sabato 10 ottobre 2009

Quelli che resistono e costruiscono un futuro diverso

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di Gabriele Santoro


CASTEL VOLTURNO (10 ottobre) - Michele Zaza, re dei contrabbandieri partenopei (deceduto nel 1994) negli anni Settanta e Ottanta ed esponente del clan camorristico napoletano dei fratelli Mazzarella, nel podere di via Pagliuca gestiva il più imponente stoccaggio di “bionde” della regione e allevava cavalli di razza. Oggi quella terra porta il nome di don Peppe Diana, prete ucciso dalla camorra, e dell’associazione Libera a cui il comune di Castel Volturno ha affidato il riutilizzo con finalità sociali del bene confiscato. Sette ettari di terreno argilloso a pochi chilometri sul litorale domiziano e da quel che resta della splendida pineta marina, devastata dalla speculazione edilizia.

La bufala legale e biologica è più buona. Dallo scorso giugno a settembre oltre cinquecento giovani volontari da tutta Italia hanno passato almeno una settimana nella fattoria didattica di Libera. Hanno appreso i rudimenti del lavoro nei campi, coltivando biologicamente peperoni e melanzane, poi raccolti da cooperative di ragazzi diversamente abili. Hanno fatto scuola di legalità in un territorio dove lo Stato spesso latita. Ora un manipolo di lucidi visionari, uomini e donne di Libera Caserta, hanno un progetto che attende solo di sciogliere gli ultimi legacci burocratici per partire. Nelle stalle dove c’erano i cavalli del contrabbandiere arriveranno delle asine, per produrre un latte di pregiata qualità. Nell’azienda salernitana Improsta, che fornirà il latte per la mozzarella, si stanno formando i caseari che dal prossimo marzo, questo è l’obiettivo della Cooperativa, produrranno quotidianamente circa 500 kg di mozzarella di bufala. Inoltre è in cantiere la realizzazione di un impianto Biogas in cui smaltire il letame della bufale, che inquina fortemente il terreno. Un’impresa che non punta certo a fare concorrenza sul
mercato ai numerosi produttori locali di bufala, bensì a cooperare con le aziende sane in nome di una produzione ecosostenibile.

L’interesse degli inglesi. In questi giorni le Terre di Don Peppe Diana hanno ricevuto la visita di una rappresentanza dell’ambasciata britannica a Napoli con il console Michael Burgoyne. Un’occasione di confronto su modelli di sviluppo virtuosi e sostenibili in realtà complesse. Si è parlato della cosiddetta “One-stop-shop”; la ricetta adottata nel Regno Unito per risollevare zone economicamente depresse come il Galles e la Scozia. Un referente pubblico unico, finanziato con i soldi europei, che si occupa dal procacciamento dei mutui bancari all’adempimento di tutte le pratiche burocratiche necessarie a tutti coloro che hanno un progetto solido e vogliono fare impresa. Una ricetta dinamica difficilmente replicabile nel sistema italiano, a partire dal caso delle aziende confiscate alla mafia. Nel nostro paese la rinascita di queste imprese procede a fatica: solo 38 su 1000 hanno ripreso l’attività. In questa situazione svolgono un ruolo centrale le banche, che vantano mutui e ipoteche su quelle aziende. Si aprono contenziosi infiniti che paralizzano la situazione o nella peggiore delle ipotesi rischiano di restituire, una volta fallite, a prezzi irrisori le proprietà nelle mani della criminalità organizzata. Qui lo Stato si gioca la propria credibilità. Non può permettersi di confiscarle e poi di farle fallire, danneggiando i lavoratori e offrendo l’immagine di una mafia come unica garanzia del posto di lavoro.

Casal di Principe. I ragazzi campani di Libera hanno una fibra forte, amano la loro terra nonostante tutto. Non hanno paura di indossare la maglia di Libera per le strade casalesi: «Ormai sanno chi siamo». Mi portano nel cimitero comunale, dove riposa don Peppe Diana. A Casal di Principe come negli altri paesi del casertano qualcosa sta cambiando. Lentamente, faticosamente, ma il seme di giustizia e verità è stato piantato.

Imprenditore coraggio

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di Gabriele Santoro


CASTEL VOLTURNO (8 ottobre) - «Mi hanno bruciato il deposito, ma la mia azienda non l’avranno mai». Franco D’Angiolella è un imprenditore diverso. O per dirla alla camorrista “n’o cape de mierda”. Sì, perché lui ragiona in un altro modo. D’Angiolella è una persona libera. Una libertà pagata a caro prezzo: l’ultimo di una serie di attentati incendiari l’ha subito il 19 luglio 2009.

Nei primi anni Novanta quando l’azienda di famiglia, una semplice falegnameria che produce soprattutto cassette per l’ortofrutta, era sull’orlo del fallimento lui l’ha presa in mano e fatta ripartire senza accettare aiuti compromettenti. Nel 1999 gli estorsori gli hanno chiesto cento milioni delle vecchie lire. Poi è arrivato lo sconto, 70 milioni. Infine li hanno voluti a rate: una da trenta, l’altra da quaranta. Da quel momento in poi, ogni volta che si sono presentati nella sua azienda a chiedere il pizzo Angiolella li ha denunciati all’autorità giudiziaria e fatti arrestare.

Nel 1998 ha aderito all’associazione anti-racket Fai, ma chiede più tutela dalle forze dell’ordine e più certezze dalla troppa burocrazia, che rallenta le pratiche di risarcimento previste dalla legge per chi subisce le ritorsioni conseguenti alla scelta della legalità. Tutte le filiali assicurative gli rifiutano la polizza sull’impresa, perché chi non si adegua al Sistema camorra corre rischi troppo alti, ricorrenti e per l’assicurazione non c’è business. In questo periodo, complice la tremenda crisi economica, lo stabilimento di Angiolella sta lavorando poco. Ma in realtà è stato messo in una situazione di isolamento; solo la Cooperativa Sole acquista da lui le cassette per la frutta.

«Non sono un eroe, ma sono libero. Nella mia impresa decido da solo chi ci deve lavorare e da chi acquistare i macchinari. Non ho una grande istruzione, ma ai miei diritti di cittadino e imprenditore non abdico». Lei è figlio di questa terra, cosa la spinge a essere una voce fuori dal coro? «Troppi imprenditori coltivano l’illusione che alla fine, tutto sommato, convenga non dare fastidio e si avrà un significativo vantaggio economico. Non è così. Dopo aver mangiato sul tuo lavoro, si prendono tutto. Il problema è che fino a quando la legalità non conviene la catena non si spezzerà».

L’imprenditore casertano ha un chiodo fisso, che ripete in continuazione: la politica. «Negli ultimi anni si sono fatti dei passi in avanti, ma guai a regredire. Soprattutto a livello locale è fondamentale avere un’amministrazione pulita, trasparente». Ma quello che gli sta più a cuore è il problema culturale: «Fino a quando non cambia la testa delle persone, il modo di pensare, il resto sarà vano (lo sguardo si fa triste, ndr). Così com’è sta terra è ‘na munnezza».

mercoledì 7 ottobre 2009

A tu per tu con Ibrahim "Ibby" Jaaber

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di Gabriele Santoro


ROMA (7 ottobre) – Ibrahim Jaaber è la mente e il braccio armato della nuova Lottomatica Roma, pronta a esordire in campionato. Nato a Elizabeth, New Yersey, il 3 febbraio del 1984 in una famiglia d’altri tempi (12 tra fratelli e sorelle sparsi per il mondo), Jaaber è un personaggio a tutto tondo, profondo, figlio di quell’America multietnica che s’identifica in Barack Obama. Sul braccio sinistro ha tatuato il profeta Maometto con lo sguardo rivolto alla Mecca, simbolo di un sentimento religioso molto forte. Nel tempo libero Jaaber ama scrivere poesie, un hobby raro tra i colleghi.

Dopo l’esperienza alla Peddie High School e quattro anni splendidi alla Pennsylvania University, dove oltre ad affermarsi come atleta si laurea in sociologia, Ibby (il soprannome con cui si presenta, ndr) non si perde d’animo per la mancata chiamata al Draft Nba e sbarca in Europa. All’Egaleo di Atene conquista in fretta l’attenzione degli scout continentali a suon di trentelli. Nel febbraio del 2008 Dejan Bodiroga, allora gm di Roma, ha la migliore intuizione della sua carriera dietro la scrivania capitolina e lo porta alla Virtus. Da allora ha conquistato tutto l’ambiente romano con canestri impossibili, con il suo atletismo esplosivo e soprattutto grazie alla dedizione assoluta all’interesse della squadra. L’obiettivo di Jaaber è di trasformare le lacrime di rabbia della scorsa stagione per l’umiliante eliminazione subita da Biella, in uno dei suoi larghi sorrisi per una Roma finalmente vincente.

Domenica parte il campionato come valuta la preparazione e i nuovi compagni di squadra?
«Il lavoro di queste settimane è stato molto intenso e positivo. Devo dire che i nuovi arrivati si sono calati subito nella nuova realtà, integrandosi bene con il gruppo della scorsa stagione. Rispetto al passato mi sento ancora più responsabilizzato e sono pronto a guidare una squadra giovane».

Siete pronti per Cremona (domenica ore 18 al PalaLottomatica)?
«Innanzitutto dobbiamo toglierci dalla testa Siena e pensare solo a noi stessi. Abbiamo i mezzi per disputare una buona stagione, ma dobbiamo costruire giorno dopo giorno una nostra identità. Cremona è una squadra pericolosa, per cui portiamo rispetto e dovremo giocare una partita paziente».

Durante l’estate si è discusso molto su quale fosse il ruolo migliore per Jaaber. Playmaker o guardia?
«Più che un problema, credo che questa sia una risorsa per la squadra. Mi sento di poter interpretare entrambi i ruoli. Nel roster ci sono playmaker puri come Giachetti e Vitali, quindi in diversi frangenti posso essere impiegato anche da guardia».

A partire dai play-off del 2008 è entrato nel cuore dei tifosi della Virtus. Cosa le ha dato Roma?
«La finale con Siena, nonostante la dura sconfitta, resta un ricordo indelebile. La passione della gente, trascinante in quella gara 4 vinta al PalaLottomatica, cerco sempre di ricambiarla spendendo tutte le energie possibili sul parquet. A Roma vivo benissimo e per la mia carriera è una tappa di crescita».

Proprio in quella partita nessuno dimentica l’Hawkins romano, in versione tifoso dietro la panchina virtussina. Che effetto le fa vederlo con la maglia di Siena?«David (Hawkins, ndr) innanzitutto è un amico fraterno. Penso che abbia fatto la scelta che riteneva migliore per la sua carriera e per il futuro della sua famiglia. Non possiamo che rispettare la sua decisione (sorride imbarazzato Jaaber, ndr)».

Durante il ritiro estivo ha osservato il Ramadan. Quanto è importante nella sua vita la religione, l’Islam, e come la concilia con l’attività sportiva?«Mi ritengo un buon musulmano, certo non perfetto (sorride Ibby). La religione ha un ruolo fondamentale nella mia vita. La mia crescita spirituale, interiore, mi aiuta a essere un atleta migliore. L’idea di non essere egoista e pensare al bene comune diventa fondamentale anche nel basket. Il tipo di alimentazione e la condotta fuori dal parquet è un altro fattore importante».

L’anno scorso è stato molto vicino a Brandon Jennings. Che notizie arrivano dall’Nba?
«Ultimamente non sono riuscito a sentirlo, perché è molto impegnato nella preseason. Sono sicuro che ha tutti i mezzi tecnici per affermarsi. La passata stagione non è stata facile per lui, ho cercato di stargli vicino dentro e fuori dal campo».

E’ ancora prematuro parlare del 2010 (anno in cui scade il contratto di Jaaber con Roma, ndr), ma quanto pensa alla Nba? E se dovesse materializzarsi la possibilità di un trasferimento a Siena?«Non ho ancora le idee chiare, certamente il mondo dell’Nba è un obiettivo per tutti i giocatori statunitensi. Al momento sono totalmente concentrato su Roma, non ci ho mai pensato. Ma non mi sento di promettere niente o dare risposte assolute».

sabato 12 settembre 2009

Il caso suicidi a France Telecom

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di Gabriele Santoro

ROMA (12 settembre) - Mobilità interna, esuberi, declassamento di ruolo, sovraccarico di lavoro e perdita di senso: questa è la miscela esplosiva che dal febbraio 2008 ha travolto i dipendenti di France Telecom, colosso francese delle telecomunicazioni. L’ultimo caso dei trentatrè tentativi di suicidio è quello di una impiegata trentaduenne, che durante una riunione sulla riorganizzazione del servizio di assistenza alla clientela, dove era addetta, si è lanciata dal quarto piano dell’edificio del gruppo e ora lotta tra la vita e la morte all’ospedale parigino Beaujon. Dalla metà di luglio a oggi sono stati già sei i tentativi di suicidio.

Il 14 luglio a Marsiglia un dipendente si è ucciso lanciando questo pesante atto di accusa: «Mi tolgo la vita a causa del mio lavoro a France Telecom. È l’unica ragione. La totale disorganizzazione dell’impresa, gestita incutendo il terrore nei dipendenti, mi ha stravolto. Sono diventato un relitto, un naufrago. E’ meglio finirla qui».

La direzione del gruppo, dopo aver spiegato che i casi di suicidio si mantengono nella media (28 nel 2000 e 29 nel 2002, su un totale di oltre centomila addetti), ha accettato di aprire un tavolo (previsto per il 18 settembre) di concertazione con le forze sociali e il governo per fermare questa escalation. La mobilità interna, che al momento coinvolge 500 persone (tra il 2006 e il 2008 14mila salariati sono stati ricollocati verso i settori più trainanti: Adsl, telefonia mobile e servizi commerciali), è stata congelata fino alla fine di ottobre. Olivier Barberot, direttore delle risorse umane di FT, ha reso l’onore delle armi «agli eroi di ieri, entrati in France Telecom quando il telefono ancora non era un servizio a disposizione di tutti, che avevano il posto sicuro e hanno sofferto il cambiamento della cultura aziendale». Didier Lombard, presidente del gruppo ha inviato una lettera ai quadri dirigenziali intermedi chiedendo di «rinforzare la vigilanza e di fare attenzione a tutti i segni di turbamento dei colleghi più prossimi».

La privatizzazione del gruppo. Nel 2008 France Telecom ha registrato un utile netto di 4.1 miliardi di euro. Negli ultimi due anni hanno lasciato il gruppo, tra licenziamenti e prepensionamenti, 22.450 impiegati e il 65% dei funzionari risulta assunto prima della privatizzazione del gruppo nel 1997. Danièle Linhart, sociologa e membro dell’Osservatorio sullo stress dei soggetti coinvolti dai piani di mobilità, in un’intervista a Le Monde collega la condizione di smarrimento e insicurezza sociale proprio alla privatizzazione, che ha cambiato la logica di France Telecom: da servizio pubblico a società quotata in Borsa. «Con la privatizzazione i lavoratori non sanno più dove sono, - spiega Danièle Linhart - centrifugati dai continui cambiamenti di mansioni e dall’ambiente di lavoro irriconoscibile. Il credo del management è quello di scuotere l’azienda come fosse un albero di cocco, per superare un supposto immobilismo. Si lavora in una condizione di allarme e di concorrenza interna sfrenata, che svuota di senso la propria funzione».

“Management della paura”. Il terrore che un giorno o l’altro si possa cadere nello stesso vortice ha contagiato molti lavoratori di France Telecom. Queste sono alcune testimonianze raccolte da Le Monde.fr. «Dieci anni fa ero fiera del mio posto a France Telecom,- racconta Olivia J. - il lavoro era stimolante ed ero contenta. Dopo è cambiato tutto. L’azienda si è disumanizzata, ormai siamo solo cifre. L’unica cosa che conta è quante vendite si riescono a portare a termine alla fine della giornata. Lo stress è permanente e gli smottamenti sono incessanti: sono alla sesta mansione. Ogni volta ci viene chiesto di ricominciare da zero e vendere sempre di più. La maggior parte dei miei colleghi va avanti ad antidepressivi. Quando sarà il mio turno di scoppiare?» «Non si lavora più ma si naviga a vista - si sfoga Daniel Lebrun - la ricerca e l’innovazione sono disorganiche. Tecnici pieni di professionalità si ritrovano al servizio marketing: da quando ci siamo trasformati in una società di servizi, abbandonando la tecnica e lo sviluppo industriale, non siamo più noi stessi».