lunedì 22 settembre 2014

Cartoline del Belpaese che se ne va: Giuseppe, la promessa della ricerca sogna l'America

Il Messaggero, Macro pag. 16,
22 settembre 2014
di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro


Glenn Green è un professore associato di otorinolaringoiatria infantile presso l'Università del Michigan, e sarà uno degli ospiti d'eccezione di Maker Faire. Perché un medico è coinvolto in una manifestazione che accoglie innovatori e artigiani della tecnologia su scala globale? A maggio di un anno fa ha salvato la vita di un neonato, Kaiba Gionfriddo, impiantandogli a livello del bronco sinistro una endoprotesi stampata in 3D con materiale biologico riassorbibile, al fine di risolvere una rara ostruzione polmonare. Il mondo della medicina e quello dell'innovazione tecnologica appaiono sempre più convergenti.

L'Italia ha in questi due settori i luminari di domani, ma rischia di perderli per le ormai storicizzate deficienze del sistema. Appare emblematica la storia di Giuseppe Dall'Agnese, uno dei giovanissimi protagonisti della rassegna. Si è diplomato allo sperimentale Liceo Biologico Elisabetta Vendramini di Pordenone. Ora è iscritto al corso di laurea in scienza e tecnologia per l'ambiente. La passione per la biologia è anche una questione di famiglia: Alessandra, la sorella maggiore, studentessa di genetica, vive a San Diego, dove rimarrà almeno per un biennio per un dottorato di ricerca. A maggio il promettente Giuseppe, selezionato dalla Federazione delle Associazioni Scientifiche e Tecniche, è stato insignito a Los Angeles dall'American Physiological Society del prestigioso riconoscimento mondiale per liceali Exceptional Science Award, nell'ambito dell'Intel International Science and Engineering Fair.

Come un giovane apprendista di bottega, presso il laboratorio romano del Dulbecco TelethonInstitute dove era impiegata la sorella con l'equipe del professore Pier Lorenzo Puri, prima ha guardato e ascoltato, poi è passato all'azione. Una tesina articolata sugli studi in corso d'opera sull'enzima p38 ha conquistato gli americani: borsa di studio e numerosi contatti. «Attivandolo o disattivandolo nelle cellule staminali, è possibile indurlo alla moltiplicazione e poi alla sua differenziazione. Dal funzionamento e dalla regolazione del p38 potrebbero arrivare terapie innovative per contrastare malattie gravi quali la distrofia muscolare e il rabdomiosarcoma», spiega.

Ha vent'anni, dunque tutta la vita davanti, ma si avvicina il momento delle scelte dirimenti. E lui, senza giri di parole, immagina il proprio futuro lontano da qui. Il sogno di un progetto di ricerca scientifica agli albori, già riconosciuto a livello internazionale, è riposto in una valigia destinazione Stati Uniti. Ha l'opportunità di andarsene, senza nutrire troppi dubbi in merito: «So di trovare lì le occasioni che qui non avrei. Una volta laureato partirò per fare ricerca. Ho legami attivi oltreoceano, mi tengono in considerazione».


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Maker Faire, l'economia dell'innovazione

Il Messaggero, Macro pag. 16,
22 settembre 2014

di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro

Maker Faire Roma si propone innanzitutto come un laboratorio di idee, che stanno contribuendo alla costruzione di un nuovo tessuto economico. Si tratta di un evento internazionale, con trentatré paesi partecipanti, dove l'innovazione tecnologica è una questione d'artigianato, ma soprattutto l'occasione per una visione partecipativa dello sviluppo. La manifestazione, che nell'edizione precedente attirò 35mila visitatori, trasloca dal Palazzo dei Congressi all'Auditorium per un'esposizione da 70mila metri quadrati.

Il colosso multinazionale dell'high-tech è attirato dalla creatività della piccola start up che, pur in assenza di ingenti risorse finanziarie, gode di ampi spazi di manovra: può permettersi di scommettere senza vincoli, promuovendo la cultura dell'open source. «Per le aziende classiche, italiane ed europee, il mondo degli artigiani digitali resta per larga parte ancora sconosciuto. Qui siamo partiti in ritardo, ma esiste un bacino di potenzialità strepitose. Sorgono ormai quotidianamente botteghe tecnologiche, spazi di condivisione denominati fablab o makerspace. Sempre meno si cerca di vendere una propria idea a un’impresa, e sempre più spesso ci si organizza tra crowdfunding e autoproduzione», dice il curatore Massimo Banzi.

Banzi, richiestissimo dagli Stati Uniti alla Cina, è il cofondatore e l'anima di Arduino: una scheda elettronica di piccole dimensioni con un microcontrollore e di facile fruibilità, inventata per finalità didattiche presso l'Interaction Design Institute di Ivrea. Oggi rappresenta il cuore di molti strumenti, a partire dalle stampanti 3D, adottati dai makers. L'invenzione appare a portata di tutti; si diffonde una risorsa aperta dall'evoluzione condivisa, che mira alla semplificazione dell’uso dell’elettronica e della programmazione. Arduino ha costruito una comunità globale di utenti, che formano la spina dorsale del movimento maker.

«Viviamo una transizione che rimette in gioco l’intero sistema culturale, economico, produttivo e sociale: un fenomeno macroscopico perlopiù provocato da Internet. Per esempio la democratizzazione produttiva propria delle stampanti 3D può impattare fortemente l'attuale industria occidentale. Ci proiettiamo verso un mondo in cui continueranno a esserci i giganti industriali, ma accanto a loro si moltiplicheranno migliaia di piccole aziende con essenziali prodotti di nicchia», aggiunge l'innovatore senza una laurea in tasca.

Questa è la scommessa di tre giovani amici: Davide Costa, Francesco Cavallo e Simone Brandi. Da studenti di disegno industriale, presso la Sapienza, coltivavano un sogno comune. Ora hanno ricongiunto i rispettivi percorsi nell'avventura imprenditoriale Eweindustries. Hanno inventato una macchina ecosostenibile (Ewe filament extruder), non ingombrante e dall'aspetto accattivante, in grado di triturare e fondere gli scarti di plastica in un filamento per creare oggetti completamente nuovi con la stampante 3D. Per loro Maker Faire rappresenta ciò che fu per gli innovatori antesignani la Great Exhibition londinese di metà Ottocento al Crystal Palace.

Presenteranno una stampante, disponibile sul mercato da dicembre, a tecnologia fused filament fabrication, dotata di una configurazione on line adattabile a qualsiasi esigenza e livello di capacità di utilizzo. «Questo tipo di manifestazioni per noi sono irrinunciabili. Non solo per una mera ragione di visibilità e circolazione del prodotto. Ma perché l'economia che vorremmo rifondare si basa sullo scambio di competenze, scoperte e soprattutto sull'ascolto delle esigenze di un consumo responsabile», sottolinea il ventinovenne Davide.

Chiara Russo e Mara Marzocchi hanno immaginato, e poi edificato, una fortuna coraggiosa proprio su questa logica d'interazione. La start-up romana Codemotion organizza, da Berlino a Tel Aviv, conferenze tecniche interdisciplinari per sviluppatori e ingegneri informatici, che attirano i principali player del settore. Nel tempo hanno ampliato l'offerta di servizi, rivolgendo un'attenzione particolare all'alfabetizzazione scientifica primaria.

Per Maker Faire allestiranno un'area Kids da duemila metri quadrati: una palestra di logica e tecnologia riservata a bambini e ragazzi, che interpreta la missione di insegnare programmazione elettronica e robotica. Verrà stimolata in modo divertente e costruttivo la creatività digitale. I genitori potranno affidare i figli ad animatori esperti, che li guideranno in laboratori per passare dall'essere semplici fruitori a creatori.

«Anche le scuole cominciano a cercarci per una necessaria implementazione della didattica. Si deve comprendere che elettronica e programmazione ormai equivalgono allo studio del pc di dieci anni fa o dell'inglese vent'anni prima. Gli ambiti di applicazione di queste conoscenze sono moltissimi.  Non direi che siamo all'anno zero. Ci vuole entusiasmo; anche in Italia, malgrado i numerosi ostacoli, si può fare», afferma Chiara.

Durante la tre giorni, promossa dalla Camera di Commercio di Roma e organizzata da Asset Camera, saranno esposti oltre cinquecento progetti. Maker Faire s'inserisce nella cornice dell'Innovation Week e inquadra in una strategia generale, che il presidente Stefano Venditti sintetizza così: «Questa strada costituisce la principale prospettiva di crescita per il nostro territorio; si sta formando un ecosistema imprenditoriale che potrà affermarsi sul mercato del domani. Come attori istituzionali abbiamo il dovere di assecondare la tendenza».


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martedì 9 settembre 2014

La sfida delle Smart cities

Il Messaggero, sezione Macro pag. 19,
9 settembre 2014

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Le città occupano il 2% della superficie terrestre; ospitano il 50% della popolazione mondiale e vi consumiamo il 75% dell'energia, emettendo l'80% della quantità complessiva di anidride carbonica. Per utilizzare le parole di David Harvey, docente di antropologia e geografia della City University di New York: «La città è il mondo che l'uomo ha creato. La domanda sul tipo di città che vogliamo non può allora essere separata da altre domande sul tipo di persone che vogliamo essere, sui legami sociali che cerchiamo di stabilire, sui rapporti con l'ambiente naturale che coltiviamo, lo stile di vita che desideriamo e i valori estetici che perseguiamo. La libertà di costruire e ricostruire le nostre città e noi stessi, a mio avviso è uno dei più preziosi diritti umani».

Se l'urbanizzazione è stata la chiave di un modello economico, oggi la questione ambientale, quella demografica e la persistente crisi spingono al cambiamento, che comincia dalle nostre abitazioni, divoratrici del 50% fabbisogno energetico europeo. «La città è prima di tutto il luogo dell'interazione sociale. Le città diventate troppo grandi, o troppo inefficienti, non riescono ad assolvere il principale compito. Sono diventate altro: concentrazioni economiche, spazi di massimo inquinamento. Le deformazioni dell'ultimo secolo e la crescita di periferie, prima industriali e oggi solo periferie, hanno bisogno di essere neutralizzate. Occorre un nuovo sviluppo economico per rilanciare i programmi urbani e il recupero di aree funzionalmente inadeguate delle città, perché nel tempo hanno perso le loro funzioni», spiega Roberto Pagani, professore del Politecnico di Torino.

La sfida è nella concretizzazione del concetto polisemico di smart city: una città intelligente, capace di cavalcare la rivoluzione digitale, e dunque l'innovazione,  per migliorare la qualità della vita e dare un nuovo impulso all'economia. Scendendo sul campo, all'Università Roma Tre troviamo un esempio tangibile di ciò che dovrebbe essere. Un gruppo di cinquanta docenti, ricercatori e studenti si è imposto con il progetto RhOME for denCity nella massima competizione mondiale tra università, Solar decathlon 2014, per progetti edilizi innovativi. Una soluzione abitativa, ecosostenibile e a basso costo, per la riqualificazione di un quartiere periferico. «Abbiamo puntato su alloggi energeticamente autosufficienti, in grado di dialogare con l'utente, che è nella condizione di sfruttare al meglio tutta la tecnologia implementata; dall'apertura della casa al consumo energetico. Ora, però, non dovremmo accontentarci di questo successo, bensì tradurlo in realtà: dal prototipo al prodotto con la convergenza tra il mondo della ricerca, istituzioni e imprese», racconta Chiara Tonelli architetto e docente di Tecnologia dell'architettura.

Dal 22 al 24 ottobre a Bologna si terrà la fiera internazionale Smart City Exhibition: l'occasione per valutare lo stato dell'arte. La partita si gioca in Europa, dalla quale provengono la pressoché totalità dei fondi, 2014-2020, da investire sull'innovazione. L'obiettivo è di rendere le città luoghi che, attraverso il partenariato pubblico-privato, alimentino un tessuto imprenditoriale dal basso. «Le start-up rappresentano laboratori creativi fondamentali. In molte città matura la consapevolezza di quanto creino un ambiente favorevole allo sviluppo. Ma abbiamo la necessità di una dinamica duplice: movimento top-down, bottom-up. Siamo sempre deboli nel coordinamento centrale e sinergia; ognuno percorre una strada diversa. Dal basso si percepisce un movimento virtuoso, che andrebbe assecondato», afferma Carlo Mochi Sismondi presidente di Forum PA.

La digitalizzazione della macchina amministrativa pubblica è un altro fattore dirimente, quanto il contrasto all'analfabetismo digitale che favorisce ulteriori iniquità. La città fisica e quella virtuale dovrebbero incontrarsi per un sostanziale miglioramento dei servizi. «Registriamo picchi di eccellenza - prosegue Sismondi -, ma le competenze degli italiani in materia sono un problema grosso, e non di rapida soluzione. Al più basso tasso di apprendimento scolastico delle nuove tecnologie si associa quello sul scarso grado di digitalizzazione piccole e medie imprese».

Su scala europea sono molte le sperimentazioni in atto. Per esempio sul fronte della mobilità e dei trasporti pubblici sta decollando City Mobil 2, che vede coinvolta Oristano e poi Milano per l'Expo 2015. Un veicolo elettrico senza conduttore: un progetto pilota che a medio termine potrebbe diventare uno strumento utile per le nostre aree urbane, dove la macchina non venga più considerata un bene ma un servizio.

Mantenendo lo sguardo sul Vecchio Continente, in Danimarca, approdiamo sull'Isola di Bornholm. Duemila famiglie sperimentano con EcoGrid un sistema in cui la rete elettrica è abbinata a una serie controlli (tariffe, consumo, temperatura) via Internet e si realizza l'integrazione con le fonti rinnovabili, l'eolico in questo caso. Nel giro di due anni la sperimentazione sarà allargata ad altre parti del paese scandinavo, e nel 2020 si prevede che metà dell'elettricità nazionale verrà fornita dall'eolico.

A fronte delle limitate risorse pubbliche, diverrà sempre più determinante il ruolo delle imprese: destinate a scommettere o meno sul cambiamento. In Olanda, Kuiper Compagnons, con cent'anni di attività alle spalle, l'ha fatto. In un decennio ha concepito a Heerhugowaard la città del sole (la più estesa area residenziale con zero emissioni di CO2), e ora su quel modello agisce in tutto il mondo edificando smart cities. «A Shenzhen per esempio abbiamo riprodotto lo stesso modello olandese, favorendo al massimo il trasporto pubblico - spiega Wouter Vos -. Vogliamo stimolare un senso di appartenenza  al luogo tra tutti gli abitanti. Le città devono accogliere l'eterogeneità, e la tecnologia è la via per renderle competitive e accessibili».


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domenica 24 agosto 2014

La famiglia Montalbano: raccontare la mafia vent'anni prima di Sciascia


di Gabriele Santoro

Roma – La gnura Betta prega giorno e notte; invoca la benevolenza dei Santi e arricchisce l’arciprete affinché interceda con l’Altissimo per la sorte dell’unico figlio, che deve tornare dal fronte. È il 1918. Nella frazione di San Filipo, nel cuore dell’aspra Calabria agropastorale, il ritorno dalla guerra di Nicola Napoli, figlio del mezzadro Luigi, illumina il mutamento sociale di una regione, dove si sta affermando un potere avido e spietato, promiscuamente alternativo a quello ufficiale. Gianni della Zoppa, figlio di una famiglia miserrima, ormai veste all’americana. Partito bracciante affamato; svezzato dalla mala d’oltreoceano, torna con la dote economica e il crisma del comando proprio del capobastone.

«Don Nicola Napoli, ricordatevi che il sottoscritto non è più quel tale ragazzo. Ora se non sopra, vi si può stare benissimo a fianco», intima il capomafia paesano al reduce benestante. Un mancato segno di riverenza, un alterco, servono a Saverio Montalto (all’anagrafe Francesco Barillaro) per gettare le fondamenta del romanzo La famiglia Montalbano, meritoriamente ripubblicato dalla casa editrice Periferia. Scritto tra il 1939 e il 1940, dato alle stampe solo nel 1973 da Pasquino Crupi, va considerata la prima opera letteraria organica sulla nascita e lo sviluppo della mafia in Italia. Più avanti affronteremo anche la questione, in apparenza trascurabile, sul primato cronologico conteso e in modo universale assegnato a Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia. Il libro è una preziosa rappresentazione dell’epoca, dei caratteri fondanti dell’associazione a delinquere, e denuncia con lungimiranza l’alba di un nuovo regime. Il testo conserva una feroce attualità. Come annota Goffredo Fofi nella postfazione: «È una lettura trascinante per chi non abbia perso il gusto di una letteratura di veri contrasti e di forti passioni».

«Ce ne freghiamo altamente di chi sei e chi non sei, se non appartieni alla famiglia Montalbano. E ricordati che non siamo più al tempo quando noi piegavamo la testa e dicevamo gnorsì; ora sei tu che devi piegare la testa, diversamente te la insegniamo noi la buona creanza», insiste della Zoppa. Nell’esercizio della prepotenza c’è dunque la rivendicazione di una rivincita. Il desiderio di ascesa della piramide sociale ingrossa rapidamente di giovanissimi le fila di un’organizzazione fin dalle origini interclassista. Al prezzo della libertà individuale, si coltiva l’illusione dell’accesso a un potere riservato a un’oligarchia. Montalto smonta la pretesa ideologica, che associa il propagarsi del fenomeno criminale in Calabria a una lotta di classe romantica, a una forma di ribellismo al destino di un sottosviluppo secolare e alla latitanza dello Stato.

La polemica antistatuale dei picciotti s’impone come copertura propagandistica di un radicamento profondo, che si sostanzia con la commistione incestuosa con il potere politico ed economico, locale e centrale. In realtà lo Stato c’è, ed è corrotto. Lo scrittore calabrese esplicita in più passaggi la ricerca di un patto sociale della malapianta con le classi dirigenti, fino a diventare parte integrante delle élites con gli esiti oggi noti. «La mafia era, ed è, altra cosa: un sistema che contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che possiamo approssimativamente dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel vuoto dello Stato ma dentro lo Stato. Insomma altro non è che una borghesia parassitaria, che non imprende ma soltanto sfrutta», per utilizzare le parole di Sciascia. Benché l’universo antropologico di riferimento del testo abbondi ancora di elementi di un mondo rurale primitivo, l’autore spiega l’alto grado di penetrazione mafioso nei mercati e traffici su larga scala, esercitando il controllo dei settori economici-sociali più avanzati presenti nel Mezzogiorno, i quali costituiscono l’epicentro del contagio.

Mentre si persisteva nel negare l’esistenza stessa della mafia (la prima commissione d’inchiesta parlamentare s’insediò nel febbraio 1963), che è prosperata anche nell’assenza di un’analisi di critica del mondo intellettuale, Montalto ne descrive con largo anticipo e lucidamente la complessità della struttura, le cointeressenze, la dinamicità e la progressiva lacerazione di un qualsivoglia tessuto democratico. Il confine tra lecito e illecito sembra svanire. «Ormai tutto è cambiato e se per il momento non abbiamo tutto nelle nostre mani è questione di tempo perché l’avremo e allora guai a chi non sarà con noi. Tutti si devono convincere che se vogliono avere un po’ di comando debbono mettersi prima d’accordo con noi: assessori, sindaci, deputati, medici e avvocati», prosegue il capobastone. Ancora: «Vi assicuro che ormai incomincia a far parte della nostra famiglia gente più ricca e istruita di voi. Voi ci date i soldi, noi eseguiremo e controlleremo il territorio».

‘Cola non ne vuole sapere di ossequiare quell’arroganza. Il massaro Luigi gli consiglia paternalmente di farsi i fatti propri, come la maggioranza silenziosa. Per stare in pace, è meglio cercare di lusingare quella gentaglia. L’unica strada per mettere al sicuro quella testa calda è combinare il matrimonio, agognato dall’umile Betta, con Mariangela, nipote dell’arciprete ascoltato e ben disposto verso lor signori. Ma l’ingenuo amore per la vergine compromessa Carmeluzza, attraente donna di clan, rompe i giochi; condizionandogli l’esistenza in una terra senza giustizia. «Le leggi? Mi fate ridere! La legge è forza e non può non stare con la forza». I notabili del paese, forti della propria posizione, fanno a gara per scagionare gli indagati in giudizio. L’avvocato si premura di predisporre incontri galanti per il cancelliere del tribunale; e spiega al giovane pretore come funziona. «In fondo è un bravo ragazzo, però, come del resto tutti coloro che si trovano alle prime armi piglia le cose troppo sul serio e crede effettivamente che la giustizia sia sacra e inviolabile», sostiene l’ineffabile Antonio Botta.

L’autore raffigura i rituali d’affiliazione, il battesimo del neofito con la vera acqua lustrale. La costruzione del consenso popolare si fonda sull’ammirazione per l’uomo d’onore, e su presunte leggende ancestrali fondative: la picciotteria ostenta un’egemonia anzitutto pseudoculturale. L’ndrangheta strumentalizza comportamenti, costumi e religione: si vende quale interprete della società tradizionale. Montalto si guarda dallo stabilire un nesso consequenziale tra i tratti di un ambiente culturale e il fenomeno mafioso. La mafia è rivelatrice di una patologica correlazione tra politica, società e criminalità dell’Italia postunitaria. Le élites paesane, ben delineate nel libro, si spartiscono le risorse locali, e rifiutano la concezione moderna di cosa pubblica e l’impersonalità della legge. «Tutta questa gente, grande e piccola, si deve convincere che come dicono le Sacre Carte, chi è con noi e vicino a noi sarà rispettato e onorato come si merita. Ormai le cose si vanno aggiustando abbastanza bene e ognuno si sta persuadendo che senza la nostra mano non c’è niente da fare». Dalle riunioni del crimine scopriamo i codici del tribunale mafioso di prima istanza, che decreta dell’altrui vita o morte.

Montalto testimonia il crescente groviglio di interessi elettorali, in quell’anno fu ampliato il suffragio universale maschile. Restituisce un quadro realistico della compromissione dei rappresentanti del popolo. Dialogano i membri dell’onorata società Gianni della Zoppa e Angelo Bello:
«E dal padre del deputato ci sei stato?»
«Sì, giorni fa»
«Beh?»
«Mi ha detto che quanto prima ci saranno le elezioni e che in questa zona fida completamente su di me; mi ha dato carta bianca in tutto e per tutto; per la giustizia non debbo preoccuparmi affatto che se la vedrà lui». Non sembra di ascoltare la registrazione audio di una contemporanea intercettazione? E dopo aver presenziato in massa alla celebrazione del Santo Patrono: «Si andavano delineando prossime le elezioni e il padre deputato in carica aveva di nuovo chiamato Gianni della Zoppa per comunicargli che egli faceva sempre grande affidamento su di lui e per assicurarlo ancora una volta che poteva continuare a fare i comodi suoi senza preoccupazione alcuna, perché all’occorrenza, per quanto concerneva la giustizia, ci avrebbe pensato lui».

Da intellettuale di provincia, Montalto non abdica alla propria funzione civile. Nell’interessante prefazione Marco Gatto riporta la notizia di un carteggio, datato 1952, in cui Mario La Cava propose a Sciascia la lettura, ai fini di un’eventuale pubblicazione, di alcuni racconti dello scrittore di Ardore. È presumibile che tra quelli recapitati ci fosse anche I maffiosi(titolo originario del lavoro). Anche se nella nota in appendice a Il giorno della civetta, non sarà citato tra i precursori del genere.

Il personaggio ‘Cola Napoli non ha la consapevolezza e la maturità del Capitano Bellodi sciasciano, uomo delle Istituzioni, simbolo dei valori dell’Italia resistenziale. Colui che caccia il naso negli affari malavitosi (“Perché nel denaro che lei accumula così misteriosamente, bisogna cercare le ragioni dei delitti sui quali sto indagando”); che tutela il diritto di sciopero dei lavoratori: «(…) Stiamo in speranza che l’onorevole lo faccia ritornare a mangiare polenta. (…) Ha detto cose da far rizzare i capelli: che la mafia esiste, che è una potente organizzazione, che controlla tutto». Il Napoli non è un eroe, piuttosto un testimone sincero e vittima reattiva al proprio tempo. Bellodi è la nostra coscienza pulita, proviamo ad affidargli la nostra assoluzione. Nella narrazione di Montalto non c’è spazio per la redenzione, sembra chiamarci tutti in causa senza adagiarsi sulla dicotomia bene/male. La struttura dei due romanzi, quanto lo stile e le stagioni del malaffare in esame, sono distanti, ma appaiono molteplici punti di contatto.

Missive senza mittente segnano l’intero svolgimento e orientano i protagonisti della vicenda creata da Montalto. «È curioso come da questi parti ci si sfoghi in lettere anonime: nessuno parla ma, per nostra fortuna, dico di noi carabinieri, tutti scrivono. Dimenticano di firmare, ma scrivono. (…) Per il caso Colasberna ho ricevuto già cinque lettere anonime», dice Bellodi.

Se ‘Cola Napoli rifiuta l’imposizione del tavolo da poker da condividere con il tracotante capomafia, Salvatore Colasberna, presidente di una cooperativa edilizia, intende mantenere l’autonomia imprenditoriale. Guai alle pecore nere: «Si capisce che se nove ditte hanno accettato protezione, formando una specie di consorzio, la decima che rifiuta è una pecora nera: non riesce a dare molto fastidio, è vero, ma il fatto stesso che esista è già una sfida e un cattivo esempio. E allora bisogna, con le buone o le brusche, costringerla ad entrare nel giuoco; o ad uscire per sempre annientandola», ragiona il Capitano.

Ritroviamo posta la questione della legge e della voce del diritto strozzata. Bellodi interroga l’indagato Rosario Pizzuco:
«E che cosa ha saputo, da sentire il bisogno di dare consigli a Colasberna?»
«Ho saputo che le sue cose andavano male: e gli ho consigliato di cercare protezione, aiuto…»
«Presso chi?»
«Ma non so…Presso amici, presso banche; cercando di infilarsi in politica per il canale giusto…»
«E qual è, secondo lei, il canale giusto in politica?»
«Direi quello del governo: chi comanda fa legge, e chi vuol godere della legge deve stare con chi comanda». La mafia, con quella che a fine Ottocento Leopoldo Franchetti definì democratizzazione della violenza figlia dell’abolizione del sistema feudale, ha sempre messo sul mercato e venduto il bene della protezione. Passò dall’instaurare un rapporto di reciprocità con il ceto dirigente, mediante l’erogazione di un servizio, all’autonomia.

Montalto riconosce e ci presenta la famiglia naturale quale asse portante della reticolata struttura ‘ndranghetista. Un microcosmo in cui i sentimenti in scena sono piegati alle necessità del comando. E Sciascia scrive: «(…) Pensava il capitano, che la famiglia è l’unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano: ma vivo più come drammatico nodo contrattuale, giuridico, che come aggregato naturale e sentimentale. La famiglia è lo Stato del siciliano».

I due autori sono accomunati da un palese disprezzo per la compiacenza dell’area grigia politica, che dà linfa al sistema mafioso. «Anche lei è un uomo» – dice Bellodi all’intoccabile Don Mariano Arena. «E nel disagio che subito sentì di quel saluto delle armi scambiato con un capo mafia, a giustificazione pensò di avere stretto le mani, nel clamore di una festa della nazione, e come rappresentanti della nazione circonfusi di trombe e bandiere, al ministro Mancuso e all’onorevole Livigni: sui quali don Mariano aveva davvero il vantaggio di essere un uomo».

Il massaro Luigi avverte un soffocante senso d’impotenza; manifesta un dolore storicizzato. S’indigna il capitano Bellodi in licenza a Parma, al quale hanno inabissato l’inchiesta. Persone incensurate, insospettabili, per censo e per cultura rispettabilissime sottraggono l’ultima possibilità di ottenere giustizia mediante la legge. «Egli ormai era perfettamente convinto che la giustizia non avrebbe fatto più niente per vendicare suo figlio. Tutto si era messo a tacere specie dopo che i giudici avevano interrogato il medico, l’arciprete e l’assessore, alle cui dichiarazioni, in qualità di persone le più autorevoli e quindi le più attendibili del villaggio, non si poteva non dare il giusto peso. E poi sia i giudici sia i carabinieri erano stati sollecitati dai superiori i quali a loro volta personalmente dal deputato del collegio di non andare tanto per il sottile nella faccenda di ‘Cola Napoli. Anche perché non si poteva fare a meno di ammettere, che in vita era stato un individuo pericoloso, violento, seduttore di donne».

Saverio Montalto non è Leonardo Sciascia, ma ci ha lasciato un documento letterario di grandissimo valore. E noi, a un secolo di distanza, siamo ancora qui a romperci la testa sulle ramificazioni globali di una malapianta consustanzialmente moderna.