di Gabriele Santoro
ROMA – Paola Francesca Iozzi appare a disagio sul palco; gli
occhi inseguono il suo altrove distante dai meccanismi di riproduzione della quotidianità. «Anche essere qui è un’esperienza dolorosa»,
dice. Si è messa in gioco, scrivendo. Come altri quattrocento detenuti nei
penitenziari italiani ha concorso al
Premio Goliarda Sapienza, dal quale è nata
la raccolta
Mala vita Racconti dal
carcere (Rai Eri, 443 pagine, 11 euro), curata da Antonella Bolelli Ferrera.
Un universo di storie: quella della luminosa Nezha Er-Raouy che con il proprio figlio a
Sollicciano ha riscoperto la passione smarrita; le memorie indelebili del
bambino soldato Richard Goodman; la qualità letteraria di Giovanni Arcuri, già protagonista
nella pellicola
Cesare deve morire dei fratelli Taviani.
La giuria presieduta da
Elio Pecora ha classificato Iozzi al secondo posto, e il suo pensiero si
rivolge subito alla sezione femminile di Rebibbia dove è stata reclusa. «Mi auguro che qui entrino
i libri, come altre attività culturali». Associazione con finalità di terrorismo e
di eversione dell’ordine democratico, attraverso la formazione e le azioni della Federazione Anarchica Informale, è l'accusa e la ragione dell'arresto della poco più che trentenne
insegnante marchigiana. «Ci sono finita mentre cercavo la primavera, e qui ho
trovato i fiori più duri e aspri che l’inverno da cui fuggivo abbia prodotto»,
si legge nel racconto breve. Alla ricerca
del vento è la narrazione degli esiti nefasti di scelte definitive e totali. Dopo la “disperazione appassionata dell’assalto al cielo”,
ora sogna un’altra frontiera da varcare. Quel calore estivo, meraviglioso, che restituiscono i
piedi nella sabbia. «In carcere s’impara a trarre la verità delle cose, importa
solo l’essenza. Continueremo ancora a pagare quando usciremo. Ho conosciuto più
dolore che colpa qua dentro», conclude.
La platea del teatro
di Rebibbia accoglie i finalisti del premio, giornalisti, politici,
magistrati. E in seconda fila i detenuti astanti che si sciolgono parlando di
calcio con il presentatore di giornata Pino Insegno. Giancarlo De Cataldo è uno
dei tanti amici di penna, che hanno accompagnato gli autori reclusi nell’elaborazione
dei testi. Un legame che promette di mantenersi anche dopo l’evento. «Io, che
in molti casi ho contribuito a imprigionarli, voglio che il carcere diventi qualcosa di diverso: un centro di recupero attivo
delle persone anche mediante la
scrittura. Far accettare alla società ciò che afferma la Costituzione rappresenta
una sfida culturale non più eludibile», sottolinea il magistrato.
Il cielo in una stanza. In prima fila siede Gino Paoli, presidente della Siae principale promotrice dell’iniziativa. E il vincitore Giuseppe Rampello non se lo lascia sfuggire: «Quando scrivo, penso alla sua canzone, che ho sempre amato e la mia cella non ha più pareti, e il soffitto nero miseria, no, non esiste più. Vedo il cielo e mi risveglio dall’anestesia che mi tiene vivo insieme a mia figlia». La prossima istanza difensiva sarebbe la richiesta d’ergastolo: «E mo che ho vinto chi si muove diretto’! Morire qua è meno spaventoso del rifiuto che mi aspetta fuori». Professionista sessantaquattrenne benestante, sta scontando a Regina Coeli una condanna a oltre quattordici anni per l’omicidio della moglie. «Era gravemente malata. La uccisi perché non volevo vederla soffrire», ripete ancora oggi.
Con il cronista Pino Corrias è nato Pure
in carcere ha da passà ‘a nuttata. In una lingua gaddiana illumina con
ironia i Miserabili di Victor Hugo suoi nuovi compagni di strada, che nell’esito
delle carte smazzate in cella prefigurano il destino, o più semplicemente un cambio di
letto. Persone che entrano ed escono come una massaia dal supermercato di
fiducia: «(…) Poi ‘e guardie me conoscono più de Belen Rodriguez e così ‘gni
vorta manco me movo che già m’aritrovo ar gabbio! Ahò te dico solo, fèrmate!»
Si disegnano le gerarchie nello spazio asfittico di una cella. Si ascoltano le preghiere der talibano mescolate alle imprecazioni. «Qua ho conosciuto la povertà indicibile - dice Rampello -.
Vedo sempre gli stessi volti. Ora faccio l’avvocato dei poveri: scrivo loro le
istanze, le lettere a casa: mi rendo utile. Sono immerso in un’astronave che ho
deciso di raccontare con leggerezza. In queste condizioni la tragedia del
carcere non serve a nulla. Così non si rimedia agli errori. Il lavoro dovrebbe essere la parola d’ordine,
piuttosto che misure di clemenza».
Gugli è il suo nome d’arte, e ha vinto nella sezione minori. Lo sguardo limpido stavolta mostra un
sorriso franco al fianco di Fiamma Satta. Si sta riappropriando del tempo sospeso di
una perduta giovinezza. Stringe forte il pc sul quale potrà continuare a
scrivere come in una promessa di futuro. Come in un romanzo che si rispetti La seconda volta tiene appeso il
lettore. Il riscatto sociale dello scugnizzo non consiste nel Rolex da rapinare, bensì nella passione da coltivare per il teatro. «Non
conoscevo i miei sentimenti, la mia onestà, il mio essere gentile, la mia
capacità di adattamento a situazioni costruttive, dove realmente ci si mette in
discussione. Ora sento l’immenso bene di cui sono capace, e sento l’amore nel
mio piccolo cuore innamorato della vita. La seconda volta che sono stato
arrestato è stata e sarà anche l’ultima».