giovedì 13 ottobre 2011

Gli Indignati verso il 15 ottobre

http://www.ilmessaggero.it/articolo_app.php?id=41799&sez=HOME_ROMA&npl&desc_sez

di Gabriele Santoro

ROMA – «La tenda ce l’ho. Il sacco a pelo ce l’ho. Il materassino ce l’ho. Il debito, ho anche quello, ma giuro che non è mio»! Sui social network corre veloce l’organizzazione della giornata del 15 ottobre, quando a Roma confluiranno manifestanti da tutta Italia per la protesta United for global change, e sta prendendo corpo l’iniziativa lanciata dai collettivi universitari “Yes, we camp”. Un’idea di protesta permanente che trae ispirazione dalla massa di giovani “indignados” spagnoli accampati a Plaza Puerta del Sol a Madrid. «È necessario andare oltre un corteo rituale - si legge nel comunicato di Atenei in rivolta - oltre una semplice sfilata che si concluda a San Giovanni. Vogliamo scendere in piazza per rimanerci, accamparci e porre un problema al potere». Diritto allo studio, casa, lavoro e la rivendicazione di un nuovo protagonismo democratico sono i punti chiave dell’agenda di un movimento eterogeneo per età, professione ed estrazione sociale e frastagliato che non si identifica in una rappresentanza politica partitica.

Senza i grandi numeri che si annunciano per sabato l’embrione della protesta degli indignati italiani nasce verso la fine di maggio sulla scia di un sit-in di un gruppo di ragazzi iberici davanti alla sede romana dell’ambasciata spagnola. «Su Facebook arrivò l’invito a sostenere questa manifestazione - racconta Chiara Franceschini, insegnante precaria trentacinquenne che ha aderito da subito al movimento - e per curiosità siamo andati a vedere di che cosa si trattasse. Eravamo una decina di italiani al Pincio e siamo rimasti colpiti da una protesta nuova per modalità e contenuti. Rispetto al paesaggio italiano immobile abbiamo deciso di muoverci. All’inizio eravamo un gruppo molto ristretto, poi grazie ai social network la realtà si è allargata e ha iniziato a coinvolgere molto persone con Flash mob, volantinaggi e assemblee di quartiere. Vogliamo avere un radicamento nel territorio». La Rete ha costruito un network nazionale, “Italian Revolution”, che ha sedi in molte città.

Qual è l’idea fondamentale che anima il vostro progetto? «Non vogliamo più delegare le scelte che indirizzano i nostri destini. Gruppi di potere piccoli che decidono della vita di tutti». Chi partecipa alle vostre iniziative? «La partecipazione è trasversale: dai ventenni universitari ai sessantenni in pensione. Non esprimiamo solo il disagio sociale delle cosiddette fasce a rischio (migranti, precari, disoccupati). Ci sono anche avvocati, liberi professionisti». Durante alcune manifestazioni ci sono stati momenti di tensione e di scontro come a Bologna. «La non violenza è una nostra prerogativa fondamentale - conclude Chiara - Ci proponiamo di cambiare dal basso un sistema sociale violento e quindi non possiamo utilizzare metodi di protesta violenti». Il centro nevralgico delle attività è a San Giovanni, dove il 10 e l’11 settembre si è tenuto il primo accampamento degli Indignati con un migliaio di partecipanti. A giugno c'è stata invece la prima assemblea con una tre giorni di dibattiti e assemblee in piazza.

“United for global change”. «È arrivato il momento di condividere una protesta globale e non violenta - si legge nel manifesto del movimento - In tutti i continenti le persone si stanno muovendo per chiedere una vera democrazia e rivendicare i propri diritti. Banchieri e politici non ci rappresentano. Uniti in una sola voce faremo sapere alle elite finanziarie e politiche che è la gente a decidere del proprio futuro. Il 15 ottobre ci incontreremo per le strade del mondo per iniziare il cambiamento. È il tempo di stare uniti e farci sentire».

Nel video promo della manifestazione chiamata “Uniti per il cambiamento globale” allo scoccare della mezzanotte del 15 squilla fragorosa una sveglia e scorrono le immagini delle rivolte nelle piazze arabe, le tende dei giovani spagnoli. Saranno 71 i paesi e 719 le città del mondo toccate dalla protesta con il cuore pulsante nel continente americano e in quello europeo. In Africa si concentreranno soprattutto in Sudafrica, mentre i in Asia è l’India, Malesia, Corea del Sud e Filippine. Sulla pagina Facebook si susseguono i post che danno nuovi appuntamenti e raccontano la protesta.

La manifestazione a Roma. Alla piattaforma degli Indignati hanno aderito partiti della sinistra oggi extraparlamentare (SEL, Prc e Sinistra Critica), sindacati di base (Cobas, Cub e Usb), Il Popolo Viola, l’associazionismo (Arci, Legambiente, Gruppo Abele, Flare) e i collettivi universitari. L’appuntamento è fissato per le 14 di sabato a Piazza della Repubblica e il corteo si snoderà per via dei Fori Imperiali, via Manzoni fino a raggiungere piazza San Giovanni. Il mezzo di trasporto principale per raggiungere la Capitale saranno i pullman: da Alessandria a Catania se ne stanno riempiendo a decine. Partenza fissata all’alba di sabato e costo del biglietto che oscilla dai cinque euro da Napoli ai trentacinque andata/ritorno da Milano.

A Bologna sono già in overbooking, mentre a Firenze si applicano sconti a studenti e disoccupati. Ci saranno anche due treni speciali, uno da Torino e l’altro da Livorno. La maggior affluenza di manifestanti è prevista dalle regioni settentrionali e centrali. Il “Coordinamento 15 ottobre” è il motore dell’organizzazione e lancia questo appello: «Ci impegniamo insieme a costruire una manifestazione partecipata, pacifica, inclusiva, plurale e di massa. Il suo obiettivo è favorire la massima inclusione, convergenza, convivenza e cooperazione delle molteplici e plurali forze sociali, reti, energie individuali e collettive che stanno preparando la mobilitazione».

martedì 11 ottobre 2011

Nba, cancellate le prime due settimane di campionato: lontano l'accordo tra proprietari e giocatori

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=166072&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – Ora è ufficiale: dopo mesi di serrati e infruttuosi tentativi di accordo sul rinnovo del contratto collettivo dei giocatori non parte l’Nba. Le ultime sette ore di trattative non sono bastate a superare «il golfo che ci separa», come sintetizza il commissioner Stern, e sono state cancellate le prime cento partite della stagione ai nastri di partenza il primo novembre. Solo per la vendita dei biglietti (17mila la presenza media di persone preventivata) si calcola una perdita di oltre 83 milioni di dollari (il taglio della prestagione ha fatto segnare un rosso da 200 milioni). I giocatori non percepiranno compensi complessivi di 350 milioni di dollari per ogni mese di serrata. Senza dimenticare la ricaduta occupazionale sull’indotto del “circus” Nba dai ristoranti e negozi interni alle arene agli addetti alla sicurezza.

L’annuncio di David Stern, rappresentante dei proprietari. «Sono triste nel comunicarvi che non si disputeranno le prime due settimane del nostro campionato. È l’epilogo che abbiamo cercato di evitare fin dall’inizio. Le parti in causa hanno lavorato duro per avvicinare le posizioni, ma le distanze sono rimaste immutate. La nostra proposta è equa e credo che anche molti giocatori ne siano convinti».

«Eravamo consci che si arrivasse a questa situazione. Qui non si tratta di un problema di dollari, ma dell’intera ristrutturazione del sistema Nba», ha commentato Derek Fisher, play dei Lakers e leader del sindacato. Dietro alle stelle c'è anche la fortissima pressione a non cedere delle agenzie che li rappresentano e trattano i loro ingaggi.

«Tutti aspettano che saremo noi a cedere e che il fronte dei giocatori si possa spaccare al primo o secondo assegno mensile che non arriva. Ma non succederà. Siamo reduci dall’annata più ricca (4.2 miliardi di incassi) e spettacolare della storia Nba e sarebbe una follia uccidere l’intera stagione. Nell’attuale situazione di crisi economica la Lega recupererebbe difficilmente i mancati ricavi», ha detto Billy Hunter, direttore esecutivo dell'associazione dei giocatori.

Il tetto salariale e la spartizione degli introiti sono gli scogli principali su cui si sta arenando la Lega sportiva più globale. Le riunioni fiume del weekend hanno avuto al centro soprattutto la prima questione. I proprietari vogliono tagliare i super ingaggi, aumentare la cosiddetta tassa sul lusso, che punisce le franchigie che sforano il tetto massimo degli ingaggi (nelle intenzioni pari a 62 milioni di dollari), e ridurre la durata massima dei contratti dagli attuali sei e cinque anni a quattro e tre. Sono arrivate alcune aperture sui contratti garantiti e un accordo sembrava vicino sui contratti fissi definiti “mid-level exception” (da 5.8 milioni per anno a 3), ovvero la possibilità per i club di ingaggiare giocatori liberi e di non conteggiare la spesa nel tetto salariale.

Per quanto riguarda la divisione dei ricavi nessuno si è mosso dalle proprie posizioni. I proprietari si sono spinti a offrire il 50% (all’inizio chiedevano alle stelle di scendere dal 57% al 47%), mentre il sindacato dei giocatori ha confermato l’ultima offerta del 53% a 47% in loro favore. In ballo ci sono circa centoventi milioni di differenza per il primo anno dell’accordo collettivo.

Le tappe della vicenda.
L’allarme rosso è scattato ufficialmente il 30 giugno alla scadenza del precedente contratto collettivo con l’annuncio della serrata da parte dei proprietari. Alle franchigie non tornano i conti: perdite totali dichiarate per 300 milioni di dollari e solo 8 squadre con il bilancio in attivo. Durante l’estate non sono stati fatti passi in avanti con il risultato della cancellazione della prestagione. Oggi siamo esattamente nella situazione di tredici anni fa, quando il campionato fu ridotto dalle classiche ottantadue a cinquanta partite, senza alcuna certezza di rivedere a breve Bryant e soci in azione.

mercoledì 5 ottobre 2011

Nba, stop alle trattative: salta la preseason e migrano le stelle

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=165429&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - La riunione chiave, durata oltre cinque ore, per salvare l’ultimo scorcio della prestagione e l’avvio del campionato Nba si è risolta in un nulla di fatto. Le stelle milionarie, da Bryant a Wade, che da giorni sfilano al Waldorf Astoria hotel di Manhattan e i proprietari, rappresentati dal commissioner David Stern, non hanno trovato l’accordo sul come dividere l’immensa torta di ricavi (4 miliardi di dollari per anno) della lega cestistica statunitense. E non è stata fissata una data per la ripresa dei colloqui. L’ultima offerta formulata a sorpresa dai proprietari è stata una spartizione al 50% degli introiti (il precedente accordo collettivo era 57%-43% in favore dei giocatori), ricevendo in risposta un altro no.

In questa momento l’unica certezza è che si tratta di un gioco a perdere per tutti: incassi mancati per le franchigie, giocatori bloccati (non possono allenarsi con i rispettivi staff tecnici e usufruire delle strutture delle squadre, è vietato parlare con gli allenatori della propria squadra, gli stipendi sono congelati) e gli appassionati privati di uno show sportivo che catalizza l’attenzione su scala globale. Secondo le stime dell’Nba solo il taglio della prestagione ha prodotto una perdita tra i 175 e i 200 milioni di dollari, mentre la mancata partenza a novembre produrrebbe un rosso quantificabile in centinaia di milioni.

«Abbiamo mostrato la volontà di trattare - ha spiegato Derek Fisher, presidente dell’associazione giocatori - e ci siamo detti disposti a scendere dal 57% al 53% nella percentuale dei ricavi che ci è dovuta e per la Nba sarebbe un risparmio di un miliardo di dollari in sei anni. La nostra proposta non è stata accettata, al di sotto di quella cifra non possiamo scendere. Siamo consapevoli che questa contrapposizione produrrà un’annata a macchia di leopardo».

L’idea che sostiene la posizione del sindacato giocatori, sotto l’influenza delle potenti agenzie che li rappresentano, è elementare: il nostro talento e l’attitudine allo spettacolo sono il motore di tutti i ricavi e quindi ci spetta la fetta più grossa. Inoltre c'è il timore che la sottoscrizione al ribasso di un accordo a lungo termine li tenga fuori dalla crescita esponenziale che il business Nba può avere nei prossimi anni.

David Stern, memore dei danni prodotti dalla serrata nella stagione 1998/99 quando si giocarono solo 50 partite, con Adam Silver e il proprietario dei San Antonio Spurs ha tentato di calare l’ultimo asso con il concetto di una divisione esattamente a metà del denaro fatturato. Dopo una riflessione in stanze separate delle due parti sull’offerta è arrivata la resa.

«È stata una giornata intensa, ma non abbiamo fatto i progressi che ci attendevamo e le negoziazioni sono state bloccate. Cancelleremo le 43 gare restanti della prestagione e se entro lunedì (praticamente impossibile, ndr) non ci sarà una svolta salteranno le prime due settimane del campionato», ha annunciato Stern. E non è stato neanche affrontato l’altro tema scottante della ristrutturazione del tetto salariale con gli agenti che hanno fatto pressione per non abbassare i livelli massimi con cui sono retribuiti i top player.

Le stelle Nba in Europa. Dopo le seconde linee, ovvero gli atleti senza contratti in essere o garantiti, il prolungarsi della situazione di stallo sta convincendo anche gli uomini copertina dell’Nba a trovare una sistemazione da quest’altra parte dell’oceano. L’ultimo in ordine di tempo è stato il francese Tony Parker che ha ufficializzato il ritorno all’Asvel Villeurbanne, di cui è azionista, pagando di tasca propria il costo dell’assicurazione. Il russo Andrei Kirilenko, bandiera degli Utah Jazz, è tornato alla base, il Cska Mosca, firmando un triennale con Nba escape e devolvendo l’ingaggio in beneficenza. I fratelli Gasol potrebbero iniziare ad allenarsi con il Barcellona in cui sono cresciuti.

La durata della serrata è destinata a cambiare gli equilibri della stessa Eurolega, che diventa la manifestazione più importante grazie all'abbondanza di fuoriclasse. In Italia, dopo l’approdo di Gallinari a Milano e le sirene per Andrea Bargnani, l’attenzione è rivolta all’evolversi dell’affaire Bryant. «Ancora sono indeciso sull’offerta della Virtus. Non è una trattativa semplice, l’attuale stallo mi dà tempo per pensare. Quante possibilità ci sono che venga in Italia? Mica sarete degli scommettitori». Poi la benedizione di Stern, che però mastica amaro. «È un suo diritto andare a cercare altre opportunità, facendo attenzione alla condizione fisica e spero che poi torni presto da noi».

sabato 1 ottobre 2011

Basket, la cinquina di Siena: Cantù battuta nella Supercoppa

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=165021&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - La Bennet Cantù spreca l’occasione, costruita con saggezza per trentotto minuti, di interrompere la dinastia nazionale dell’invincibile Montepaschi Siena. I campioni d’Italia conquistano in volata, 73-70, la quinta Supercoppa italiana consecutiva, la sesta della propria storia, sul collaudatissimo asse lituano Kaukenas (10 punti)-Lavrinovic (25 punti, 7/11 al tiro, 9/9 ai liberi, 8 rimbalzi, 34 di valutazione). Il primo infila a 1’20 dalla fine l’unica, ma decisiva, tripla della sua serata, 69-65. Il secondo è l’anima delle varie rimonte senesi con l’ampio repertorio offensivo che ne da diversi anni a questa parte ne fa il lungo più forte della nostra Lega.

Lo splendido tifo canturino trasforma il Palafiera di Forlì nel Pianella di Cucciago, ma nel momento chiave sul 59-63 al 37’ una banale palla persa su rimessa laterale e un’altra ingenuità riaccendono la Montepaschi versione cannibale. Lavrinovic non perdona dalla lunga distanza, poi le mani veloci di capitan Stonerook lanciano in contropiede Moss per il sorpasso, 66-65. Qualche errore di troppo dalla lunetta dei biancoverdi, 2/4, tiene aperta la sfida fino all’errore di Lightly che fallisce il libero che vale il supplementare, 71-70 a tre secondi dall’epilogo.

Nelle prime due frazioni i canturini toccano il massimo vantaggio al 12’, 12-22, ma la retina è un miraggio per tutti (10/26 dal campo). Mazzarino sigilla la superiorità della Bennet con un 2/2 da3, 32-24 al 20’. Al rientro dall’intervallo lungo la squadra di Trinchieri si pianta in attacco (4/12 in 10’), 0 punti in 4’, e la Montepaschi impatta, 36-36 al 25’. Si prosegue in equilibrio, ma i lombardi non sfruttano mai le inerzie positive (47-55 al 32’) e l’esperienza dei toscani li punisce sul traguardo.

Le due finaliste dell’ultimo scudetto sono un cantiere tecnico aperto e di conseguenza la partita viaggia a intermittenza tra errori (38 palle perse complessivamente) e percentuali al tiro basse soprattutto dalla lunga distanza (7/25 da3). Siena rinuncia al colpo dell’estate, David Andersen, ancora non al meglio della condizione e inizia a scoprire Dajuan Summers. L’ex Pistons dimostra applicazione, esplosività fisica e qualità in attacco, ma deve essere ancora integrato nei sistemi di coach Pianigiani. Bo Mc Calebb (13 punti, 6 falli subiti), dopo lo straordinario Europeo con la Macedonia, è già sontuoso e il suo primo passo non lo tiene nessuno.

Cantù intanto regala un’emozione a tutti gli italiani appassionati di pallacanestro: rivedere Gianluca Basile nei nostri palazzetti. Il “Baso” (6 punti) piazza un paio delle sue triple ignoranti, ma non ha le gambe per reggere a lungo la pressione difensiva del dinamitardo Mc Calebb (7 palle recuperate). Tra i nuovi innesti la scommessa Cinciarini (4 punti, 1 palla persa) manca di personalità, come l’americano Lightly (1/2 al tiro, -2 di valutazione) con un esordio in punta di scarpe. La dirigenza dei brianzoli, dopo aver rinunciato al pivot Parakhouski, deve colmare il buco sotto canestro che può creare danni soprattutto in ottica Eurolega.

A una settimana dal via del campionato si riparte dunque dalle due certezze della scorsa stagione: la fame insaziabile di successi della Montepaschi, la solidità ancora non vincente della diretta inseguitrice Cantù.