giovedì 12 giugno 2008

La lezione di Le Monde

Lo scorso mese di febbraio è uscito il mio libro, pubblicato da Aracne Editrice, con la prefazione di Giancarlo Salemi. Da Charles De Gaulle a Nicolas Sarkozy. La storia di un paese fondamentale nello scacchiere della politica internazionale letta attraverso le pagine del primo quotidiano francese, Le Monde, giornale austero e d’analisi rigorosa, punto di riferimento dell’establishment transalpino. Il libro ripercorre la storia di Le Monde, racconta il passaggio da foglio d’informazione a impresa multimediale con la figura centrale del direttore Colombani, spiega l’ascesa politica e i primi mesi della presidenza Sarkozy e l’Italia vista dall’Oltralpe.
Le vicende appassionanti di un giornale che fa dell’indipendenza editoriale il proprio marchio di riconoscimento, in un continuo intreccio con il potere economico e politico. I paradigmi della storia di Le Monde raccontano come si è trasformata la “maniera” del fare informazione, come si è evoluta la professione giornalistica, ma anche come i suoi principi di qualità, veridicità e responsabilità verso i lettori restano immutati. L’opera si basa sull’accesso a fonti primarie, quali le interviste all’ormai ex-direttore Jean-Marie Colombani e al corrispondente del quotidiano in Italia.

Il libro è stato adottato come testo di esame in tre università italiane: all'Università degli studi di Genova per il corso di Storia del giornalismo europeo della prof.ssa Marina Milan, ad Aosta presso l'Università statale della Val D'Aosta per il laboratorio giornale in ateneo tenuto dal prof. Riccardo Piaggio e a Roma presso l'università Lumsa per il corso di Storia del giornalismo internazionale del prof. Francesco Malgeri.

Per acquistarlo online

martedì 3 giugno 2008

Vivere e morire nel Sistema camorra

Lumsa News, praticantato giornalistico

di Gabriele Santoro

ROMA - Il Sistema camorra insanguina le strade e fa affari in tutti i campi dell’economia lecita e illecita. Un Sistema che coniuga la morte al massimo grado di competitività sul mercato globale. Il libro fotografico “L’Ultimo sangue”, con le immagini di Stefano Renna e i testi di Marco Salvia, fa parlare la violenza che riecheggia dai vicoli di Napoli martoriati da vent’anni di omicidi. I testi che accompagnano la narrazione fotografica sono scritti in lingua italiana mista al dialetto partenopeo. Un contesto sociale in cui il valore della vita lascia progressivamente il passo all’assuefazione all’orrore, alla prevaricazione. La camorra viene vista come una violenza primitiva che regola i rapporti tra gli uomini nei quartieri, nelle strade. La gente assiste immobile al rituale macabro dell’omicidio di camorra.

Una legge di sangue e denaro che stride con l’apparente normalità della vita quotidiana di una città come Napoli e si allarga a macchia d’olio in tutto il Paese. In assenza dello Stato diventare camorrista significa uscire dal nulla di un’esistenza ai margini di tutto: molti pensano “meglio un giorno da leone”, ma in pochi arrivano alla sera. Il libro è una cronaca del dramma di una città, Napoli, che soccombe giorno dopo giorno sotto i tentacoli di un’organizzazione criminale che si è talmente radicata nel territorio, prima quello extraurbano e poi quello urbano, da diventare sistema sociale. Il simbolo del “ferro”, ovvero la pistola, rappresenta l’arroganza e il potere del camorrista. La pistola regola gli equilibri sociali, chi non ce l’ha non conta niente. Il ruolo della donna camorrista nel sistema è centrale: nelle famiglie spesso svuotate dall’elemento maschile, morto ammazzato o in carcere, la donna si sostituisce al capofamiglia in tutto con una ferocia e determinazione ancora maggiore. Il progressivo esaurirsi di ogni ritegno morale abbassa l’età degli affiliati e dell’esercito della morte: i killer sono minorenni, appartengono alla legge del branco che non ammette deroghe.

Le fotografie di Stefano Renna raccontano il dolore di una madre che perde il proprio figlio crivellato dai colpi di un killer. Corre al Pronto Soccorso e non riesce nemmeno a riconoscerlo per come è stato ridotto. “Giuvinò, facitammelo verè, ‘na vota solamente e glielo dissi che era figlio a me. Ma quando stavo là, vicino a quel lenzuolo tutto rosso di sangue, mi mancò la forza e rimanette, e pure questa volta ci potetti guardare solo i piedi”. Marco Salvia, mediante la figura del “Beccamort” Giovanni Cascione, spiega come la morte sia accettata come un fatto insito nella cultura camorristica dominante.“E così per ventidue anni ho scorazzato i morti uccisi di questa città e vi dico mi sembrano tutti uguali. Molte cose li acccomunano: sò pesanti, sò fetenti, fanno ribrezzo e a volte puzzano pure. E allora pensandoci bene un giorno ho capito che queste qualità pure la mondezza le tiene, allora forse quello che diceva mamma è verità. “Ninù dicevva mammà mia, nun ti preoccupà, perché o vire cà, a Napoli, ‘a morte nunn’è morte: è munnezza”.

mercoledì 20 febbraio 2008

Free Ingrid, Colombia un paradiso perduto

Lumsa News, praticantato giornalistico

di Gabriele Santoro

ROMA - Yolanda Pulecio De Betancourt è una bella donna, un incrocio tra Audrey Hepburn e Sophia Loren. Una madre solare, avida di vita che lotta da sei anni per la liberazione della sua amata figlia, Ingrid Betancourt. Mentre racconta il dramma non solo di sua figlia, ma degli oltre settecento colombiani rapiti dai guerriglieri delle Farc, agita con veemenza le mani, tradendo le origini italiane, la voce si spezza più volte dall’emozione e senza giri di parole attacca il Presidente colombiano, Alvaro Uribe.“Siamo in un momento molto delicato. Sono disperata perchè non vedo risposte dal governo colombiano, dal presidente Alvaro Uribe e tra qualche giorno entreremo nel sesto anno di prigionia.

Gli ho chiesto di anteporre ai suoi interessi personali gli interessi umanitari, anche la guerriglia ha anteposto i propri interessi politici a quelli umanitari, con la conseguenza che gli ostaggi si trovano nel mezzo di queste due forze e in balia dei loro interessi particolari”. In questi anni molti spiragli di trattativa, almeno quattro, si sono trasformati in altrettante tremende frustazioni. La Chiesa cattolica nella persona del presidente della Conferenza Episcopale della Colombia, monsignor Luis Augusto Castro, uomo di pace e di dialogo, ha percorso la via “dell’umanizzazione” del conflitto, per raggiungere un accordo con la guerriglia delle FARC a favore della liberazione di ostaggi in cambio di guerriglieri detenuti nelle carceri nazionali. L’incontro non si è mai tenuto, poiché l’esercito colombiano, appreso della trattativa, ha bombardato la zona “franca” in cui Mons. Castro avrebbe dovuto incontrare Raul Reyes, portavoce storico delle Farc.

Il presidente Uribe lancia una gigantesca operazione militare, il piano Patriota. Il vescovo è deciso a sfidare il pericolo e a portare a termine la sua missione a ogni costo, ma alla fine sarà dissuaso dalle stesse Farc: “Non venga, qui c'è solo sangue”. Come racconta a Le Monde Diplomatique: “Il piano Patriota, si rammarica mons. Castro, ha creato un muro tra noi e loro. Ci ha impedito di continuare questo tipo di incontri. Ormai i nostri rapporti sono solo epistolari”.

La missione delle Nazioni Unite viene scoraggiata e ridotta alla sostanziale impotenza. Nel febbraio 2005 Uribe ha chiesto e ottenuto l'allontanamento di James Lemoyne, consigliere speciale della segreteria generale dell'Onu per la Colombia. In passato Lemoyne si era dato molto da fare per avvicinare le parti nei momenti di crisi durante i negoziati di pace tra le Farc e il governo Pastrana. Davanti agli ostacoli messi al suo lavoro dal potere, la missione di buoni uffici delle Nazioni unite, invitata dalle Farc, si è ritirata nell'aprile 2005. L'arrivo al potere di Alvaro Uribe, il 7 agosto 2002, segna un'escalation nello scontro militare. Dal suo insediamento ha cercato di spiegare alla comunità internazionale che in Colombia non c'è un conflitto armato, ma solo una minaccia terroristica.

Negli ultimi venti anni il conflitto che non esiste è costato la vita ad almeno 70mila persone e ha prodotto tre milioni di profughi all'interno del paese. La Colombia è martoriata da un vero e proprio conflitto a carattere sociale, economico e politico, nel quadro di una guerra civile che dura da decenni. L’intreccio tra potere corrotto, narcotraffico e svendita delle risorse naturali ha strozzato la vita di un paese culturalmente ricco, basta ricordare Gabriel Garcia Marquez, la cordialità e l’amore per la vita di un popolo dignitoso, che si è visto lentamente cancellare il proprio futuro.

La sospetta intransingenza di Uribe nel portare avanti una qualsiasi forma di trattativa umanitaria e di pacificazione con le Farc, copre il continuo flusso di denaro made in Usa: il “Plan Colombia” ha portato nelle casse del governo colombiano oltre 800 milioni di dollari. Un piano prettamente militare, in nome della guerra al terrorismo, che indirettamente arma la mano dei famigerati Paramilitari colombiani, macellai e narcotrafficanti che riempiono le fosse comuni. L'Associazione delle famiglie dei sequestrati-scomparsi (Asfaddes) ha contato quasi settemila casi documentati di persone rapite dal 1997 dagli squadroni della morte e i cui corpi non sono stati mai più ritrovati.

“Il Presidente - spiega Yolanda Betancourt - ha fatto approvare una legge di giustiza e pace, in nome di una pacificazione nazionale, per cui i Paramilitari, nient’altro che narcotrafficanti e assassini, possono confessare tutti i crimini, mentre migliaia di persone giacciono nelle fosse comuni, in cambio di una sostanziale impunità. Oggi ho incontrato l'ambasciatore, che mi ha detto che non posso continuare ad andare in giro per il mondo a parlare male, a discreditare la Colombia e il suo presidente, gli ho risposto: semplicemente sto dicendo la verità”. Yolanda Pulecio ama profondamente il proprio Paese, nata in una famiglia agiata, da giovane vince diversi concorsi di bellezza, ma dedica l’impegno maggiore a favore dell’infanzia bruciata delle favelas di Bogotà.

Dopo aver seguito il marito, Gabriel Betancourt alto diplomatico colombiano a Parigi, non resiste al richiamo della propria terra ed è lei a convincere Ingrid a impegnarsi per il proprio Paese:”Non dimenticare mai che tutte le possibilità che ti sono state offerte da bambina, oggi costituiscono un debito contratto con la Colombia”. Quando finisce la dura requisitoria Yolanda Betancourt china il capo, quasi a scusarsi, “ma questa è la verità, non ci posso fare niente. E’ una battaglia quotidiana, che tutte le madri possono capire, chiedo solo di starmi vicino”.