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domenica 6 gennaio 2019

Quella danza meravigliosa chiamata tennis

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 22

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Il problema di fondo, da cui discendono tutti gli altri, è che il gioco in sé non si lascia quasi raccontare. I colpi si possono descrivere, le partite ricostruire, le crisi o gli stati di grazia evocare, ma l’elemento che lega tutto, e senza il quale il resto non ha senso – la meravigliosa fluidità che rende questa danza con una palla diversa da qualsiasi altro sport – si sottrae alle parole».

Con questa premessa, Matteo Codignola sa restituire al tennis la dimensione stratificata e profonda delle storie che l’hanno animato, quando era libero dalle regole dettate dal professionismo e dal mercato. Nel libro Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi, 290 pagine, 22 euro) Codignola intesse venti racconti, che interpretano altrettante fotografie in bianco e nero capaci d’ispirare la narrazione.

Gottfried von Cramm, il più forte giocatore a non avere mai vinto Wimbledon, apre la raccolta. Von Cramm, scrive l’autore, è l’ultimo sopravvissuto di un’epoca in cui i risultati contavano molto meno della pura bellezza di un colpo. Negli anni più difficili, non tradì mai la passione per il tennis. Von Cramm disse no al corteggiamento del regime nazista, pagando col carcere l’omosessualità, per poi tornare sul campo con la consueta eleganza.

Maureen Connolly, nota come Little Mo, appare in una fotografia con un’espressione perplessa. Lei appena diciottenne vinse i quattro tornei dello Slam e scomparve appena trentaquattrenne: un tempo piccolo illuminato dal coraggio. Nel suo sguardo, dopo un colpo non andato a segno, c’è il dialogo interiore e con l’ambiente esterno di un tennista, che corrisponde alla costruzione del tempo di una partita.

Le parole pronunciate dalla piccola ragazza con la racchetta grande testimoniano la progressiva trasformazione del tennis al femminile: «Ora le donne con le gonne corte e i pantaloncini hanno una maggiore libertà nei movimenti. Corrono anche più veloce, perché non pensano ad apparire posate sul campo. Si allenano di più per divenire buone atlete. Molte più donne vanno a rete e mostrano confidenza con la volèe e lo smash. Le racchette sono incordate in modo più saldo e consentono di colpire veloce e forte».

Fra i ritratti colpisce quello di Jaroslav Drobny. Il padre, dopo anni di servizio nella Marina austroungarica, all’inizio degli anni Venti era il custode del migliore circolo di tennis di Praga. Jaroslav cominciò a giocare all’età di cinque anni e alla bellezza sapeva abbinare l’agonismo. «Drob era un giocatore naturale, immensamente dotato, partito dal serve and volley per approdare a un gioco a tutto campo molto fluido e crudele. Quella gentilezza di tocco aveva sempre fatto passare in secondo piano le sue straordinarie doti di agonista, manifestate in partite estreme». Nel 1953, a Wimbledon, entrò nella memoria collettiva del tennis con uno dei match più lunghi, segnato da scambi da venti o trenta colpi, rarissimi sull’erba in quegli anni.

Alla domanda più semplice e più alta, il fuoriclasse Ilie Năstase risponde: «Che cos'è il tennis? Il gioco più strano che sia mai esistito».

martedì 20 febbraio 2018

Fisica e filosofia, una conversazione con Carlo Rovelli

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-19

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«Perché l'Italia non affossi, non perda i vantaggi del proprio patrimonio di conoscenze e l'influenza culturale nel mondo penso che nel futuro debba avere il doppio dell'attuale numero di laureati. La loro freschezza serve al paese per essere efficienti, creativi, il saper cambiare con intelligenza non deve essere ristretto a una piccola fascia di popolazione. I paesi del mondo, in cui i laureati si pensano come la classe dirigente del domani, sono ormai sempre meno e in perdita. I laureati devono essere i cittadini nel futuro in tutti i paesi», sostiene Carlo Rovelli.

Il Direttore del Centre de Physique Théorique Università di Aix-Mairselle, che ha conquistato milioni di lettori su scala globale con i libri Sette brevi lezioni di fisica e L'ordine del tempo, ha inaugurato l'anno accademico dell'Università degli Studi Roma Tre con una Lectio magistralis, un'articolata riflessione sugli effetti molteplici e multidisciplinari della recente rivelazione delle onde gravitazionali, che ha toccato poi questioni dirimenti dell'università italiana.

Luca Pietromarchi, Magnifico Rettore dell'ateneo romano che si allarga con un nuovo polo a Ostia, ha anticipato Rovelli, evidenziando la complessità della sfida comune: coniugare l'esiguità atavica di risorse con il rinnovamento qualitativo necessario dell'istituzione che, usando le parole del Rettore, «si difende e resiste».

Rovelli, di università si parla molto poco, anche in campagna elettorale. Nel proprio intervento Pietromarchi ha definito scandaloso il sottofinanziamento dell'università italiana. Lei vede deteriorarsi la qualità e lo stato del diritto allo studio?
«L’Inghilterra ha più o meno il doppio di università dell’Italia, e la percentuale di laureati italiani è metà della media europea. È una ricetta chiara per l’insuccesso futuro del paese».

Secondo recenti dati Ocse, l'Italia registra una delle percentuali più basse di laureati, il 18%, e quella più alta di laureati nelle discipline umanistiche. Lo ritiene di per sé un problema ed è possibile determinare le ragioni che tengono distanti i giovani diplomati dagli studi tecnico-scientifici?
«Lo storicismo che caratterizza ancora la cultura nella scuola italiana ha il grande pregio di offrire una visione organica del sapere, ma il difetto di svalutare il sapere scientifico. Gli italiani escono dalla scuola secondaria con una cultura generale migliore di molti altri paesi, e una cultura scientifica di base molto peggiore. Sì, penso che sia qualcosa che sarebbe meglio per il paese correggere, soprattutto perché continua a nutrire il pressapochismo che è il peggiore difetto della nostra cultura». 

Però non è tutto da buttare.
«La qualità della scuola italiana, specialmente quella primaria, è fra le migliori del mondo.  L’educazione universitaria è ancora di altissima qualità, nonostante i tagli drammatici degli ultimi decenni. La ricerca italiana è fra le migliori del mondo, malgrado le minori risorse che il paese investe in ricerca rispetto agli altri Stati. Ci sono molte cose da migliorare, e sarebbe facilissimo: basterebbe portare la percentuale che il paese spende in educazione al livello degli altri paesi europei; ma non copriamoci il capo di cenere, resiste ancora un’ottima scuola. Ho insegnato in molte parti del mondo e ho avuto studenti da moltissime università, nel confronto i giovani italiani non hanno nulla da temere».

Perché con la scoperta delle onde gravitazionali gli ultimi due anni sono stati importantissimi per la scienza fondamentale?
«Lo sono stati non solo perché abbiamo questo secondo tipo di segnale della natura, le onde gravitazionali, oltre quelle elettromagnetiche. Abbiamo imparato moltissime cose in breve tempo. Ad esempio non sapevamo che esistessero buchi neri decine di volte più grandi del sole, che abbiamo visto cadere uno sull'altro. Il fatto di riuscire a vedere contemporaneamente le onde gravitazionali e quelle elettromagnetiche ci ha permesso di dire che viaggiano alla stessa velocità. Abbiamo guadagnato quattordici ordini di grandezza di conoscenza di uno dei parametri fondamentali del mondo, che oggi conosciamo cento miliardi di volte meglio». 

La questione è anche filosofica.
«Osservare i buchi neri distanti che cadono uno dentro l'altro ci insegna qualcosa di fondamentale sullo spazio e sul tempo, su questioni che hanno un risvolto filosofico importante, discusse dalla filosofia da anni. Lo scambio è reciproco. Einstein quando ha scritto la teoria della relatività generale studiava i filosofi, leggeva Kant da ragazzo, e vedere direttamente l'effetto del movimento dei buchi neri ha significato confermare la previsione di Einstein, non nel regime in cui l'avevamo sempre vista finora, che sono le piccole deformazioni dello spazio rispetto alla struttura dello spazio usuale, ma nel regime dove lo spazio è diverso. È la prima volta che veramente andiamo a vedere che lo spazio e il tempo sono profondamente diversi da quelli usuali intorno a noi. Si tratta di un sostegno empirico forte alla struttura concettuale che Einstein ci ha permesso di comprendere, chiudendo un grande arco che va da Aristotele a Newton».

L'”Ordine del tempo” in fondo mette insieme la fisica, una prospettiva filosofica, il suo lavoro di ricerca e una personale cifra letteraria. Ha capito la ragione della relazione speciale che ha costruito col lettore con questo tipo di impostazione e di scrittura?
«No, non l’ho capito, ma sono infinitamente grato ai miei lettori per questa relazione.  Forse è proprio l’aver voluto cercare, per quello che posso, di tessere una prospettiva unitaria, che non trascuri quello né quello che di fatto sappiamo nel mondo, né la nostra umanità. Nessuna conoscenza specialistica ha senso, se non come componente di una visione generale del mondo in cui le cose stanno insieme».  

Fare divulgazione scientifica, riuscendo a conquistare i lettori non solo in Italia, l'ha portata a ridefinire il ruolo dello scienziato nella società al tempo della Rete?
«Sì. Non è stato merito mio, è stato merito di diversi amici. Da ragazzo ho condiviso con una generazione il sogno di migliorare il mondo e la delusione di capire quanto è difficile; poi ho lasciato perdere e per la maggior parte della mia vita mi sono tenuto le mie idee per me, pensando che in fondo a nessuno interessavano, e che comunque non cambiavo certo le cose.  Poi a un certo punto degli amici, e anche dei miei studenti, hanno cominciato a dirmi: ci sono persone che ti ascoltano, hai una possibilità di dare un piccolo contributo di idee, se non lo fai te ne prendi la responsabilità. Mi hanno convinto.  Penso che gli scienziati prima di essere scienziati siano cittadini, coinvolti nel dibattito pubblico e nei problemi comuni. E questa è una responsabilità». 

C'è spazio per il sapere scientifico nella struttura dialettica spesso aggressiva dei social network?
«Sono uno strumento nuovo, con tutte le opportunità e le insidie delle novità. Non abbiamo ancora imparato ad usarli. Lo faremo. Ci vorrà del tempo. Le racconto un piccolo episodio. Mi ritengo una persona accorta e con senso critico; ma quest’estate mi sono commosso e indignato per un piccolo servizio visto su YouTube su una questione politica molto calda. Il video ha non poco orientato le mie opinioni. Solo più tardi, messo sull’allarme da un commento trovato in rete, mi sono reso conto che si trattava di propaganda russa falsa».

domenica 15 giugno 2014

Peter Cameron: «Il dolore ci salverà»

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 21,
15 giugno 2014

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

L’INTERVISTA
Il weekend (177 pagine, 16 euro, traduzione di Giuseppina Oneto) è il penultimo titolo di Peter Cameron pubblicato in Italia da Adelphi. Attualmente l'autore statunitense sta lavorando a un nuovo romanzo: «Ha come protagonisti due individui antitetici - dice - che s’incontreranno solo alla fine, scoprendo in modo inaspettato di avere in realtà molto in comune. La struttura del romanzo sarà differente dal passato: uno stimolo per me, quanto spero lo sia per i lettori».

Cameron si trova in Italia per il Premio Bottari Lattes Grinzane. Il libro che era in concorso ha una trama minima che esplora in profondità un intreccio complesso di sentimenti, speranze, paure e sofferenze. Nel primo anniversario della morte del compagno Tony, Lyle trascorre due giornate nella villa di Marian e John; fratello apparentemente così diverso dell’uomo scomparso a causa dell'Aids. La presenza di Robert, nuovo partner di Lyle, rompe gli schemi e le finzioni relazionali.

In che modo affronta il rapporto con i libri, quando escono dal suo controllo e prendono vita autonoma?
«Ogni autore credo intrattenga una relazione interessante e complicata con i propri libri. Per me, una volta pubblicato, è che come se ne perdessi la proprietà. Appartiene al lettore. La lettura esprime il valore più alto quando è intesa come atto di condivisione, perché ciascuno rielabora nei testi il proprio vissuto. Considero la lettura alla stregua della creazione».


Quali sensazioni le suscita riprendere in mano “Il weekend”, uscito nella prima edizione vent'anni fa?
«Concludere la stesura di un libro equivale alla fine di un rapporto. Sfogliando e rileggendo romanzi come “Il weekend”, posso ritrovare la persona che ero all'epoca, che cosa pensassi. Ma non è il tempo la variabile determinante della relazione. Essi per me esistono sempre nel presente».

La narrativa contemporanea è in grado di essere un luogo dove i problemi trovano la loro soluzione ideale?

«L'intenzione di questo romanzo era anche di far dialogare personaggi, con punti di vista differenti, sulle possibilità dell’arte nella contemporaneità. È un argomento che mi appassiona. Devo crederci. La letteratura, seguendo una strada strana e meravigliosa, cattura la complessità della vita come nessuna altra forma espressiva. Fino a quando l'arte scaverà nelle relazioni che segnano l'essere umano, manterrà una centralità nelle nostre esistenze».

Che cos'è la creatività?

«Da scrittore sono terrorizzato dall’idea di fare il mestiere nella stessa maniera di Jane Austen, o di autori di trecento anni fa. L'influenza di ciò che leggo è potente. Pittori e musicisti hanno sempre dovuto preoccuparsi di inventare, di innovare. Avverti l'urgenza di creare qualcosa di nuovo, per non assopirti nella nostalgia».

Caratteristica delle sue opere è la stratificazione interiore dei personaggi. Si sentono a disagio, lottano per un posto nel mondo. Elaborano l'assenza. Lei va in direzione contraria alla società che consuma voracemente anche il dolore.
«L'esperienza del dolore è quella che realmente ci trasforma. Il cuore della mia ricerca letteraria è narrare come cambiano le persone. La stabilità ci sottrae dalla sfida straordinaria del conoscersi sotto pelle».

Nel romanzo descrive l'intensità emotiva e raffigura la corporeità di un amore omosessuale. A eccezione di un passaggio, sembra evitare qualsiasi implicazione politica sulle questioni di genere e dell'orientamento sessuale.
«È limitativo occuparsi di ciò. Voglio entrare nel merito di quello che smuove i personaggi. Poi da cittadino ovviamente ho le mie convinzioni, a cominciare dalla battaglia contro le discriminazioni, ma le lascio da una parte».


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