di Gabriele Santoro
ROMA (7 luglio) – Con gli accessi a Palazzo Madama e a Corso Rinascimento chiusi dalle forze dell’ordine lo zoccolo duro della manifestazione dei cittadini aquilani e dei paesi limitrofi si è riversato a Piazza Navona, tra la Chiesa del Borromini e la Fontana del Bernini. Il sindaco aquilano Massimo Cialente, sudato in maniche di camicia, fuma nervosamente un sigaro e si aggira aggiornando di tanto in tanto mediante megafono i concittadini sull’evoluzione dei vari vertici in corso nei palazzi della politica: «È emersa l’ipotesi di una rateizzazione delle tasse in 150 rate a partire da gennaio 2011». C’è apprensione, qualche applauso di ottimismo e una certezza: «Senza una soluzione positiva da qui non ci muoviamo». C’è incredulità «per delle cariche veramente inspiegabili». «Ci mancavano solo le botte» è il ritornello della piazza. Si cerca di ripararsi dal caldo torrido con il refrigerio della fontana e qualche parvenza di ombra, invocando le nuvole.

Antonio Italiani ha 72 anni, da quando ne aveva 20 ha lavorato come barbiere nella bottega di famiglia in via Tre Marie nel centro del capoluogo abruzzese. È stanco, sudato e si appoggia sul cartellone di protesta da lui preparato. «Negli ultimi tre mesi ho ricevuto un indennizzo di appena 800 euro. Per noi artigiani non c’è niente, almeno gli operai hanno ottenuto la cassa integrazione. Se non riparte l’economia stiamo nei guai. Gli affitti dei locali dove potremmo andare a lavorare hanno prezzi altissimi. Ho vissuto una vita intera dentro quel negozio e la mancanza va ben oltre il bene materiale». Antonio Piccinini, pensionato dal mese di aprile, è partito questa mattina insieme al concittadino Italiani: «Dopo il piano case Silvio Berlusconi a L’Aquila non si è più visto. Non diciamo che non è stato fatto niente per la nostra città, ma ora ci sentiamo abbandonati non basta un tetto sopra la “capoccia”. Non possiamo iniziare a pagare subito le tasse. Vogliamo pagarle ma devono essere diluite nel tempo. Poi per la ricostruzione è tutto bloccato, dicono che non ci sono i soldi. Lei c’è stato nella nostra città? Perché agli italiani nessuno racconta che le macerie stanno tutte lì?».
Maria Urbani è seduta sugli scalini sotto la splendida Chiesa Sant’Agnese. Indossa una t-shirt bianca con cucita la data del terremoto. È partita all’alba dalla frazione di Tempera, mostra un sorriso sereno ma determinato malgrado la stanchezza. A che punto siamo con la ricostruzione? «Sta scherzando? Siamo fermi ancora al 6 aprile 2009. La cosa che fa più male è vedere l’erba che ormai sta ricoprendo completamente le macerie nell’abbandono totale. Noi siamo sistemati abitativamente bene in casette di legno, ma senza lavoro non c’è futuro. Se si chiede alle imprese locali di iniziare a pagare tasse e contributi dal 16 luglio prossimo come può ripartire l’economia? Il mio timore più grande è per il futuro dei nostri figli. Noi abbiamo le spalle larghe e resisteremo, ma come possiamo chiedere ai nostri giovani di scommettere sul futuro di una terra ora desolata? La tassa di scopo è una buona soluzione. Ma se agli italiani non si spiega, non si fa vedere in che situazione siamo, come possono accettare di pagare ancora un’altra tassa? Stamattina mi hanno riempito di gioia gli applausi della gente di Roma. Non vogliamo sentirci soli».
Santino Licalzi è un poliziotto quarantaduenne, membro del sindacato Coisp, di origine siciliana e dal 1992 in servizio a L’Aquila. Licalzi ha speso un prezioso giorno di ferie per essere in piazza a Roma. Questa volta come poliziotti vi trovate dall’altra parte della barricata? «Prima di tutto sono un cittadino. Dopo un anno e qualche mese la Questura de l’Aquila è ancora parcheggiata con in containers dentro la caserma dei militari. Con il mio stipendio di 1400 euro mensili mi ritengo anche fortunato. Senza lavoro scapperanno tutti, senza negozi commerciali come possiamo consumare e far ripartire l’economica? I nostri figli se vogliono un cinema, un teatro, una discoteca o servizi primari devono andare a Pescara o a Roma, chi ce l’ha i soldi per soddisfare le loro sacrosante esigenze? Molti miei colleghi spingono per un trasferimento lontano da L’Aquila. Stamattina eravamo in coda al corteo con delle sagome, la nostra città rischia di diventare un fantasma».
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