venerdì 19 giugno 2009

Solo per giustizia, intervista a Raffaele Cantone

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=62768&sez=HOME_INITALIA&ssez=PRIMOPIANO

di Gabriele Santoro

ROMA (18 giugno) - Solo per giustizia (Mondadori, pag. 334, euro 17) è il viaggio con lo sguardo all’indietro nella esperienza di vita di Raffaele Cantone, magistrato impegnato per otto anni, fino al 2007, alla Dda di Napoli nel contrasto della camorra, in particolare del clan dei Casalesi.

Un’azione che lo ha messo nel mirino dei boss, più volte minacciato di morte e la scoperta di un progetto di attentato ai suoi danni, e che lo costringe a un regime di protezione dal 2003. La storia di un magistrato dai toni pacati e dai modi gentili, ma con la determinazione ferrea di chi continua a dedicare le proprie energie alla diffusione della cultura della legalità e di quella personale, semplice passione per la giustizia che ha da sempre contraddistinto la sua attività. Un esempio del suo impegno sono le numerose visite nelle scuole per raccontare il vero volto della camorra. Il primo incontro con Raffaele Cantone è avvenuto proprio in una scuola romana, l’I.I.S.S.Leon B. Alberti, «perché come ricordavano Falcone e Borsellino la sola attività giudiziaria non sarebbe mai bastata per distruggere il fenomeno mafioso. Bisognava altrettanto adoperarsi affinché nascesse una coscienza civile capace di affrancarsene».

Il suo libro parte dall’ultima giornata di lavoro nell’ufficio della Procura di Napoli. Quanto le manca il lavoro di contrasto quotidiano alla camorra?
«Mi manca davvero tanto, perché era un lavoro molto stimolante e gratificante. Credo però che sia giusto, dopo un certo periodo, un fisiologico ricambio. L’esperienza in Cassazione (presso l’Ufficio del Massimario, ndr) per me è ugualmente interessante, mi metto a studiare e a fare una serie di cose che nell’attività della procura erano diventate difficili.

Falcone disse “In Italia ci vorrebbe un morto ammazzato eccellente all’anno per far stare il Paese dalla parte della legalità”». Lei si è sentito solo in questi anni e cosa le manca della sua vita di prima?
«L’attenzione mediatica su certi fenomeni è fondamentale, purtroppo si accende solo nei momenti di emergenza, una volta passata ci si dimentica un po’ di tutto. Nella mia esperienza non mi sono mai sentito abbandonato, sarebbe ingiusto dirlo. Lo Stato ha cercato sempre di tutelarmi con anni di scorta. Questo non significa che non ci si senta soli, soprattutto nei momenti delle decisioni più difficili. Mi manca la quotidianità della vita delle persone normali, una semplice passeggiata o la possibilità di muovermi in autonomia con la mia famiglia. Ecco questo è il peso più difficile da sopportare con tutte le limitazioni nella vita con i miei figli e i familiari più stretti».

Il clan dei Casalesi ha subito forti colpi grazie all’azione giudiziaria e delle forze dell’ordine. Quanto sono ancora potenti e pericolosi? Dopo il summit dei capiclan camorristici a Montecarlo, in che direzione si sta muovendo la camorra?
«Credo che il clan dei Casalesi, malgrado i colpi durissimi che ha ricevuto, sia ancora molto forte. Con l’arresto di Setola è stata sicuramente smantellata la cellula stragista, l’ala militare del gruppo, ma la sua struttura imprenditoriale è ancora in piedi. I due latitanti storici Zagaria e Iovine sono ancora in libertà, come loro ci sono in circolazione altri latitanti minori ma comunque pericolosi. Hanno una forte capacità di imporsi anche al di fuori della realtà casertana, sono ramificati nel centro-nord del Paese e all’estero. L’idea che continuo ad avere, anche se non mi occupo più direttamente delle indagini, è che la camorra non abbia una direzione strategica unitaria. Ogni tanto c’è qualcuno che cerca su singoli affari di creare meccanismi di cartello, ma i clan sono molto gelosi delle loro autonomie e da Cutolo in poi tutti quelli che hanno provato a riunire la camorra hanno fallito».

In questi giorni si è riacceso lo scontro dopo l’approvazione del ddl intercettazioni alla Camera. Come incide il disegno di legge sul contrasto alla criminalità organizzata?
«Formalmente il disegno legge non cambia nulla in materia di intercettazioni per la criminalità organizzata. Le limitazioni previste per i reati non collegati alla mafia tuttavia peseranno indirettamente e negativamente. L’esperienza dimostra che molti processi nati da indagini su singoli omicidi o estorsioni, in un secondo momento si sono trasformati o collegati a scenari più ampi che riguardavano il crimine organizzato. Un altro aspetto non abbastanza valutato è l’appesantimento delle procedure. In questo c’è una norma pericolosa che prevede la necessità di trasmettere al giudice, quando si chiede l’intercettazione, tutti gli atti d’indagine compiuti. Una quantità incredibile di atti che produrrà un forte rallentamento dell’azione giudiziaria».

A oggi il sequestro e la confisca dei beni mafiosi procede molto a rilento. Quanto sarebbe utile un’agenzia centrale per il loro coordinamento?
«In primo luogo sarebbe indispensabile semplificare le procedure, attendiamo da tempo l’emanazione di un testo unico maggiormente organico. La normativa è comunque troppo farraginosa, i tempi tra il sequestro e la confisca sono lunghissimi. L’agenzia sarebbe importante per evitare che l’attività più delicata, che è quella di liberare i beni, pesi interamente sulle spalle degli enti locali. Inoltre si potrebbe occupare dell’individuazione dei beni strategici e della loro ristrutturazione. Un tema fondamentale è quello delle aziende confiscate, dove serve più coraggio. Lo Stato non può permettersi di farle fallire, arrecando un danno alle realtà locali e d’immagine di fronte a una mafia che invece dà lavoro. Si dovrebbe cominciare dal garantire delle sospensioni o delle riduzioni d’imposta e una serie di benefici che consentano a queste imprese di operare».

Solo per giustizia racconta molte storie di italiani normali, come era Federico Del Prete, ma straordinarie per il loro impegno in una terra dove i diritti individuali diventano concessioni. Mentre a Napoli abbiamo visto l’altra faccia del Paese, tramortita dalla paura e dall’agghiacciante omertà anche di fronte all’omicidio di un innocente come Petru.
«Del Prete non aveva nessuno dei caratteri tipici dell’eroe antimafia. Credeva semplicemente che facendo il sindacalista bisognasse andare fino in fondo nella tutela di certi diritti. Non tollerava che nel suo mestiere di venditore ambulante a Casal di Principe, pieno già di difficoltà, si dovessero subire le vessazioni quotidiane della camorra. Grazie alla sua collaborazione furono individuati i luoghi in cui venivano raccolte le estorsioni, permettendo alla magistratura e alle forze dell’ordine la conoscenza e la repressione del fenomeno. Nel suo gesto da semplice cittadino c’era una carica rivoluzionaria, fortemente temuta dalla camorra. Vedendo il video di quella morte tremendamente casuale sono rimasto anch’io agghiacciato e commosso per il dolore della sua giovane compagna. Cittadini che passano indifferenti. Vince la paura di essere coinvolti in successive sparatorie, la paura di essere coinvolti nell’attività delle indagini nel clima di omertà che avvolge Napoli».

Visto il successo dei magistrati che scendono in politica, ha mai pensato al grande salto?
«La ragione del successo penso che risieda nella fiducia, nell’idea che la magistratura resti un punto di riferimento credibile. Non ci ho mai pensato seriamente, perché amo il mio lavoro in magistratura. Il magistrato che entra in politica ha senso solo se ha un progetto, altrimenti si tratta di un momento di sistemazione personale inutile e fine a se stesso».


lunedì 15 giugno 2009

Kobe Bryant trascina i Lakers che tornano sul trono Nba

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=62167&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro


ROMA (15 giugno) – Dopo un digiuno lungo sette stagioni i Los Angeles Lakers tornano sul trono della Nba. E’ una notte da record per i gialloviola: coach Phil Jackson entra definitivamente nell’Olimpo del basket conquistando il decimo anello della sua straordinaria carriera (battuto anche il record detenuto da Red Auerbach allenatore dell’epoca d’oro dei Celtics), Kobe Bryant sfata la maledizione che lo vedeva a zero titoli dopo la separazione da Shaquille O’Neal e i Lakers festeggiano il 15 della loro storia. Mentre Kobe veniva lanciato in aria dai suoi compagni facendo con la mano il segno 4, come i titoli vinti in carriera, Phil Jackson ha commentato sorridente e sornione come d’abitudine: «Stanotte fumerò un sigaro in onore di Red».

Gli Orlando Magic, dopo aver sprecato troppe occasioni nelle partite precedenti, non danno mai la sensazione di crederci e cedono, 99-86, davanti alla voglia matta di trionfare dei losangelini, che chiudono così la serie finale con un perentorio 4-1. Kobe Bryant, 30 punti (10/23 al tiro) con 6 assist e cinque rimbalzi, si gode anche il titolo di miglior giocatore delle finali 2009, dopo aver digerito l’assegnazione dell’mvp stagionale a Lebron James. Tempo di rivincite quindi per il “black mamba”, che ha trovato in Pau Gasol l’alter ego del centro dominante, l’O’Neal dei primi anni 2000, in grado di riformare l’asse vincente per riportare il titolo nella città californiana. Decisivo anche l’apporto della sorpresa stagionale, Trevor Ariza, e del vecchietto terribile Derek Fisher mattatore di gara 4 con le due triple che hanno ipotecato questa serie. Una squadra che ha ancora dei margini di miglioramento, a partire dallo sgrezzamento tecnico e tattico del centro Bynum, mentre dovrà pescare sul mercato delle alternative più credibili in regia.

Orlando esce sconfitta, ma non ridimensionata, e con molti rimpianti. La squadra di Van Gundy come Penelope ha disfatto la propria tela più volte, regalando due tempi supplementari nelle partite chiave della serie, gara2 a Los Angeles e gara4 in casa. La forza fisica di Dwight Howard e la leadership di Hedo Turkoglu, probabile uomo mercato a cui Orlando dovrà rimpolpare l’ingaggio per tenerlo, non sono bastati davanti alla maggiore esperienza dei gialloviola, ma sono un ottimo punto da dove ripartire. Nel confronto ha pesato molto anche il differente pedigree tra i due allenatori, con Van Gundy all’esordio assoluto in una finale play-off.

La partita. L’intensità difensiva del primo quarto non è da gara decisiva, si segna molto e le due squadre vanno a braccetto, con Orlando brava a rispondere al primo tentativo di allungo di Los Angeles, 19-10 al 6’. Il primo periodo si chiude sul 28-26 Lakers. Nel secondo quarto una palla recuperata da Bryant e la tripla successiva di uno splendido Trevor Ariza spezzano l’inerzia dell’incontro. In tre minuti la squadra di Phil Jackson piazza un break decisivo di 12-0, con 8 punti di Ariza, mentre Orlando si smarrisce con 4 perse consecutive. Si va al riposo lungo sul +10 gialloviola, 56-46. Al rientro in campo Courtney Lee e Alston accennano una minima reazione che riporta Orlando in linea di galleggiamento, 58-53. Ma i Lakers non hanno nessuna intenzione di farsi rovinare la festa. Due triple consecutive di Lamar Odom rimettono la sfida sui binari giusti e con un letale 13-2 annusa già l’aria da trionfo. Un Pau Gasol tutto sostanza, bravo a vincere il duello sotto canestro con Superman Howard, segna i due punti del massimo vantaggio interno: 73-57 al 33’. Nell’ultimo periodo non c’è storia con i Lakers che amministrano bene il vantaggio, mai sceso sotto la doppia cifra, fino al 99-86 della sirena finale.

lunedì 18 maggio 2009

Saree Makdisi: «Un viaggio nel dramma della Palestina impossibile»

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di Gabriele Santoro


ROMA (18 maggio) - Saree Makdisi, scrittore e professore universitario a Ucla nato a Washington e cresciuto a Beirut, in Palestina borderline (Isbn, 282 pag., 29 euro) denuncia, con la passione di chi non tace la propria vicinanza alla causa palestinese e la lucidità di un analista, la Palestina impossibile e le sue «storie di occupazione quotidiana».Makdisi dà voce ad agricoltori, imprenditori e donne coraggiose palestinesi vittime della tragedia di un popolo senza Stato, e senza la realistica speranza di averlo a breve, umiliato dai troppi permessi da ottenere, dalle perquisizioni indiscriminate, dalla tensione psicologica continua dei check-point militari e dei burocrati israeliani. Lo scrittore ricorda le parole dell’attuale ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, leader del partito di estrema destra Israel Beitenu, nel 2006 rivolte ai palestinesi cittadini dello Stato di Israele: «Qui non c’è posto per loro, possono fare le valigie e sparire». Sintomo di quanto sia lontana la soluzione due Popoli, due Stati con il governo Netanyahu, preoccupato dalla creazione di “un Hamastan” e convinto di proseguire nella politica dell’allargamento delle colonie, e la leadership palestinese di Al-Fatah ormai invisa ai palestinesi e con Hamas «per la quale non esistono scusanti davanti agli attacchi indiscriminati contro innocenti civili, siano essi attentati kamikaze o lanci di razzi Qassam sulle città israeliane».

Un popolo lacerato. Makdisi snocciola le cifre dell’esistenza sospesa in uno spazio economico e sociale sgretolato, soggetto «a restrizioni arbitrarie» che hanno ridotto «due terzi della popolazione palestinese in assoluta povertà» e «un terzo dei palestinesi dei territori occupati e l’80% di quelli di Gaza sono ormai completamente dipendenti dagli aiuti umanitari internazionali». Le cifre citate da Makdisi sulla segregazione scolastica e lavorativa palestinese in Israele sono allarmanti: «Il numero dei bambini israeliani dai 0 a 3 anni che frequentano asili nidi sovvenzionati dallo Stato è di 80mila, quello palestinese 4200. L’investimento annuale di Israele per ogni scolaro ebreo dai 5 ai 15 anni è di 428 dollari, per i pari età palestinesi 128 dollari. Solo il 16% degli ebrei che fa domanda di accesso all’università viene respinto, mentre il 45% per i palestinesi. C'è un solo docente universitario palestinese in Israele. Il numero dei palestinesi dei Territori occupati che lavorano in Israele o nelle colonie nel 1987 era 180mila, nel 2000 è sceso a 110mila, nel 2007 a 68mila. Il tasso di disoccupazione in Cisgiordania è salito al 18% nel 2006, a Gaza siamo al 34%».

Rifiuto del ricongiungimento familiare. Uno dei nodi chiave della vicenda mediorientale è la questione demografica. L’obiettivo israeliano di mantenere uno Stato ebraico, mentre metà della popolazione sulla quale governa non è ebrea, si scontra con i numeri della popolazione araba. L’autore illustra una precisa strategia israeliana di atomizzazione dei nuclei familiari palestinesi al fine di acquisire nuovi territori ed evitare l’esplosione della bomba demografica. «Secondo l’organizzazione israeliana per la difesa dei diritti umani B’tselem sono 120mila le domande palestinesi di ricongiungimento familiare ancora inevase dal 2000. In Cisgiordania ci sono migliaia di famiglie palestinesi che vivono lo stesso dilemma. Una volta scaduto il visto temporaneo dovranno scegliere se lasciarsi alle spalle vita, casa, lavoro e comunità a cui hanno offerto il loro miglior contributo oppure dividersi. I membri della famiglia nati lì resteranno e gli altri dovranno andarsene». Secondo uno studio della Banca mondiale il 17% delle famiglie cisgiordane è colpito dalle politiche israeliane di ricongiungimento. Una pressione costante che spinge i palestinesi ad abbandonare la “loro” terra: nell’ottobre 2006 nei consolati stranieri giacevano «almeno 50mila domande di palestinesi che cercavano di lasciare la Cisgiordania».

Il muro e i senza terra. La costruzione del muro dal 2003 ha stravolto ulteriormente la vita dei palestinesi. Mohammad Jalud, contadino nel piccolo villaggio di Izbat Jalud, si è ritrovato da un giorno all’altro espropriato dall’accesso ai propri terreni. L’enorme muro ha diviso la cittadina dai suoi terreni agricoli. Jalud è entrato in un vortice di permessi e di percorsi alternativi da compiere tutti i santi giorni per raggiungere la sua terra, fino a quando dall’estate 2004 al settembre 2005 gli sono stati vietati anche quelli e ha perso un anno di raccolto. L’interpretazione israeliana della legge fondiaria ottomana sostiene che la terra incolta per un certo periodo di tempo ritorna a essere proprietà dello Stato. «La storia di Jalud è la regola più che l’eccezione. In Cisgiordania mezzo milione di palestinesi vive a meno di un chilometro e mezzo dal muro. Intere città sono state tagliate fuori da alcune delle loro terre più ricche». «Il muro che Israele sta costruendo, perlopiù in territorio palestinese è chiaramente illegale. L’attuale tracciato ignora quasi completamente i bisogni quotidiani della popolazione, con disagi particolarmente gravi per quanto riguarda l’assistenza medica, minando la vita sociale e familiare”.

Testa bassa al check-point. Le stesse strade della Cisgiordania sono una corsa a ostacoli tra check-point, con la paralizzazione del traffico, cancelli di ferro, blocchi di cemento. «Secondo le Nazioni Unite a ottobre 2007 c’erano 561 ostacoli fissi o permanenti in Cisgiordania». Farid Subuh, trentanovenne padre di due figli, racconta a Makdisi il sopruso quotidiano al check-point di Huwwara: «La mattina sono uscito alle cinque per andare a lavorare a Nablus e accompagnare i miei figli a comprare il corredo per la scuola. All’andata dopo aver fatto controllare i documenti siamo passati normalmente al check-point di Huwwara. La sera al ritorno i soldati erano cambiati. Il comandante mi ha ordinato di aspettare, ci ha fatto scendere tutti dall’auto. “Non discutere, oggi non puoi passare”. Mia moglie ha implorato di poter passare, lui le ha risposto che loro potevano proseguire senza di me. Dopo aver registrato la mia targa, siamo dovuti tornare verso Nablus. Al nuovo check-point di ‘Awarta, circa un km da quello Huwwara, ci hanno detto di andare a Huwwara perché da lì passavano solo i camion. Ora sono a duecento metri dal check-point e non so cosa fare, mentre i bambini hanno fame e vogliono tornare a casa».

martedì 12 maggio 2009

Eraldo Affinati e la città dei ragazzi

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=57910&sez=HOME_SPETTACOLO&ssez=LIBRI

di Gabriele Santoro


ROMA (12 maggio) - Il libro di Eraldo Affinati, La città dei ragazzi (Mondadori, pag. 209, euro 17) ti conquista nelle pieghe del dolore e nella ricchezza interiore di giovani ragazzi offesi dalla vita. Racconta il miracolo, vissuto dallo scrittore come protagonista, di una moderna scuola di Barbiana nel cuore di Roma. La città dei ragazzi, in via della Pisana, fondata dal prete irlandese Carroll Abbing accoglie orfani italiani, stranieri e li rende protagonisti di un percorso di inserimento democratico nella «società dei lupi».

Affinati ha scommesso tutto sulla potenza dell'insegnamento e la forza della scrittura per sanare le ferite di storie terribili. Il rapporto umano, sincero con i ragazzi come antidoto alla violenza sociale di chi si sente escluso, vittima di una società ostile.

"Ho sognato un futuro con una città a misura di ragazzi", scrive. Chi era padre John Patrick Carroll Abbing e qual è il modello educativo della "Città dei ragazzi"?
«John Pat Carroll Abbing è stato un personaggio straordinario. Era un prete irlandese che ha vissuto a Roma durante la II guerra mondiale. Subito dopo la guerra incominciò a raccogliere per la strada gli orfani italiani. All’inizio organizzò a Roma uno scantinato in via Varese, dietro la stazione Termini, dove accoglieva questi sciuscià. Con gli anni comprese che bisognava dare qualcosa di più, un progetto di vita e allora inventò la comunità città dei ragazzi. Una città governata dai ragazzi, in un fascia di età tra i 14-18 anni: eleggono un sindaco, c’è una moneta locale (lo scudo usato solo all’interno della struttura), un bazar, una banca. Nella città c’è anche una scuola, dove insegno, la succursale dell’istituto professionale Cattaneo per l’industria e l’artigianato. Nel tempo la città si è ingrandita accogliendo ragazzi che provengono da tutto il mondo: Afghanistan, Marocco, paesi dell'est europeo. La missione della città dei ragazzi è di renderli responsabili, di tirare fuori il dolore dai loro sguardi e integrarli nella società dove dovranno vivere».

"Peppino non fa che bestemmiare. Comincia subito, appena entra in classe. I ragazzi mi chiesero: Non ti offendi? Perché dovrei, conosco la ragione per cui bestemmia". Che cos’è la rabbia e come si può dominarla?
«La rabbia è un sentimento dominante in loro. All’inizio del libro racconto la lotta tra un afgano e un marocchino, che si picchiarono all’improvviso senza un motivo apparente. Era uno scontro duro, all’ultimo sangue se non li avessimo separati. In quei ragazzi c’era un qualcosa di irrisolto. La rabbia è un modo di reagire. Tu educatore devi decifrarla, capirla e interagire in questo senso. La mia adolescenza solitaria, triste, mi permette di capire meglio le loro sensazioni, la loro rabbia che poi riesce a sanarsi. Il protagonista afgano di quello scontro incredibilmente è diventato un ragazzo sereno ed equilibrato. Fa il parrucchiere, si è sposato con una ragazza italiana e ha un figlio, Francesco. In classe era sempre rabbioso, mai avrei pensato che avrebbe avuto una soluzione così positiva della rabbia».

"Bisogna saper leggere le loro maniche sporche". Quali macchie e ferite nascondono i suoi ragazzi?
«Sono i traumi che la vita gli ha riservato da subito. Vedere morire in guerra i propri genitori. Un viaggio clandestino da bambino dall’Afghanistan a Roma. L’essere stato rinchiuso in un carcere turco con altri 80 detenuti in un solo stanzone o aver viaggiato nascosti dentro una betoniera con altre 40 persone. Arrivare da Lagos nascosti nella stiva di un aereo. Cercano di mascherare le loro ferite, ma ogni tanto affiorano con scatti di rabbia e violenza oppure li puoi leggere nella malinconia degli occhi e dei silenzi. Devi essere un amico e un maestro. Un amico nel cercare di stargli vicino e nel condividere gli entusiasmi e i momenti di sconforto, però anche un maestro nell’imporre dei limiti. Far capire che devono incanalare l'energia, trovare uno sbocco vitale. Solo se riesci a guadagnare la loro fiducia ed essere un adulto credibile ti raccontano quelle cose che in molti casi non hanno sottaciuto a loro stessi. In questo la scrittura è fondamentale. Possono trovare nella nostra lingua una chiave di comprensione ed espressione nuova di aspetti della loro esistenza prima nascosti».

Nel libro racconta il viaggio in Marocco con due ragazzi della Città. Riprende le suggestioni del libro A occhi bassi di Tahar Ben Jelloun?
«Tornare a casa per loro è stato lacerante. Constatare come quel paese da cui erano scappati fosse rimasto uguale, povero e corrotto. Si sentivano stranieri nel loro paese tanto quanto me. A Marrakesch sono voluti andare in una pizzeria invece che a mangiare il cous-cous. “No professò andiamo a mangiare una pizza”, sentivano già la nostalgia dell’Italia. Fariz nella casa nel deserto marocchino conservava la valigia ancora chiusa, non tirava fuori i vestiti. Vivono una doppia difficoltà, sentirsi arabo dentro e italiano fuori. Una scissione affascinante, preziosa che ti dà una carta in più nell’interpretazione della realtà, ma provoca sensazioni di profondo smarrimento».

La Città dei ragazzi è un laboratorio della nostra società multietnica. Quanto conta la potenza dell’insegnamento?
«Quello che accade in aula tra insegnante e allievo può avere effetti indelebili per entrambi. Le ore trascorse tra i banchi forgiano la psicologia, il carattere e lo spirito di una persona. Succedono cose straordinarie perché c’è una disponibilità all’ascolto anche nel momento dell’indisciplina, del caos, momenti di incontro umano molto forte garantiti dalla potenza dell’insegnamento. Viviamo in una società inevitabilmente multietnica anche se non la vogliamo. La scuola è il momento in cui impari a parlare con uno diverso da te, il luogo dove ci sono i primi scontri è l'aula scolastica che mette insieme un italiano, un moldavo, un rumeno o un arabo. La potenza dell’insegnamento è un fatto di civiltà nella trincea. Se si perde la scommessa dell’integrazione nella scuola, la società del futuro rischia di sfaldarsi dalle fondamenta. Creare classi separate è assurdo, piuttosto bisognerebbe fornire un supporto linguistico aggiuntivo per i ragazzi stranieri».