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venerdì 20 luglio 2018

Per un nuovo Rinascimento. La visione del Nobel Gao Xingjian

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 24

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Gao Xingjian, il primo cinese insignito nel 2000 del Premio Nobel per la letteratura, è tante cose insieme: teorico della letteratura, traduttore, romanziere, poeta, pittore e cineasta; ma soprattutto è un uomo libero. Nato a Ganzhou nel 1940, laureatosi nel 1962 all’Istituto di lingue straniere di Pechino, durante la “Grande rivoluzione culturale” fu spedito per cinque anni in un campo di rieducazione. Scriveva in assoluta solitudine, per non mettere in pericolo testimoni con i suoi “reati” intellettuali, e spesso bruciava i manoscritti, affinché non finissero fra le maglie della censura, che non risparmiò le sue opere teatrali considerate sovversive.

Esule dopo la morte di Mao, Xingjian ha espresso in Francia tutto il proprio talento poliedrico. La montagna dell’anima è forse il suo manifesto letterario e come scrive il critico Liu Zaifu: «Nel mondo artistico di Gao ci si muove in un orizzonte che si estende da miti e leggende dell’antichità a racconti e romanzi d’avanguardia. La Cina dell’autocrazia totalitaria maoista, come pure la società occidentale in declino, sono rappresentate con quell’universalità che trascende i confini fra Oriente e Occidente».

Studioso appassionato della storia del Rinascimento, alla Milanesiana, rassegna ideata da Elisabetta Sgarbi, Xingjian ha toccato i punti focali del libro Per un nuovo Rinascimento (La Nave di Teseo, 173 pagine, 20 euro, traduzione di Simona Gallo), un testo denso e ricco di suggestioni per un futuro che tardiamo a immaginare.


Xingjian, qual è la lezione del Novecento di cui non abbiamo colto il senso?
«Il ventesimo secolo è stato profondamente segnato dalla politica autoritaria e dalle ideologie a essa legate. Mai prima nella storia dell’uomo le ideologie avevano pervaso così tanto la vita, influenzato gli artisti e gli scrittori. E non ne siamo fuori. La letteratura affiliata alla politica, persino subordinata a essa è stata un male endemico del XX secolo: ha esortato alla violenza e alla guerra, costruito eroi e leader da venerare. Dovremmo affrancarci definitivamente da tutti gli – ismi novecenteschi che ancora si aggirano fra noi».

Lei scrive che oggi la letteratura deve trascendere la politica e resistere al mercato.
«È esatto. La vera creazione artistica non ha un posto nella società: è la malattia del nostro tempo. La politica permea ancora troppi aspetti della vita come d’altra parte fa il mercato. La letteratura, acquisendo consapevolezza del reale, deve liberarsene. Solo lei è in grado di rendere manifesto ciò che la politica tace e che l’ideologia non può esprimere, ossia la voce e gli autentici sentimenti dell’uomo. La letteratura è espressione di un’indagine infinita, che ha origine dalla necessità dell’uomo di affermare la sua esistenza».

E il posto dello scrittore?
«Sono finite le proclamazioni della “morte dell’autore”, così come la storia non è finita come qualcuno prediva, però lo scrittore, creatore e innovatore della propria lingua, non può essere un funzionario statale. La società contemporanea non gli riserva una posizione particolare. La sua voce si sente quando entra in una polemica politica o si schiera con un partito. Chi vorrebbe resistere alle pressioni del mercato e salvaguardare la propria autonomia in quale condizione versa?».

Lei fa appello a un un nuovo Rinascimento.
«L’occidentalizzazione mondiale è passata per l’Europa con all’origine il Rinascimento italiano, che ha nutrito la fioritura di questa civilizzazione europea e ha risvegliato il senso del bello, l’umanesimo. Oggi c’è la globalizzazione, che non ha prodotto qualcosa di nuovo, una migliore conoscenza, al contrario ha impoverito lo spirito e generalizzato i problemi. Il mondo ha bisogno di un nuovo Rinascimento, che produca una cultura universale e il riferimento può essere a quello italiano. Senza esserne una copia. Lo scrittore non può cambiare il mondo, ma abbiamo bisogno di una nuova visione. Gli intellettuali dovrebbero affrontare la nostra società caotica ed entrare nella condizione dell’individuo contemporaneo».

Il periodo rinascimentale fu pieno di scoperte rivoluzionarie. Nell’era dell’iperconnessione digitale lei che cosa inventerebbe?
«L’invenzione più importante, il cinema, già esiste. Da giovane studente sognavo di fare il cinema influenzato da Ėjzenštejn, il quale sosteneva che nel momento in cui si prendono due inquadrature diverse e si legano, otteniamo un nuovo senso come intrecciando le parole. Ho realizzato anche il mio sogno cinematografico impossibile, tenendomi distante dai produttori. Sono molte le strade espressive per raggiungere il libero pensiero».

La sua vita è stata caratterizzata dalla ricerca e dalla difesa della libertà. Ricorda quando e come iniziò ad avvertire tale esigenza insopprimibile?
«Negli anni della formazione, la lettura, la musica, il teatro insieme al mio grande interesse per la storia, la filosofia, la civiltà mi hanno nutrito e orientato verso il libero pensiero oltre la dittatura. Le meraviglie del Rinascimento italiano sono un patrimonio culturale umano universale, qualcosa che va al di là del tempo, delle frontiere e che è traducibile in tutte le lingue».

 Qual è lo stato della libertà?
«In questo mondo, la libertà individuale è sempre limitata da circostanze politiche e sociali di ogni sorta, e non diciamo qui dell’oppressione nei regimi totalitari. Questa è la gravosa condizione da cui l’uomo ancora non riesce a riscattarsi. Libertà è anche una ricerca ultima, se non l’unica, dell’uomo».

È una forzatura definirla archeologo della terra d’origine che forse non ha mai lasciato, aprendosi senza nostalgia al mondo?
«L’identità e l’identificazione culturale non sono altro che esigenze politiche degli stati-nazione. La letteratura non ha confini e le opere non necessitano del passaporto. Non esiste uno scrittore, degno di tale nome, che non subisca l’influenza di più di una cultura. Kafka, ceco scriveva in tedesco, l’irlandese Beckett in francese: molti hanno scelto una lingua diversa dalla propria originale, dando vita a una nuova esperienza di scrittura. L’interesse per la mitologia classica mi ha sempre accompagnato; dopo decenni di studi e di riflessioni brandelli inerti di memorie sulla Cina arcaica hanno animato il mio dramma epico dal titolo Cronache del “Classico dei monti e dei mari”. La Cina spirituale è sempre con me».

Che cos’è la creazione in questa stagione della sua vita?
«La scrittura è fatica. Ora mi piace dipingere, sperando di realizzare qualcosa di valore. Posso scrivere ancora le poesie non un romanzo, che richiede un tempo che non è più il mio. Bisogna sapere fermarsi e ascoltare il corpo, anche se lavoro ancora quasi tutti i giorni fino a mezzanotte».

Ci racconta il Premio Nobel?
«È equivalso all’essere travolto da una tempesta. Più di prima sono diventato cittadino di un mondo senza frontiere e senza distinzioni di mestieri; mi hanno definito un artista totale. Ne sono fiero e mi commuove».

domenica 18 febbraio 2018

Da duemila anni, Sebastian e l'ascesa del nazifascismo

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 22

di Gabriele Santoro



http://www.minimaetmoralia.it/wp/duemila-anni-diario-un-ebreo-romeno/

di Gabriele Santoro

«Morte agli ebrei!» è un grido vecchio, amaro e familiare per il giovane Mihail Sebastian, classe 1907, avvocato noto, critico letterario e autore teatrale a Bucarest fra le due guerre mondiali. Nello sguardo di questo figlio del Danubio, la patria in cui si identificava, acuto osservatore e testimone negli anni dell’ascesa del maresciallo Ion Antonescu del propagarsi dell’antisemitismo, c’è la lacerazione dell’indifferenza che in un giorno diverso dagli altri diventò odio e persecuzione.

«Questo antico grido di morte per anni risuona nelle orecchie della gente per bene, indifferente, afflitta da altri pensieri; per anni aleggia e riecheggia dappertutto, ma nessuno lo sente. E un bel giorno si risveglia dal silenzio che lo avvolgeva, e s’insinua in tutti i nascondigli, sotto ogni pietra», scrisse Sebastian nelle riflessioni che diedero forma a Da duemila anni (Fazi, 278 pagine, 17 euro, traduzione di Maria Luisa Lombardo), testimonianza preziosa dei mali non estinti del Ventesimo secolo. Nell’oscurità degli anni Trenta questo uomo di lettere, alla ricerca di senso in un mondo in disfacimento, provò a costruire un’isola nel naufragio del pensiero razionale e della verità: «Sebastian, sei un uomo pericoloso – dice Ştefan Pârlea, personaggio associato a Emil Cioran –. Troppo lucido per noi. A noi serve una generazione di uomini ormai stufi di essere sempre intelligenti».

Col montare dell’ostilità fascista Sebastian, amico fra gli altri dello stesso Cioran ed Eugen Ionescu, si sentì sempre più estraneo, impallidì davanti ai termini destituiti di fondamento della presunta questione ebraica, argomentati e sostenuti da insospettabili come Mircea Vieru, capo di un progetto per lo sfruttamento di una zona petrolifera nel villaggio di Uioara, con cui collaborava: «Non è possibile sopportare un milione e ottocentomila ebrei. Se dipendesse da me, cercherei di eliminarne alcune centinaia di migliaia. C’è uno spirito ebraico irritante da cui devo difendermi. Nella stampa, nella finanza, nell’esercito, dappertutto percepisco la sua oppressione». Sebastian smonta una a una, cominciando dal numero di ebrei presenti in Romania, le fake news e le sensazioni su cui Vieru, che considerava immune dall’antisemitismo, fondava la propria invettiva e la lotta «contro gli agenti della decomposizione».

L’edizione originale, De două mii de ani, fu stampata nel 1934 con Hitler già al potere. Due anni prima dell’emanazione delle leggi razziali in Italia, Sebastian, all’apice della presenza nella vita culturale romena, si ritrovò privato della tessera di giornalista con la sostanziale cessazione dell’attività di avvocato. Evitò la deportazione, ma non la condizione dell’esiliato in patria, lasciandoci insieme al diario, salvato dal fratello Benu e custodito nell’Ambasciata d’Israele a Bucarest fino alla pubblicazione nel 1996, una delle cronache più rilevanti della progressiva affermazione del nazismo nella civile Europa. Amava Proust e Balzac, si cimentò nella lotta impari con il sentimento della malinconia mai cicatrizzato senza farsi attrarre dal vittimismo.

Il romanzo, che ha la struttura di un diario, si apre nel 1923, quando fu pubblicato per la prima volta in Romania il falso documentale Protocolli dei Savi di Sion, e leggiamo come l’università si sia trasformata da luogo del sapere in quello della discriminazione. Gli assalti, le botte, i picchetti per non fare entrare gli studenti ebrei in aula.

All’inizio, davanti alla crudele infondatezza teorica e all’assenza di immaginazione dell’antisemitismo, il narratore dall’animo cosmopolita ha la predisposizione che ritroviamo nel Diario 1941-1943 (Adelphi) di Etty Hillesum: «Per umiliare qualcuno si dev’essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose». Nel 1933, quando termina il libro, però l’aria è sempre più irrespirabile soprattutto negli ambienti intellettuali. L’antisemitismo è destinato a segnare l’esistenza e conduce all’isolamento nel rifugio della scrittura. La violenza è legittimata dal discorso pubblico.

L’autore rifugge la trappola concettuale dello Stato nazione, non si riconosce nel Sionismo ed è appassionante, a tratti disperata, la conversazione con l’amico Sami Winkler in partenza: «La nave che lo porterà a Haifa solcherà fra le onde un cammino che chissà conduca verso una nuova storia giudaica. Condurrà anche a una pace giudaica? Non lo so, non credo. Duemila anni non possono essere soppressi da una partenza».

Sebastian rispose con parole limpide a chi poneva la questione dell’identità e dell’impossibilità dell’assimilazione ebraica in un contesto nazionale: «Lo Stato è libero di decretarmi nave, orso polare o macchina fotografica, non cesserò per questo di essere ebreo, romeno e danubiano. Certamente troppe cose. Ma tutte vere. Questa intesa è lenta, presenta scogli intimi, ma la soluzione è spirituale non politica». Da duemila anni è un invito tuttora valido ad accorgersi in tempo dei sintomi della malattia, prima che dinnanzi alle macerie resti solo lo stupore di chiedersi come sia potuto accadere.

domenica 17 dicembre 2017

Don Winslow e il lato oscuro dell'America

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 21

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Jory parla strano, da un po' di tempo».«Parla in modo strano, – la corresse la madre». 
«In che senso?». 
«Non lo so. Di politica. Di come sta cambiando il Paese. Sembra uno di ultradestra».
«Sembra pieno di rabbia, – disse di nuovo Shelly». 
«Un po' mi fa paura».

In questo dialogo Don Winslow ci ricorda che il nemico più insidioso da sconfiggere, l'odio, è spesso dentro di noi, non è un'entità distante e straniera. Il testo citato risale all'inizio degli anni Novanta ed è di estrema attualità come il romanzo da cui è tratto Nevada connection (Einaudi, 364 pagine, 15.50 euro, traduzione di Alfredo Colitto). Jory, figlio dell'America che non si identifica in New York, insieme a un gruppo eterogeneo di sbandati che Winslow assembla e caratterizza sapientemente, è alla ricerca di qualcosa in cui credere, e lo trova nel movimento per la supremazia bianca. Il reverendo C. Wesley Carter, guida spirituale della sedicente Chiesa della Vera identità cristiana, è l'indottrinatore di una milizia di neonazisti, che combattono in nome di Dio e della razza bianca: «Uomini che sentivano sfuggire loro di mano un'America che non era mai esistita».

Il giallo, che non cala mai d'intensità, è ambientato negli anni della presidenza Reagan. Ritroviamo l'agente sotto copertura Neal Carey, di nuovo operativo per conto dell'organizzazione Amici di Famiglia dopo tre anni di confino trascorsi in un monastero buddista in Cina. L'investigatore privato è chiamato a risolvere il caso della scomparsa del piccolo Cody McCall, rapito dal padre dopo la separazione dalla moglie. Le ricerche conducono il lettore in una piccola comunità del Nevada stravolta dal fanatismo della setta razzista, nella quale Carey riesce a infiltrarsi: «La valle non è più la stessa. È infetta». Si è ammalata di due virus letali, l'odio e la paura seminati fra vicini di casa.

Nelle Terre Alte solitarie del Nevada sono tutti bianchi, ma all'orizzonte incombe sempre un nemico, nero o ebreo che sia. Secondo i “Figli di Seth”, legati al reverendo Carter, il governo federale di Washington è manipolato dagli ebrei per la soppressione del vero popolo eletto, lo chiamano Zionist Occupation Government. La dinamica del reclutamento, emersa dopo diversi attentati in Europa, assomiglia a quella del terrorismo di matrice islamista. Carter passa al setaccio le carceri e stimola la radicalizzazione religiosa di uomini persi, attratti da un credo di violenza, da organizzare in cellule militari pronte a colpire. I suprematisti presunti ariani, addestrati e armati come paramilitari, si intestano una Guerra santa in nome dell'America a cui sarebbe stata progressivamente sottratta la purezza: «Siamo bianchi e non abbiamo diritti nel nostro Paese». In una combinazione tossica di razzismo e religione, il pericolo agitato è sempre lo stesso: l'invasione del diverso. Winslow ci riporta agli scenari e alle atmosfere di Assalonne, Assalonne! di William Faulkner, in cui una famiglia dell'alta borghesia del Sud preferisce l'omicidio alla presunta contaminazione razziale. 

Ogni anno Winslow, che vive sul confine californiano col Messico, ama attraversare gli Stati Uniti in macchina insieme alla moglie, avendo un contatto diretto con la strada. E Carey, personaggio protagonista del suo noviziato letterario, si muove dentro a una strofa di Springsteen, cantore delle speranze, delle promesse non mantenute nella realtà tutt'altro che monolitica d'oltreoceano. Ci sono il diritto costituzionale alla ricerca della felicità e il mondo del proletariato marginale bianco. C'è l'operaio springsteeniano di Johnny 99, nato giù nella valle dove fin da giovane ti insegnano a rifare quello che ha fatto tuo padre, che ha perso il lavoro e impugna la pistola. Carey appare immerso nella sceneggiatura di un film di Robert Altman.

L'agente, dotato di fine umorismo, scava dentro il cuore di tenebra violento della provincia americana ed è così libero da non scivolare mai nel pregiudizio. Durante la lettura di Nevada connection, che fa parte del ciclo dei suoi primi noir ora tradotti e pubblicati da Einaudi, si rintracciano molti degli elementi che successivamente hanno consacrato Winslow. Il maestro del poliziesco statunitense, come il miglior romanzo noir, ha la strana virtù di essere più realista della realtà.

giovedì 14 dicembre 2017

I soldi della 'ndrangheta nell'economia. Intervista Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Il fatturato annuo della ‘ndrangheta ammonterebbe a circa 43 miliardi di euro e per almeno tre quarti questa somma è reinvestita nell’economia legale. Nel saggio Fiumi d’oro (Mondadori, 180 pagine, 18 euro) Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, e il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro, raccontano come i soldi del traffico di cocaina siano ormai parte integrante del sistema economico su scala globale.


Come nella pubblicazione precedente, Padrini e padroni, che ricostruiva il farsi classe dirigente della ‘ndrangheta mediante la corruzione e la commistione con la massoneria deviata, le mafie incombenti sono il convitato di pietra della nostra democrazia. Nicaso e Gratteri evidenziano tutti gli ostacoli, a cominciare dalla differenza dei sistemi giuridici, e i ritardi che impediscono un contrasto realmente transazionale del riciclaggio planetario di denaro sporco, che rappresenta il cuore dei rapporti esogeni delle mafie. Una rinnovata, seria ed efficace azione repressiva non può che mirare al mondo dei professionisti, attiguo e sensibile al richiamo dei capitali illegalmente accumulati.

«Dalla stagione dei sequestri non ci siamo più ripresi», dice Gratteri, dando un’immagine precisa della trasformazione stessa della pubblica amministrazione, degli sconvolgimenti economici, del corpo sociale, degli effetti sull’emigrazione e dunque sulla composizione demografica in Calabria. La narrazione parte proprio dal 1945, anno del primo rapimento, per descrivere la costruzione dell’egemonia criminale ‘ndranghetista nel secondo dopoguerra mondiale.

Nicaso, Fiumi d’oro si apre con una riflessione sulla lunga stagione dell’Anonima sequestri calabrese, un’industria che, in trent’anni di riscatti pagati, ha fatto confluire nelle casse della ‘ndrangheta circa ottocento miliardi di lire. Documentate il rapporto complementare tra spesa pubblica e sequestri con la formazione di imprese con capitale misto. Quella dei sequestri di persona della mafia calabrese è una storia ancora tutta da scrivere?
«È una storia che deve essere valutata in funzione degli investimenti della ‘ndrangheta nel traffico internazionale di cocaina. Sono stati i soldi dei sequestri di persona a consentire i primi acquisiti di droga, ma soprattutto gli investimenti in paesi come Germania, Canada e Australia. Inoltre, i sequestri di persona non sono stati soltanto rapimenti pensati e gestiti da pastori per estorcere denaro ai familiari degli ostaggi, ma anche uno strumento per radicarsi lontano dai territori di origine e creare le opportune basi logistiche che oggi fanno della ‘ndrangheta l’organizzazione criminale più radicata al Centro-Nord».

«Toronto sembra una succursale della Locride», scrivete. Nella metropoli canadese sono sette i locali di ‘ndrangheta con centinaia di affiliati. Perché dagli anni Settanta la ‘ndrangheta ha investito i soldi accumulati in Canada e l’ha scelto quale proprio salvadanaio?
«Agli inizi degli anni Duemila, il Canada è stato l’ultimo paese del G7 a porre un limite sull’introduzione di denaro contante. Per decenni, familiari di ‘ndranghetisti, ma non solo loro, hanno fisicamente trasportato, soprattutto in Ontario, decine di miliardi di vecchie lire, senza incorrere in alcuna sanzione».

Come è avvenuto in Italia negli anni del terrorismo di matrice politica, oggi la minaccia jihadista distoglie pericolosamente uomini e sottrae mezzi al contrasto della criminalità organizzata?
«Purtroppo molti paesi non riescono a gestire i due fronti contemporaneamente. Si investe poco in intelligence e, in molti casi,  le risorse inizialmente destinate alla lotta alle mafie vengono “stornate” per combattere il terrorismo. Oggi, la sicurezza nazionale è diventata la mamma di tutte le priorità. In Paesi dove le mafie si muovono sotto traccia, senza fare uso di violenza, l’attenzione soprattutto politica si è abbassata di molto».

Il riciclaggio, che innanzitutto richiede la separazione del denaro dalla fonte illecita, ha radici antiche. L’economia criminale si regge sul lavaggio di denaro sporco. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, i flussi di denaro riciclato ogni anno oscillano tra il 2% e il 5% del Pil globale, quasi duemila miliardi di dollari; in Italia corrisponde al 10% del Pil. Qual è il raggio d’azione del riciclaggio?
«Quello della contiguità tra due mondi solo apparentemente diversi. Il mondo di sopra e quello di sotto, legati insieme da interessi economici con professionisti, bancari, consulenti finanziari che non disdegnano i soldi del narcotraffico. Anzi, potremmo dire, senza tema di smentita, che i soldi della droga fanno gola a tanti. Cambiano solo le tecniche di riciclaggio con l’utilizzo di strumenti sempre più sofisticati e che, in molti casi, prevedono triangolazioni finanziarie con paesi off shore e l’utilizzo delle nuove tecnologie».

Nel saggio sottolineate come questo sistema si fondi sulla disponibilità di professionisti, in grado di fare quel che gli ‘ndranghetisti ancora non sono capaci di realizzare. È quel che sta testimoniando nel processo Aemilia il collaboratore di giustizia Antonio Valerio: un vorticoso giro di false fatturazioni con alcuni elementi, compiacenti o comunque poco solleciti dinnanzi a operazioni sospette, interni a istituti di credito.
«È questo il nodo principale della lotta al riciclaggio. La difficoltà a risalire ai prestanome e ai colletti bianchi che lo favoriscono. I mafiosi non ne sono capaci. Possono al massimo limitarsi ai piccoli investimenti immobiliari, all’apertura di ristoranti e, in qualche caso, alla costruzione di centri commerciali, sempre tramite società di comodo e prestanome. Sarebbe opportuno colpire con maggiore severità le collusioni che costituiscono l’ossatura di quasi tutte le principali operazioni di riciclaggio».

Tra il 2001 e il 2004 il riciclaggio di denaro in Italia è aumentato del 70%. Qual è stato in questo senso l’impatto dell’euro e perché per i narcotrafficanti è più funzionale del dollaro?
«Con l’introduzione del Patriot Act nel 2001, gli Usa hanno cominciato a monitorare tutte le transazioni in valuta americana effettuate nel mondo. Per paura di vedersi i fondi congelati, gli investitori arabi e musulmani hanno portato via i loro soldi dagli Stati Uniti e li hanno investiti in Europa. Sono gli anni del passaggio all’euro. I narcotrafficanti hanno visto nella valuta europea un mezzo per facilitare le operazioni di riciclaggio e di pagamento delle partite di droga. La banconota da 500 euro ha finito per spazzare via quella da 100 dollari, grazie alla capacità di ridurre di oltre il 70% il volume di trasporto».

Con l’attuale stima del fatturato annuo, la ‘ndrangheta sarebbe la quarta azienda italiana. Come osservate, la mafia calabrese segue alla lettera le logiche del capitalismo liberista, le cui regole non sono incompatibili con i capitali illegali.
«L’economia legale non scaccia quella illegale. C’è una sorta di corrispondenza di amorosi sensi».

Che cosa si intende per domanda di mafia?
«La voglia smaniosa di scendere a patti con gli ‘ndranghetisti. Di legittimarli, di riconoscerli socialmente. Di ricorrere in modo sistematico ai voti e ai soldi della ‘ndrangheta».

Dal 1992 al 2016 sono stati sciolti 248 consigli comunali italiani per infiltrazioni mafiose, 91 dei quali riconducibili alla ‘ndrangheta. È stato compiuto un ulteriore salto di qualità nella corruzione, è possibile stabilire delle differenze nel rapporto instaurato dalla mafia siciliana con la politica rispetto a quello della ‘ndrangheta?
«Nel 2010 un esponente di spicco di una famiglia di ‘ndrangheta viene intercettato mentre trascorre la propria latitanza di Irlanda. Al suo interlocutore dice di essere felice di trovarsi all’estero in concomitanza con le elezioni amministrative nel suo paese d’origine. Dice chiaramente che se fosse stato in Calabria la sua abitazione sarebbe stata un andirivieni di persone che lo avrebbero cercato per chiedergli il sostegno elettorale. Ormai lo fanno in tanti. Durante le campagne elettorali, le case dei boss vengono letteralmente prese di mira da tantissimi candidati, senza discriminazioni ideologiche. A differenza di Cosa nostra, per la ‘ndrangheta queste scene si ripetono anche al centro-nord. Il dato che emerge è che non si può parlare solo di infiltrazione in un tessuto socio-economico, come se fosse un attacco dall’esterno nei confronti di una realtà che prova a resistere. La realtà è diversa e più cruda: le investigazioni dimostrano che l’imprenditoria e la classe politica non si limitano a subire la ‘ndrangheta, ma fanno affari e accordi con essa e spesso prendendo l’iniziativa».

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mercoledì 6 dicembre 2017

«Negroland, dove i neri sono ancora pedine». Intervista a Margo Jefferson

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-25

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«Ci piace pensare che la storia sia un libro, e quindi di poter girare pagina, muovere il culo e andare avanti. Ma la storia non è la carta su cui viene stampata. È la memoria, e la memoria è tempo, emozioni, e canto. La storia sono le cose che ti rimangono dentro», ha scritto Paul Beatty ne Lo Schiavista, che gli è valso il Man Booker Prize.

In queste parole ritroviamo il lavoro di ricerca sulla memoria e sulla lingua che Margo Jefferson, classe 1947, ha concretizzato nel potente Negroland (66thand2nd, 270 pagine, 16 euro, traduzione di Sara Antonelli); un'opera che riesce a unire il saggio storico alla classica autobiografia. Docente alla Columbia University, Jefferson ha scritto per anni di letteratura e teatro per Newsweek e The New York Times, vincendo nel 1995 il Premio Pulitzer per la critica. L'autrice è fra gli ospiti internazionali più attesi a Più libri Più liberi e interverrà sabato alle 15 (Sala Sirio). Stamattina la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria sarà inaugurata dal Ministro Dario Franceschini nella nuova sede del Roma Convention Center La Nuvola.

Lei, figlia dell'alta borghesia nera di Chicago, ha intrecciato in questo memoir il lessico familiare, le vicende biografiche con quelle politiche e sociali, il movimento per i diritti civili e quello femminista che hanno segnato il Novecento americano. Negroland rappresentava l'élite nera afroamericana: «Una piccola regione dell'America Negra i cui abitanti erano protetti da un certo grado di benessere e privilegi». A livello politico, educativo e sociale i membri di questa comunità immaginaria erano molto consapevoli del proprio lascito culturale come avanguardia degli afroamericani, seppure i percorsi individuali fossero in larga parte tracciati dalle discriminazioni.

Jefferson, Negroland, la sorta di terra natia nella quale lei è cresciuta, oggi mantiene gli stessi confini?
«Quel mondo è ancora profondamente cosciente della propria storia e delle tradizioni. Ha accesso a molti più privilegi e opportunità rispetto al passato, ma non creiamo equivochi: non viviamo in una società post-razziale. Il razzismo è vivo e prospera negli Stati Uniti. Il suprematismo bianco, la misoginia e l'omofobia sono tre delle identità settarie fondative degli Stati Uniti. Dico che la struttura di potere bianca procura un accresciuto, ma ancora limitato, numero di opportunità ai neri e alle altre minoranze.  Gli appartenenti a questo mondo relativamente avvantaggiato hanno accesso economico, sociale e culturale a privilegi un tempo riservati ai bianchi. Per quale ragione? Perché i loro antenati hanno lottato con forza, usando la legge, la politica e la cultura, tutti gli strumenti del Movimento per i diritti civili, affinché queste opportunità fossero più disponibili».

Il significato e dell'utilizzo della parola Negro come si sono evoluti dal 1947 a oggi?
«“Negro”, con la prima lettera maiuscola era una parola politicamente consapevole e progressista. In quale modo sono chiamati gli oppressi dai loro oppressori e come scelgono di chiamarsi a propria volta? È una questione assai complessa. Non molto tempo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Negro era vista come parola più assertiva, risoluta, in fondo in lingua spagnola significa nero, orgogliosa, meno raffinata. Oggi negli Stati Uniti è una parola insidiosa, poiché come ha sostituito “colored people”, a sua volta negli anni Sessanta è stata soppiantata dalla più funzionale “nero”, e infine da quella globalizzata Afro Americano. Nel mio libro ho deciso di usarla come un segno e simbolo storico molto preciso».

Qual è stato l'impatto del femminismo nel suo riconsiderare le questioni di razza, genere e classe in America? Nel libro sembra impossibile scinderle.
«Il femminismo è stato cruciale! Concepisco razza, classe e genere come la nostra trinità secolare. Certamente dobbiamo analizzare i dettagli di ogni ambito, ma se vogliamo un'analisi completa della condizione delle persone è impossibile; è irrealistico e bugiardo separarli uno dall'altro. Essi si contagiano e coniugano a vicenda, danno forma alle nostre vite e alla psiche, al modo in cui guardiamo al mondo. Ora si parla di intersezionalità: razza, classe e genere sono gli esempi perfetti di come identità multiple modellino e siano modellate dalla discriminazione e dall'oppressione. E, allo stesso modo, da preziose tradizioni culturali e sociali».

È ancora vivo negli Stati Uniti il mito di una società senza classi?
«Direi che esiste ancora un potente e sleale mito della mobilità di classe nel Paese. Resiste la fantasia che chiunque sia dotato di sufficiente ambizione e che lavori duramente possa avere successo, possa farcela. Ma quel chiunque è quasi sempre in partenza un uomo bianco ed eterosessuale. È evidente che il nostro sistema politico ed economico ricompensa sempre meno le persone povere o appartenenti alla working class, anche quando sono maschi, bianchi ed eterosessuali. Ma per molti, come dimostra chiaramente l'elezione di Trump, il bisogno di credere nel mito è tuttora più forte di questa preoccupante realtà».

Qual è il ruolo dell'élite nera negli Stati Uniti?
«Ora è stata integrata più che mai nella struttura di potere bianca. Tuttavia i neri al vertice della piramide di potere sono ancora pedine, e coloro che hanno venduto i propri principi per arrivare in quella posizione non meritano la nostra ammirazione o il desiderio di emulazione. Vorrei che il ruolo dell'élite nera corrispondesse all'idea di sfidare le regole ingiuste e le conseguenze prodotte da tali strutture».

Lei è diventata una critica di successo in un ambiente professionale difficile, anche il giornalismo incarnava la segregazione. Poche persone nere hanno vinto il Premio Pulitzer. In quale modo ha vissuto la pressione dell'ambizione e l'urgenza di affermarsi in questo tipo di società?
«Innanzitutto devo rendere omaggio ai giornalisti neri e alle giornaliste che negli anni Sessanta hanno contribuito all'integrazione razziale nella professione, quando ero ancora una studentessa. Loro mi hanno consentito di assecondare l'ambizione e hanno reso possibile la mia carriera. Le pressioni, che oltrepassano l'ambizione, e si orientano verso un'idea di perfezione interiorizzata sono intense. Mi confronto con esse condividendo le paure, i sogni e la scrittura con gli amici e i colleghi che più o meno si trovano nella medesima posizione».

lunedì 27 novembre 2017

La guerra non è finita. La sentenza Mladić


di Gabriele Santoro


La primavera del 1994 era cominciata da pochi giorni, quando Ana Mladić non si concesse più la fantasia di immaginare l’avvenire. Aveva ventitré anni, era una brillante studentessa di medicina, iscritta all’ultimo anno di università a Belgrado, e decise di uccidersi dentro casa con la pistola preferita del padre, una Zastava custodita fra i diari di guerra. Per Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco dell’allora esercito noto come VRS (Vojska Republike Srpske), a differenza della figlia c’era invece ancora molto da combattere.

Il Generale avrebbe dovuto conquistare Goražde e l’enclave bosniaca di Srebrenica, assediata per tre anni, eliminando poi nel luglio del 1995 8372 musulmani, perlopiù uomini, davanti all’inerzia dell’ONU che consegnò civili inermi ai boia. Le milizie controllate da Mladić produssero, oltre alle 93 fosse comuni finora scoperte, la deportazione di ventitremila persone. La giustizia nei tribunali dell’Aja e di Sarajevo ha incriminato settanta persone per il genocidio di Srebrenica. In quella che le Nazioni Unite avevano dichiarato “zona protetta”, ad altissima densità di profughi, si consumò l’ennesima presunta vendetta di una guerra fratricida, che ha fatto crescere fiori sulle tombe delle generazioni a cui sarebbe dovuto appartenere il futuro.


In una terra come la ex Jugoslavia, che non conosce il tramonto dell’odio, la figura di Ana è riemersa in seguito alla recente condanna all’ergastolo emessa nei confronti del padre dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja per l’ex Jugoslavia. Dopo cinque anni di processo, la Corte ha dichiarato Mladić colpevole di dieci degli undici capi di imputazione complessivi fra i quali genocidio, persecuzione, sterminio, omicidio, deportazione con quattro “imprese criminali congiunte” della leadership serbo-bosniaca commesse tra il maggio del 1992 e il novembre del 1995: la rimozione permanente o pulizia etnica dei croati e dei musulmani dai territori proclamati serbi in Bosnia-Erzegovina, il genocidio di Srebrenica nonché i crimini contro l’umanità in altre municipalità, il terrore contro la popolazione di Sarajevo, la presa in ostaggio del personale ONU per fermare i bombardamenti contro gli obiettivi militari serbo-bosniaci.

È decaduta invece l’accusa di genocidio in altre sei municipalità della Bosnia orientale e settentrionale. Nella sentenza i giudici hanno riconosciuto il ruolo determinante nella catena di comando e la responsabilità diretta di Mladić nei crimini perpetrati. Per comprendere la sua capacità di fuoco, nella sintesi del dispositivo della sentenza si legge che riguardo Srebrenica nel solo 16 luglio 1995 oltre mille civili furono uccisi sommariamente presso il Branjevo Military Farm. Prima dell’esecuzione i militari legavano le mani delle vittime e intimavano loro di pregare “alla maniera musulmana”.

La guerra per la famiglia Mladić non è finita, non c’è ravvedimento come hanno dimostrato la protezione durante la lunga latitanza, sedici anni dalla messa in stato d’accusa nel luglio e nel novembre 1995 all’arresto nel 2011, e l’intera condotta processuale del condannato tracotante, iracondo che esprime la debolezza dell’irriducibile davanti al giudizio. «Questo è stato solo il primo tempo – ha fatto dire Mladić al figlio Darko in una nota apparsa sul quotidiano belgradese Vecernje Novosti – lotterò per cancellare queste menzogne e far emergere la verità sulla lotta dei serbi». E ancora: «Mio padre non è colpevole di nulla – ha aggiunto Darko all’Aja – . Ho sempre pensato che qualunque verdetto di questa corte non sarebbe stato accettabile dalla mia famiglia. Ogni analisi legale dimostra che l’accusa non è riuscita a provare il suo coinvolgimento». In questo senso è interessante e significativo il quadro delle reazioni riduzioniste se non negazioniste alla sentenza in Serbia. Ci ricordano che Ratko Mladić non entrò da solo a Srebrenica.

In assenza di una traccia scritta, ma spesso anche in sua presenza, le ragioni di un suicidio sono intimamente insondabili, tuttavia la scelta di Ana Mladić chiama in causa tutti gli attori di questa tragedia e restituisce l’intera misura dolorosa di legami familiari inestricabili. C’è un video su YouTube nel quale il giovane Darko presidia la bara della sorella, mentre Ratko in abiti civili si riversa inconsolabile sul feretro e strofina con veemenza sulla teca, che racchiude il volto ormai inespressivo della figlia, il fazzoletto col quale si asciuga le lacrime.

Da questa immagine Clara Usón iniziò a scrivere La figlia (Sellerio editore, 496 pagine, 16 euro, traduzione dallo spagnolo di Silvia Sichel), romanzo potentissimo pubblicato nel 2013 che, mescolando storia e finzione narrativa, ha saputo rappresentare il crollo della ex Jugoslavia e la fine dell’innocenza per almeno tre generazioni. Un’opera fondamentale, da leggere e rileggere, equiparabile per rilevanza al lavoro di Jože Pirjevec, per come entra con levità e cura nelle pieghe del male.

«Cominciò a piovere quando stava imboccando la salita di Blagoja Parovića, si era alzata una bufera, aveva ripreso a soffiare il košava, il rigido vento invernale, come a volerle ricordare che la primavera era un miraggio, un’illusione, che il freddo era sempre in agguato nonostante le gemme e gli alberi in fiore. Non le dispiacque bagnarsi, come se la pioggia e il freddo fossero un castigo meritato. Le tornò in mente quel racconto di Tolstoj, “Dopo il ballo”, e si chiese se la figlia del colonnello che aveva frustato il disertore, quella Varen’ka, che le aveva fatto tanta pena, fosse innocente. E se Varen’ka sapeva e non gliene fregava? E se era perfettamente informata di ciò che avrebbe fatto suo padre in quel terreno abbandonato e, ciononostante, aveva continuato a ballare con il narratore, indifferente, estranea a tutto ciò che esulava dal suo piacere?».

La scrittrice, percorrendo le orme del racconto di Tolstoj, immagina la progressiva presa di coscienza della giovane Ana di come il padre fosse in realtà fra i carnefici della propria giovinezza: «Aveva disgustato tutti, anche lei, certo, anche se non lo avrebbe mai ammesso: il suo abbattimento, la sua delusione avevano una sola causa: quella guerra che non finiva più e minacciava di distruggere la vita non solo dei morti, ma anche dei vivi, come lei, come suo fratello, come i suoi compagni di università, che vedevano la loro gioventù sfuggire e il futuro sempre più cupo».

Ana Mladić, dopo un viaggio a Mosca insieme ad amici prima della laurea in medicina, distante dalla censura dell’informazione serba ormai sapeva e la tristezza non se ne andò più dal suo volto. La ragazza bella e disinvolta era tornata diversa a Belgrado. Il mezzo ungherese Petar le aveva illuminato le crepe del sogno della Grande Serbia, l’evanescenza della parola patria davanti alla distruzione di Vukovar; Martina rimpiangeva Tito; Dragan era il soldato che l’amava e Ratko, ostile a quell’unione, l’aveva mandato a morire al fronte. In fondo forse Petar non era un disertore, non era un traditore della nazione associata al sangue versato dai soldati. Durante una delle serate moscovite Ana disse a un corteggiatore che proveniva dal Principato di Andorra, dove le persone non avevano un nome, ma corrispondevano a un numero. Ana rinunciò a rinnegare l’umanità.

Nel tratteggiare con precisione i profili degli architetti ed esecutori dell’orrore fra i quali Slobodan Milosević, Radovan Karadžić, Franjo Tudjman e Ratko Mladić, Usón rammenta che nessuno è immune dalla paranoia individuale e collettiva di quella forma di fascismo che è stato il nazionalismo post-jugoslavo. «Forse solo uno che crede di avere un futuro osa costruire musei», sostiene Dubravka Ugreŝić. Il revisionismo storico di culture politiche artificiose e autoritarie, riempite ancora di retorica nazionalista e della strumentale esaltazione di radici religiose, e l’ingresso nel presepe delle odierne democrazie balcaniche dei criminali o complici di una guerra disgregatrice innanzitutto dei legami sociali, familiari non ammettono la cultura e l’esercizio della memoria.

Raccontando la fine non solo letteraria senza più un amore di Ana Mladić, Usón riporta lo stralcio dell’intercettazione di una telefonata intercorsa nel 1996 tra Marko Milošević e il padre presidente Slobodan, che indirettamente ci dà il senso ultimo del suo sottrarsi agli uomini della macchina da guerra:

M: «Cosa ne dici se metto su una clinica ostetrica?».
S: «Be’, da un punto di vista umanitario non è poi così male, ma come affare non vale un cazzo».
M: «Papà, sai quanto costa un aborto in un qualsiasi tugurio di Požarevac?».
S: «Non saprei».
M: «Centocinquanta marchi tedeschi».
S: «Marko, in una clinica ostetrica non si fanno aborti. Ci si fanno nascere i bambini».

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martedì 31 ottobre 2017

Viaggio nel cuore della Siria


di Gabriele Santoro

I bordi della strada che collega Sarajevo a Mostar sono disseminati di lapidi invadenti, le quali esprimono l’urgenza di ridefinire l’anima del paesaggio. Quel che si è voluto cancellare, uccidendo, resta una presenza fisica, estremamente umana, finché esiste qualcuno con la forza e la limpidità necessarie a raccontare la distruzione, il cuore in frantumi di uno Stato imploso.


«Scriverai tutto quello che ti dico?».

«Basta così» disse prendendomi la mano. «Se moriremo, il mondo conoscerà la nostra storia, vero?».

Una studentessa universitaria ventenne pone la domanda a Samar Yazbek, giornalista e scrittrice siriana esule in Francia dal luglio del 2011, per poi esternare l’orrore per il massacro indiscriminato di innocenti perpetrato in Siria. Yazbek, nata in una famiglia di spicco alawita, è tornata in patria nel 2012 sotto i bombardamenti, attraversando clandestinamente in diverse occasioni fino al 2014 il lungo confine turco siriano per raccogliere le voci sradicate intimamente dalla propria terra a Saraqeb e Kafranbel, città iconiche e ribelli nel nord del paese.

Passaggi in Siria (Sellerio, 340 pagine, 16 euro, traduzione di Andrea Grechi) è un libro essenziale per tutte le volte che siamo rimasti indifferenti e per quando ci scopriremo di nuovo tali verso questa guerra epocale, così assente dalle nostre cronache. Nel lavoro di testimonianza di Yazbek emerge un’alta dimensione politica, che restituisce il profondo senso di abbandono di un popolo il cui destino diviso è nelle mani degli interessi divergenti delle potenze internazionali, immerse dentro a una guerra per procura.

In fondo durante la lettura non incontriamo né emigranti, né profughi, né rifugiati politici, ma persone che assomigliano ad alberi con le radici recise con tutto ciò che comporta il non riconoscersi più nella propria terra. Quando si smette di sparare, di torturare chi era il proprio vicino di casa, le strade delle città cambiano spesso nome. La toponomastica, dettata dai vincitori in una vastità di macerie, quanto il censimento anagrafico rappresentano uno smarrimento difficilmente sanabile. In molti però non si arrendono, non se ne sono andati o sognano il giorno del ritorno.

Questa è la storia di una rivoluzione tradita, e soprattutto di aspirazioni di libertà soffocate ancora in fasce, trasformata dalle proteste pacifiche contro il regime di Assad in un conflitto senza fine: «L’unico vincitore in Siria è la morte: ovunque non si parla d’altro. Tutto è relativo, tutto è in dubbio; l’unica certezza è che la morte trionferà». Quel che appare più atroce è come la macchina della morte possa diventare la cosa più rilevante nella vita delle persone, costrette a convivere con la mira del cecchino.

Sulle rovine c’è una sola via d’uscita ed è linguistica: la memoria, la lingua e le cose per dare un’identità alle macerie di una sconfitta e una ragione alla sopravvivenza. Yazbek non fugge dalla realtà, riuscendo nell’impresa di ricomporre le parti smembrate di un corpo che non smette di sanguinare. La frontiera con la Turchia è porosa, sono entrati combattenti stranieri jihadisti, armi e oggi fiorisce il traffico sull’esodo di massa di esseri umani, che ha sconvolto la struttura demografica della Siria.

I cittadini in fuga hanno imparato a prendersi gioco della fine, ma per loro non c’è nessuna luminosa terra straniera ad attenderli: «Il padre della ragazza era seduto sul marciapiede, la faccia imbiancata di polvere. Guardava fisso davanti a sé: non fosse stato per la sigaretta accesa, sarebbe sembrato una statua. Anche i capelli e i vestiti erano ricoperti di polvere. Non era presente quando erano cadute le bombe, quando la sua casa era crollata in un cumulo di macerie. Aveva estratto i corpi della moglie e del figlio, mentre la bambina di quattro anni risultava ancora dispersa».

Uno dei prodotti di qualunque forma di totalitarismo al collasso è l’esplosione endogena del settarismo in assenza di una visione comune, la negazione della possibilità di una fiducia reciproca. Yazbek però non rinuncia all’orizzonte della coesistenza: non si considera alawita, bensì appartiene solo all’idea di una Siria democratica. Lei non ha sostituito l’appartenenza all’essere.

L’autrice pone indirettamente una domanda fondamentale per il nostro futuro. Dinnanzi a una transizione storica, a una trasformazione radicale occorre necessariamente passare per l’imbarbarimento e la regressione in tutti gli ambiti della vita? Non possiamo fare a meno della distruzione anche culturale? I libri erano bruciati. Le biblioteche piene di saperi plurisecolari devastate prima del fuoco piovuto dal cielo. La distruzione della propria infanzia è un’impresa pericolosa dalla quale si corre il rischio di non riprendersi mai più.

Passaggi in Siria è un tributo indispensabile ai giovani e alle giovani che hanno scortato Yazbek durante il viaggio. Probabilmente oggi molti di loro sono vittime di quella che la Storia ricorderà come un’immane tragedia del ventunesimo secolo tenuta distante da noi.

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lunedì 16 ottobre 2017

Memorie d'Africa: l'inchiesta Sankara è ancora aperta


Thomas Noël Isidore Sankara, classe 1949, è stato assassinato così giovane da ingombrare quasi necessariamente un’eternità. Il 15 ottobre del 1987, quando il Presidente del Burkina Faso cadde vittima di un agguato di stampo terroristico, era nel pieno dei propri trent’anni come fra gli altri Patrice Lumumba e Stephen Biko. Il settimanale Jeune Afrique gli ha dedicato la copertina dell’ultimo numero con la domanda inevasa da trent’anni: Chi ha ucciso Sankara?


Andando oltre l’icona, il feticcio del rivoluzionario panafricano amico del popolo, resta il dato che nessuno ha saputo soddisfare le concrete istanze politiche, economiche, sociali poste dal padre della rivoluzione burkinabè o meglio da un intero continente. Intesero eliminare l’uomo nuovo, l’eccezione che mirava a correggere una storia sbagliata. Anche le generazioni che non hanno vissuto in prima linea l’insurrezione e il processo politico che portarono l’Alto Volta a divenire Burkina Faso, la terra degli uomini integri, associano Sankara al sogno finora inesaudito di una classe dirigente non corrotta, emancipata dalle forme molteplici assunte dal neocolonialismo.

È un fatto che Sankara spaventi anche da morto. Non abbiamo notizia certa della localizzazione della tomba o del perimetro di terra che custodisce i suoi resti. L’indagine genetica, e non solo, è ancora in corso fra perizie e controperizie. L’inchiesta è stata rilanciata tre anni fa dopo la fine del regime politico dell’ex presidente Blaise Compaoré, per trent’anni al potere, oggi in esilio in Costa d’Avorio con un mandato d’arresto internazionale pendente per il suo presunto ruolo nell’omicidio Sankara.

La memoria pubblica però è un’altra storia, è andata oltre la negazione in quanto urgenza di costruzione di un’identità. Da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, al resto del continente non è stato dimenticato soprattutto l’esempio di Sankara, il vocabolario che produsse una rottura a  fronte di un’oppressione plurisecolare e della disillusione seguita all’indipendenza. «Osiamo inventare l’avvenire», sosteneva Sankara, e non era semplice farlo nel secondo paese africano più povero, dove l’aspettattiva di vita non raggiungeva i 40 anni.

Non gli mancava il coraggio. Uno degli elementi più interessanti della breve e intensa vicenda sankarista è la messa in discussione del paradigma della Françafrique perpetuatosi anche dopo il 1960. Nel giorno della liberazione del Mali De Gaulle aveva ammonito: «L’indipendenza reale, l’indipendenza totale non appartiene a nessuno. Non c’è politica possibile senza cooperazione». Trent’anni più tardi Sankara pretese di confrontarsi con pari dignità con l’omologo francese Mitterrand, giunto in visita nel 1986 nella vecchia colonia, e il discorso fu duro:

«(…) Non abbiamo compreso come banditi quali il guerrigliero angolano Jonas Savimbi e assassini come il presidente sudafricano Pieter Botha abbiano avuto il diritto di percorrere la Francia così bella. L’hanno macchiata con le proprie mani e i piedi grondanti di sangue. E coloro che gliel’hanno permesso porteranno l’intera responsabilità qui e altrove, oggi e per sempre».

Come mostra un filmato d’epoca, dopo aver ascoltato Mitterrand si rivolse in modo quasi paternalistico: «Come lui dirò ciò che penso. Trovo alcuni fra i suoi giudizi troppo tranchant, ha la perentorietà di una bella gioventù. Ha il merito di essere un Capo di Stato completamente devoto al proprio popolo e lo ammiro. Qualità importanti ma è troppo tranchant, si spinge avanti più di quello che sia necessario. Mi permetto di dirlo dall’alto della mia esperienza», concluse poggiando una mano sulla spalla del presidente burkinabè.

Le biografie ricordano come fin dalla tenera età Thomas scegliesse sempre di stare dalla parte dei più deboli, lui figlio che non aveva patito la povertà dell’epoca coloniale. Un giovane in rivolta, formatosi tra un’educazione ferventemente cattolica e l’accademia militare, fin da adolescente guardava a sinistra, all’antimperialismo.

Con l’impeto che lo contraddistingueva, sapeva anche riconoscere limiti evidenti e debolezze nell’azione di un trentatreenne. Tre mesi prima di essere assassinato, in quello che è considerato il discorso testamento, non esitò a evidenziare errori del processo che guidava, proponendo correzioni e cercando di scongiurare derive massimaliste che non mancarono, il settarismo tribale e all’interno delle forze rivoluzionarie. Lui non ricorse alla violenza per mantenere il controllo e sbarazzarsi dei nemici interni, piuttosto il martirio come poi avvenne e ciò lo eleva.

Nei venti anni successivi all’indipendenza il Burkina Faso visse tre colpi di Stato. Dopo quello del 1980 iniziò l’ascesa di Sankara. Nominato Capitano, poi segretario di Stato per l’Informazione, si distingueva spesso dalla condotta governativa, quando avversava il popolo, fino alle dimissioni. Colpivano il suo linguaggio coerente nel tempo con i comportamenti, la creatività, l’energia che sostanziarono un immaginario, il riscatto dei vinti che sostennero seppure in assenza di libere elezioni la sua ascesa al vertice dello Stato.

Si misurò con sfide politiche, economiche e sociali di tale ampiezza, a cominciare dall’autosufficienza alimentare di un popolo affamato e in quattro anni il risultato su questo fronte fu fuori dall’ordinario. Poi la letterale costruzione dal nulla di un’economia locale, forze produttive non più dipendenti dall’estero, l’alfabetizzazione e il decisivo coinvolgimento delle donne in una società marcatamente patriarcale. Se oggi il fenomeno migratorio è strettamente connesso anche a ragioni ambientali, anzitempo Sankara si rese conto dei rischi della progressiva desertificazione e di quanto l’ecologia dovesse essere in cima all’agenda politica. In uno dei suoi interventi più celebri Sankara tematizzò la questione ineludibile del debito e di quella che oggi definiremmo l’austerità per il pieno compimento della rivoluzione. Durante la sua presidenza, a fronte di un debito troppo esoso da onorare, il sostegno delle istituzione economiche internazionali crollò del 25% e quello francese passò da 88 a 19 milioni di dollari in tre anni.

Sankara è stato accusato di aver corso troppo con un ritmo di riforme e cambiamenti non sostenibile senza forze sociali strutturate alle spalle, in un quadro politico interno frammentato e internazionale ancora segnato dalla Guerra Fredda. Nel corso di un’intervista televisiva si definì «un ciclista che scala una salita ripida con due precipizi a destra e a sinistra». «Per restare me stesso, per sentirmi tale – concluse – sono obbligato a continuare con questo slancio».

Qual è stata la conquista essenziale del presidente più giovane che l’Africa abbia conosciuto? Non essere espulsi dalla storia in quanto poveri, anzi credere di riuscire a determinarla in un contesto mondiale di profonda convulsione economica, che avrebbe poi prodotto un difficilmente reversibile aumento delle diseguaglianze. «La cosa più rilevante, credo, sia di aver condotto il popolo ad avere fiducia in sé stesso – disse Sankara –, a comprendere che, finalmente, bisogna sedersi e scrivere il proprio sviluppo; sedersi e scrivere la propria felicità; l’opportunità di dire ciò che desideriamo. E al contempo sentire intimamente qual è il prezzo che si è disposti a pagare per questa felicità».

mercoledì 6 settembre 2017

Johan Cruijff e la reinvenzione dello spazio

di Gabriele Santoro

Johan Cruijff sapeva accendere la fantasia come pochissimi altri. Ogni suo movimento con il pallone, che Nureyev associava alla danza, era totale e produceva un’eco di emozioni che non si è spenta. Esiste un riconoscimento costante per il gioco dell’Ajax forgiato da Rinus Michels, cuore e anima del Calcio Totale, per una civiltà calcistica avanzata che ha sedotto il mondo, segnando non solo la storia dei Paesi Bassi con il vero fine della bellezza.


Non conta soltanto vincere, ma soprattutto come lo si fa. «Correvano e si passavano la palla in un modo insolito, seducente, scorrevano attraverso il campo seguendo traiettorie ricercate, intricate, ipnotiche», scrive David Winner nel bel saggio Brilliant Orange (minimum fax, 362 pagine, 18 euro, traduzione a cura di Fabio Deotto), che è pure un’anatomia della nazione olandese capace del coraggio e dell’ingegno di attrezzarsi per vivere anche sotto al livello del mare.

«Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno», diceva Alfredo Di Stefano, la Saeta rubia madridista, a proposito di Cruijff. Lui in un decennio stravolse il calcio olandese, che all’inizio degli anni Sessanta era ancora del tutto amatoriale, grezzo dal punto di vista tattico. Cruijff, all’epoca poco più che un ragazzino con i capelli lunghi, smilzo ma dall’energia incredibile, velocissimo, è stato l’avanguardia, l’icona di una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasformò una piccola nazione puritana, austera e calvinista.

Il calcio è un gioco serio ma elegante, sosteneva Vic Buckingham, l’allenatore che preparò il terreno per il Calcio Totale dell’Ajax: trovarsi d’istinto, controllare sempre il possesso della palla, attaccare senza sosta, sentire come squadra un ritmo e suoni comuni. Dopo il grigiore del periodo postbellico, la battaglia contro la noia non era una cosa semplice e Cruijff come Best, figlio di un venditore di frutta e verdura tifosissimo dell’Ajax nonché amico del custode del campo, l’ha combattuta sul rettangolo verde con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliavano alla gioia.

A venti anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la ribellione giovanile con epicentro ad Amsterdam s’incrociò con quella di una generazione, non solo Cruijff, di calciatori dall’attitudine ribelle, dal talento e dalla sostanza straordinari. L’autore ricorda come la giocosità, talvolta surreale, anarchica e teatrale era interpretata da quella generazione come la chiave per un mondo migliore. La felicità della gente che riempiva lo stadio e l’essere acclamati per il proprio stile rappresentavano le vittorie più importanti.

Il nesso tra una rivoluzione culturale e quella calcistica sta negli obiettivi, stavano facendo tutti un’unica cosa in modi diversi. Ciò che unisce quelle due rivoluzioni è l’atteggiamento liberale nei confronti dell’autorità, dice l’autore. Cruijff provocava l’ordine costituito e smantellò la gerarchia del calcio olandese. Il suo individualismo era creativo, di sistema: «Noi olandesi diamo il meglio quando possiamo combinare il sistema con la creatività individuale. Cruijff è il rappresentante principale di questo approccio. Ha ricostruito questo paese dopo la guerra. Credo sia stato l’unico ad aver realmente capito gli anni Sessanta», argomenta il tecnico Louis Van Gaal.

È interessante anche un altro nesso che lo scrittore esplora, quello con l’architettura, lo sviluppo del concetto di città come opera d’arte totale: «Con quasi quarant’anni d’anticipo sulla scuola calcistica dell’Ajax, la Scuola d’architettura di Amsterdam trovò il modo di conciliare la disciplina collettiva con la creatività individuale». Il principio consiste nella correlazione fra i sistemi per un reciproco scambio di influenze al fine della nascita di un sistema unico, complesso. Le costruzioni dovevano essere ariose, efficienti, flessibili ed esteticamente giocose come è stato il sistema dell’Ajax. La flessibilità nell’interpretazione dei ruoli quanto lo scambio delle posizioni erano un ingrediente fondamentale per indossare quella maglia. Era questione d’istinto e memoria dei movimenti: una forma d’arte collaborativa come l’architettura.

Non è un paradosso la ricerca di un equilibrio prettamente offensivo, che partì dalla difesa aggressiva, con l’acquisto del miglior giocatore dell’allora Jugoslavia, l’inflessibile capitano del Partizan Belgrado, il libero Velibor Vasović.

La parola totaalvoetbal, concetto fondato su una nuova teoria di flessibilità spaziale, entrò a far parte del linguaggio olandese non prima del 1974. Termine utilizzato per descrivere il calcio in stile Ajax giocato dalla nazionale olandese nella Coppa del Mondo di quell’anno persa in finale. Dieci anni prima il decano del design olandese Wim Crouwel aveva lanciato il suo studio Total Design.

Dal 1971 per tre anni consecutivi l’Ajax vinse la Coppa dei Campioni. Il pilastro del gioco consisteva nel reinventare lo spazio a disposizione con nuove geometrie, che allargavano l’estensione fin lì percepita del campo stesso. Si trattava dunque di creare e occupare spazio nuovo, sistematizzando i movimenti senza uccidere la creatività. Si rintraccia così l’identificazione con la storia e la geografia dei Paesi Bassi, uno dei territori più affollati e rigidamente organizzati della terra in lotta costante contro l’invasione delle acque. La stessa origine della democrazia olandese risiede nella costruzione cooperativa delle dighe.

Il saggio s’intreccia in modo interessante con la storia novecentesca europea. Winner rievoca la ferita dell’occupazione nazista e del collaborazionismo con la pagina nera della deportazione degli ebrei da Amsterdam. Lo stadio dell’Ajax era vicino ai quartieri con la più forte presenza ebraica della città e la squadra era immersa nella cultura ebraica, avendo un grande seguito fra gli ebrei.

L’Ajax era un esperimento raro per lo sport professionistico di democrazia e di libertà di cui disponevano i giocatori. Era un equilibrio delicato fra responsabilità collettiva, uguaglianza e individualismo che poteva mettere però in discussione la disciplina e la coesione. Una votazione interna, quasi a rifiutare le necessità di una leadership forte, fece perdere la fascia da capitano a Cruijff e sancì il suo addio all’Ajax, destinazione Barcellona dove da calciatore e poi forse più da allenatore riuscì a infondere lo spirito del calcio offensivo.

«Se le persone dicono che il mio Barcellona giocava il calcio più bello al mondo, cos’altro chiedere?».

Cruijff, scomparso poco più di un anno fa a causa del cancro, mostrava l’audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò al proprio mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile la purezza della sua idea di calcio tanto da ingombrare un’eternità.

mercoledì 19 luglio 2017

Ricordando Paolo Borsellino


di Gabriele Santoro

Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.


Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

Da quando il non ancora trentenne Paolo Borsellino usciva da casa alle 4 del mattino per camminare fino alla stazione Lolli e prendere il treno destinazione Mazara del Vallo, dove alle 8 attaccava nella sua aula di pretore, l’amministrazione saggia del tempo a disposizione gli appariva inscindibile dalla giustizia, che è anche questione di tempi. «La giustizia lenta è un’ingiustizia per la società. Ecco perché non posso concedermi molti spazi per me. Tanta gente aspetta una mia decisione. E oggi è una giornata preziosa, unica», asseriva il magistrato palermitano.

Venticinque anni non sono pochi per guardarsi dentro, per fare giustizia e la sola dicitura Borsellino quater offre la misura della mancanza di verità sulla strage di via Mariano D’Amelio. Figura chiave ed enigmatica è Gaspare Spatuzza, giovane della periferia palermitana che divenne reggente del mandamento palermitano di Brancaccio, unica la sua partecipazione a tutti gli episodi stragisti consumati tra il 1992 e il 1994.

Quando, nel 2008, firmò il primo verbale da collaboratore di giustizia ben tre procure (Caltanissetta, Firenze e Palermo) hanno dovuto riscrivere la storia dell’attentato di via D’Amelio, annegata fra finti pentiti, depistaggi e condanne passate in giudicato da revisionare. Dirompenti dunque le conseguenze della sua collaborazione che hanno messo in discussione l’esito di tre processi conclusisi in Cassazione, dunque tredici anni di lavoro praticamente buttati.

Solo ad aprile di quest’anno la sentenza del cosiddetto Borsellino quater, avviato nel 2012, ha sancito che Vincenzo Scarantino venne indotto a formulare false accuse con nove persone estranee, condannate all’ergastolo e al 41 bis nei primi tre processi Borsellino, che hanno trascorso in carcere 11 anni. Scarantino, mafioso di improbabile levatura, dopo l’arresto firmato Arnaldo La Barbera, Capo della squadra mobile di Palermo, titolare delle indagini sulla strage, si era autoaccusato di aver rubato la 126 poi imbottita di tritolo, coinvolgendo con le sue dichiarazioni innocenti. Il 13 luglio la Corte d’appello di Catania, che celebrava il processo di revisione delle condanne emesse a Caltanissetta a carico delle persone coinvolte ingiustamente nell’attentato al giudice, ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di strage.

Dal 1978, insieme a decine di uomini delle istituzioni incapaci di abituarsi allo stato delle cose, Borsellino ingaggiò dentro a una vita blindata una lotta che ha sottratto tempo alla fine violenta. Agnese ricordava come Paolo, appena appresa la notizia, si precipitasse sempre da solo senza dire una parola sul luogo dell’ultima tragedia, sperando che l’amico, il collega si fosse salvato dall’attentato. Il volto non cambiò espressione dal luglio del 1983, quando uccisero il padre del pool antimafia Rocco Chinnici, alla corsa in ospedale del 23 maggio 1992 dove riuscì solo a dire alla figlia Lucia: «Giovanni è morto fra le mie braccia».

Quello che impressiona dei 57 giorni trascorsi tra i due atti terroristici di stampo mafioso, la strage di Capaci e il vigliacco agguato di via D’Amelio, è la consapevolezza con la quale Borsellino ha affrontato la certezza dell’essere ucciso, la notizia dell’arrivo del tritolo, e che il tempo per amministrare la giustizia con il rigore e la scrupolosità di cui non ha mai difettato stava scadendo. Lo aveva detto alla moglie, l’ineluttabilità si mischiava all’urgenza di non cedere il passo. Quando la reazione dello Stato continuava a mimetizzarsi nell’ambiguità, senza più i suoi amici al fianco si è fatto carico dell’assenza: forse la sua lezione più grande.

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lunedì 10 luglio 2017

Steinbeck in Vietnam


«Questa guerra in Vietnam lascia molto confusi non solo i vecchi osservatori come me, ma anche quelli che a casa leggono e cercano di capire. È una guerra di sensi, senza fronti e senza retrovie. È dappertutto, come un gas finissimo e onnipresente», scrisse John Steinbeck dall’Hotel Caravelle di Saigon, che lo ospitava, in un dispaccio del 14 gennaio 1967.


Steinbeck, già sessantaquattrenne, e la moglie Elaine atterrarono alla base aerea di Tan Son Nhut, Vietnam del Sud, il 10 dicembre 1966. Li aveva anticipati il figlio John IV, richiamato di leva, militare di stanza a Saigon. L’altro figlio Thom si era arruolato volontario e si preparava a partire appena finito l’addestramento essenziale a Fort Ord in California. Lo scrittore, insignito quattro anni prima del Nobel, ansioso di raggiungere il fronte, era animato dalla personale urgenza per la precisione delle parole. In ossequio all’idea che per scrivere bene di qualsiasi argomento, devi amarlo od odiarlo profondamente, e che in un certo senso è uno specchio della propria personalità.

Citando Steinbeck: «Un uomo che scrive una storia è costretto a metterci dentro il meglio delle proprie conoscenze e del proprio sentimento. La disciplina della parola scritta punisce la stupidità e la disonestà. Uno scrittore vive nello stupore delle parole per quanto possano essere crudeli o gentili, e possano cambiare il proprio significato davanti a te».

In Vietnam, dotato di tuta mimetica, scarponi e un M-16, si accorse che non tutto poteva essere bianco o nero, seppure in quel momento al fronte il suo sostegno alla guerra statunitense, che vedeva il figlio ventenne schierato in prima linea, non consentisse equivoci o titubanze di sorta.

Steinbeck in Vietnam – Dispatches from the war è la sua ultima opera, ripubblicata recentemente in Italia col titolo Vietnam in guerra – dispacci dal fronte (Leg Edizioni, 287 pagine, 22 euro, traduzione a cura di Rossana Macuz Varrocchi). In un’epoca travagliata, nella quale una guerra atipica tracciò una linea di confine nella storia e nell’anima degli Stati Uniti, il romanziere californiano avvertì il riaccendersi dell’istinto primigenio del giornalista, che non può rinunciare alla documentazione sul terreno: «Ovunque io sia stato ho trovato la particolare intimità della guerra. Il casco e il giubbotto d’acciaio scottavano, ma ero felice di sentirmi scottare». E al contempo va alla ricerca del proprio paese che stenta  a riconoscere, un paese nel quale riconoscersi ancora, come manifestato nei suoi ultimi romanzi.

Era insofferente, se non ostile, all’allineamento, che qualificò come acritico e superficiale, degli intellettuali contro la guerra e ai movimenti di protesta giovanili: «Vedo quei ragazzi dai capelli lunghi che contestano contro una vita che devono ancora vivere». E ancora: «Ci sono molti scrittori americani che ammiro e rispetto e che sono fieramente contrari a questa guerra. Sono scrittori diversi fra loro, con storie diverse alle spalle. L’unica cosa che hanno in comune è che non sono mai stati qui. Non riesco a credere che autori come Arthur Miller, Saul Bellow, John Updike e molti altri possano desiderare di non essere coinvolti in uno degli eventi più importanti della loro contemporaneità».

«Le cose io le conosco da sempre vedendo, ascoltando, annusando, toccando», diceva Steinbeck. Salì a bordo delle pattuglie fluviali, perlustrò in elicottero e a piedi aree ampie, descrisse ciò che un soldato vede e vive quotidianamente.

Nel periodo intensissimo trascorso in Vietnam, nel quale Steinbeck confermerà quanto lo scrivere non fosse scindibile dalla sua componente fisica, firmò cinquantotto articoli in forma di lettera per Newsday. Nel 1966 l’arruolamento dei figli e l’offerta dell’amico Harry F. Guggenheim di partire come corrispondente di guerra per il quotidiano di Long Island che contava un pubblico vasto di lettori, oltre 400mila al giorno più un contratto d’agenzia con altre testate di primo piano, gli fecero rompere gli indugi. Rientrò poi negli Stati Uniti dopo aver allargato il viaggio a Laos, Cambogia, Thailandia, Hong Kong, Cina e Giappone. Diede alla rubrica, Lettere ad Alicia, il nome della moglie di Guggenheim da poco scomparsa.

Quasi a volere trovare un punto di contatto con i propri romanzi e con la ragione della sua presenza in Vietnam, Steinbeck menzionò in un dispaccio una poesia recapitatagli in albergo a Saigon:
«(…) Benvenuto in Vietnam, John Steinbeck/che hai scritto Furore/in Vietnam troverai migliaia di Madri Joad/centinaia di migliaia di Rose Sharon/centinaia di migliaia di drammi sull’Oklahoma/dieci volte più tragici/ma anche dieci volte più eroici».

giovedì 29 giugno 2017

Sopravvivere all'assenza. "Il ritorno" di Hisham Matar


di Gabriele Santoro 


«Si ha bisogno di un padre a cui ribellarsi. Quando un padre non è né morto né vivo, quando è un fantasma, la volontà è impotente. (…) Le mie aspettative riguardo a mio padre erano molto normali. Come quel famoso figlio nell’Odissea – come la maggior parte dei figli, credo – desideravo essere “figlio di un uomo felice, che arriva alla vecchiaia con tutti i suoi beni”. Invece, a differenza di Telemaco, io continuo, dopo venticinque anni, a sopportare che mio padre sia “scomparso nel nulla, ignoto”».



In che modo si può sopravvivere all’assenza, quando il potere riesce a rendere ancora più labile il confine tra la vita e la morte? Hisham Matar aveva diciannove anni, era uno studente universitario già in condizione d’esilio, quando suo padre, Jaballa, fu rapito nel suo appartamento al Cairo e recluso nella prigione libica di Abu Salim. Il regime di Muammar Gheddafi temeva l’autorevolezza e le qualità poliedriche di questo oppositore fiero e colto. Al collasso della dittatura, dunque a ventidue anni di distanza dal rapimento, non vi è stata una parola di verità sulla sorte di Jaballa. Il compito dei burocrati dell’orrore consiste nel non lasciare alcuna traccia. L’ipotesi più accreditata lo vuole vittima dell’eccidio compiuto nel 1996 ad Abu Salim, dove si consumò l’esecuzione di 1270 prigionieri.

L’autobiografia Il ritorno (Einaudi, 246 pagine, 19.50 euro, traduzione di Anna Nadotti) è valsa a Matar il Premio Pulitzer 2017. Lo scrittore intreccia il dolore intimo, che è un’impresa attiva, «è un lavoro duro, onesto», con quello di un popolo che dopo aver vissuto la tregua della rivoluzione, sempre piena di promesse sospese, è piombato nel buio della guerra civile.

Matar è tornato in Libia nella primavera del 2012, in seguito alla destituzione di Gheddafi, per la prima volta in trentatré anni. Associa l’esilio a una forma di senso di colpa e alla rieducazione all’ascolto di voci divenute echi lontani nel tempo. Ci restituisce la misura di quanto una dittatura e il suo sistema ramificato di sorveglianza possano compromettere la fiducia di un popolo in se stesso e al contempo sviluppare cellule straordinarie di resistenza. Impariamo a esplorare l’assenza che – ci ricorda Matar – è un luogo privato di corpo. E solo il tempo può coltivare l’ambizione di riempire quel vuoto:

«Il corpo di mio padre se n’è andato, ma il suo spazio è qui ed è occupato da qualcosa che non può essere considerato semplicemente un ricordo. È vivo e vitale. Come potrebbero la complessità dell’essere, la meccanica della nostra anatomia, l’intelligenza della nostra biologia, e lo sconfinato firmamento della nostra interiorità – pensieri, domande, struggimenti, speranze, bramosia e desiderio e le mille e una contraddizioni che ci abitano in ogni momento – avere una fine che si possa segnare con una data sul calendario? Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato, nel presente e nel futuro».

La rabbia per l’ingiustizia, che attanagliava il ventenne, si trasforma negli anni senza tuttavia possibilità di essere sopita: «Ogni volta che posavo gli occhi sul ritratto di mio padre, il mio cuore si faceva piccolo e duro». Matar ci conduce alla radice plurisecolare di legami familiari. In questo senso è fondamentale la figura del nonno Hamed dalla vita così lunga e avventurosa. Figlio unico, nato nella Libia ottomana, conobbe la brutalità dell’invasione colonialista italiana, il regno di re Idris, e i due decenni seguiti al colpo di Stato di Gheddafi. Matar qualifica come disperato il desiderio di radunare i pezzi della propria famiglia, che non ha mai smesso di sognare una Libia libera come la sua vastità severa e incantevole, ben ritratta dall’autore:

«Un libico che voglia dare un’occhiata a tale passato deve, come un un intruso a una festa privata, entrare in tali libri con la piena consapevolezza che per la maggior parte sono stati scritti da e per chi ha occupato la Libia, e quindi sono, in buona sostanza, narrazioni che riguardano la vita degli altri, le loro avventure e disavventure in Libia come se il proprio paese non fosse che un’occasione per gli stranieri di esorcizzare i loro demoni e realizzare le loro ambizioni».

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