giocare».

Gardner, lei conosce molto bene il mondo di cui scrive, e che trascende. Qualsiasi cosa scriviamo è in una qualche maniera autobiografica? 
«Sì, ho provato sulla pelle l’avidità del mondo che schiaccia i personaggi. Anch’io ho boxato negli abissi, ho raccolto l’odore della Lydo Gym, ma devo ammetterle che non sono mai stato un granché. Facevo lo sparring partner dei dilettanti e dei professionisti, che lavoravano pure nei campi. Uomini per bene che picchiavano forte. Li osservavo e mi raccontavano. Ho svolto lavori poco gratificanti. Fra i quali il parcheggiatore, tre giorni a settimana, in un ristorante di San Francisco. Ero squattrinato, tuttavia credo sia stato fondamentale per ricercare le ragioni del mio scrivere un romanzo. Tiravo su qualche dollaro maneggiando l’infelicità. Mi interessava scrivere degli oppressi, dei lavoratori sfruttati, e dunque della condizione che vivevo. Era un’urgenza fisica e loro mi hanno messo tra le mani una storia. Poi ci sono voluti quattro anni e quattro stesure del libro».

I due protagonisti non sono splendidi perdenti. Perché, anche quando vincono i rispettivi incontri, sprofondano nell’abisso della sconfitta? Tully su tutti.
«Billy perde l’amore che non riesce a provare, ma che tuttavia lo fa sprofondare. Il modo in cui interpreta la boxe è un tutt’uno con la sua identità. Avverte lo sconforto proprio della subalternità sociale di un personaggio dall’esistenza sperduta. Sale sul ring per sconfiggere la vita che l’ha creato, per lottare contro la sua povertà. Neanche trentenne pensa di aver sprecato già la sua opportunità. Tornando a boxare, prova ad arginare il tempo, che ha sempre remato in direzione contraria. Ho cercato di raffigurare Tully come l’uomo più malinconico che sia mai esistito, o almeno come è apparso a me. In ognuno di noi si cela qualcosa di lui. Fat City, la terra dell’abbondanza per tutti, è un obiettivo irrealistico, che non può essere raggiunto».

I suoi personaggi offrono altrettanti punti di osservazione. Ci racconta com’è nata la figura del manager, che sembra distante da lei?
«La ringrazio, è interessante, poiché quando ho sentito il bisogno di scriverlo, non avevo riferimenti, non avevo idea di come crearlo. Mi sedetti a pensare probabilmente per un paio di ore in uno stato meditativo. In quel momento imparai qualcosa del mio essere scrittore. Lo sforzo di concentrazione mi ha presentato Ruben Luna. Tutto è cominciato a fluire. Ritengo che una qualche forma del talento di uno scrittore risieda nella capacità di volare sopra ai problemi, di sciogliere i nodi. Molti si arrendono, in quell’occasione invece rimasi seduto. I personaggi e il romanzo nella propria sostanza compiuta si sono rivelati a me. Le confesso che è abbastanza emozionante quello che successe. Quando ho iniziato a scrivere di questo manager, allenatore, di periferia ho compreso l’aspetto eccitante nel processo creativo della scrittura e la ragione che spinge le persone a voler scrivere romanzi».

In una lunga intervista a The Paris Review William Faulkner dichiarò: «Se potessi, riscriverei tutti i miei lavori. Sono convinto che lo farei meglio. Questo è l’abito mentale più salutare per un artista». Quali sentimenti nutre per Fat City a quarantasei anni dall’uscita?
«Devo dire che lo amo ancora molto. L’ho riletto recentemente, realizzando a differenza delle altre volte quanto all’epoca fosse oscura la mia visione della situazione. Non ero depresso, ma non trovavo un senso soddisfacente della vita. Quando gli Stati Uniti iniziarono a sganciare le bombe sul Vietnam, ebbi la percezione di quanto la razza umana potesse essere una causa persa. In fondo ero  interessato a descrivere le difficoltà senza fine dell’essere poveri in America. Solo ora mi sono reso conto appieno di quanto abbia messo con successo su carta le implicazioni, i problemi psicologici che affliggono le persone danneggiate dalla povertà estrema».

Aveva riposto una qualche speranza nella scrittura, nel futuro del romanzo che avrebbe poi segnato la sua vita?
«Ho creduto in me stesso come scrittore, sapendo bene che cosa volessi dalla mia professione e ho avvertito la sensazione di riuscirci. Ho lavorato duro con la speranza di preparare un buon romanzo, il cui interesse avrebbe resistito allo scorrere delle stagioni. Non è molto originale, lo so. Credo che ogni scrittore sogni di raggiungere varie generazioni di lettori. L’avverarsi di questo sogno è stato una sorpresa. Ti svegli la mattina con le buone recensioni dei critici, con l’affetto dei lettori e degli aspiranti scrittori che vengono ancora a cercarti».

Si è identificato nel successo di Città amara?
«Non sono mai stato timido di fronte alle esigenze del pubblico. Al college aspiravo alla carriera di attore. Il successo di Fat City ovviamente mi ha gratificato. Se sia diventato arrogante o meno lo devono dire gli altri. Spero di essere rimasto una personalità accettabile. Non sono piombato nella disperazione di essere all’altezza dell’opera prima, perché insieme a lei ho ricevuto tutti i riconoscimenti a cui uno scrittore può mirare. Forse ne ho goduto eccessivamente, mentre avrei dovuto lavorare duro su un altro libro».

Non vorrei apparirle invadente. Perché ha pubblicato un solo romanzo?
«La sua domanda non è scortese, ma scomoda. Dopo il romanzo mi offrirono lavori di sceneggiatura per il cinema, short stories per la televisione. Gli Stati Uniti sono un paese costoso in cui vivere e in media i romanzieri non guadagnano molto. Quando arrivano offerte dal cinema o dal piccolo schermo non hai scelta. E alla fine accetti. Nonostante ciò non ho una buona scusa per soddisfare l’interrogativo. Il tempo non mi mancava. In fondo non c’è una risposta. Chiunque mi domandava: «Quando scriverai il secondo romanzo?» È gravosa la pressione su chi debutta con un tale riscontro. Non è semplice, malgrado la materia prima disponibile. Tutti se lo aspettavano e non è arrivato. Ora ci sto riprovando».

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giovedì 8 ottobre 2015

«Organizzarvi è un vostro dovere». L'eredità di Padre Óscar Romero


di Gabriele Santoro

A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

Imperato, in qualità di vice postulatore, ha svolto un ruolo chiave nella complessa causa di beatificazione. Ora lavora alla pubblicazione integrale, inedita per l’Italia, delle omelie dalla Quaresima del 1977, quando Romero venne nominato arcivescovo di San Salvador, alla Quaresima del suo martirio. Le omelie indicano la strada maestra per comprendere le peculiarità di un sacerdozio rivoluzionario nella fedeltà alla radicalità del Vangelo e nella violenza dell’amore nei confronti degli oppressi, dei senza voce, in cui si è incarnato. Saranno pubblicati tre volumi. Ciascuno dei quali conterrà circa settanta omelie, tradotte dall’originale trascrizione delle registrazioni radiofoniche, che propagavano in tutto il Paese il messaggio del primate.

Le prime settanta omelie, delle duecentodieci registrate, già ultimate per l’uscita, sono in fase di revisione critica. Per il secondo volume previsto è stata praticamente portata a conclusione la traduzione, mentre per il terzo è agli inizi. Padre Mariano si commuove durante la lettura dei testi, ché uniscono il cielo a una terra rigogliosa, ostaggio dell’oligarchia, violentata dal privilegio che fa scandalo. Romero vide l’oppressione del proprio popolo, che amava, udì le grida di dolore dei suoi figli, e andò in loro aiuto per liberarli. Come ha scritto Papa Francesco nella bolla della beatificazione: «Rendiamo grazie a Dio, perché ha concesso al vescovo martire la capacità di vedere e udire la sofferenza del suo popolo».


In ogni omelia Romero spiegava il Vangelo calato nella realtà concreta del proprio Paese. Parlava finanche oltre le due ore, perché forniva l’informazione negata dalla stampa assoggettata al potere. Denunciava le sparizioni, le torture, le ingiustizie. Aggiornava sugli scioperi, sulle lotte dei lavoratori. Fedele al papa, alla Chiesa di Roma, dove si era formato e della quale ricordava il mistero di ineffabile dolcezza della primavera romana, sapeva cogliere l’anelito di liberazione latinoamericano. «Nella nostra America Latina la croce è una realtà ogni giorno maggiore. Farcene carico e darle il suo vero senso, affinché le sofferenze e le lotte del nostro popolo siano unite alla croce redentrice di Cristo e se ne scopra così il vero senso, è il nostro compito», da una lettera di risposta alle inquietudini di un sacerdote, Padre Pablo G., datata 21 marzo 1979.

Sentir con la iglesia sintetizzava il suo attaccamento alla Chiesa. Da una parte c’è il pastore che vuole nutrire del Vangelo il popolo, dall’altra si avverte la responsabilità di un’informazione civile, indispensabile. Il vescovo, per stessa definizione di Romero, è essenzialmente un pastore, che va facendo il cammino con gli uomini, seminando la speranza sul suo sentiero, condividendo il suo dolore e la sua gioia, impegnandosi per la pace, nella giustizia e nell’amore.

«La lettura delle omelie consente di sottrarsi alle contrapposizioni ideologiche, dando la dimensione propria della sua personalità, che era sacerdotale – dice Imperato – . Viene fuori in maniera chiarissima il suo essere un pastore. È stato accusato di essere comunista, “Marxnulfo”. Un’accusa mossa da destra, perché faceva comodo. Anche in Vaticano pervenivano dossier atti a descriverlo come uno legato al comunismo. La sua rivoluzione è nella bellissima pastorale. La lettura politica, ideologica, devia dal cuore della questione. Lo si guardava con le lenti della Guerra Fredda. Emerge con ogni evidenza che in America Latina, dove dominava una religiosità popolare fatta più di devozione, di pratiche religiose, anche buone, lui si è messo di punta a comunicare i contenuti del Concilio Vaticano II, verso il quale ancora oggi permangono resistenze, dunque una fede che si basa sulla parola di Dio. Arricchiva tale religiosità attraverso i documenti propri della dottrina cattolica».

La modernità del figlio di un telegrafista di Ciudad Barrios si esprimeva pure nella capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Sempre attento alle sollecitazioni dei giornalisti, spesso asserviti, sfruttando al massimo le potenzialità della radio diocesana YSAX, assumeva la supplenza di una mediazione giornalistica indipendente. Quando la voce non giungeva nelle case con i transistor, veniva portata da lui nelle lunghissime peregrinazioni a bordo della jeep dotata di altoparlanti. La radio esaltava le sue doti di predicatore e oratore, già spiccate in giovane età. Nelle campagne le sue trasmissioni raggiungevano i picchi di ascolto più alti. I fedeli, quanto i laici, riponevano in lui la massima fiducia. Lo giudicavano diverso dai vertici ecclesiastici a lungo distanti dalle urgenze popolari. Impressiona la corrispondenza disponibile nel suo archivio, oltre cinquemila lettere. Rispondeva a tutti. Quanta attenzione anche all’ultimo degli alcolisti che voleva uscirne. Affidò alla segretaria il compito di fare una copia di ogni risposta epistolare. Hanno cercato spesso di mettere a tacere la radio. Tutti l’ascoltavano. Si potrebbe scrivere una storia non solo religiosa, ma civile, di quegli anni grazie a questa sua preziosa eredità.

Le dita battevano forte sui tasti dell’inseparabile Remington. La Chiesa non può stare zitta. «Monsignor Romero sapeva che bisognava pronunciare un mea culpa per il silenzio degli ecclesiastici che per molto tempo, divinizzati dai privilegi e dalle prebende dei fedeli ricchi, avevano adottato l’atteggiamento idolatrico di avere occhi e non vedere, avere bocca e non parlare», annota Jesús Delgado, postulatore diocesano della causa, che ritroveremo più avanti.

Il quadro sociopolitico polarizzato nel quale operava Romero era compromesso da una democrazia formale, svilita dall’assenza di una classe politica, da elezioni costantemente truccate. Dagli anni Trenta i militari reprimevano le insorgenze d’ispirazione comunista, controllavano il paese istmico per conto delle famiglie, d’origine europea, dell’oligarchia, che consideravano El Salvador come una proprietà privata. La crescita economica, impetuosa negli anni Sessanta, non aveva prodotto alcun criterio di equa redistribuzione della ricchezza e favorito lo sviluppo della democrazia. Le urgenti richieste di trasformazione venivano represse nel sangue. Dall’estero cresceva la pressione e l’ingerenza degli Stati Uniti, interessati a fare di quel lembo di terra un avamposto di resistenza all’avanzata comunista. «L’oligarchia aveva sostenuto il cattolicesimo, aveva mantenuto il clero, aveva dato denaro per costruire le chiese. Il cattolicesimo, in cambio, aveva sostenuto l’ordine costituito e aveva garantito la stabilità dei regimi», scrive Roberto Morozzo della Rocca, nella biografia che ha il respiro dell’indagine storica.

Romero diventò arcivescovo con l’appoggio determinante degli oligarchi, che confidavano nella sua mitezza, nella conservazione dello status quo. Lui invece rinunciò all’agio del fastoso palazzo vescovile offerto da quest’ultimi, andando a vivere nelle due stanzette del portiere di un presidio per malati terminali, l’Hospitalito de la Divina Providencia. «Lo diceva esplicitamente: la ricchezza va condivisa. Toccava il nodo dolente della distribuzione più giusta delle ricchezze e dei beni. Nel rapporto Stato-Chiesa non chiedeva privilegi di sorta. Reclamava la giustizia, il rispetto dei diritti per i braccianti vessati nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero, non vantaggi economici per la Chiesa. “Non siamo padroni, siamo amministratori”», spiega Imperato.

Romero, uomo del dialogo, inteso come ricerca dell’altro, di ciò in cui manchiamo, disertava gli appuntamenti pubblici, invitando con fermezza il governo a cessare qualunque forma di persecuzione. Dall’altare implorava la disobbedienza dei militari agli ordini. Il dialogo doveva essere il metodo per giungere a una pacificazione figlia della giustizia sociale. «Il terrorismo si sconfigge promuovendo giustizia legale, economica e sociale. Il rispetto per l’imperio della legge promuove la giustizia ed elimina i semi della sovversione».

D’altra parte nel documento conciliare Gaudium et Spes, a lui particolarmente caro, si legge: «(…) Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica e tuttavia una grande parte degli uomini è tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociali e psichiche. (…) Le troppe diseguaglianze economiche e sociali tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana suscitano scandalo e sono contrarie all’equità, alla dignità della persona umana nonché alla pace sociale e internazionale». Vincenzo Paglia, postulatore della causa, non esita a definirlo come il primo martire del Concilio Vaticano II. Un assassinio per far tacere il rinnovamento e il progresso che animò il Concilio. Una sorta di avvertimento alla Chiesa scomoda interpretata da Romero. Nelle oltre duecento omelie appaiono 298 citazioni riferibili ai documenti conciliari.

La difesa della dignità umana attraverso il lavoro è al centro della sua pastorale, mirata sulla periferia, nel suo senso globale, generata da un’irresponsabile gestione della terra. Il mondo dei poveri quale criterio teologico, storico, della condotta della Chiesa. «Il lavoratore non è una mercanzia, soggetta agli alti e bassi dell’economia, ma una persona umana, che per il solo fatto di essere tale ha diritto a un giusto salario», affermava Romero, sconcertato dal trattamento riservato ai braccianti del caffè, le cui paghe da fame erano soggette alla variazione del prezzo mondiale della materia prima.
Non si limita all’opzione preferenziale per i poveri. «Fa un’affermazione molto forte – evidenzia Imperato – Il povero che non si dà da fare per uscire dalla condizione di schiavitù commette peccato. Una cosa fortissima. Tu devi risvegliarti. Devi uscire da questo sonno, mentre loro ti dicono accetta, rassegnati. Questa non è la volontà di Dio. Questa pigrizia è un peccato. Ha appoggiato molto gli scioperi che facevano per la conquista di diritti inesistenti. “Organizzarvi è un vostro dovere”. Ciò ricorre frequentemente nelle sue omelie. Impastava il Vangelo con la vita».

Romero riconosce la dimensione politica insopprimibile che la giustizia richiede, ma la liberazione non può esaurirsi nella dimensione terrena. La Chiesa è escatologica, non può perdere il valore escatologico. La lotta svanirebbe nella sola immanenza. La rivendicazione cristiana della giustizia è però parte integrante della predicazione del Vangelo di pace. La rottura è dirompente, ma non troviamo mai nelle sue parole tracce di odio.

Nell’ufficio parrocchiale di Padre Imperato c’è un solo manifesto. Óscar Arnulfo Romero ha il microfono in mano, il braccio sinistro sembra vibrare, come il volto accennare un sorriso. Poco sotto alla cornice c’è scritto: Vive. Il parroco mi mostra l’allegato di una mail di Jesús Delgado, all’epoca segretario di Romero, mandata l’indomani della beatificazione a San Salvador. È una fotografia scattata durante la lettura della bolla papale. La giornata era dominata da un sole caldo. All’improvviso una nuvola lo oscura, al centro del sole appare un foro dal quale si irradia un raggio. Una suggestione, un’impressione, niente di più, che ha scosso la piazza come a dire non uccidi il sole se gli spari addosso.

Delgado è un testimone diretto di questa storia. Il 24 marzo 1980 avrebbe dovuto celebrare la messa al posto di Romero, per proteggerlo da eventuali attentati. Così avevano concordato, poi il presule insistette per non cedere alla paura, sentimento con cui ha convissuto. Nei trentacinque anni che ci separano dal delitto, Delgado si è speso in modo decisivo per la raccolta di testimonianze, scritti, ricerche, documenti per sostenere il difficile itinerario processuale per la beatificazione. Un eccezionale approfondimento storico e teologico, lo cataloga Paglia, per superare i numerosi ostacoli frapposti e non consegnare Romero all’oblio che molti hanno accarezzato.

«La notizia della morte di questo vescovo ci colpì nel profondo – racconta Imperato – . Sapevamo che era stato ucciso, perché difendeva i poveri in un paese dove erano i ricchi, le quattordici grandi famiglie al potere, a comandare. Nel 1982 la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a Santa Maria in Trastevere, invitò il vescovo successore Rivera y Damas che, nonostante nella precedente nomina fosse stato scalzato da Romero, gli aveva sempre dimostrato vicinanza, un’amicizia fraterna, mentre gli altri vescovi si preoccupavano di preparare dossier con accuse destituite di fondamento. Impossibilitato a raggiungerci, mandò Delgado. In quell’incontro abbiamo scoperto un mondo. Ci ha fatto conoscere realmente chi era Romero».

Da San Salvador, dopo la prima fase del processo diocesano, la causa approdò a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi. Rivera y Damas sollecitò la Comunità: «Vincenzo Paglia mi propose di occuparmi della parte del processo a livello centrale, col mandato di vice postulatore. Accettai l’incarico. Disdissi il corso d’inglese che avevo appena cominciato, e partii immediatamente destinazione Madrid per studiare lo spagnolo». Imperato, insieme al biografo Morozzo della Rocca, ha trascorso tempo importante nell’archivio e nella biblioteca personale di Romero.
Avversario pugnace del percorso intrapreso nel 1996 è stato l’influente cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, per tre decadi ispiratore della linea vaticana sulla chiesa latinoamericana, strenuo oppositore dei teologi della liberazione. Trujillo, ordinato nel 1960, espresse la propria opposizione all’opzione per i poveri elaborata nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin nel 1968, al progressismo medellinista. Romero, come esterna anche in numerose lettere, voleva mettere in pratica il Vaticano II e Medellin, che sono stati fra le cause della persecuzione. Medellin denunciava il peccato sociale della violenza istituzionalizzata, che s’instaura in una situazione d’ingiustizia permanente e strutturata.

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