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mercoledì 21 giugno 2017

Paesaggi contaminati: letteratura e reportage secondo Martin Pollack



di Gabriele Santoro

«Lavorare a Il morto nel bunker. Inchiesta su mio padre ha significato anche distruggere la mia infanzia. Ho avuto un’infanzia meravigliosa, tanto amato dai miei nonni che mi hanno allevato. La mia ricerca mi ha messo spietatamente davanti agli occhi il fatto che essi non erano solo affettuosi nonni, ma anche protervi nazisti, pieni di odio e disprezzo per gli altri, slavi ed ebrei. La distruzione della propria infanzia è un’impresa pericolosa e non so se riuscirò mai a superarla», ha raccontato una volta Martin Pollack a Claudio Magris.


Nelle pagine dei libri dello scrittore e giornalista austriaco, traduttore dal polacco di vari reportage di Kapuściński, l’amore per la vita si tocca ovunque ed è inscindibile dalla ricerca di verità così complesse. La letteratura di Pollack non è etichettabile entro confini di genere: è davvero tante cose insieme, romanzo documentario, libro di viaggio, reportage, saggio, omaggio poetico e filosofico. I suoi testi assomigliano al diritto all’identità, che avversa l’inganno e la mimetizzazione nelle pieghe della Grande Storia.

In Paesaggi contaminati (Keller, traduzione a cura di Melissa Maggioni, 138 pagine, 14 euro) l’autore sostanzia con il verbo imboschire l’opera dei carnefici che nel Novecento hanno disseminato l’Europa di fosse, dove è stato disperso e occultato anche il residuo ultimo di umanità. «Modellare il paesaggio era la motivazione, la giustificazione per il genocidio. L’uso del termine apparentemente neutrale, addirittura innocente, “paesaggio”, da parte dei nazisti, è una ragione importante per utilizzarlo con cautela e per indagarlo criticamente».

Pollack trasmette l’urgenza di scavare nelle terre dell’oblio, perché non sono sufficienti i memoriali, di cui abbonda il Vecchio continente, spesso ammantati dalla retorica dell’eroismo che garantisce sempre un futuro alla guerra. All’inizio di Paesaggi contaminati lui ci consegna la necessità del coraggio condensata in Il morto nel bunker. Inchiesta su mio padre, apparso dieci anni fa in Italia e che sarà ripubblicato nel 2018 da Keller. Nel dicembre del 1944 le bombe americane distrussero la sua casa di Linz, e il bambino di allora raccoglie frammenti sparsi. Con maestria Pollack illustra come l’accezione di paesaggio sia in modo inestricabile un groviglio di sensazioni, immaginazione e memoria. I suoi paesaggi interiori producono paradossalmente in lui oggi un contrasto con l’oggettività grigia dei primi anni del dopoguerra pieno di privazioni e dolori.

Pollack non ha mai conosciuto il padre, un nazista capo della Gestapo di Linz e attivo nella Polonia occupata dai nazisti, ricercato dalla polizia federale austriaca per crimini di guerra. Si è messo sulle sue tracce per sapere chi egli fosse veramente stato, che cosa avesse fatto, accettando di pagare il prezzo del disfacimento dell’universo familiare. Nella rottura con l’amata nonna, che gli chiede la promessa di non sposarsi mai con una polacca o un’ebrea, ci sono il senso e il peso del viaggio di Pollack, che ricostruisce l’idea più alta di una cartografia umana dell’Europa scevra da rimozioni forzate.

Ha ragione Magris quando così descrive un’esigenza che li accomuna: «La passione per il paesaggio, per la lettura del paesaggio, guardato e vissuto, letto come si legge un viso, o un manoscritto su cui la Storia e le storie hanno continuato a scrivere, a incidere vicende dolorose e avventurose, senza mai cancellare il passato inciso indelebilmente ma correggendolo e modificandolo di continuo».

La bellezza a tratti struggente di Galizia (Keller, traduzione a cura di Fabio Cremonesi, 247 pagine, 18 euro) esprime questa apertura dello scrittore al mondo, che ha saputo muoversi con onestà e pietas dentro paesaggi appunto contaminati. Nelle cronache e nelle leggende che animano la Galizia, esperimento di convivenza etnica e culturale che evade il concetto stesso di confine, c’è molto di più del tentativo di trasmettere l’eredità della Mitteleuropa perduta. Pollack narra nient’altro che la sfida dell’oggi, quello che intendiamo essere rispetto al diverso dentro al movimento incessante dei popoli.

Per usare ancora le parole di Magris: «La conoscenza, l’incontro, la mescolanza sono necessari, ma non sufficienti; possono favorire l’amicizia e l’amore ma anche l’insofferenza, il rifiuto e l’odio. Questa Babele di tanti popoli, di tante innumerevoli e affascinanti diversità descritte in Galizia è un crogiolo che si fonde e ci si scinde, un alambicco che crea e può distruggere. Un universo inesauribile, meraviglioso e miserabile, vario come la vita stessa o forse anche più, ma anche talora feroce come la vita».

Con la bussola, così densa di umanità, costruita da Pollack ci si orienta dentro a luoghi di aspri contrasti sociali, povertà e analfabetismo radicati ai confini dell’Impero, dove i nomi stessi delle città cambiano come le forme di sovranità. Città nelle quali coabitavano il polacco, il tedesco, lo yiddish, il ruteno, e si parlava anche il romeno, l’ungherese, il russo. Respiriamo la ricca fragilità del multiculturalismo e l’ombra sempre incombente dei totalitarismi, derive esangui in tutte le proprie declinazioni.

Nel 1772 con la prima spartizione della Polonia, il regno di Galizia e Lodomiria, come veniva denominata la più grande tra le terre della Corona d’Asburgo, era passato all’Austria. Dal 1849 Galizia e Bucovina, la cui realtà era molto distante da Vienna, costituivano una terra della Corona con rango pari a quello di un ducato. «Quando un ufficiale o un funzionario veniva mandato in Galizia per portare l’ordine imperiale in quelle terre inospitali, si sentiva come se l’avessero esiliato. Con la Prima Guerra Mondiale molti tedeschi e austriaci entrarono per la prima volta in contatto con queste regioni. Le battaglie di Leopoli, Przemyśl e Grodek fecero sì che il nome della Galizia diventasse sinonimo della crudele insensatezza della guerra», dice Pollack. Nel 1918 venne annessa alla rediviva Polonia, la Bucovina alla Romania. Il genocidio nazista, e poi la violenza dello stalinismo portarono a compimento la distruzione dell’entità multiculturale di queste regioni.

sabato 11 giugno 2016

Letterature torna a Massenzio, apre Hakan Günday: memorie migranti

Il Messaggero, sezione Tutta Roma Agenda, pag. 56
11 giugno 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Il nostro paese è un ponte antico, con un piede scalzo a Oriente e l'altro infilato in una scarpa a Occidente, da cui transita qualsiasi merce illegale. Per il nostro ventre passa ogni cosa. Specialmente gli uomini chiamati clandestini...E noi facciamo del nostro meglio...Li ingoiamo e, per non strozzarci, li mandiamo via. Un commercio tra un confine e un altro...Da un muro all'altro...», leggiamo nelle prime pagine necessarie di Ancóra.

Sarà l'autore, il turco Hakan Günday, ad aprire martedì la quindicesima edizione del Festival Internazionale Letterature, che dopo due anni torna nella sede originale della Basilica di Massenzio. Memorie è la parola chiave, il filo conduttore della rassegna. Günday proporrà un testo inedito, che racconta storie di profughi siriani, il loro viaggio attraverso la Turchia. Con lui sul palco interverrà Claudio Magris, che ha scritto qualcosa sulla schiavitù nella contemporaneità. Ad accompagnarli nelle letture Laura Morante e la musicista Rita Marcotulli.

Giovedì, Massenzio celebrerà con Andrea Camilleri il suo centesimo libro. Lella Costa guiderà il dialogo fra lo scrittore e Renzo Arbore. Anche l'intervento di Camilleri verterà sull'emigrazione, nel caso personale dalla Sicilia a Roma. Il primo giorno d'estate toccherà al candidato al Premio Strega, Edoardo Albinati, insieme a Giancarlo De Cataldo ed Eshkol Nevo.

Il Festival, in un periodo così travagliato per l'amministrazione capitolina, ha ottenuto il via libera definitivo solo negli ultimi giorni, ma come segnala la curatrice Maria Ida Gaeta il programma era blindato da tempo: «Questa edizione mantiene il tratto caratteristico della manifestazione: una presenza internazionale rilevante. Nonostante le difficoltà che affliggono la vita culturale della città, ci siamo». L'ingresso alle serate è come da tradizione gratuito. Occorre ritirare, dalle 20 di ciascuna serata, un tagliando d'ingresso al botteghino per uno dei circa 1500 posti di Massenzio.

A proposito delle presenze internazionali, il 5 luglio arriverà non a bordo del surf il fresco Premio Pulitzer William Finnegan con i suoi Giorni selvaggi (66thand2nd). Nella stessa serata presenzieranno gli autori candidati alla terza edizione del Premio Strega Europeo: Cartarescu, Ernaux, Hudson, Rothmann e Menéndez Salmón. Ad anticiparli nell'ultimo scorcio di giugno Teju Cole, Wu Ming 2 e 4, Vitaliano Trevisan, Simonetta Agnello Hornby e la siriana, scrittrice e architetta, Suad Amiry. L'editore Fazi porta in Italia un fenomeno editoriale francese, Yeruldelgger, il noir insolito, ambientato in Mongolia, di Ian Manook. Condividerà la scena con Sandro Veronesi.

La serata del 4 luglio insieme a Clara Sanchez la rassegna omaggerà la scrittrice americana Lucia Berlin con una maratona di letture. A concludere Letterature sarà Dorit Rabinyan col suo potente Borderlife, una storia d'amore tra un'israeliana e un palestinese. Del romanzo, i cui diritti sono stati venduti in tutti il mondo (Longanesi per l'Italia), ha scritto Amos Oz: «Sono rimasto impressionato. Anche la tragedia asimmetrica di due popoli non schiaccia, non sovrasta questa elegante storia d'amore, raffigurata da una penna raffinata».