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lunedì 13 agosto 2018

Migrazione, lavoro e libertà: la tragedia dimenticata di Monongah


di Gabriele Santoro


Nella storia degli Stati Uniti d’America gli incidenti minerari hanno scavato un solco di lutti. Dal 1839 alla fine del Ventesimo secolo in 716 incidenti secondo le rilevazioni ufficiali sono scomparsi oltre 15 mila lavoratori. I dati ricostruiti su fonti giornalistiche ne stimano almeno diecimila in più.

Migliaia di vittime avevano varcato la porta stretta dell’isolotto di Ellis Island alla ricerca di un’occupazione. Nella baia di New York si registrò il picco degli ingressi nel 1907 con 1,004,756 persone accolte, fra le quali 292 mila italiani. Nella sola giornata del 17 aprile 1907 furono identificati 11,747 immigrati approdati dall’Europa. Lo stesso anno il presidente Roosevelt, dopo la firma del restrittivo Immigration Act, istituì una Commissione congiunta di Camera e Senato sull’immigrazione che produsse i propri corposi, quarantuno volumi di report, e discutibili risultati nel 1911. Il trentaseiesimo capitolo ha un titolo evocativo, Immigration and crime, e metteva nel mirino gli italiani.


Dieci mesi dopo l’insediamento della Commissione sull’immigrazione del Congresso, alle 10.28 del 6 dicembre 1907 a Monongah nel buio profondo delle gallerie 6 e 8, collegate da una ferrovia, nella miniera di carbone Fairmont Coal Company, di proprietà della Consolidated Coal Mine di Baltimora, a causa di due fortissime deflagrazioni morirono, secondo i dati ufficiali, 171 lavoratori sfruttati, emigrati dal Meridione e dal Centro Italia, lasciando 112 vedove e 207 orfani. I minatori provenivano da nove regioni italiane, dalla Calabria al Piemonte. Nel Museo dell’Emigrazione di Ellis Island sono esposte immagini della miniera di Monongah e del cimitero, che custodisce i corpi dei minatori ritrovati dalle squadre di soccorso.

Le miniere carbonifere di Monongah, sorte sulla biforcazione del fiume Monongahela, si espandevano per circa dieci chilometri a sud della città di Fairmont nel West Virginia.

L’otto dicembre 1907, due giorni dopo l’accaduto, il Corriere della Sera titolò “Il grande disastro della Virginia”: «Nel pozzo n.8 tuttora divampa l’incendio. La desolazione più terribile regna in tutta la regione e nell’intiero (sic) Stato della Virginia, ove non si ricorda una più terrificante catastrofe. Ho tentato di accertare il numero delle vittime; ma ciò è impossibile. La direzione delle miniere ha ordinato un nuovo invio di casse mortuarie. Oltre trecento ne sono arrivate oggi. Si sono rinvenute membra umane orridamente mutilate alla distanza di 300 metri dal disastro».


Poche ore dopo la tragedia, le speranze di riuscire a trarre in salvo qualcuno erano già svanite e fu opera complicatissima l’identificazione dei corpi dilaniati, molti dei quali sepolti in una straziante fossa comune. L’Agenzia Stefani riportò il virgolettato del presidente della Compagnia mineraria, che prometteva «un’inchiesta rigorosa». Non andò così. Per usare le parole del Console italiano a Philadelphia Giacomo Fara Forni rivolte all’ambasciatore italiano a Washington: «Soliti armeggi da parte della Compagnia per schermirsi da ogni responsabilità civile del disastro». Le autorità derubricarono la testimonianza di un italiano sopravvissuto, altri non parlarono per paura di perdere l’occupazione, mentre promisero alle famiglie una compensazione in cambio della rinuncia ad adire alle vie legali.

A tre giorni dalla deflagrazione il bilancio dell’agenzia giornalistica italiana contava almeno 550 scomparsi, raccontando scene di devastazione: «Donne e bambini vagano a frotte intorno ai pozzi, piangendo, strappandosi i capelli, lacerandosi le vesti». E sottolineava le difficoltà dei soccorsi: «Numerose persone che lavoravano al salvataggio si trovano in uno stato critico, in seguito all’assorbimento di gas micidiali».

Nel novembre del 1908 la Commissione d’inchiesta, che non accertò alcuna causa e responsabilità per le esplosioni, quantificò in 361 le vittime, di cui 87 originarie del Molise e 37 dal solo paese di San Giovanni in Fiore in Calabria. Le prime cronache giornalistiche riportavano un numero più alto pari a 550 vittime, poiché il direttore generale della miniera dichiarò che i minatori registrati per la giornata di lavoro erano 478 più gli irregolari e altre maestranze operaie.

Appena sbarcati nella terra promessa, gli immigrati venivano dirottati col sistema dei “bosses”, o caporalato, funzionale all’industria pesante statunitense, dai grandi agglomerati urbani verso il West Virginia, ricco di carbone e legname, per vivere in funzione dello sfruttamento estrattivo. Negli Stati Uniti, come poi avvenne in Belgio, i lavoratori sopravvivevano con le famiglie nelle “company towns”, baraccopoli simili a villaggi che sorgevano nell’area mineraria, subendo vessazioni, un controllo totalizzante del rapporto di lavoro ed erano fra i più esposti agli infortuni certificati ogni anno nelle ferrovie, nelle miniere e nelle officine.

Dopo turni lunghi anche dieci ore, il salario era commisurato alla quantità di carbone estratta dal giacimento, tuttavia il guadagno era ben più consistente di quello di un bracciante agricolo nel nostro paese. In Italia la speranza di vita dalla prima fase postunitaria era salita di 14.2 anni, toccando nel 1910 i 45.4 anni con la percentuale della povertà assoluta ancora al 43.4%. Nel 1911 il tasso di alfabetizzazione della popolazione sopra i 15 anni era del 39.8%.

Leggiamo in una corrispondenza giornalistica da New York del 7 dicembre 1907: «La scossa tremenda fu avvertita per un raggio di dieci chilometri: tutti gli edifici circostanti alle miniere furono distrutti. Senza dubbio una gran parte degli operai morirono all’istante. In causa dell’enorme esplosione, la terra parve scossa da una legione di Titani, con una violenza mai raggiunta da alcun terremoto».

Il più grave disastro che si ricordi nella storia delle miniere americane non era però un caso isolato.

In un approfondimento del 20 dicembre 1907, fra le motivazioni del numero altissimo di incidenti, il Corriere della Sera segnalò «la mancanza di regolamenti precisi per le miniere, e in parte anche il fatto che viene adoperato ogni genere di esplosivi senza preoccuparsi dei pericoli che presentano i gas che si producono all’interno dei pozzi. Spesso la mancanza di una buona ventilazione rende il rischio anche maggiore».


Fra le ipotesi sull’origine dell’ecatombe di Monongah, c’era proprio la scelta dell’impresa di fermare in un giorno festivo, dedicato dai minatori alla patrona Santa Barbara, i ventilatori per risparmiare energia con la conseguenza di aver fatto accumulare gas e dunque favorito l’esplosione.

Non ci fu giustizia con una predeterminata rimozione politica e sociale, durata decenni anche da parte dell’Italia, di una tragedia a lungo restata senza nomi e identità. È stata una vicenda insabbiata mica male.

Il sacerdote cattolico statunitense Everett Francis Briggs, parroco della Chiesa di Nostra Signora del Rosario di Pompei a Monongah, scomparso nel 2006 all’età di 98 anni, ha speso l’intera esistenza nella ricerca della verità e nell’esercizio della memoria. Briggs portò avanti un lavoro faticoso di identificazione dei morti e di valorizzazione della loro storia. All’inizio degli anni Sessanta sulla rivista Science iniziò a dare la reale misura della strage, convinto che le vittime fossero oltre cinquecento. Il 31 maggio 2004 l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che durante un viaggio negli Stati Uniti compiuto nel 2003 rievocò il sacrificio dei migranti, conferì a Briggs l’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine della Stella della Solidarietà Italiana.

Sul luogo dell’ecatombe una targa commemorativa recita: «Il 6 dicembre del 1907, 361 minatori, molti dei quali avevano attraversato il mare provenienti da paesi lontani, perirono sotto queste colline nel peggior disastro minerario della nostra nazione. I quattro sopravvissuti morirono a causa delle ferite».

sabato 27 ottobre 2012

La resistibile ascesa di Mussolini. Vivarelli: «Abile a disfarsi di avversari di scarsa caratura»

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 25 con richiamo in prima pagina,
27 ottobre 2012

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«CONSIDERO il completamento della mia opera come una promessa mantenuta con chi mi avviò e spronò negli studi». Roberto Vivarelli, ottantaquattrenne professore emerito di storia contemporanea alla Scuola Normale di Pisa, annuncia così il terzo volume della trilogia Storia delle origini del fascismo (Il Mulino, 548 pagine, 36 euro). Lo storico ripercorre il biennio, dall’autunno del 1920 al 1922, in cui l’Italia scivolò verso la dittatura, sostenendo una tesi di fondo: «Il fascismo non fu la causa della crisi dello Stato liberale, bensì il frutto».

Vivarelli, con la sua ultima pubblicazione ha concluso un lungo percorso di ricerca e ricostruzione delle origini del fascismo. Quali elementi analizza in questa occasione?
«È l’epilogo di un lavoro complesso iniziato molti anni fa. Analizzo il vuoto politico apertosi con le elezioni del 1919 e chiusosi con l’avvento al potere di Mussolini. La crisi dello Stato liberale ebbe radici profonde, che affondano soprattutto negli esiti della Prima Guerra mondiale. Un fattore fondamentale che approfondisco in queste pagine è l’incapacità atavica delle nostre istituzioni di creare un sentimento di appartenenza e identità nazionale».


Come si spianò la strada alla dittatura?
«Il fascismo godette del sostegno economico degli agrari e in parte degli industriali. Ma in realtà c’era una richiesta di sicurezza sociale e di un governo che restituisse stabilità al sistema. Mussolini approfittò della situazione di stallo creatasi dopo il voto del 1919, presentandosi come la persona in grado di sciogliere il nodo. Dimostrò un’abilità, nel disfarsi degli avversari politici, in verità di scarsa caratura. Do un giudizio assai poco indulgente sulla sua figura. In sostanza mi sembra un cinico, opportunista, per molti aspetti spregevole nella gestione del potere nell’arco del ventennio».

Domani ricorre il novantesimo anniversario della Marcia su Roma.

«Che rappresenta di per sé una leggenda. I fascisti non conquistarono così la città, fu una sfilata. Nessuno di loro entrò prima che Mussolini ricevesse l’incarico di formare l’esecutivo».

Il libro, oltre ad Anna compagna della sua vita, è dedicato a Federico Chabod e a Gaetano Salvemini. Come influirono nella sua formazione?
«Nel novembre del 1956 arrivai all’Istituto Croce di Napoli, molto incerto su cosa volessi e potessi fare. In un primo momento incontrai il maestro Chabod e poi mi incoraggiò Salvemini, che frequentai regolarmente nel suo ultimo anno di vita a Capo di Sorrento. Mi donò molte delle sue carte relative alla storia del fascismo. Lo studio mi appassionò, fu lo stimolo a produrre un senso critico sulla cosa pubblica».

L’attuale quadro politico nazionale si presenta estremamente frammentato e magmatico con un profondo smarrimento dell’elettorato. Secondo lei si possono rintracciare analogie con il passato?

«Sono sempre molto cauto nello stabilire parallelismi. Come allora, però, emerge l’incapacità della società italiana di formare una classe dirigente credibile, capace di guidare un Paese moderno. Il contesto è diverso, ma anche oggi ci troviamo di fronte al fallimento e a un vuoto di rappresentanza della politica».

sabato 1 ottobre 2011

Shi Yong Xin, la tradizione delle arti marziali Shaolin a Roma

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=164946&sez=HOME_ROMA&ssez=CITTA

di Gabriele Santoro

ROMA – La ricerca costante di un equilibrio virtuoso tra corpo e spirito trova come in passato una sponda nella conoscenza e nella pratica di tradizioni culturali, religiose orientali. La meditazione, lo studio e lo sport diventano un ponte ideale che avvicina, fa incontrare e trasforma stili di vita agli antipodi della nostra società. Ma è anche un formidabile marchio da esportazione in grado di attirare turisti e alimentare l’economia come sta avvenendo in Cina.

Nell’ultimo decennio il tempio cinese Shaolin, culla del Buddhismo Chan/Zen e di una delle arti marziali più antica, grazie all’attivismo internazionale dell’abate Shi Yong Xin è diventato un punto di riferimento per la promozione su scala globale di una cultura dalle radici millenarie. Un tratto distintivo che si sta affermando sempre più è lo Shaolin Kung Fu, espressione fisica della forza derivante dalla fede buddista. Un’arte che esalta la qualità del movimento, dopo allenamenti duri, che deve assecondare la struttura del corpo e la psiche.

Il tempio, fondato nel 495 d.c., sorge ai piedi della montagna Songshan nella città di Dengfeng. È situato nella provincia dello Henan, centro geografico e non solo dell’antica civiltà cinese, ma ancora alla periferia del boom economico. Nell’agosto del 2010 l’Unesco l’ha riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità. Nel 2006 la visita del premier russo Vladimir Putin, cultore del genere arti marziali, ha acceso i riflettori del mondo sul tempio che è abitato da monaci dediti alla meditazione, allo studio e alle arti marziali.

L’abate Shi Yong Xin è considerato la guida spirituale di oltre quattrocento milioni di praticanti buddisti Chan ed è membro del parlamento di Pechino con il compito di promuovere il sentimento religioso nella società cinese. Nel 1981 ha varcato per la prima volta le soglie del tempio Shaolin, per poi diventarne nel 1987 il capo amministrativo e abate dal 1999.

Shi Yong Xin a Roma. Nel 2007 si è aperto il rapporto con l’arrivo in Italia del maestro Shi Yan Hui, monaco Shaolin di 34esima generazione. Nel 2010 è stata costituita l’associazione Shaolin Quan Fa e quest’anno per la prima volta nella storia del tempio un gruppo di stranieri ha vissuto a tempo pieno la giornata dei monaci tra preghiere e allenamenti. Oggi Shi Yong Xin, alla presenza del ministro consigliere dell’ambasciata cinese Zhang Junfang, nella palestra romana “Must Dance” di via Capistrano ha incontrato molti praticanti tra sorrisi, flash fotografici e l’impegno alla costruzione di un dialogo sempre più intenso.

«Ringrazio tutti gli amici italiani per l’accoglienza
- ha detto Shi Yong Xin - Si tratta di un’occasione importante di scambio culturale tra la Cina e l’Italia. Il nostro obiettivo è di mantenere lo spirito e la tradizione Shaolin che risale a 1500 anni fa e sviluppare la sua medicina per la salute delle persone con la completa realizzazione della natura umana. I monaci nel tempio seguono un sistema di regole precise e conducono una vita semplice per avvicinarsi a Buddha. I requisiti per il vero apprendimento sono la qualità dell’insegnamento e la disponibilità dell’allievo all’ascolto. L’educazione è la nostra priorità e la condizione per la prosecuzione della nostra storia millenaria».

Nel nostro paese lo Shaolin Kung Fu, insieme ad altre discipline come il Taiji Yang e Chen e il San Da, conta migliaia di allievi dall’età più tenera a quella adulta. Dopo aver preso contatto con la scuola autorizzata e i maestri cinesi sono state aperte diverse scuole italiane. A Roma si è appena tenuto il secondo meeting europeo delle associazioni che promuovono nel continente lo studio e la diffusione delle arti marziali Shaolin.

«In Italia - racconta Paolo Antonelli, portavoce del maestro Shi Yan Hui - la scuola collegata alle arti marziali giapponesi ha radici più profonde, ma c’è molto interesse intorno alla nostra attività. Il primo contatto personale con la cultura Shaolin risale a venti anni fa. L’onda e la spinta emotiva nasce dalla ricerca di una spiritualità perduta in Occidente. Cambiamo tramite il corpo con la disciplina del movimento, trovando la forza e l’equilibrio».

domenica 4 settembre 2011

Eurobasket, Italia battuta dalla Francia saluta la Lituania

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=161899&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - L’Italbasket si congeda dagli Europei con una partita generosa e di qualità. Il trio Bargnani (22)-Gallinari (18)-Belinelli (19) in attacco (59 punti in tre) e una buona difesa tengono gli azzurri avanti per trentotto minuti prima che le giocate risolutive di Boris Diaw regalassero la vittoria, 91-84, e la qualificazione all’ambiziosa Francia. La nazionale di Pianigiani sfrutta la giornata storta di Tony Parker (3/11 al tiro, 4 falli commessi), ritrova buone percentuali al tiro (66% da2, 30% da3) con una migliore circolazione della palla, gestisce bene alcuni giri a vuoto e perde la lucidità solo nella volata finale (31 punti subiti nell’ultimo periodo). I transalpini dotati di una quantità di talento, fisicità e atletismo impressionante, da medaglia d’oro, hanno dimostrato di saper vincere anche senza i trenta punti a serata della stella Parker. Nicolas Batum (20 punti) ha imperversato con Diaw (21 punti) e Gelabale (8 punti, 100% dal campo) ha infilato le triple della svolta.

Nella serata in cui il passaggio del turno era già compromesso si è vista l’Italia migliore che ha valorizzato la propria atipicità: tanta sofferenza nell’area colorata per la scarsa fisicità (sotto 38-17 a rimbalzo, 25/40 da2 per i francesi nell’area dei tre secondi) compensata dal talento dei suoi Nba, dalla corsa e dal sacrificio dei compagni in difesa. Ora non resta che vincere domani contro Israele con il rimpianto fortissimo per la sconfitta contro la Germania: con Bargnani coinvolto e innescato come nelle ultime due partite e percentuali di realizzazione meno scadenti (32% al tiro contro i tedeschi) il passaggio del turno era cosa fatta.

Mago speciale.
Il record dei trentasei punti (22 di media con 6.5 rimbalzi) segnati contro la Lettonia è l’immagine più bella del nostro Europeo. Il fenomeno dei Raptors è il simbolo dell’Italia cestistica che sta faticosamente cercando di risalire la china. Il campo dice che la strada è ancora lunga, ma c’è un punto fermo e ha la maglia numero sette.

L’eliminazione brucia
come però era troppo alto l’obiettivo, fissato dalla Federazione, del pass per il torneo preolimpico destinazione Londra 2012. Il trio di Nba non ha girato alla perfezione e questa era la condizione essenziale per alimentare qualsiasi tipo di sogno. Nelle prime tre partite Belinelli ha viaggiato al 27% al tiro. Gallinari, penalizzato da una distorsione alla caviglia, non ha espresso al massimo le sue potenzialità. Per il resto la squadra non ha lesinato impegno e dedizione con le note lacune in fase di regia, dove però Hackett ha dato energia, e una panchina troppo corta. Ma si riparte da qui. Paradossalmente la notizia migliore dell’estate azzurra è arrivata a luglio, quando la selezione Under 20 dopo diciassette anni è tornata nella finale europea di categoria. Alle spalle di questo gruppo, che nel 2012 dovrà sudarsi la qualificazione ai prossimi Europei, ci sono dei giovani interessanti da integrare. Su tutti Alessandro Gentile: il figlio d’arte il cui talento sta sbocciando in un ambiente ideale. A Treviso ha tanti minuti e responsabilità a differenza di troppi italiani che fanno da tappezzeria nelle rispettive formazioni. Nella Milano milionaria il buon prospetto Melli sarà il sesto lungo, a Siena gli italiani sono solo un buon completamento. Una nazionale vincente non si costruisce in America, ma nei nostri campionati.

La partita.
Pianigiani conferma il quintetto base della prima vittoria con la Lettonia: Hackett in regia, Belinelli e Carraretto sul perimetro, Gallinari in ala grande e Bargnani sotto canestro. Collet risponde con Parker, De Colo, Batum, Diaw. L’avvio non è incoraggiante: gli azzurri si dimenticano due volte Batum che vola a schiacciare su invenzione di Parker, 8-3 al 2’, e accettano un ritmo alto. Bargnani e Carraretto (5 punti) suonano la sveglia: il romano infila tredici dei primi ventitre punti dell’Italia con il solito repertorio di tiri fronte a canestro, triple e due splendide schiacciate; il pretoriano del ct ci sblocca prende coraggio dalla lunga distanza, 16-18 all’8’.

La Francia cerca e trova Noah (4 punti), mentre Gallinari concretizza una buona circolazione di palla dall’arco, 20-23 al 10’. Nel secondo periodo riemergono i fantasmi delle tre sfide precedenti: la nazionale non fa canestro per 3’ con le forzature del Gallo (1/5) e i francesi sorpassano, 29-26 al 14’. Il Mago (17 punti) è uno spettacolo, mentre arriva la prima e unica fiammata del Belinelli (15 punti) vecchia maniera, versione Fortitudo Bologna: tre triple consecutive a bersaglio in 1’42 per il massimo vantaggio, 41-48 al 20’. Al rientro dall’intervallo lungo Diaw (13 punti), Batum (14 punti) e Noah ricominciano a macinare punti in area e la dote acquisita evapora, 52-54. Gallinari dà fosforo e ossigeno in attacco e rimette la giusta distanza, 60-67 al 30’. In apertura dell’ultimo quarto la difesa italiana ha le mani basse e Gelabale è una sentenza dalla lunga distanza, 77-74 al 35’. Un gioco da tre punti dell’ala milanese vale l’ultimo vantaggio, 79-81 al 38’. A 55” dalla sirena Bargnani sull’83-82 manda sul ferro una tripla fondamentale, Diaw non sbaglia, 85-82, e Belinelli getta al vento il possesso della speranza.

venerdì 2 settembre 2011

Eurobasket, un Bargnani da record affonda la Lettonia

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=161701&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – Andrea Bargnani abbatte, 71-62, la Lettonia e salva l’Italbasket da una precoce eliminazione agli Europei. Nella sfida senza risultati alternativi alla vittoria il romano si è caricato sulle spalle tutto il peso dell’abulico attacco azzurro e ha scacciato i fantasmi di una squadra apparsa priva di fiducia e idee con una prestazione da “Mago”: trentasei punti, 11/25 al tiro, 7 rimbalzi, tre stoppate, undici falli subiti, 12/15 ai liberi dalla lunetta. Sulla sirena della prima frazione il tabellino del lungo dei Raptors diceva 14, quello italiano 18.

La prima vittoria tiene aperto uno spiraglio per la qualificazione alla seconda fase, ma sul piano del gioco e dell’intensità si è assistito a un passo indietro rispetto alla sconfitta con la Germania. Il talento prepotente di Bargnani è stato l’ancora di salvataggio, ma domenica contro la Francia di un Tony Parker in stato di grazia servirà qualcosa di più per non salutare la Lituania. Sabato si osserverà una giornata di riposo utile a ritrovare le energie per poi provare l’impresa che riaccenderebbe le speranze italiane.

La svolta per gli azzurri è arrivata dopo trentuno minuti di paura e sofferenza: una parabola intelligente dalla lunga distanza di capitan Mordente si deposita nella retina e tutta la panchina scatta in piedi con un urlo di liberazione. Si festeggia il primo vantaggio sostanzioso della gara, 58-53. Nell’azione successiva Bargnani trova lo spazio per imitare il compagno e scavare il solco decisivo, 61-53 al 32’. Come l’estate scorsa i lettoni si confermano uno dei bersagli preferiti del Mago che ha avvisato tutti fin dall'avvio con due schiacciate perentorie. La Lettonia, a cui non è bastata la precisione dall'arco di Kuksiks, ha smesso di crederci tradita dal leader Blums (32 punti contro la Francia, ieri 1/10) e tanta gioventù. All’intervallo lungo l’Italia rincorreva 31-33 con un desolante 9/30 al tiro (17/45 da2, 4/19 da3 alla fine) e un 26-18 a rimbalzo frutto della disattenzione. Mentre Bargnani imperversava hanno latitato Gallinari e Belinelli.

Nel secondo tempo la partita si è mantenuta sempre in equilibrio con un timido accenno di allungo degli azzurri, 37-33 al 22’, subito spento da un break di 9-3 dei baltici firmato Kuksiks. Al rientro dagli spogliatoi però è cresciuta l’attenzione degli azzurri a rimbalzo (42-47 alla fine) e si è sfruttata la maggiore taglia fisica attaccando il ferro e conquistando molti tiri liberi (25/28), ossigeno allo stato puro viste le difficoltà a costruire canestri. Nell’ultimo periodo i lettoni hanno smesso di crederci con tanti errori al tiro (1/6 ai liberi) e qualche nervosismo di troppo, 66-56 al 36’. Bargnani si è tolto lo sfizio di due stoppate per chiudere in bellezza una prestazione da dominatore.

giovedì 1 settembre 2011

Eurobasket, l'Italia crolla nel finale e la Germania di Nowitzki festeggia

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=161600&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – L’Italbasket è già a un passo dall’eliminazione dagli Europei. Nella notte più importante sul cammino verso Londra 2012 la Germania di Nowitzki ha spento, 62-76, le velleità della nazionale di Pianigiani. Ora solo un miracolo sportivo può qualificare gli azzurri alla seconda fase: devono vincere le tre sfide restanti e sperare nei passi falsi dei tedeschi o della Francia di un Tony Parker tirato a lucido.

L’obiettivo minimo dichiarato alla vigilia dalla Federbasket della qualificazione al torneo preolimpico è ormai un miraggio, ma oggi c’è da pensare alla Lettonia (16.45 Raisport1) e l’unico risultato disponibile è la vittoria.

Il punteggio finale non deve trarre in inganno: la partita è stata di un equilibrio e una tensione formidabili con lo scarto tra le due squadre che non ha mai superato i sei punti. L’Italia ha lottato, ma doveva e poteva fare molto di più. Nei momenti chiave è mancata l'esperienza e la mentalità di un gruppo che a differenza della Germania non ha mai affrontato gare di questa intensità. Se in difesa gli azzurri hanno messo la giusta aggressività e una staffetta Gallinari-Mancinelli su Nowitzki che ha funzionato, in attacco (22/68 al tiro) non ha funzionato nulla: troppe forzature uno contro cinque e l’incapacità di leggere le situazioni. L’atipicità sbandierata alla vigilia non s’è vista e la maggiore stazza dei tedeschi ha fatto il resto (44 a 34 a rimbalzo).

Ancora una volta il migliore è stato Gallinari (17 punti) assistito dall’energia di Mancinelli (11 punti, 3 recuperi). Bargnani (8 punti, 3/14 dal campo) non è mai riuscito a trovare la sua posizione nell’area colorata. Belinelli ci ha messo impegno, ma all'Italia serviva ordine e una diversa selezione dei tiri. Tutti temevano Nowitzki (21 punti, 12 rimbalzi), ma la Germania ha risolto la sfida con il talento sbarazzino del giovane Benzig (14 punti, 6/9), la sostanza di Kaman (17 punti, 17 rimbalzi) e il mestiere di Herber, sua la tripla decisiva.

La partita. Pianigiani conferma il quintetto base del debutto con l’eccezione di Carraretto al posto di Mancinelli. Per il resto Hackett in regia, Belinelli, Gallinari e Cusin sotto canestro. La Germania si affida subito a Nowitzki e la presenza del centro Kaman. I primi diciotto minuti di una gara che ha il sapore dello spareggio scorrono all’insegna dell’equilibrio (4 punti di scarto) e della tensione. Gallinari e Mancinelli (7 punti, 2 recuperi) organizzano la staffetta difensiva sulla stella dei Mavericks, ma il tedesco (14 punti, 8 rimbalzi in 16’) si può solo tentare di anticiparlo. L’Italia è aggressiva in difesa (9 palle perse in 20’ per la Germania) e stenta in attacco (11/30 al tiro) con i soliti difetti di circolazione della palla. Bargnani prova ad accendersi con una tripla e due stoppate, ma non trova mai la giusta posizione nell’area colorata (0/6 da2). Una tripla di Benzig e 4 punti consecutivi di Nowitzki lanciano i tedeschi al massimo vantaggio, 30-36 al 20’.

Al rientro dall’intervallo lungo “Wunder” Dirk si carica del terzo fallo e Belinelli firma il sorpasso dalla lunga distanza, 40-38 al 34’. L’Italia smette di ragionare e si accontenta di soluzioni forzatissime dal perimetro che non producono alcun risultato se non un eloquente 0/6. In difesa però gli azzurri continuano a essere aggressivi sui portatori di palla tedeschi e restano avanti con una fiammata del “Mago”, 51-48 al 32’. La tensione per la posta in palio ha creato tanta confusione e la nazionale ha perso la bussola. Prima della tripla della speranza del “Gallo”, 58-60 al 37’, i compagni ne hanno scagliate undici consecutive sul ferro. Il lungo Nba Kaman con un movimento, bellissimo, piede perno ha beffato il “Mago” sotto canestro, 60-64 al 38’. Trenta secondi più tardi l’onesto mestierante Herber con una tripla velenosa, 60-67, ha sancito la resa italiana.

Nel girone dell’Italia prosegue senza ostacoli la marcia della Francia e della Serbia, che hanno già ipotecato il passaggio del turno e si contenderanno la prima piazza. I transalpini, dopo il debutto in chiaroscuro con la Lettonia, hanno dominato 85-68 senza affanni Israele. Tony Parker (21 punti) è in uno stato di forma strepitoso e gli israeliani non hanno retto l’urto (40 a 20 a rimbalzo) dell’atletismo formidabile dei francesi. In grande spolvero anche Batum (15 punti, 6 recuperi). La Serbia ha domato, 92-77, un’encomiabile Lettonia zeppa di giovani e orgoglio. I baltici si sono rialzati dopo una partenza shock, 19-2 al 7’, tenendo viva una sfida impossibile sulla carta. Tra i serbi in evidenza Krstic (23 punti) e Savanovic (19 punti).

Nessuna sorpresa nel girone A dove le tre big Spagna (ottimo Pau Gasol), Lituania e Turchia hanno agevolmente quasi staccato il biglietto per la seconda fase. Regna invece l’equilibrio nel gruppo C con la Grecia a punteggio pieno e dietro una gran bagarre con la Bosnia dei “romani” Gordic e Dedovic, decisivi, che si è aggiudicata il derby con il Montenegro di Dasic (20 punti, 16 rimbalzi nel debutto di mercoledì). Nel gruppo D Russia e Slovenia sono davanti a tutti.

mercoledì 31 agosto 2011

Eurobasket, troppa Serbia per l'Italia

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=161456&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - Esordio tra luci e ombre per la nazionale di Pianigiani che si arrende, 80-68, alla solidissima Serbia nella prima sfida degli Europei. Gli azzurri provano a sorprendere la corazzata slava con una partenza sprint senza timori reverenziali, ma alla distanza esce fuori lo strapotere fisico e la maggiore qualità degli avversari.

La squadra allenata dal santone Ivkovic indirizza la partita con due parziali devastanti: 11-2 nel secondo periodo e 17-3 in quello conclusivo. L’Italia non si scompone anche sul -18 e ha il merito di restare sempre con la testa sul campo. Pianigiani ha tentato di mischiare le carte con molta difesa a zona, ma la circolazione di palla con cui i serbi la eludono è da manuale della pallacanestro. Il play Milos Teodosic (15 punti, 8 assist), dopo aver sofferto in avvio la pressione di Hackett, ha dominato la gara con letture ed esecuzioni perfette di tutte le situazioni di gioco. Sono stati decisivi anche il lungo uscito dalla panchina Macvan (14 punti, 6/7 da2) e l’eterno bambino Tepic (15 punti, 7/12 al tiro).

Danilo Gallinari (15 punti, 6/8 da2) è stato il migliore della formazione italiana specialmente nel primo tempo. Bargnani (8/15 da 2, 9 rimbalzi) ha pagato in difesa la mobilità dei lunghi serbi senza avere il ritmo giusto attacco. In ombra Belinelli (9 punti, 1/7 da 3), troppe forzature per lui, e Mancinelli spentosi presto. In regia Hackett ha dato energia, mentre Maestranzi ha rincorso senza costrutto le geometrie di Teodosic. Da rivedere il tiro dalla lunga distanza (2/17), mentre a rimbalzo si è lottato bene (38-33).

L’Italia non si è passata abbastanza la palla (22 assist a 8), come spesso invece richiesto dal ct. Ora non c'è tempo per i cattivi pensieri: domani alle 20 c'è la Germania di Nowitzki. Occorre conservare le cose positive dell’esordio più difficile e ricordare che solo dodici mesi fa, mentre la Serbia lottava per una medaglia mondiale, la nazionale cercava la qualificazione a Eurobasket.

La partita. Alla palla a due Pianigiani lascia fuori Bargnani con Cusin in quintetto base e Hackett in cabina di regia a montare la guardia su Teodosic . Sul perimetro conferma il trio Belinelli-Gallinari-Mancinelli. Ivkovic va sul sicuro con Teodosic, Tepic, Kesely, Savanovic e Krstic. L’impatto dell’Italia con gli Europei è ottimo: funzionano bene i tempi della difesa e trova punti in transizione, 0-7 al 3’. La Serbia ha le mani gelide, 0/8 al tiro, ma si accende con due jolly dalla lunga distanza di Tepic e Teodosic, 6-9 al 5’. Il conto delle palle perse dai serbi sale a 5 e Gallinari (8 punti) vola in contropiede, 10-18 al 10’. Ivkovic toglie uno statico Krstic e vara per il secondo periodo un quintetto pesante con i giganti Macvan-Perovic. Gli azzurri perdono fluidità in attacco e i due lunghi banchettano nell’area colorata: in quattro minuti piazzano il primo break pesantissimo di giornata, 11-2, per il sorpasso 23-22 al 15’.

La retina dalla lunga distanza è un miraggio (11 errori consecutivi), ma Belinelli e compagni limitano i danni anche con l’energia di Cusin, 35-29 al 20’. Al rientro dall’intervallo lungo l’Italia sbanda paurosamente: perde aggressività in difesa e fiducia in attacco. La Serbia mette le mani sulla partita con un parziale di 17-3, 52-34 al 25’. Pianigiani spende due time-out per scuotere i suoi e funziona. Bargnani (13 punti) cerca ossigeno, la zona produce qualche effetto temporaneo e finalmente si riprende a correre, 57-53 al 30’. Nel momento chiave sale in cattedra il professor Teodosic (7 assist): il play di Valjevo fa circolare la palla in maniera divina, innesca tiratori micidiali come Kesely e si mette in proprio. La sua tripla del 71-55 al 34’ fa partire con largo anticipo i titoli di coda. Alla fine si gioca solo per i tabellini e il Mago (23 punti) amplia il bottino.

Nelle altre partite del raggruppamento italiano la Germania di Nowitzki (25 punti, 3 rimbalzi) travolge, 91-64, Israele e avverte l'Italia diretta concorrente per l'accesso alla seconda fase. Gli israeliani crollano nel terzo periodo sotto i colpi della stella di Dallas e del centro Kaman (18 punti, 10 rimbalzi). Nell'altra sfida la Francia soffre più del previsto contro una Lettonia volitiva e si aggrappa ai numeri di Toni Parker (31 punti) per condurre in porto il successo, 89-78.

Eurobasket, l'Italia ci prova con i Big-Three

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di Gabriele Santoro

ROMA – Domenica mattina l’Italbasket ha chiuso la valigia ed è decollata destinazione Lituania con un sogno e un obiettivo concreto: riscoprirsi grande tra i giganti della pallacanestro europea e avvicinare Londra 2012. La nazionale guidata da Simone Pianigiani, dopo estati di purgatorio cestistico, oggi alle 14.15 tornerà a calcare il palcoscenico che le spetta con il debutto a Eurobasket 2011 contro la temibile Serbia di Milos Teodosic e Nenad Krstic. L’entusiasmo, il talento e la faccia tosta di un gruppo giovane sono gli ingredienti principali dell’Italia che non ha più tempo per pensare: l’aspettano cinque partite in sei giorni nel girone più duro per conquistarsi un destino di prestigio. Nel 2007 chiuse la rassegna iridata con un mesto nono posto. Nel 2009 non si qualificò per la prima volta nella sua storia. Oggi si respira un’aria di riscatto con il pensiero che vola ai giorni dorati di Atene 2004, l’ultima magnifica impresa.

Questa edizione dei campionati Europei (31 agosto-18 settembre), ricca di protagonisti del mondo Nba, ha una favorita d’obbligo: la Spagna di Pau Gasol e del ct italiano Sergio Scariolo. La “cantera” catalana incanta anche sul parquet con il suo bagaglio infinito di talento: a luglio la selezione iberica under 20 ha dominato il torneo di categoria. Alle spalle freme la Lituania, tutt’altro che brillante in fase di preparazione ma forte del sostegno di un paese innamorato di questo sport, dello zar Jasikevicius e del gigante del futuro Valanciunas. La Turchia sembra appagata dall’argento mondiale 2010. La Francia di Joachim Noah e Tony Parker sulla carta è da medaglia, ma i galletti spesso hanno tradito le attese. Non c’è più la Yugo dei Bodiroga e Danilovic, tantomeno quella dei Divac e Petrovic. Delle sei repubbliche sorte dalla polverizzazione dei Balcani le uniche a nutrire ambizioni sono la Serbia rodata del santone Ivkovic e la Slovenia di Erazem Lorbek. Attenzione a Russia e Grecia inserite nei due gironi più abbordabili. Le due finaliste ottengono subito il pass per le Olimpiadi, le qualificate dal terzo al sesto posto tengono aperta la porta per Londra con il torneo preolimpico.

Lituania, terra di basket. A Vilnius la leggenda lituana Arvydas Sabonis ha aperto ufficialmente la manifestazione con il classico taglio di nastro e una marea umana di 55mila persone che ha palleggiato all’unisono in tutto il Paese. La Lituania con i suoi appena tre milioni di abitanti ha un bacino incredibile di appassionati e una scuola cestistica che sforna talenti in quantità industriale. Il paese baltico, entrato nel 2004 nell’Ue, vuole dimostrare di essere all’altezza della sfida organizzativa e mostrare al mondo l’amore per il gioco.

L’Italia non è solo i Big-Three. Bargnani, Belinelli, Gallinari e poi? Gli occhi sono tutti puntati sui tre alfieri azzurri in Nba, ma non basta. Il “Gallo” è la novità rispetto al passato recente. L’ala milanese non solo eleva il tasso qualitativo, ma garantisce moltissime soluzioni a Pianigiani: da rimbalzo difensivo grazie all’esplosività fisica può accendere il contropiede in cui l’Italia si esprime al meglio, può ricevere palla spalle a canestro, guadagna tanti tiri liberi oltre alle soluzioni dalla lunga distanza. Con lui in campo c’è più fluidità offensiva e si soffre meno a rimbalzo. Il “Mago” è la nostra macchina da canestri dentro e fuori l’area colorata e l’unico lungo di stazza in una selezione di giocatori con taglia bassa rispetto alla concorrenza. Inoltre dovrà essere preservato nella gestione dei falli. Il “Beli” senza troppi palleggi e soluzioni individuali forzate è l’uomo che può risolvere la partita in qualsiasi momento. Una chiave di questa nazionale è Mancinelli. Il “Mancio” un lungo atipico, favoloso collante con le sue doti di passatore. I gradi del play titolare sono stati assegnati al paisà Maestranzi. Dalla panchina può uscire l’energia di Hackett e Datome, l’esperienza dei pretoriani Carraretto e Mordente, l’impegno di Cusin.

L’idea alla base del gioco azzurro è quella di difendere forte, correre per innescare il talento offensivo dei suoi Nba e sopperire al deficit di centimetri con il contributo di tutti a rimbalzo. Ma in sfide così ravvicinate più che la qualità di un pick and roll vince lo spirito di squadra, quella voglia di non chinarsi anche di fronte a un avversario più forte. L’Italia, come ripete spesso Pianigiani, ha poca esperienza ma tanta fame di riprendersi il terreno perduto. Nel girone di Siauliai se Francia e Serbia sembrano poter ipotecare il passaggio del turno, c’è molto equilibrio con la Germania di Nowitzki, la Lettonia e Israele che ha perso la stella Casspi. L'esordio con i serbi, che sono un mix interessante di talento navigato, può regalare sorprese. La sensazione è che gli azzurri possano vincere, ma anche perdere, con tutti. Ora la parola passa ai legni della Siauliu Arena, bella struttura con cinquemila posti a sedere che ospiterà la prima fase degli azzurri. Siauliai è la quarta città più popolosa della Lituania con oltre centotrentamila abitanti. Robert Javtokas e Minda Zukauskas (ex Siena e Pesaro) i due cestisti più famosi.

Quante stelle Nba. Forse complice l’ombra sempre più ingombrante della serrata i giocatori europei che militano nella lega statunitense hanno fatto l’impossibile per essere in Lituania con le rispettive nazionali. Nowitzki, i fratelli Gasol, Parker, Turkoglu, oltre ai nostri, sono pronti a infiammare la competizione che per venti giorni attirerà l’attenzione di tutto il pianeta della palla a spicchi.

martedì 28 giugno 2011

Italbasket, torna Gallinari nella nazionale che punta agli Europei

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di Gabriele Santoro

ROMA - L’Europa del basket che conta torna a tingersi d’azzurro. Dopo aver trascorso le ultime quattro estati nei bassifondi continentali tra tornei di qualificazione estenuanti e improduttivi l’Italbasket all’americana apre ufficialmente la caccia a una medaglia al prossimo campionato Europeo dal 31 agosto in Lituania. Il ct Simone Pianigiani, che con la sua Siena nel Bel Paese non conosce ostacoli (cinque scudetti consecutivi, 92% di vittorie), ha ufficializzato a Rimini dove si terrà un torneo (12-14 agosto con Bosnia, Polonia e Grecia) di preparazione la lista dei convocati che dal 18 luglio si raduneranno a Bormio. Gli azzurri inseriti nel gruppo B si confronteranno subito con squadre competitive come la Serbia di Teodosic e Krstic, la Germania che aspetta il sì di uno sfinito Nowitzki, la Francia formato Nba da Tony Parker a Joachim Noah, l’esperta Israele e la meteora Lettonia. Sarà un Europeo dall'alto tasso tecnico arricchito di stelle che ormai dominano anche oltre oceano.

L’Italia, che necessita delle quote stabilite a tavolino per vedere nel proprio campionato giocatori italiani, prima della storica mancata qualificazione a Eurobasket 2009 non era andata oltre il nono posto nel 2005 e nel 2007. L’argento olimpico conquistato ad Atene 2004 da un gruppo straordinario, con le triple ignoranti di Gianluca Basile e la regia pazza di Gianmarco Pozzecco con in panchina Recalcati, chiuse un’epoca dorata aperta dalla nazionale di Ettore Messina vice campione d’Europa a Barcellona ’97. Poi un vuoto generazionale di un movimento che fatica a produrre nuovi talenti. Oggi l’ambizione di vertice è rinnovata dalla presenza dei Big-Three, Bargnani-Belinelli-Gallinari, alfieri azzurri in Nba e dal metodo di lavoro certosino di Pianigiani che è alla base dei successi della Montepaschi.

La novità principale nelle convocazioni diramate dal coach senese riguarda proprio il rientro di Danilo Gallinari. Il “Gallo”, una volta messi alle spalle i problemi fisici che l’hanno costretto a dare forfait in precedenza, garantisce un salto di qualità fondamentale aumentando esponenzialmente la pericolosità offensiva. In cabina di regia la concorrenza è affollata con Vitali, Maestranzi, Poeta e Giachetti a contendersi due maglie. Il reparto guardie-ali è il più competitivo: Marco Belinelli, reduce dalla migliore annata Nba con gli Hornets, è in ottima compagnia con i veterani Mordente, Carraretto e la coppia Datome-Mancinelli che assicura punti, atletismo ed energia. Le note dolenti arrivano sotto canestro: oltre alla certezza Andrea Bargnani, autentico trascinatore degli azzurri la scorsa estate, ci sono solo incognite. I pivot Andrea Crosariol e Marco Cusin sono reduci da un’annata incolore, così come il romano Angelo Gigli che si integra a perfezione con il “Mago” ma ha saltato tutta la stagione a causa di troppi infortuni. A completare il gruppo ci sono Cavaliero, il lungo Renzi sorpresa della Legadue e conteso sul mercato, il duetto Hackett-Cinciarini che potrebbe stravolgere le gerarchie nel ruolo di play.

Un’Italia di cui andare orgogliosi. «Siamo una Nazionale atipica con poca taglia fisica - ha spiegato Simone Pianigiani - e cercheremo di trasformare la nostra atipicità in un punto di forza. Durante il periodo di preparazione l’obiettivo sarà ricercare un linguaggio tecnico comune: all’Eurobasket con cinque partite in sei giorni non c’è tempo di pensare. Vogliamo proseguire sulla strada intrapresa lo scorso anno e rendere orgogliosi gli appassionati per come stiamo in campo con la faccia giusta in ogni appuntamento. L’Europeo è come un terno a lotto, ma ci sono l’entusiasmo e i presupposti per farci trovare pronti. Ripartiamo dal gruppo dell'anno scorso. Abbiamo lasciato a disposizione della Nazionale Under 20 alcuni giovani interessanti come Gentile, Moraschini, Melli, perché pensiamo che quella Nazionale possa ottenere un buon risultato.» Il presidente federale Dino Meneghin è sulla stessa lunghezza d’onda: «Parte una nuova stagione per la Nazionale e la voglia di fare è grande. Siamo consapevoli delle difficoltà del campionato Europeo, rispettiamo tutti, ma non abbiamo paura di nessuno. Vedo una grande disponibilità e un attaccamento notevole alla maglia azzurra che dà una spinta notevole.»

lunedì 18 aprile 2011

Beatrice Ion, dalla poliomelite allo scudetto con il Santa Lucia

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=146236&sez=HOME_PERSONE

di Gabriele Santoro

ROMA – La storia della tredicenne Beatrice Ion racconta di una Roma capace di accogliere, integrare e arricchirsi dell’energia vitale di una generazione di futuri italiani. “Bea” è una ragazza speciale: la poliomelite che la costringe a muoversi con una carrozzina non ha spento i suoi sogni. Il 3 aprile ha vinto con la propria squadra, il Santa Lucia minibasket, lo scudetto nazionale e lei, romena di nascita, ha festeggiato cantando insieme a tutti i compagni “Fratelli d’Italia”.

La baby campionessa ti incalza con un sorriso e ti spiega la propria straripante voglia di vivere in un italiano piacevole per varietà e ricchezza lessicale. «In realtà è difficile esternare le sensazioni di una vittoria così unica - sottolinea Beatrice - dopo diversi giorni ancora non ho realizzato l’impresa, però occupa un posto preciso quello dell’anima. La notte della finale non ho dormito e ho pianto per la gioia. Il giorno seguente sono andata a scuola con la medaglia e l’ho mostrata a tutti!» “Bea”, come qualsiasi vero atleta, vuole alzare sempre l’asticella delle sfide, «perché vincere o perdere da più gusto con avversari competitivi». Gli allenatori, Djodji Ntendarere e Carlo Di Giusto, scommettono quotidianamente nello sviluppo del suo talento e della consapevolezza del corpo.

La vita italiana di Beatrice è iniziata nel febbraio del 2004 con un viaggio della speranza dalla cittadina danubiana Orşova destinazione Roma. All’età di tre mesi una reazione al vaccino anti-polio ha scatenato la malattia diagnosticata solo sei anni più tardi all’arrivo in Italia. «La ragione principale che ci ha spinto a lasciare casa - spiega Giorgia, la mamma trentaduenne - è stata curare nostra figlia. In Romania non avevamo neanche la sedia a rotelle e la portavo in giro con il passeggino. La prima tappa romana è stata il Pronto Soccorso del “Bambin Gesù”. Lì abbiamo avuto la diagnosi e ottenuto grazie all’interesse di un dottore la carrozzina tramite la Caritas».

Dopo un periodo di andate e ritorni dalla Romania per la scadenza trimestrale dei permessi di soggiorno, decaduti in seguito all’ingresso del Paese nell’Ue, è cominciato il percorso di integrazione della famiglia. Oggi i coniugi Ion hanno un regolare contratto di lavoro, rispettivamente come operaio edile e come colf, e cercano di far quadrare i conti tra affitto, bollette e assicurazione della macchina godendosi la nuova esistenza di Beatrice. «Stiamo costruendo il nostro futuro qui - prosegue Giorgia - a Roma abbiamo incontrato tanta gente disposta ad aiutarci come la signora Liliana con la quale siamo riusciti a entrare in contatto con il Santa Lucia, dove dal luglio 2007 “Bea” ha iniziato a fare fisioterapia e piscina. Barbara, la fisioterapista, testando la sua grande forza fisica e mobilità le ha proposto di provare con la squadra di minibasket in carrozzina interna all’ospedale ed è scoccata subito la scintilla: non salta mai un allenamento e vuole arrivare sempre in anticipo. In due anni ha fatto moltissimi miglioramenti scoprendo una vera passione».

Lo sport ha aumentato l’autonomia di Beatrice a cui non manca certo lo spirito d’iniziativa. Quando i genitori sono fuori per lavoro si cucina da sola, accudisce un simpatico esemplare di “beagle”, ascolta tantissima musica ed è pazza per la popstar dei teenager Justin Bieber ed esce con gli amici. Ha imparato l’italiano nei primi anni romani attraverso la televisione e a scuola se la cava bene. Ma il suo sogno è a canestro. «La prima volta in palestra è stata quasi per caso - conclude l’aspirante cestista - ma mi ha conquistato subito. Il basket mi ha reso felice, indipendente girando l’Italia per le trasferte e riempito di amici. Vorrei diventare una giocatrice professionista. Roma? Ormai è casa mia. Amo le sue gelaterie, le sue pizzerie e l’arte che si ammira ovunque. Non mi piacciono i marciapiedi e i mezzi di trasporto, autobus e metro, spesso inaccessibili per le persone in carrozzina». Forse un giorno, una volta ottenuta la cittadinanza, ci sarà una maglia azzurra anche per “Bea”.

giovedì 24 marzo 2011

Il ritiro di Carlton Myers

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di Gabriele Santoro


ROMA – Il 30 marzo, giorno del suo quarantesimo compleanno, Carlton Myers annuncerà ufficialmente a San Patrignano, dove in autunno si è allenato con la squadra locale, l’addio alla pallacanestro professionistica. Si ammaina così l’ultima bandiera di una stagione dorata per il basket italiano. «E così hai scelto il basket, peccato suonavi bene il flauto, avevi talento». La storia di Myers è quella di un flautista mancato, come raccontava papà Carlton sr, ed è stato un bene per tutto lo sport italiano. Un campione del parquet, ma capace di catturare l’attenzione anche fuori con la sua posa da attore e il forte impegno contro il razzismo, lui nato a Londra da padre caraibico e madre romagnola.

Quello che manca al basket di oggi che ha dovuto attendere il ritorno del settantacinquenne Peterson per ritrovare le prime pagine dei giornali. Nel 2000 come portabandiera italiano all'Olimpiade di Sidney ha incarnato l’idea di un’Italia senza più pregiudizi e aperta all’integrazione. Myers si era dato il mese di gennaio come data limite per provare a rientrare in campo, ma per un professionista esigente e perfezionista come lui avrebbe dovuto trovare gli stimoli e provare tutte le sensazioni giuste. Oggi cresce i due figli Joel e Nigel e segue con interesse, probabilmente come futuro procuratore sportivo, i giovani talenti emergenti del basket continentale come ha dimostrato la sua presenza al Torneo Città di Roma.

I numeri. Nella splendida carriera di Myers in molti hanno ripetuto il ritornello «ha vinto poco, rispetto al suo talento». Forse è vero, ma un campione capace di realizzare 12.106 punti, terzo marcatore di ogni epoca in Italia, non si valuta solo dai trofei. La bacheca personale del campione è riempita da uno scudetto (2000), una Coppa Italia (1998) e una Supercoppa Italiana (1998) con l’amata Fortitudo Bologna. In nazionale brilla l’oro europeo conquistato a Parigi nel 1999 con Boscia Tanjevic in panchina. Resta indelebile poi il record di punti realizzati, 87, in una gara di A2 il 26 gennaio ’95 con la maglia di Rimini contro Udine. In Italia Myers ha vestito le maglie di Rimini, Pesaro, Roma e Siena con una parentesi spagnola a Valladolid.

Parlare del Myers giocatore è fin troppo semplice.
Un atleta totale, in grado anche di piegare e bene le gambe in difesa, con un bagaglio tecnico offensivo stracolmo a partire dal marchio brevettato dell’immarcabile ed elegante arresto e tiro in sospensione. Per gli amanti della pallacanestro restano indimenticabili i derby infiniti nel massimo splendore di basket city, Bologna, contro la Virtus di Sasha Danilovic. L’amore della Fossa dei Leoni, curva storica della Fortitudo, saldato con la vittoria dello scudetto al termine della finale scudetto contro la Benetton Treviso di Tyus Edney. Nel 2001 lo sbarco a Roma con l’inizio dell’epoca Toti. Tre anni vissuti intensamente nella Capitale in cui ha offerto il meglio del proprio repertorio (miglior marcatore italiano per due stagioni) prima di un addio discusso direzione Siena. L’istantanea più bella della parentesi romana di Myers è gara 4 (92-105) dei quarti di finale del 2003 contro la Pompea Napoli, in cui in un delirio di onnipotenza cestistica piazzò 40 punti in 28’ (4/5 da2, 8/12 da3, 8/8 ai liberi, 6 recuperi). Ora che la palla ha smesso di rimbalzare e la retina di gonfiarsi non resta che affidarsi ai dvd per spiegare ai più giovani chi era quel fenomeno con la canotta numero dieci.