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mercoledì 26 febbraio 2014

La faccia digitale del populismo che punta al Parlamento europeo

di Gabriele Santoro

ROMA – Nel 1984 Marine Le Pen doveva ancora raggiungere la maggiore età, quando il Front National trascinato dal padre Jean-Marie con l’11% dei consensi otteneva il primo exploit alle elezioni europee. Oggi i sondaggi accreditano il FN come potenziale primo partito francese in vista delle vicine consultazioni per il parlamento di Strasburgo. La leader, dopo una rapida scalata interna, ha rilanciato il movimento d’estrema destra, puntando forte anche sul web.

Durante la traversata nel deserto del partito, tra il 2007 e il 2010, ha varato una svolta 2.0 con un attivismo propagandistico multimediale. «Hanno sfruttato intensamente e con profitto i social network per ricreare un’immagine politica: un’identità gentile come vetrina della radicalità mai abbandonata delle proposte - spiega Francesco Marchianò, autore con Nicola Genga per la Società Italiana di Scienza Politica della ricerca Le Pen: un Front National 2.0? -. Si tratta di un’operazione di cosmesi utile alla necessità di rilancio, che però ha poco di social: non c’è interazione con la base. Il partito è fortemente gerarchizzato con poco dibattito interno: Facebook, Twitter e Youtube vengono utilizzati in funzione del rafforzamento della leadership. Il sito non ha mai avuto un forum, e non si registrano interventi sui social network».

Il Front National ha realizzato prima di tutti i competitor nazionali un sito internet, per sopperire alla minore visibilità mediatica prodotta dalla stabilità bipolare del sistema politico d’Oltralpe. Come ben documenta la pubblicazione, The new face of digitalpopulism, del principale think-thank britannico Demos lo spazio pubblico virtuale è uno strumento formidabile di divulgazione, reclutamento e internazionalizzazione dei movimenti europei di matrice populista. Si riconoscono nella contrapposizione manicheista élite-popolo; nel rifiuto del multiculturalismo e il “mostro” burocratico di Bruxelles rappresenta il nemico che unisce. Questi movimenti, che ragionano soprattutto in ottica locale, sono sempre stati frammentati e hanno considerato con diffidenza ipotesi di alleanze sovranazionali.

«Il web 2.0 garantisce una cassa di risonanza perfetta, la flessibilità delle organizzazioni e contribuisce alla costruzione di identità - dice Manuela Caiani, ricercatrice presso l’Institute for Advanced Studies di Vienna e co-autrice di Web nero (il Mulino, 2013) -. Si ridefinisce il messaggio politico, che restituisce una risposta anti-establishment semplificata a problemi complessi, cavalcando il disagio sociale. La presenza dell’estrema destra sulla Rete è in crescita: in nome della sovranità nazionale avversano la globalizzazione e l’integrazione europea. I fattori che propiziano la diffusione sono molteplici: dal tipo di legislazioni del web al clima culturale locale».

Lo scorso Natale, durante il congresso federale della Lega Nord, si è consolidato il progetto di un’alleanza (l’ultima rilevazione di Vote Watch Europe gli assegna 38 seggi; ne servono 25 con eletti sette paesi diversi per costituire un gruppo all’europarlamento) euroscettica: dal Front al Pvv di Geert Wilders che vuole l’Olanda fuori dall’Ue e vola nei sondaggi. Cravatta verde per l’occasione, accolto da un tifo da stadio, ha acceso l’entusiasmo leghista: «Buongiorno Padania! Stiamo combattendo la stessa battaglia per l’indipendenza da Bruxelles. L’Euro ha fallito: non controlliamo più i nostri soldi, i confini e la politica sull’immigrazione è coordinata da un’ hippie svedese (la commissaria Cecilia Malmstrom) che non ha votato nessuno. A maggio diremo basta: non siamo estremisti e xenofobi; lottiamo per l’identità». Il referendum svizzero per porre delle quote d’ingresso agli immigrati è stato unanimemente celebrato sul web come «una vittoria del popolo contro la tecnostruttura Ue e un avvertimento alle nostre vecchie democrazie sclerotizzate».

Lo studio The populist radical right party in the Europeanparliament del ricercatore Marley Morris mostra con evidenza come la loro attività durante la legislatura si limiti all’ostruzionismo e all’invettiva. Spopola, rimbalzando tra i vari social, l’intervento spot del britannico Nigel Farage, leader dell’Ukip, in un’apparizione nel consesso di Strasburgo, rivolto al premier greco Samaras: «Complimenti per aver svenduto la sovranità della Grecia! Le Europee saranno una battaglia delle democrazie nazionali contro la burocrazia dei tecnocrati!» «L’incidenza ovviamente dipenderà dai numeri elettorali reali - conclude Caiani -. Un successo relativo offrirebbe spazio mediatico, ma non sposterebbe la policy europea. Inciderebbe invece maggiormente sugli equilibri nazionali». 

sabato 2 marzo 2013

Mammarella, l'Italia e la crisi politica della Seconda Repubblica

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 29,
2 marzo 2013

di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro

SAGGI

Il compendio L’Italia di oggi (Il Mulino, 200 pagine, 13 euro) firmato dallo storico Giuseppe Mammarella, docente emerito della Stanford University, racchiude tutte le ragioni della crisi della Seconda Repubblica ed è uno strumento utile a comprendere l’evoluzione attuale dello scenario politico, terremotato dall’eccezionale affermazione elettorale del Movimento 5 Stelle. L’analisi muove i passi dal 1992 per ricostruire un ventennio di occasioni mancate e riforme non realizzate, che avrebbero permesso al Paese di modernizzare l’architettura istituzionale.

Mammarella riannoda le scelte e i fatti che hanno caratterizzato il sostanziale fallimento dei due progetti politici nati sulle macerie della partitocrazia della Prima Repubblica. Da una parte l’eterogeneo centrosinistra, che vanta il merito dell’ingresso nell’Euro, arenatosi in un’opposizione puramente nominalistica a Berlusconi e incapace spesso di proporre un'alternativa convincente, ascoltando le istanze più profonde della società. Dall’altra il centrodestra, trascinato ed egemonizzato della leadership di Silvio Berlusconi, ha tradito le promesse di una rivoluzione liberale ispirata al modello reaganiano dello Stato minimo. Il professore approfondisce anche i motivi e le modalità della discesa in campo del Cavaliere, soffermandosi su un nodo ancora cruciale: lo scontro con la magistratura permanente e condizionante per l’azione governativa.

RECESSIONE
Una doppia eredità negativa che rende fragile il sistema e appesantisce gli esiti di una recessione epocale. Emergono varie analogie con il 1992: a partire dall’incapacità di autoregolamentazione dei partiti e dal dilagare della corruzione. Oggi come allora l’Italia non sembra disporre di ricette per scalfire il debito pubblico, rimasto in vent’anni sempre oltre il livello di guardia e aggravato dalla crescita zero conseguente al progressivo processo di deindustrializzazione. In un clima di reciproca delegittimazione, tratto distintivo di un bipolarismo che non ha assicurato una reale governabilità, e in assenza di dialogo tra gli schieramenti appare ancora quanto mai difficile immaginare la definizione di un quadro di regole condivise. «Le riforme sono il passaggio obbligato al nuovo modello di sviluppo, ma condizioni fondamentali restano il cambiamento della classe politica e la semplificazione dei processi decisionali».

sabato 27 ottobre 2012

La resistibile ascesa di Mussolini. Vivarelli: «Abile a disfarsi di avversari di scarsa caratura»

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 25 con richiamo in prima pagina,
27 ottobre 2012

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«CONSIDERO il completamento della mia opera come una promessa mantenuta con chi mi avviò e spronò negli studi». Roberto Vivarelli, ottantaquattrenne professore emerito di storia contemporanea alla Scuola Normale di Pisa, annuncia così il terzo volume della trilogia Storia delle origini del fascismo (Il Mulino, 548 pagine, 36 euro). Lo storico ripercorre il biennio, dall’autunno del 1920 al 1922, in cui l’Italia scivolò verso la dittatura, sostenendo una tesi di fondo: «Il fascismo non fu la causa della crisi dello Stato liberale, bensì il frutto».

Vivarelli, con la sua ultima pubblicazione ha concluso un lungo percorso di ricerca e ricostruzione delle origini del fascismo. Quali elementi analizza in questa occasione?
«È l’epilogo di un lavoro complesso iniziato molti anni fa. Analizzo il vuoto politico apertosi con le elezioni del 1919 e chiusosi con l’avvento al potere di Mussolini. La crisi dello Stato liberale ebbe radici profonde, che affondano soprattutto negli esiti della Prima Guerra mondiale. Un fattore fondamentale che approfondisco in queste pagine è l’incapacità atavica delle nostre istituzioni di creare un sentimento di appartenenza e identità nazionale».


Come si spianò la strada alla dittatura?
«Il fascismo godette del sostegno economico degli agrari e in parte degli industriali. Ma in realtà c’era una richiesta di sicurezza sociale e di un governo che restituisse stabilità al sistema. Mussolini approfittò della situazione di stallo creatasi dopo il voto del 1919, presentandosi come la persona in grado di sciogliere il nodo. Dimostrò un’abilità, nel disfarsi degli avversari politici, in verità di scarsa caratura. Do un giudizio assai poco indulgente sulla sua figura. In sostanza mi sembra un cinico, opportunista, per molti aspetti spregevole nella gestione del potere nell’arco del ventennio».

Domani ricorre il novantesimo anniversario della Marcia su Roma.

«Che rappresenta di per sé una leggenda. I fascisti non conquistarono così la città, fu una sfilata. Nessuno di loro entrò prima che Mussolini ricevesse l’incarico di formare l’esecutivo».

Il libro, oltre ad Anna compagna della sua vita, è dedicato a Federico Chabod e a Gaetano Salvemini. Come influirono nella sua formazione?
«Nel novembre del 1956 arrivai all’Istituto Croce di Napoli, molto incerto su cosa volessi e potessi fare. In un primo momento incontrai il maestro Chabod e poi mi incoraggiò Salvemini, che frequentai regolarmente nel suo ultimo anno di vita a Capo di Sorrento. Mi donò molte delle sue carte relative alla storia del fascismo. Lo studio mi appassionò, fu lo stimolo a produrre un senso critico sulla cosa pubblica».

L’attuale quadro politico nazionale si presenta estremamente frammentato e magmatico con un profondo smarrimento dell’elettorato. Secondo lei si possono rintracciare analogie con il passato?

«Sono sempre molto cauto nello stabilire parallelismi. Come allora, però, emerge l’incapacità della società italiana di formare una classe dirigente credibile, capace di guidare un Paese moderno. Il contesto è diverso, ma anche oggi ci troviamo di fronte al fallimento e a un vuoto di rappresentanza della politica».