martedì 12 maggio 2009

Eraldo Affinati e la città dei ragazzi

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57910&sez=HOME_SPETTACOLO&ssez=LIBRI

di Gabriele Santoro


ROMA (12 maggio) - Il libro di Eraldo Affinati, La città dei ragazzi (Mondadori, pag. 209, euro 17) ti conquista nelle pieghe del dolore e nella ricchezza interiore di giovani ragazzi offesi dalla vita. Racconta il miracolo, vissuto dallo scrittore come protagonista, di una moderna scuola di Barbiana nel cuore di Roma. La città dei ragazzi, in via della Pisana, fondata dal prete irlandese Carroll Abbing accoglie orfani italiani, stranieri e li rende protagonisti di un percorso di inserimento democratico nella «società dei lupi».

Affinati ha scommesso tutto sulla potenza dell'insegnamento e la forza della scrittura per sanare le ferite di storie terribili. Il rapporto umano, sincero con i ragazzi come antidoto alla violenza sociale di chi si sente escluso, vittima di una società ostile.

"Ho sognato un futuro con una città a misura di ragazzi", scrive. Chi era padre John Patrick Carroll Abbing e qual è il modello educativo della "Città dei ragazzi"?
«John Pat Carroll Abbing è stato un personaggio straordinario. Era un prete irlandese che ha vissuto a Roma durante la II guerra mondiale. Subito dopo la guerra incominciò a raccogliere per la strada gli orfani italiani. All’inizio organizzò a Roma uno scantinato in via Varese, dietro la stazione Termini, dove accoglieva questi sciuscià. Con gli anni comprese che bisognava dare qualcosa di più, un progetto di vita e allora inventò la comunità città dei ragazzi. Una città governata dai ragazzi, in un fascia di età tra i 14-18 anni: eleggono un sindaco, c’è una moneta locale (lo scudo usato solo all’interno della struttura), un bazar, una banca. Nella città c’è anche una scuola, dove insegno, la succursale dell’istituto professionale Cattaneo per l’industria e l’artigianato. Nel tempo la città si è ingrandita accogliendo ragazzi che provengono da tutto il mondo: Afghanistan, Marocco, paesi dell'est europeo. La missione della città dei ragazzi è di renderli responsabili, di tirare fuori il dolore dai loro sguardi e integrarli nella società dove dovranno vivere».

"Peppino non fa che bestemmiare. Comincia subito, appena entra in classe. I ragazzi mi chiesero: Non ti offendi? Perché dovrei, conosco la ragione per cui bestemmia". Che cos’è la rabbia e come si può dominarla?
«La rabbia è un sentimento dominante in loro. All’inizio del libro racconto la lotta tra un afgano e un marocchino, che si picchiarono all’improvviso senza un motivo apparente. Era uno scontro duro, all’ultimo sangue se non li avessimo separati. In quei ragazzi c’era un qualcosa di irrisolto. La rabbia è un modo di reagire. Tu educatore devi decifrarla, capirla e interagire in questo senso. La mia adolescenza solitaria, triste, mi permette di capire meglio le loro sensazioni, la loro rabbia che poi riesce a sanarsi. Il protagonista afgano di quello scontro incredibilmente è diventato un ragazzo sereno ed equilibrato. Fa il parrucchiere, si è sposato con una ragazza italiana e ha un figlio, Francesco. In classe era sempre rabbioso, mai avrei pensato che avrebbe avuto una soluzione così positiva della rabbia».

"Bisogna saper leggere le loro maniche sporche". Quali macchie e ferite nascondono i suoi ragazzi?
«Sono i traumi che la vita gli ha riservato da subito. Vedere morire in guerra i propri genitori. Un viaggio clandestino da bambino dall’Afghanistan a Roma. L’essere stato rinchiuso in un carcere turco con altri 80 detenuti in un solo stanzone o aver viaggiato nascosti dentro una betoniera con altre 40 persone. Arrivare da Lagos nascosti nella stiva di un aereo. Cercano di mascherare le loro ferite, ma ogni tanto affiorano con scatti di rabbia e violenza oppure li puoi leggere nella malinconia degli occhi e dei silenzi. Devi essere un amico e un maestro. Un amico nel cercare di stargli vicino e nel condividere gli entusiasmi e i momenti di sconforto, però anche un maestro nell’imporre dei limiti. Far capire che devono incanalare l'energia, trovare uno sbocco vitale. Solo se riesci a guadagnare la loro fiducia ed essere un adulto credibile ti raccontano quelle cose che in molti casi non hanno sottaciuto a loro stessi. In questo la scrittura è fondamentale. Possono trovare nella nostra lingua una chiave di comprensione ed espressione nuova di aspetti della loro esistenza prima nascosti».

Nel libro racconta il viaggio in Marocco con due ragazzi della Città. Riprende le suggestioni del libro A occhi bassi di Tahar Ben Jelloun?
«Tornare a casa per loro è stato lacerante. Constatare come quel paese da cui erano scappati fosse rimasto uguale, povero e corrotto. Si sentivano stranieri nel loro paese tanto quanto me. A Marrakesch sono voluti andare in una pizzeria invece che a mangiare il cous-cous. “No professò andiamo a mangiare una pizza”, sentivano già la nostalgia dell’Italia. Fariz nella casa nel deserto marocchino conservava la valigia ancora chiusa, non tirava fuori i vestiti. Vivono una doppia difficoltà, sentirsi arabo dentro e italiano fuori. Una scissione affascinante, preziosa che ti dà una carta in più nell’interpretazione della realtà, ma provoca sensazioni di profondo smarrimento».

La Città dei ragazzi è un laboratorio della nostra società multietnica. Quanto conta la potenza dell’insegnamento?
«Quello che accade in aula tra insegnante e allievo può avere effetti indelebili per entrambi. Le ore trascorse tra i banchi forgiano la psicologia, il carattere e lo spirito di una persona. Succedono cose straordinarie perché c’è una disponibilità all’ascolto anche nel momento dell’indisciplina, del caos, momenti di incontro umano molto forte garantiti dalla potenza dell’insegnamento. Viviamo in una società inevitabilmente multietnica anche se non la vogliamo. La scuola è il momento in cui impari a parlare con uno diverso da te, il luogo dove ci sono i primi scontri è l'aula scolastica che mette insieme un italiano, un moldavo, un rumeno o un arabo. La potenza dell’insegnamento è un fatto di civiltà nella trincea. Se si perde la scommessa dell’integrazione nella scuola, la società del futuro rischia di sfaldarsi dalle fondamenta. Creare classi separate è assurdo, piuttosto bisognerebbe fornire un supporto linguistico aggiuntivo per i ragazzi stranieri».

sabato 4 aprile 2009

Al Circo Massimo l'Italia del lavoro che non c'è più: «Con l'ottimismo non si mangia»

La crisi finanziaria si è presto riflessa, con effetti ancora più gravi, sul sistema industriale, reale, del nostro paese. Sono sempre più le imprese costrette a chiudere o a ridurre drasticamente i posti di lavoro e la produzione. Nella manifestazione della Cgil erano presenti centinaia di facce di questo crollo. Ecco il mio resoconto per il Messaggero online.

di Gabriele Santoro

ROMA (4 aprile) - «Guarda quanta gente, è proprio bello come nel 2002. So' convinto che qui ci so' pure quelli della Cisl e della Uil». La marea di bandiere rosse della Cgil ha riempito nuovamente il Circo Massimo e le strade del centro romano. Una giornata lunga per le migliaia di lavoratori, pensionati e giovani arrivati nella capitale con oltre 7.000 pullman e con i treni speciali. Alla Stazione Ostiense scendono gli operai sardi, che venerdì hanno lasciato i presidi delle fabbriche per essere oggi a Roma.

Lungo i cinque cortei della manifestazione si sentono i dialetti di tutto il Bel Paese attanagliato dalla crisi: gli operai specializzati delle officine meccaniche comasche, i manifatturieri toscani, i campani dell'Alfa Romeo di Pomigliano d'Arco come i sardi dell'Eurallumina di Sulcis.

«Cassaintegrati del mondo unitevi». Il numero di persone ferme dal lavoro è di un milione, con sempre più aziende che nella migliore delle ipotesi ricorrono alla cassa integrazione. “Indesit We work, you play”. Recita così lo slogan del brand della multinazionale italiana, ma il lavoro degli addetti italiani dell'Indesit è sempre più a rischio. In Piemonte l'azienda ha annunciato di voler chiudere lo stabilimento torinese di None, con 650 operai che nel 2008 hanno prodotto più di 800mila pezzi, mentre l'azienda offre di mantenere una produzione di 200mila pezzi, e quindi ridurre il personale a 170 effettivi. Sotto il palco sventola la bandiera sarda con gli operai dell'Eurallumina, colosso della lavorazione della bauxite di proprietà della società russa Rusal con base a Portovesme, del Sulcis Iglesiente. Uno stabilimento all'avanguardia mondiale nella produzione di alluminio prossimo alla chiusura con 700 operai e le famiglie sul lastrico, anche a causa degli ammortizzatori sociali che tardano ad arrivare. Ci sono gli artigiani e i maestri manifatturieri di Prato, dove da otto anni hanno chiuso 2.000 imprese tessili, con una perdita di 9.000 posti di lavoro. Non mancano gli operai Fiat di Pomigliano d'Arco, dove da settembre 5.500 operai sono in cassa integrazione, percependo 750 euro al mese, e altri 9.000 lavoratori dell’indotto sono fuori dal ciclo produttivo, senza alcun ammortizzatore sociale. I lavoratori della Safilo in Friuli espongono lo striscione: «Meno 800 in Friuli, più 3.000 in Cina». Per la cartiera Sca di Pratovecchio in provincia di Arezzo «è tempo di fame».

Morti sul lavoro. Dal palco del Circo Massimo l'attore Pierfrancesco Favino ricorda che, oltre a lottare per un posto di lavoro, in Italia si continua a morire sul lavoro. Il Circo Massimo si raccoglie in un minuto di silenzio, segue la lettura della lettera del figlio di un operaio dell'Ilva morto sul lavoro. «Mio padre morì assassinato dalla sua odiata fabbrica. L’ha ammazzato il lavoro. Tanto tempo fa mio padre mi disse “la fabbrica mi ammazzerà”. Sono passati 18 anni da quell’incidente mortale. È passato un anno dalla morte di sette operai a Torino. Sette operai diversi da mio padre: loro indossavano tute firmate ThyssenKrupp. Dopo la strage di Torino il mondo della siderurgia doveva cambiare. Non è cambiato nulla, si continua a morire, si continuano a perdere ingranaggi. Questo per me sarà l’ennesimo Natale senza di lui, ormai ci ho fatto l’abitudine. Ciao papà e buon Natale”.

Lavoratori della cultura e questione fiscale. Allo sciopero della Cgil ha aderito anche il mondo della scuola con i docenti precari e gli studenti dell'Onda. Molte persone hanno portato in piazza le proprie, magre, buste paga per denunciare l'iniquità di un sistema fiscale che premia i furbi e si rifà sui redditi fissi: un terzo degli italiani denuncia un reddito di diecimila euro e lo 0,9% dichiara più di 150mila euro. Una insegnante di un istituto superiore romano mostra la sua busta paga: «Lo scorso mese di marzo, dopo 22 anni di servizio, il mio stipendio dice: totale lordo 2.651,58, totale tasse 1.270,90, totale netto percepito 1.380,68».