L’INTERVISTA
L'ultima frontiera esplorata
dal fumetto italiano è quella del giornalismo con un corrispondente
sui generis, autoinviatosi in una zona di guerra. Zerocalcare a
Kobane, nell'ambito di una staffetta di solidarietà umanitaria e
politica partita da Roma, ci ha messo il cuore, dunque la sincerità.
E ne ha anche disegnato uno bellissimo nello storione Kobane Calling,
che ha conquistato i lettori. Internazionale ha ristampato il numero,
dopo aver esaurito in edicola 140mila copie. Album da disegno, matite
e pennarelli al servizio di una causa solo parzialmente raccontata.
Il trentunenne Michele Rech conferma la cifra distintiva
dell'eclettismo nello stile grafico e nei linguaggi. Il suo fumetto
d'autore, umoristico e popolare tocca in qualche modo la quotidianità
di tutti, e i numeri della casa editrice BAO Publishing stanno a
dimostrarlo. Dimentica il mio nome è giunto alla terza ristampa con
95mila copie vendute in tre mesi. Dal debutto, impareggiabile, La
profezia dell'armadillo cinque volumi per oltre 200mila copie.
Zerocalcare interpreta lo spirito dell'epoca della crossmedialità,
dalla carta al blog. Oggi alle 15 chiuderà con il collega Gipi la
sesta edizione di Libri come presso l'Auditorium Parco della
Musica.
Zerocalcare, perché il cuore sta a Kobane?
«L'andare
via dal mio quartiere, Rebibbia, mi crea uno stato d'ansia. Ho
l'impressione che sia il centro del mondo e, allontanandomi, ne
perderei il ciclo vitale degli avvenimenti. Paradossalmente nel
raggiungere la periferia, della periferia dell'impero, dove l'energia
elettrica è razionata, ho provato la meraviglia dell'assenza di
sradicamento. La sensazione, in quel dato momento storico, era che
Kobane illuminasse il mondo con l'esempio di ciò che stava
succedendo. Nella prospettiva della lotta libertaria e
antiautoritaria delle combattenti del YJA Star (Unione delle donne
libere) e del YJG ho visto concretizzarsi insegnamenti e valori in
cui ho sempre creduto. La zona di Rojava, le tre province a larga
maggioranza curda nel nord della Siria, rappresenta un prezioso
esperimento di autogestione democratica. Una regione autonoma con
organi decisionali che rispondono ad assemblee popolari e osservano
un delicato equilibrio etnico. Sarei riuscito a disegnarla solo col
cuore».
In che modo è stata percepita la vostra
presenza?
«Nonostante tutte le differenze, gli ostacoli
linguistici, ci hanno accolti e integrato nella quotidianità del
villaggio. Ci hanno chiesto di non utilizzare la parola ospite,
perché a modo nostro, simbolicamente, eravamo dentro
quell'esperienza di resistenza. I curdi si lamentavano dei passaggi
assai fugaci dei cronisti, che non hanno mai vissuto insieme a
loro».
Anche la moda, con linee di capi d'abbigliamento, si è
ispirata alla tenuta delle guerrigliere curde. Che cosa c'è oltre
quell'immagine accattivante e un po' stereotipata?
«In Italia ci
siamo focalizzati sulla figura della donna combattente, in maniera un
po' folcloristica, anche se le donne hanno condotto una parte
consistente delle operazioni contro le forze dello Stato Islamico. La
rivoluzione nel Rojava ha messo la donna al centro della società,
dalle responsabilità sociali alla rappresentanza politica. È una
consapevole conquista sociale, non imposta dall'alto. I luoghi che
abbiamo visitato (campo profughi, villaggi, cittadina) erano tutti
guidati da donne. Anche l'ultimo dei contadini, non scolarizzato, ti
spiega quanto in questa lotta di liberazione siano dirimenti
l'emancipazione e la centralità della donna».
Nel reportage
fumettistico su Kobane l'ha messa a disagio la riproduzione
dell'immaginario dell'Isis? Sulle tavole le milizie nere appaiono
sfumate.
«Non riesco a trovare una chiave interpretativa e
grafica di quel male. La funzionalità del loro marketing sconcerta.
Un'efferatezza dura da smitizzare senza ricorrere a semplificazioni.
Almeno io non ci sono riuscito né nella mia testa in quei giorni né
all'interno del fumetto. Ho messo nero su bianco percezioni appena
accennate di un disvelamento».
Davvero il mestiere di
disegnatore è stato solo un modo per sfuggire all'impiego in
aeroporto o alle ripetizioni?
«Sbagli a non crederci. Solo
nell'ultimo mese ho accettato l'idea che posso lasciare le
ripetizioni, essendo diventata questa effettivamente la mia fonte di
reddito unica. Sì, ho cominciato per sottrarmi alla giornata venduta
per salario. Non ho mai avuto il sacro fuoco del disegnatore».
Ha
dichiarato di vivere una contraddizione gigantesca tra la comunità
da cui proviene, per sintesi quella dei centri sociali, e il mondo
altro con cui deve interloquire. Il tema dell'identità l'affronta in
“Dimentica il mio nome”. Ha imparato a gestire l'antitesi?
«Non
la gestisco. Non riesco a farci pace. Lo sforzo più grosso della mia
giornata consiste nel cercare di non fare esplodere tutte queste
contraddizioni, percorrendo una strada che tenga insieme i pezzi nel
modo più limpido e onesto possibile».
Il malessere e la
rabbia per la condizione giovanile in Italia non si traduce in
discorso politico. Lei si assume questa responsabilità?
«La
dimensione politica non afferisce ai miei lavori. Mi affido
all'ironia e non so se intercetto quel sentimento di rabbia. Concordo
che il malessere sia abbastanza inattivo e represso. Anche se non me
l'hai chiesto, ripeto che non sono il portavoce di una generazione o
di una rabbia qualunquista. Raffiguro l'amarezza, la disillusione,
senza rinunciare a cogliere il buffo dell'esistenza. Considero la
politica come un fatto collettivo. Quando mi viene richiesto da una
comunità do volentieri il mio contributo nel raccontare una storia.
Abbiamo una vita, necessitiamo di una storia».
Nell'ultima
opera si è messo maggiormente in gioco, cedendo un pezzo di vissuto
personale che non riguarda solo lei?
«Sì, stavolta c'è di
diverso che ho coinvolto qualcun altro, persone care. Ho manifestato
dolori, emozioni pure, frammenti della famiglia, con mia madre e mia
nonna. La prima ha seguito lo sviluppo delle strisce pagina per
pagina. Non intendevo prevaricare. Il dolore provoca dei buchi nella
trasmissione della memoria. Poi ognuno li riempie come può, perché
i buchi se non li riempi sono un casino».
Anche in questa
graphic novel ci riporta a Rebibbia, con un riferimento puntuale al
carcere. Un'istituzione totale da superare?
«Questo carcere non
rieduca, tradisce la Costituzione. Non produce alcun effetto
positivo, va rivisto e superato. Quando esci sei fuori da qualsiasi
dinamica di reinserimento. Nel quartiere è parte del tessuto
produttivo, economico. E al contempo rimosso. Non ci si pone il
problema di cosa avvenga là dentro, nel più grosso ammasso di corpi
diseredati in Europa. Lo interiorizzi come parte dell'arredamento
urbano».
Che cosa non la convince della discussione sul
decoro a Roma? In Rete la sua critica al portale “Roma fa schifo”
ha acceso una polemica vivace.
«Anche fra i miei lettori, con
sorpresa, quella esternazione ha alimentato un dibattito. Mi pare
lapalissiano che la tutela del decoro urbano sia sacrosanta. Però
sembra che dia fastidio la vista del povero, e non la povertà. Il
questuante è il nostro avversario? Per non porre domande sulle
condizioni d'ingiustizia, lo rimuoviamo. Così Roma non la riconosco
e mi spaventa».
Preferisce il blog ai social network?
«Con
il blog nessuno può dettarmi i termini della gestione. L'interazione
con il lettore non è mediata dal sistema e dai ritmi dei social
network. Qualcosa d'impagabile per chi fa questo mestiere».
La
scuola è stata il tema guida di Libri come. Lei quale scuola
sogna?
«Quella in grado di rifondare il patto educativo e
riaccendere le passioni».
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