lunedì 15 febbraio 2010

All Star Game Nba

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di Gabriele Santoro


ROMA (15 febbraio) – Tre giorni per gustarsi il meglio del basket più spettacolare al mondo, sessantaquattro paesi virtualmente collegati, 108,713 persone in delirio a riempire l’avveniristico Cowboys Stadium di Dallas. Benvenuti all’All Star Game Nba, “where amazing happens” (dove si realizzano meraviglie), che ha battuto tutti i record di presenze e di audience televisiva. Il commissioner Nba David Stern, anima di questa macchina da spettacolo e business, sta gongolando per il successo dello show sportivo-mediatico che ha rivoluzionato il modo di intendere e vendere il gioco inventato dal professor James Naismith. «È stata una pietra miliare del nostro sport – ha commentato David Stern – una prova della grande popolarità dei nostri giocatori, della tenacia di Jerry Jones e dell’immaginazione di Mark Cuban (patron dei Dallas Mavericks, ndr)».

Flash fotografici impazziti per la parata di stelle. Beneficenza con il programma Nba Cares. C’è spazio anche per l’estroverso Brandon Jennings, ex Lottomatica Roma, che viene ripreso mentre si regala un’acconciatura in stile high-school, per poi lanciarsi in un balletto inedito prima della sfida tra matricole e sophomore.Un parterre stracolmo di personaggi dall’attore-governatore della California Arnold Schwarzenegger al regista Spike Lee, che nella tre giorni non ha mai mollato la propria poltroncina alternando solo cappelli sgargianti. Se per i suoi New York Knicks anche quest’anno c’è poco da esultare, il regista si è consolato ed esaltato con i voli del playmaker blu-arancio “CryptoNate” Robinson. Dall’alto del suo metro e settantaquattro Robinson è entrato nella storia Nba, vincendo per il terzo anno consecutivo la gara delle schiacciate: l’evento più spettacolare del weekend. Difficile descrivere quanto Nate riesca a decollare e a restare sospeso in aria per poi inchiodare nel nylon.

Est batte Ovest. Poi anche c’è il basket giocato, zero difesa beninteso, tra i campioni del mondo. Non c’è stata la sfida tra Kobe Bryant, l’uomo del destino dei Lakers ha dato forfait, e l’accoppiata King James-Wade. Ma D-Wade non si è fatto molti scrupoli, fregiandosi con 28 punti, assist e schiacciate da favola del titolo di Mvp della serata. Lebron James ha mostrato il solito repertorio con 25 punti (11/28 al tiro). Numeri dalla Florida connection Wade-Howard, il centro degli Orlando Magic che si è tolto anche lo sfizio di una tripla sotto il sorriso sornione del suo coach Van Gundy. Partita sempre in equilibrio, decisa in volata dai tiri liberi del 141-139 del Raptors Chris Bosh (23 punti). Il Nuggets Carmelo Anthony (27 punti, migliore per Ovest) ha scagliato sul ferro la tripla del buzzer beater. Il padrone di casa Dirk Nowitzki, uno dei pochi europei a non sentirsi corpo estraneo in questo show tutto a stelle a strisce, non ha sfigurato davanti ai propri tifosi con 22 punti e qualche numero. « È incredibile giocare davanti a 108mila persone – spiega nel post-partita James - Non c’è un seggiolino vuoto. Essere protagonista di un momento storico come questo è quello che hai sempre sognato».

L’Italia made in Nba. Per la prima volta anche l’Italia è stata rappresentata con il suo alfiere Danilo Gallinari in una gara singola. L’ala dei Knicks ha preso parte sia alla sfida rookie-sophomore sia a quella del tiro da tre punti, nonché come assist-man nella gara delle schiacciate per il compagno Robinson. Il Gallo è stato eliminato al primo round della gara, poi vinta dalla guardia dei Celtics Paul Pierce che ha battuto in finale la matricola Curry, totalizzando quindici punti sui trenta disponibili. Una delusione relativa per Gallinari, che è già riuscito a guadagnarsi il rispetto e l’attenzione della Lega.

Rookie-Sophomore 140-128. Dopo sette sconfitte nelle ultime sette edizioni dell’All Star Game gli esordienti della Lega superano i colleghi al secondo anno di Nba. Esordio che non rimarrà nel libro dei record per il nostro Danilo Gallinari (5 punti in 13’ d’impiego). Mattatore della serata Russell Westbrook dei sorprendenti Thunder con 40 punti. Non ha deluso il top-scorer dei Sacramento Kings Tyreke Evans (26 punti), votato mvp della sfida, protagonista come Brandon Jennings (22 punti con 23 tiri) che ha trovato proprio la dimensione giusta in cui esprimere talento e sregolatezza.

lunedì 1 febbraio 2010

Storia vera di Carmela, libera per l'amore dei figli

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di Gabriele Santoro


ROMA (1 febbraio) – La vita di Carmela Rosalia Iuculano è un intreccio incessante di dolore e sopraffazione, ma anche di smisurato coraggio e di un amore per la libertà che scuote le coscienze. La storia di una giovane donna siciliana del nostro tempo, che dopo aver intriso la propria esistenza dell’opprimente quotidianità di un matrimonio con il boss Rizzo che aiuta la latitanza di Provenzano, si ribella per assicurare un futuro diverso dei propri figli.

Davanti ai valenti e coraggiosi magistrati Lia Sava, Michele Prestipino e Sergio Lari, Carmela Rosalia restituisce con queste semplici parole lo squarcio di luce che ha illuminato la tortuosa strada verso la legalità e la giustizia. «Lo faccio per amore dei miei figli, finora sono stata una mamma incosciente, ma adesso voglio assicurargli un futuro migliore, voglio toglierli da quella cultura fatta di silenzio, egoismo e odio. Voglio strapparli a quella famiglia mafiosa in cui per destino o per disgrazia sono nati».

La fotografa e pluripremiata scrittrice bergamasca Carla Cerati nel libro Storia vera di Carmela Iuculano (Gli specchi di Marsilio, pag. 157, euro 15) tratteggia con precisione e fedeltà l’attuale condizione di sottomissione femminile in un’Italia dimenticata, abbandonata nei riti di una violenza arcaica. Una vicenda che parla all’Italia pronta a indignarsi per i Burqa degli altri, ma incapace di guardare alle proprie malcelate prigioni culturali e sociali. Nel meridione d’Italia quante altre Carmela Iuculano annegano nell’oblio mafioso?

Un matrimonio mafioso. Lo stupore per l’arrivo della prima mestruazione e «la terribile frase “ora sei signorina” con cui la madre accolse la notizia determinò la fine di ogni libertà». Nel 1987 la quattordicenne Carmela inizia a vivere sotto la tutela maschile del fratello, guardiano di quella preziosa verginità. La scoperta dell’adulterio paterno sconvolge il delicato equilibrio affettivo e le apre un mondo omertoso, dove la madre subisce in silenzio il tradimento perché «non ho mai lavorato in vita mia. Se lo lasciassi chi ci darebbe da mangiare? E non avrei certo il coraggio di dire a mio padre che lascio mio marito, non capirebbe». Il sangue della ribelle Carmela ribolle e l’incoscienza la spinge nelle braccia di Pino Rizzo, rampollo di un’importante famiglia “d’onore”. «Pino le giurò che mai si sarebbe comportato così con lei, e che, se fosse diventata sua moglie, l’avrebbe sempre rispettata e protetta». La prima, poi la seconda fuitina. Il “fidanzamento in casa”, un impegno da concretizzare nel matrimonio al raggiungimento della maggiore età. A diciassette anni si ritrova incinta di «un fannullone, in grado solo di dare ordini»,
che la tradisce a ripetizione, che la riempie di botte «perché deve imparare a comportarsi secondo le regole: una moglie non deve mai contraddire il marito ed essere rispettosa e ubbidiente». I panni sporchi si lavano in casa, perché se no «è vergogna». Carmela vive la propria sessualità come «una vergine oltraggiata», si autoaccusa di non riuscire a soddisfare le voglie indicibili del marito. Nel settembre del ’91 arriva il matrimonio con la benedizione ecclesiale e di boss del rango di Nino Giuffré e Salvatore Rinella.

Donna di Cosa Nostra. Carmela Iuculano tenta il suicidio, si rasa a zero i capelli, dimagrisce a vista d’occhio, odia quel marito scelto solo per sfuggire alle dinamiche di casa. Il marito l’addita come pazza. La svolta arriva con il salto di qualità della carriera criminale e con l’affiliazione a Cosa Nostra di Pino Rizzo. «Rosalia cominciò a guardarlo in modo diverso. Evidentemente, come accade a certi poveri cani maltrattati, bastava poco per comprare il suo affetto». Nel 2002 Si trasferiscono in una grande casa, vengono guardati con ossequioso rispetto dalla gente e inizia un periodo di intensa vita sociale «a Contrada Canna c’era un viavai di uomini di mafia». A ventinove anni Carmela inizia a viversi come donna rispettata, ha barattato un rapporto alla pari con una criminosa complicità. «Comincia a godere di un certo rispetto da parte del clan. Tutti trovavano sua moglie bellissima, intelligente e con i modi giusti per il ruolo».

Il riscatto. Carmela è incinta del terzogenito Andrea, quando Pino viene arrestato. Come tutte le donne di mafia diventa lo snodo fondamentale di tutte le comunicazioni del marito, che decide e comanda anche da dietro le sbarre. Carmela raccoglie i pizzini da consegnare al capo dei capi Bernardo Provenzano. Dopo aver ottenuto l’autorizzazione dal marito si concede un pellegrinaggio religioso e «davanti a tante persone che si guadagnano il pane onestamente si sente indegna: per la prima volta vede se stessa e coloro che vivono la mafia come delle sanguisughe. Rosalia è in preda a uno stato di esaltazione, piange ininterrottamente e invoca il pentimento del marito, di fronte ai compaesani esterrefatti». Nel 2004 affronta l’umiliazione dell’arresto davanti ai propri figli e vive la trafila carceraria sommersa dall’imbarazzo. Al rientro a casa dopo la concessione dei domiciliari gli occhi e le parole di Daniela e Serena, «mamma mi vergogno», l’innocenza dell’infante Andrea, annichiliscono ogni ultima resistenza ai presunti doveri coniugali.

Oggi Carmela Rosalia Iuculano, con il fondamentale sostegno dell’avvocatessa Monica Genovese e degli uomini del Nucleo operativo di protezione, è una donna libera. Ha sostenuto centinaia di interrogatori e deposizioni come collaboratrice di giustizia. Ha contribuito a far condannare decine di mafiosi, tra cui Pino Rizzo e altri familiari. Ora Carmela sta costruendo con fatica per lei e i suoi figli un altrove fuori dalla trappola buia in cui ha vissuto.

giovedì 21 gennaio 2010

Radio Haiti

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di Gabriele Santoro


ROMA (21 gennaio) – La radio è il mezzo d’informazione più diffuso ad Haiti. Sono oltre duecento le stazioni radiofoniche nel paese caraibico, concentrate soprattutto nella capitale haitiana, molte delle quali distrutte dal terremoto. Gli abitanti di Port-au-Prince vivono con l’orecchio incollato a vecchie radioline per cercare contatti e voci rassicuranti. Per tutta la giornata l’equipe di Radio Caraibes, come testimonia questo video dell’Afp, trasmette notizie dal marciapiede antistante la sede lesionata dell’emittente. Un generatore elettrico, che serve anche a ricaricare i cellulari di centinaia di persone, e una grande antenna rossa permette di diffondere i programmi in francese e in creolo.

«Siamo giornalisti, dobbiamo fare il nostro mestiere - raccontano i giornalisti di Radio Caraibes - La gente aspetta notizie dei propri cari. La nostra priorità è spiegare alla gente che si tratta di un terremoto e non della fine del mondo, come pensano in molti». La radio si è trasformata anche in uno strumento per lanciare messaggi: «Ciao Nadia Chaduc, se sei viva chiama al 3428-3218». «Mi chiamo Jocelyne Junie, sto bene e sono stata curata all’ospedale Renaissance, vorrei che i miei parenti mi raggiungessero con del cibo». Da un paio di giorni ha ripreso a funzionare la radio dell’Onu, Minustah Fm, grazie al lavoro dei tecnici di Radio France e TDF (Telediffusion de France).

Il centro di trasmissione della radio è situato nei pressi dell'aeroporto di Port-au-Prince. «In una situazione in cui solo qualche stazione radio ha potuto continuare a trasmettere fra le decine che sono state distrutte, la radio dell'Onu - afferma Radio France - diventerà un luogo aperto a tutti che raggruppa più di 25 giornalisti haitiani venuti da diverse stazioni. La radio propone un programma quotidiano per un pubblico haitiano, in francese e in creolo, denominato "Ensemble, avec Haiti"».

Ci sono molte radio haitiane che trasmettono anche da città statunitensi, come Radio Soleil d’Haiti da New York o Radyo Leve Kanpe disponibile in FM sia dal New Jersey sia da Inche nell’isola caraibica. Dalle frequenze di Radio Melodie in uno studio resistito al terremoto. Nei primi Anni Novanta la diffusione capillare di piccole radio, chiamate comunitarie, ha permesso la circolazione delle informazioni anche nei centri più poveri e isolati di Haiti.

Radio Haiti Inter, Montas è viva. Nella storia della radiofonia haitiana Radio Haiti Inter occupa un posto speciale. Nei giorni scorsi l’haitiana Michèle Montas, fondatrice con il marito Jean Dominique di Radio Haiti Inter e negli ultimi tre anni portavoce del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, dopo essere data per dispersa i funzionari del Palazzo di Vetro hanno comunicato invece notizie rassicuranti sulle sue condizioni. L’esperienza d’informazione indipendente e democratica di Radio Haiti Inter, narrata nel film The Agronomist, ha accompagnato dal 1960 la travagliata storia della “Perla delle Antille”. Da radio di intrattenimento con l’arrivo di Jean Dominique, l’agronomo «che coltivava la mente del suo popolo», e di Michèle Montas si è trasformata in strumento di opposizione alla dittatura sanguinaria dei Duvallier e dei regimi militari corrotti susseguitisi. La prima emittente a comunicare in lingua creola, perché come ricordava Dominique «non siamo inglesi, non siamo francesi e tantomeno americani. Siamo haitiani».

Il “business rischioso” d’informare come lo definiva Dominique era diventato uno straordinario punto di riferimento per le aspirazioni democratiche dell’isola. L’omicidio, consumato nell’aprile del 2000 e a tutt’oggi impunito di Dominique, i numerosi attacchi alla Montas e la violenza crescente hanno costretto nel 2002 Radio Haiti Inter a chiudere i battenti. Chissà che dalle ceneri di questo devastante terremoto non possano ricominciare a vibrare anche le frequenze libere di questa radio.

lunedì 18 gennaio 2010

L'Esquilino tra integrazione e degrado

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di Gabriele Santoro


ROMA (18 gennaio) - Il vento e la pioggia di questi giorni non hanno spazzato via i fiori e i ceri adagiati vicino ai cancelli dei giardini di Piazza Vittorio, all’angolo tra via Bixio e via Principe Eugenio, in memoria di Sher Khan. Mohammad Muzaffar Alì, chiamato dagli amici Sher Khan, uno dei leader storici dei movimenti antirazzisti cittadini, ha atteso vanamente per vent’anni il permesso di soggiorno. Nella notte del 9 dicembre è morto al freddo avvolto da qualche cartone e coperta di fortuna proprio nel cuore di Roma, all’Esquilino. La fine più cruda di quell’integrazione mancata de “Il rione incompiuto”, che si dibatte tra le opposte rappresentazioni del felice quartiere multiculturale e dell’invivibile Bronx.

Il volume. Il rione incompiuto. Antropologia urbana dell’Esquilino (CISU, pag.340, 32 euro), curato da Federico Scarpelli ricercatore in Scienze etnoantropologiche dell’Università La Sapienza, è un viaggio nelle trasformazioni di “una città nella città”, che ha il suo snodo centrale nei portici tardo-ottocenteschi ideati dall’architetto Gaetano Koch. Un quartiere dal grandissimo valore simbolico e dalla forza comunicativa svelata dal milanese Gadda nel “Pasticciaccio brutto di via Merulana”, «in cui la città e l’Esquilino sono scelti per rappresentare la vita nella sua totalità, caotica, zeppa di dialetti, di gerghi, di umori, di emozioni». O più recentemente dal giornalista e scrittore migrante Amara Lakhous nel romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”. Questa ricerca sull’Esquilino ha il pregio di scendere tra la gente. Fa parlare le suggestioni e le insoddisfazioni dei residenti, riannoda in un lavoro prezioso i fili della memoria del quartiere e fotografa la realtà senza infingimenti.

Una realtà variegata che attrae anche «stranieri ricchi desiderosi di comprare una casa all’Esquilino come fosse New York - svela Adriana Serpi nel capitolo “Il rione europeo” - Il rione più cosmopolita e multietnico di Roma e almeno in questo ricorda la Grande Mela. Avevo già rilevato come l’eterogeneità sociale, culturale ed etnica, rappresentasse uno dei fattori determinanti alla base della scelta abitativa di molti nuovi residenti». Nelle oltre trecento pagine dense di riferimenti e di spunti di riflessione si respira l’aria delle strade dell’Esquilino: la sensazione di smarrimento e anonimato di fronte all’invasione di negozi cinesi «difficilmente appetibili per un cliente romano», la ricchezza culturale di luoghi come l’associazione Apollo 11 dove è sbocciata la splendida storia dell’Orchestra di Piazza Vittorio, gli odori del mercato, trasferito nel 2001 alle ex caserme Pepe e Sani, impregnati nei marciapiedi e nei ricordi delle persone.

«Rione in bilico».
Federico Scarpelli nel capitolo “La memoria e l’emergenza” affronta le criticità di un rione che si sente ai margini del centro storico, incerto del proprio status urbano, dove «alla triade microcriminalità, senso d’invasione e degrado si sommano altri segni sul territorio, come la mancanza di una vita notturna ristoranti o bar di un certo tipo». Nelle interviste, in questo saggio rivolte ai residenti dell’Esquilino di vecchia data, emerge il disorientamento per gli elementi di disorganizzazione sociale o inciviltà fisiche come «il degrado edilizio, la mancata manutenzione dei luoghi pubblici dei quartieri, la scarsa illuminazione, i rifiuti ai lati delle strade» e sociali «come rumori e comportamenti fisicamente o solo visivamente molesti. la presenza di ubriachi o tossicodipendenti» con cui si convive. Più che la repressione, l’interazione e la riappropriazione civile di spazi pubblici può reagire ed escludere elementi pericolosi. L’autore rievoca «una nuova grande stagione urbana, in cui cittadini e visitatori amano essere sedotti dalle città e chiedono di poterle vivere di più. Anche se è notte, anche se non è il proprio quartiere, e anche se si è donne».

Il mercato identitario. La storia del mercato alimentare di Piazza Vittorio non può essere scissa da quella del rione. Christian Micciché nel capitolo “Costruzione e memoria di uno spazio urbano” illustra come «la piazza sebbene ristrutturata, ripavimentata, svuotata dei banchi del mercato e circondata dal traffico appare così ridotta a un luogo di transito e non più punto di ritrovo per la collettività». Le testimonianze dei residenti raccontano questa voragine simbolica, che le diverse amministrazioni nella lenta riqualificazione urbana non hanno saputo colmare: «Il mercato dava un po’ la cifra di questo quartiere – spiega Valerio, prof. di antropologia - Il mercato popolare è proprio una spazio di mobilità, di vita, di espedienti. Questo era il suo fascino». Simonetta ricorda quando «c’era il tranvetto bianco e blu dai colli, ci veniva tutta la povera gente a fare la spesa». Alessandro rimpiange i cocomerai estivi, perché «ci venivano da tutta Roma a mangiare il cocomero. La notte erano sempre aperti e ci davano un senso di sicurezza».