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martedì 4 dicembre 2018

Michael Dobbs, da House of Cards al Giorno dei Lord: «Addio, Underwood: arriva Jones il ribelle»

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 19

di Gabriele Santoro

Dopo il successo planetario come autore e poi sceneggiatore di House of Cards, dalla creatività e dalla conoscenza della politica di Michael Dobbs, classe 1948, membro del partito conservatore inglese e a lungo collaboratore di Margaret Thatcher, è nato un nuovo ciclo di thriller, che l’editore Fazi pubblica in Italia. Il giorno dei Lord (Traduzione di Stefano Tummolini, 376 pagine, 16 euro) è il primo episodio con protagonista Harry Jones, che presto diventerà una serie televisiva.

Jones è un personaggio politico che si differenzia dall’ideal tipo del genere. Non c’è nulla del cinismo di Frank Underwood. La carriera nell’esercito britannico gli consente di aprire molte porte, nonostante il carattere tempestoso e ribelle. Nel thriller di Dobbs, ospite d’eccezione a Più libri più liberi (venerdì 7 alle 19), la cerimonia d’apertura del Parlamento britannico, che una volta all’anno riunisce le principali personalità del Regno a cominciare da Elisabetta II, è sconvolta da un attentato terroristico di matrice islamista. 

Nel palazzo del potere di Westminster, straordinariamente mal protetto, i terroristi dovranno affrontare il coraggio e l’abilità di Jones. Un aspetto interessante del lavoro di Dobbs è il modo in cui riesce a rappresentare una sorta di paura globale diffusa e indistinta, che caratterizza il nostro tempo e spesso dissolve i contorni del reale.

Dobbs, in quale modo ha costruito Jones? 
«Dopo House of Cards, gli spettatori in qualsiasi parte del mondo mi dicevano: “Diffidiamo dei politici ed è anche colpa tua”. Ho speso molto tempo a descrivere il lato oscuro dei politici e della politica. Poi ho trovato interessante, spero non solo per me, creare un personaggio totalmente diverso. Harry è un ex militare benestante. Nessuno può impartirgli ordini. Può perdere il ruolo nell’esercito, le elezioni e qualche ambizione, ma non l’indipendenza che lo eleva. Lotta contro avversità emotive e psicologiche. È animato dall’ossessione per il padre ed è pronto a disobbedire alle regole per ciò che ritiene sia giusto».

L’assalto terroristico ai luoghi cardine della democrazia britannica evoca la sua vulnerabilità. La forza della democrazia è sopravvalutata, usando le parole di Underwood? 
«No, credo sia forte. La democrazia e le istituzioni parlamentari hanno la flessibilità, che appare come una fragilità, ma la rende capace di sopravvivere agli shock e alle sfide incontrate lungo la strada. Negli ultimi cent’anni abbiamo assistito al collasso senza ritorno di sistemi irreggimentati come le dittature fasciste e lo stalinismo. La democrazia in una maniera talvolta strana e illogica procede, perché ha la flessibilità per resistere alla pressione e adattarsi agli eventi. In qualche modo è un sistema di governo incredibilmente frustrante. Ma la storia mostra che è ancora più forte e funzionale di qualsiasi altra alternativa».

A parte il glamour, qual è il senso della Corona nella società e perché giganteggia ancora la regina Elisabetta II?
«Dopo un ventennio, terribile per molte ragioni, la famiglia reale britannica ha saputo ammodernarsi. Elisabetta II, la monarca più longeva, è amata e rispettata profondamente. I nipoti hanno catturato e riempito nuovamente l’immaginario. Piacciono alle persone che s’identificano con loro e pensano siano un modello positivo. Negli ultimi quarant’anni la famiglia reale non ha mai occupato una posizione così centrale nella società. Il paese preferisce lo stile, il divertimento, il colore e soprattutto la stabilità della Corona ai politici e al presidente che eleggiamo ogni quattro anni».

Lei ha scritto una biografia di Churchill. L’ha aiutata a definire l'equilibrio tra coraggio e compromesso in politica?
«È una domanda interessante. Non ho voluto scrivere la biografia, perché credo che sia stato perfetto. Era un uomo, anche lui aveva debolezze e ha commesso ogni sorta di errore. È diventato lo statista che conosciamo, perché ha saputo misurarsi con le proprie vulnerabilità intime. Era ossessivo e arcigno, si distingueva dagli altri fin dall'adolescenza. Rifiutava la resa. Churchill si dimostrò libero dall’influenza del proprio circolo, come dovrebbe essere un politico. Churchill, colto, intelligente e vitale non si è tirato indietro nel momento in cui la storia doveva essere determinata non dall’interesse personale e da quello di classe».

La prima edizione di House of Cards è uscita l’anno della caduta del Muro del Berlino. Che cosa è diventata la politica?
«La politica era animata dalle ideologie. Le persone lottavano per valori a lungo termine e per la trasformazione della società. Il dato fondamentale è che l’Occidente non è più al volante del mondo. Non siamo più forti e rispettati come trent’anni fa. Non lo è la nostra cultura in decadenza. Dovremmo posare uno sguardo critico sui nostri errori, prima di suggerire al mondo di diventare come noi o imporci con esiti disastrosi come in Iraq, Afghanistan o Libia. Dovremmo esercitare il softpower più della forza militare».

Lei preferisce non commentare l'estromissione dalla serie di Kevin Spacey. Ma le manca Frank Underwood?
«(Sorride, ndc). Ho la signora Underwood, che ha colmato il vuoto in modo straordinario. Provo un senso di tristezza, perché si conclude House of Cards. La sensazione negativa è alleviata dalla maniera forte in cui la serie esce di scena. Chissà, forse non sarà la fine e in futuro tornerà. Stiamo lasciando gli Stati Uniti, credo e spero col pensiero che è stato molto divertente e il desiderio di rifarlo».

Netflix è cresciuta e si è affermata insieme a House of Cards. Come valuta l’impatto di questa realtà produttiva?
«La questione è interessante e complessa. Non possediamo il numero preciso di quante persone abbiano guardato House of Cards, ma sono milioni e in tutto il mondo. Il mercato di House of Cards è globale, includendo la Cina. Adesso il prodotto è disponibile sullo schermo quando e come vuoi. Questa è la novità fondamentale. Prima parlavo dell’importanza dei valori culturali del softpower, che arriva dove non può quello militare. L’impatto di queste produzioni televisive, la cui qualità sta crescendo, va ben oltre l’essere buon intrattenimento. Nasce un audience globale, che condivide valori in un mondo sempre più conflittuale e politicamente frammentato. Serie come House of Cards rendono il mondo più piccolo e avvicinano le persone. È un’età dell’oro per i telespettatori, che hanno più scelta, e per gli autori televisivi: sul piccolo possiamo realizzare cose semplicemente inimmaginabili quindici anni fa. Realtà come Netflix o HBO consentono investimenti rilevanti, che si riflettono sulla qualità delle produzioni».

A proposito di scenari globali. La spinta isolazionistica della Brexit non crede sia la condanna definitiva all’irrilevanza?
«L’Unione Europea si è ripiegata su sé stessa e sembra ancora ferma al ventesimo secolo. La Brexit non equivale all’isolamento. Al contrario, intendiamo aprirci al resto del mondo, realizzando una Gran Bretagna di nuovo globale. L'Unione Europea rifiuta di cambiare sé stessa e occorreva agire, perché il mondo là fuori si trasforma velocemente. Nuovi mercati, idee e sfide provengono sempre meno dal Nord Europa».

Tra pochi giorni il parlamento britannico è chiamato a esprimersi sulla bozza di accordo con l’UE sulla Brexit. Theresa May reggerà? 
«Intravedo poche possibilità che il parlamento lo approvi. Resterei molto sorpreso dall’eventuale sostegno al compromesso di May. Ritengo sia molto difficile per lei restare in carica, qualora una maggioranza decidesse di rigettare l'accordo. Lei è una politica tenace, ma se perde la sfida parlamentare, le persone vorranno affidare ad altre figure l’opportunità di raggiungere una soluzione».

La Gran Bretagna odierna è figlia di Margaret Thatcher?
«Negli anni Settanta eravamo spariti dallo scacchiere mondiale senza lasciare traccia. Il paese era considerato l’ingovernabile malato d’Europa. Thatcher ha corso azzardi per imprimere una svolta senza molte cortesie. È stata responsabile insieme con molti altri del cambiamento sostanziale del volto della Gran Bretagna. Ma è costato moltissimo. Essere al suo fianco per molto tempo è stato un privilegio doloroso».

lunedì 12 novembre 2018

Il viaggio di Ian Manook da Ulan Bator al Mato Grosso

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 23

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, viaggiatore instancabile, è un figlio della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall'adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall'ambientazione inusuale, la vastità della Mongolia, con protagonista l'incorruttibile commissario Yeruldelgger.

Già il primo volume di questa trilogia conquistò i lettori francesi: duecentomila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo e tradotto in dieci lingue. In Italia è approdato con l'editore Fazi, che dopo aver portato in libreria l'ultimo capitolo della serie, La morte nomade, propone l'opera più recente dell'autore, il noir Mato Grosso (286 pagine, 17 euro, traduzione di Maurizio Ferrara).

Manook, dopo aver mostrato un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator, fa viaggiare il lettore in Brasile.

Manook, chi è Jacques Haret, il protagonista del nuovo romanzo?
«È uno scrittore parigino, che come me ha vissuto nel Mato Grosso quarant'anni fa. Nel suo Romanzo brasiliano Haret confessa un crimine, che avrebbe commesso durante quel viaggio. La confessione non è un atto di coraggio, poiché il reato è ormai prescritto. Quando viene invitato in Brasile a presentare il romanzo in un circolo letterario è lusingato e fiero di lui. In realtà l'invito è una trappola tesa da un uomo la cui vita è stata distrutta dalla pubblicazione. E per mostrare la potenza distruttiva del libro per i personaggi a cui lo scrittore si è ispirato, l'uomo forza Haret a leggere il testo ad alta voce per un'intera notte sotto la minaccia di una pistola».

Quali sono le differenze rispetto a Yeruldelgger?
«In Mato Grosso c'è una riflessione sulla scrittura e sulla responsabilità del romanziere nei confronti delle vite a cui si è ispirato per costruire quelle dei suoi personaggi. Haret non è un poliziotto e l'impostazione del romanzo non ricalca la trilogia. Non è dunque un grande romanzo d'avventura come Yeruldelgger, ma è una storia nella storia. A differenza di Yeruldelgger in Mato Grosso nessuno appare come un eroe a tutto tondo. Il confine tra il bene e il male non è così definito. In questo romanzo la violenza si concretizza nelle parole che uccidono».

Il cuore centrale dell'opera resta una riflessione sul rapporto tra l'uomo e la natura, ma soprattutto sulla violenza.
«Il filo rosso dei miei romanzi in Mongolia come nel Mato Grosso, ma anche in Islanda, è che la natura domini l'uomo, che quando è saggio vive in armonia con essa senza sfidarla. L'uomo da solo è nulla dinanzi alla natura, in gruppo può distruggerla con un ancestrale bisogno di affermarsi. Si sprofonda nella violenza negando o cancellando culture e tradizioni millenarie inseparabili dall'ambiente naturale».

Che cosa unisce universi così distanti come la Mongolia e l'Amazzonia? 
«Le unisce la cultura indigena per cui occorre lasciare l'accampamento in una condizione che permetterà al prossimo di stabilirsi e di viverci. La Mongolia sembra un paese indistruttibile ed eterno come la foresta amazzonica. In realtà, nei prossimi venti anni potrebbe sparire economicamente, politicamente e fisicamente. Possiede le miniere d'oro e di rame fra le più grandi al mondo, la manodopera al costo più basso ed esemplifica il cinismo delle entità economiche sovranazionali che governano la globalizzazione. Da oltre un secolo le potenze straniere saccheggiano le sue risorse senza offrire nulla in cambio. Tra trent'anni la Mongolia si ritroverà senza più la resa delle risorse naturali, con il paesaggio distrutto a causa di un modello di sfruttamento che con l'inquinamento metterà in pericolo il turismo e l'allevamento. Sono gli stessi rischi che corre il polmone verde del pianeta».

Nel 2007 lei ha scoperto insieme a sua figlia la Mongolia per verificare il lavoro dell'associazione per l'adozione a distanza che sostenete. Mato Grosso invece è un'altra storia.
«Sì, negli anni della mia gioventù è stato la conclusione di un viaggio iniziatico durato 27 mesi.
Avevo 25 anni. Ho vissuto con una cartucciera sul torace e una colt appesa alla cintura, fotografando o cacciando caimani, anaconde, puma e mangiando piranha al bivacco della sera. All'alba degli anni Settanta ho trascorso oltre un anno nello stato brasiliano, in particolare nel Pantanal. È una giungla, che durante la stagione delle piogge diventa una delle più grandi paludi esistenti al mondo. All'epoca ci fu una delle peggiori inondazioni del Mato Grosso e impiegai 21 giorni per attraversare il Pantanal in piroga senza mettere quasi mai il piede a terra». 

Che cosa rappresenta il Pantanal? La sua descrizione è parte fondamentale del romanzo.
«Il libro è un omaggio alla cultura del viaggio e alla scrittura. Il Pantanal è una regione magica, acquatica e luminosa con una fauna e una flora fra le più ricche dell'Amazzonia e una rilevante presenza di ciò che resta delle culture dei nativi americani. Lévi-Strauss soggiornò e studiò nel Mato Grosso per redigere Tristi Tropici».

Perché il libro si apre con le parole di Stefan Zweig?
«La citazione parla della luce e delle ombre, l'una senza l'altra non esisterebbero. È il senso del romanzo. Ognuno crede nella propria verità, illuminando gli argomenti che l'altro pretende di tenere nell'oscurità. Haret confessa un amore impetuoso, violento, fanatico per una donna che si è abbandonata a lui. Santana, il suo contraltare, lo definisce invece semplicemente uno stupro. Chi ha ragione? Tocca al lettore costruirsi un'idea, non prendo nessuna posizione».

E Zweig?
«Amo la sua scrittura e ammiro il coraggio con cui si è rassegnato ad abbandonare questo mondo per non vederlo soccombere all'orrore. L'ambientazione dell'incontro a porte chiuse tra Haret e Santana a Petrópolis, dove Zweig insieme alla sua compagna ha scelto di andarsene, non è casuale».

giovedì 10 novembre 2016

«It's love Mr. Stoner. You are in love»: il romanzo perfetto di John Williams

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 1-25
10 novembre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Nel 1958 Marie Rodell, che faceva l'agente letteraria da almeno dieci anni, ed era ben inserita in molti ambienti letterari ed editoriali esclusivi newyorchesi, chiese a John Williams se avesse qualcos'altro, oltre al manoscritto The Naked World, che poi sarebbe stato pubblicato col titolo Butcher's Crossing. Lui rispose, fornendo alcuni elementi fondamentali di Stoner: «Il prossimo romanzo sarà un professore di college. Visto da fuori, è un fallimento sotto tutti gli aspetti: non è un insegnante popolare; è uno dei membri meno insigni del dipartimento; la sua vita personale è un disastro; la sua morte di cancro, alla fine di una carriera mediocre, è insignificante. È un romanzo su un uomo che non trova alcun senso nel mondo né in se stesso, ma che trova un senso e una sorta di vittoria nell'onesta e caparbia dedizione alla sua professione».

Williams, professore di letteratura all'università di Denver, nutriva la convinzione di avere tra le mani un lavoro magnifico, la cosa più difficile che avesse mai fatto: «(...) Certo, non mi illudo che diventi un bestseller o qualcosa di simile. L'unica cosa di cui sono certo è che si tratta di un bel romanzo; col tempo potrebbe essere persino considerato un romanzo molto bello». Nel 1965  Viking Press pubblicò Stoner. All'epoca, nel cuore dei sommovimenti del Sessantotto, il romanzo vendette circa duemila copie, fu esaurito nel giro di un anno e non venne ristampato, andando fuori catalogo. A oltre cinquant'anni dalla pubblicazione, amato soprattutto dai lettori europei, occupa ormai il luogo dei classici.

La vita ordinaria, la passività di un figlio di contadini del Midwest, William Stoner, vissuto tra il 1891 e il 1956, in disparte dagli eventi della Grande Storia, che si iscrive all'università del Missouri, dove lascia gli studi di agraria per la letteratura fino a diventarne insegnante, non ha mai conquistato del tutto i lettori statunitensi. Nel 2006 il libro torna in circolazione con New York Review Books Classics. La svolta editoriale giunge l'anno successivo, quando la scrittrice francese Anna Gavalda acquista una copia in inglese e convince Le Dilettante, il suo editore, a comprare i diritti francesi. Lo traduce e nel 2011 Oltralpe diviene un bestseller. Poi il contagio stoneriano tocca l'Italia, duecentomila le copie vendute, con Fazi editore, che oggi lo riporta in libreria accompagnato dalla biografia, firmata da Charles J. Shields, L'uomo che scrisse il romanzo perfetto (Fazi, 323 pagine, 18.50 euro) e da La saggezza di Stoner (Fazi, 16 euro, 132 pagine), raccolta di riflessioni critiche sul testo curata da Barbara Carnevali.

Stoner, un eroe per il suo creatore, è stato felice nella misura e nello spazio della sua vocazione che lo appassionava, a dispetto di un'esistenza triste e miserabile: «It's love Mr. Stoner. […] You are in love», per usare le parole di Sloane. La vocazione interiore e l'innamoramento per la letteratura, il suo primo oggetto di amore e libertà, che gli fece comprendere il professore Archer Sloane durante il corso introduttivo di letteratura inglese, sono l'architrave dell'esistenza di Stoner. La sfida del giovane Williams, nato in Texas nel 1922, era dire ciò che aveva in mente, resistendo al desiderio di fare colpo sul lettore. Considerava l'insegnamento universitario dirimente per la costruzione dell'identità di un uomo di lettere. Già nel 1936, da studente dell'high-school – narra Shields – scrivere era una sua ferma volontà. Il biografo riannoda con cura tutti i punti di raccordo tra Williams, fumatore accanito dalla complessa vita sentimentale, e il suo Stoner, iniziando dall'asprezza della vita rurale durante l'infanzia, i silenzi familiari e poi la Grande Depressione. Il legame con la terra non verrà mai disconosciuto.

Perché i lettori del Duemila amano Stoner? Da che cosa dipende la riscoperta avvenuta nell'ultimo decennio e che cosa dice della condizione della nostra vita culturale? Lui incarna un'indecifrabile saggezza che non è solo fatalismo davanti alle avversità della vita. «Il fascino di Stoner fa certamente leva sulla centralità che accorda all'esperienza ordinaria, e alle sue due forme tipicamente moderne, l'amore e il lavoro. È come se Stoner rappresentasse il compimento della vocazione democratica del romanzo moderno, che parla della vita ordinaria degli uomini ordinari, riuscendo a renderla interessante malgrado e proprio in ragione della sua mediocrità», osserva Carnevali.

WestEnd
, la rivista che anima l'eredità della Scuola di Francoforte, ha dedicato a Stoner un dossier, tradotto per l'occasione. Per Alex Honneth, direttore dell'Istituto di Ricerche Sociali di Francoforte, «la vita di William Stoner sarebbe sprofondata per sempre nell'oblio se John Williams, con il romanzo omonimo, non le avesse eretto un monumento davvero grandioso», e sembra riunirsi con la volontà di Williams di scongiurare la propria morte nell'anonimato. Sono tante le prospettive interpretative dell'opera e le tracce lasciate dallo scrittore americano e dal suo Stoner: il senso per la filologia, intesa come una vera pratica etica, il ruolo dell'università, l'insegnamento pionieristico della scrittura creativa e il rapporto col libro.

La felicità di Stoner sta nella ricerca di un sapere, che resiste al mondo, e nella conoscenza dei limiti del proprio sapere. Frieder Vogelmann propone un saggio suggestivo, un ponte che collega Stoner a tratti fondamentali del Socrate platonico, a cominciare proprio dalla consapevolezza della limitatezza del proprio sapere, che è accettazione della finitezza esistenziale. Vogelmann evoca almeno tre scene socratiche nel romanzo, dall'impegno nella battaglia contro i sofisti, gli impostori della conoscenza che millantano un sapere, al superamento della paura della morte.

venerdì 4 novembre 2016

Jesse Armstrong, la guerra in Bosnia e le possibilità della commedia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/jesse-armstrong-la-guerra-bosnia-le-possibilita-della-commedia/

di Gabriele Santoro

Andrew è un muratore dei sobborghi di Manchester in seria difficoltà. È un antieroe, appassionato di politica estera, che non sta a proprio agio in nessuna classe sociale. È il 1994, Sarajevo è sotto assedio e il processo di dissoluzione della Jugoslavia risulta ormai inarrestabile.


Amore, sesso e altre questioni di politica estera (Fazi, 430 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Giacomo Cuva), romanzo d’esordio del noto commediografo inglese Jesse Armstrong, racconta la vicenda di un gruppo di giovani idealisti armati dall’idea di raggiungere la Bosnia e mettere in scena uno spettacolo teatrale pacifista sul retro del loro Ford Transit. Andrew s’innamora a prima vista di Penny, anch’ella sensibile a quella dolorosa vicenda bellica. Lui immagina che l’amore possa salvargli la vita e pur di unirsi a Penny e al gruppo di pacifisti in partenza, fra i quali nessuno aveva alcuna esperienza sul fronte di guerra, finge di conoscere benissimo il serbo croato.

Il lavoro di Armstrong, una commedia che non si tira indietro dinanzi all’efferatezza del conflitto, ha lo spirito de Il violoncellista di Sarajevo, narrato qualche anno fa da Steven Galloway. Esprime cioè quella necessità di prendersi gioco della guerra che ritroviamo nella medesima ambientazione cinematografica di Perfect day di Fernando León de Aranoa con Benicio Del Toro e Tim Robbins.

Dall’inizio il processo di pace nella ex Jugoslavia ha avuto negoziatori britannici e statunitensi, da Lord Carrington a Holbrooke, nonostante la cultura anglosassone fosse così distante dai Balcani. Perché Andrew sceglie la Bosnia e immagina di poter essere un interlocutore di pace?
«Il mio narratore le risponderebbe che è partito perché la Bosnia gli stava a cuore. E ho una grande empatia per tutti gli Andrew del mondo che si dirigono verso zone di conflitto per aiutare. Ma non possiamo negare che Gran Bretagna e Stati Uniti abbiano storie particolari di coinvolgimento oltremare. Quello che la sua domanda suggerisce, è ciò che più di uno dei personaggi locali lascia intendere alla mia gang solidale impegnata ad allestire uno spettacolo teatrale per la pace. Può esserci lì una sorta di imperialismo dell’aiuto?».

In che modo ha combinato il tono della commedia con il dramma di una guerra fratricida?
«Credo si possa scrivere una commedia su qualsiasi argomento, c’è sempre un’angolazione. La questione risiede nel trovare il tono e la misura esatta per determinati argomenti, che rischierebbero di essere scioccamente ridimensionati. Ovviamente nel suo complesso il conflitto bosniaco non è stato altro che una tragedia pura e l’unica cosa sensata che puoi volere è piangere. La guerra non è divertente. Ma c’è l’altro lato da indagare: la confusione dietro le quinte, le assurdità delle grandi organizzazioni, le ipocrisie e le vanità delle nazioni e degli individui, le bugie che ci raccontiamo, le persone inghiottite dalla macchina da guerra. Mi sembrano aree ottime da esplorare per una commedia».

Oggi il mondo assomiglia a un resort globale per i traumi personali e collettivi. I personaggi riescono a bilanciare l’onestà e l’egoismo che animano la scelta di partire?
«È un’ottima immagine per descrivere il mondo. Siamo tutti in una coda enorme per il triage in un ospedale da campo e ci sono popoli che affrontano drammi indicibili in prima fila. Ma anche in fondo alla coda, in Occidente, siamo febbricitanti e malconci. Le ragioni per andare in uno scenario di guerra sono molteplici. Mi piace questa confusione di onestà ed egoismo, di alte e altre più superflue intenzioni. Allora veramente ecco che l’intero libro guarda dentro a una missione umanitaria. Sono a favore di chi anche sbagliando fa le cose, con l’insito potenziale narrativo tragico e comico. Nel mio gruppo ognuno propone prospettive diverse, tenendo da parte i motivi reali».

Tornando a casa, resta una possibilità di domare la futilità e l’irrazionalità della guerra?
«Non saprei. C’è un passaggio famoso in Mattatoio n. 5 nel quale Vonnegut ha un personaggio che consiglia al narratore di scrivere un libro piuttosto contro il ghiaccio che contro la guerra. Non penso si possa prevalere sulla futilità e sull’irrazionalità della guerra, ma almeno puoi fare fracasso con la tua batteria contro di essa. È del tutto irrilevante, ma forse aiuta a farti sentire meglio».

D’abitudine si associa il dramma jugoslavo ai riconosciuti criminali di grande calibro, vedi Karadzic. Lei lo fa ed è sufficiente a spiegare?
«Il libro si conclude con i personaggi in una fase complicata della guerra già di per sé complessa, una situazione particolarmente triste nella Bosnia occidentale. Non avevo alcuna volontà assolutoria dalle rispettive responsabilità di mostri come Karadzic e Mladic. Ma in quel luogo confuso i miei giovani personaggi, che immaginavano di sapere tutto quel che succedeva, riconoscono che devono dedicarsi a capire più in profondità. In un conflitto frastagliato tuttavia non si dissolvono la ragione e il torto».

Ha conquistato una qualche libertà dedicandosi alla prosa?
«È anche troppa la libertà del romanziere. La solitudine che si ricerca per la creazione artistica appare poi destabilizzante. Le restrizioni rendono l’opera fattibile. Sono uscito dalla comfort zone della scrittura per la televisione ma al contempo ho costruito le mie certezze: narratore in prima persona, questa è la mia voce, questi sono i personaggi, la forma del loro viaggio. E poi ho cominciato a godermelo».

Ha partecipato al referendum e qual è la sensazione dopo la Brexit, seppure nella fase embrionale?
«Ho votato per restare e sono deluso dell’esito elettorale. Qualunque siano i problemi che affliggono l’Europa, la risposta di alzare le mani in segno di resa e andarsene è errata. Somiglia al classico caso di una rabbia disfunzionale mal direzionata, come se non fossimo noi i responsabili di istituzioni create insieme e inaffidabili, dell’inquinamento ambientale, della crisi dei migranti in un mondo globalizzato».

domenica 30 ottobre 2016

Borges trafugato per le indagini di Ponzetti

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 22
30 ottobre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«La libertà è 'na cosa preziosa, ma la gente c'ha paura d'esse' libera. Ar massimo, nella maggior parte dei casi, preferisce accontentasse de padroni bboni. Ma nun succede quasi mai». Si può cominciare da qui a leggere la nuova indagine del commissario colto, bonario e spiritoso Ottavio Ponzetti, creato da Giovanni Ricciardi. Nelle pagine de Gli occhi di Borges (Fazi editore, 238 pagine, 16 euro) c'è e s'indaga la nostra smania illusoria di controllare il futuro, di governare la propria vita cercando di distinguere segnali premonitori, che finisce per consegnare la nostra libertà nelle mani di qualcuno.

Nel 1969 Jorge Luis Borges disse a proposito di Fervore di Buenos Aires, la cui prima edizione risale al 1923 e segnò il suo debutto, che prefigurava «tutto quel che avrei fatto in seguito». Perché la pubblicazione del 1923 è quasi introvabile? «Allora Borges era molto giovane, e tornava pieno di idee nuove da un lungo soggiorno in Europa con la famiglia – spiega un interlocutore di Ponzetti – . Il padre gli finanziò la pubblicazione di questa raccolta poetica, che secondo me è anche la più bella che abbia mai composto. Ma se ne stamparono solo trecento copie, che in gran parte Borges regalò frettolosamente, perché doveva tornare presto in Europa a causa della grave malattia agli occhi di cui soffriva il padre, che si curava da un famoso medico svizzero».

Ricciardi costruisce il giallo intorno al trafugamento dalla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires della copia autentica dell'opera per conto di un ignoto e ricchissimo collezionista italiano. Questa settima indagine si collega alla quarta, Portami a ballare, nella quale il commissario e l'ispettore Iannotta si dedicano alla risoluzione di un caso dopo il rinvenimento a Roma, Porta Latina, del cadavere di un misterioso ghostwriter, Andrea Perfetti. Ora Ponzetti si trova in Argentina, dove le autorità giudiziarie locali gli chiedono di mettere una dubbia parola fine a una vicenda complessa: «Perfetti non è solo un ghostwriter, è un trasformista. E lei lo ha intuito perfettamente. Qui in Argentina è riuscito a non farsi notare quasi per niente, scomparendo praticamente nel nulla». Lo scrittore, insegnante, romano di San Giovanni, affronta il tema del doppio, dell'identità che sfugge. La crisi dell'identità in un intreccio che sa mantenere alta l'attenzione e conduce in un luogo di Ricciardi, il quartiere Esquilino. Ogni certezza acquisita di pagina in pagina appare fragile.

Il titolo, Gli occhi di Borges, si riferisce a una celebre rubrica di oroscopi, tenuta da un famoso astrologo su un'importante rivista italiana, e anche qui nulla è quel che sembra. Ricciardi, che sa quel che racconta, coglie l'occasione per presentare le insidie dell'avvicinamento degli adolescenti al mondo del lavoro, previsto dalla scuola. Una giovane liceale, Vanessa, che vive con la madre Anita in un elegante appartamento proprio all'Esquilino, ottiene la possibilità di fare uno stage presso la redazione della rivista. Da quel momento però la sua vita cambia. La ragazza si chiude in sé stessa, preda di fobie e di un mutismo assoluto, fino a non voler più uscire di casa. La madre, alle prese con un matrimonio in frantumi e nuove relazioni al tempo di Facebook, non sa più a chi rivolgersi. Tocca a Ponzetti, sempre ricco di umanità, di ritorno nella Capitale, e Iannotta, che da tradizione parla solo romanesco, riannodare i fili delle due vicende, che in fondo rivalutano la bistrattata figura paterna.

martedì 12 luglio 2016

Manook racconta il successo di Yeruldelgger: «Io, cittadino del mondo in noir»

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 23
12 luglio 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, è un figlio dell'emigrazione, della diasporta armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall'adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall'ambientazione esotica Yeruldelgger (Fazi, 524 pagine, 16.50 euro, traduzione a cura di Maurizio Ferrara). Il primo volume di una trilogia che ha conquistato i lettori francesi: 150mila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo ed è in corso di pubblicazione in dieci paesi.

Ian Manook, il nome d'arte, dopo una giovinezza da sessantottino, nel 1987 ha creato un'agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige col figlio Julien, e le  Éditions de Tournon, a lungo leader del mercato editoriale francese dell'animazione e del fumetto. Yeruldelgger è strettamente legato al rapporto con la figlia Zoe, che prima ha sfidato l'autore a non lasciare finalmente incompiuto un romanzo, e poi nel 2007 l'ha portato in Mongolia per verificare da vicino il lavoro dell'associazione per l'adozione a distanza che finanziavano.

Con la qualità della propria scrittura Manook ci introduce con grande competenza e passione in un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator. Il libro propone di viaggiare dietro lo schermo della violenza per comprendere le contraddizioni di un paese schiacciato da appetiti neocolonialisti. Yeruldelgger, un commissario di polizia mongolo, è il nostro eroe che dalle prime pagine si trova a indagare sul ritrovamento in una fabbrica alla periferia della città dei cadaveri di tre cinesi. E a poche ore da Ulan Bator, nel cuore della steppa, è alle prese col mistero dei resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Le inchieste sembrano del tutto disgiunte, ma sarà così? Yeruldelgger dovrà fronteggiare le minacce e gli ostacoli posti da politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti.

Con Ian Manook a Radio 3
Manook, che cosa ha rappresentato la diaspora nella sua vita?
«Esiste un dolore grande: non essere in grado o non avere il permesso di ricordare, l'essere schiacciati sulle contingenze attuali. Gli armeni sono sopravvissuti anche alla negazione della parola genocidio, dunque alla censura della memoria. La cultura della diaspora è speciale e ha costruito il mio sguardo composito sul mondo, il modo in cui ho vissuto, pensato e scritto». 

Dal Bronx alla Mongolia, passando per la Woodstock mancata, ci disegna la mappa così particolare dei suoi viaggi?
«Avevo vent'anni quando viaggiare significava aprirsi al mondo ed essendo un figlio della diaspora, come tutti gli armeni o le persone costrette a fuggire, ho fatto del mondo la mia casa. A sedici anni sono partito per la prima volta destinazione New York, lavorando in un ristorante. Il viaggio che mi ha cambiato risale a quando ho finito i miei studi nel 1973: 27 mesi dall'Islanda all'Amazzonia. A scuola ero sempre il primo della classe, fiero di essere il proletario istruito. Poi ho capito che là fuori c'era un mondo da scoprire».

Perché del suo personaggio,  Yeruldelgger, descrive fisicamente solo le mani?
«L'ho fatto per lasciare al lettore la propria immagine di Yeruldelgger. Mi colpisce la coincidenza delle descrizioni di chi ha letto il libro. Quando parlo di lui mi riferisco alla Mongolia e viceversa. Vuol dire che sembra un personaggio solido, capace di battersi contro tutti, nel contempo nella sua vastità è molto fragile. Yeruldelgger era nella mia penna da vent'anni. All'epoca era un poliziotto americano di Brooklyn, che si chiamava Donelli, dall'esistenza complessa. L'ho ripreso, calandolo nel contesto generale della Mongolia. Subito ho capito una cosa importantissima: la cultura sciamanica della Mongolia dà alle cose importanti di un giallo, la morte, la fedeltà, la vendetta una nozione diversa del nostro modo di pensare occidentale. Questa differenza garantiva ai miei personaggi una asperità maggiore».

La violenza nella fiction letteraria: lei si spinge molto in avanti.
«È un personaggio pienamente inscritto nella modernità. Col suo mestiere si misura con gli aspetti più tribolati e violenti della vita del suo paese, che dopo lo scontro con l'URSS, subisce altre influenze, in particolare cinesi e coreane. Manifesta la volontà di conservare le tradizioni millenarie mongole, legate all'educazione ricevuta in un monastero buddista. In un giallo si deve andare un po' più lontano dell'ultima linea della violenza, oltrepassarla. Il mio personaggio a volte è troppo violento. Il mondo intorno lo spinge alla violenza alla quale lui non vorrebbe cedere. Nello sviluppo della trilogia, a ottobre uscirà in Francia il terzo volume, evolve con esiti inattesi il suo rapporto con la rabbia vendicativa che gli cresceva dentro a ogni delitto».

L'intrigo poliziesco si rivela anche nella complessità delle questioni geopolitiche, ai rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l'industria tecnologica. 
«La Mongolia sembra un paese indistruttibile, eterno, che in realtà potrebbe sparire nei prossimi venti anni, economicamente, politicamente e fisicamente. La Mongolia è come qualcosa che non sarebbe dovuto esistere. Un paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di persone, di cui circa il 40% vive in una sola grande città. È una zona sismica terribile. Yeru l'ho scritto come un'incarnazione del suo paese. Spesso abbiamo coscienza dei luoghi come cartoline postali. Quando scrivo il giallo mi piace servirmi della conoscenza approfondita che ho del paese, della quotidianità quanto dei suoi problemi geopolitici. Questo genere letterario, meno soggetto a censure, è un ottimo strumento per occuparsi di sentimenti universali attraverso destini personali».

Qual è il compito della letteratura?
«L'immaginazione è la risorsa migliore del mondo. Serve a varcare le frontiere dell'immaginazione che è un'attivazione della curiosità. Senza di essa non vale la pena vivere. Se vivere è accettare l'idea che gli altri hanno imposto come indiscutibile non vale la pena. La curiosità è il motore di tutto. In quanti vivono senza mai chiedersi l'origine delle parole che pronunciano? Incuriosirsi cambia la vita».

I premi letterari valorizzano un libro?
«Ancora non mi è chiaro. Il riconoscimento ovviamente gratifica, ma non cambiano la vita, soprattutto a 65 anni».

domenica 5 agosto 2012

venerdì 22 giugno 2012

Suk Ovest banditi a Roma, alla Garbatella scatta l'ora del riscatto

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 25,
22 giugno 2012

di Gabriele Santoro




http://www.ilmessaggero.it/cultura/libri/suk_ovest_alla_garbatella_scatta_lora_del_riscatto/notizie/204081.shtml