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mercoledì 7 novembre 2018

ll Nobel Le Clézio sotto il cielo di Seul: «La narrazione è una via di fuga»


Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 28

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«Senza carta, penna e inchiostro, ho disegnato e scritto le mie prime parole sulle tessere del razionamento del cibo, usando la matita rossa e blu di un falegname. E mi è rimasto un certo gusto per i supporti ruvidi e per le matite semplici», racconta Jean-Marie-Gustave Le Clézio, classe 1940, insignito nel 2008 del Premio Nobel per la letteratura, che non ha perso il senso del viaggio e della scrittura.

Il suo romanzo più recente, appena tradotto e pubblicato in Italia da La nave di Teseo, porta il lettore in Corea del Sud, alla scoperta di Seul, posando sulla città icona della mondializzazione lo sguardo straniero di una donna giovane e tenace, che approda dalla campagna. Bitna, sotto il cielo di Seul (traduzione di Anna Maria Lorusso, 155 pagine, 18 euro) è la storia della ricerca della libertà di una studentessa povera, che però conosce il potere della parola e intravede quello della letteratura.

Bitna ama leggere e in una libreria di Seul trova un annuncio di lavoro, che le consente di affittare una piccola stanza in periferia e di mantenersi durante gli studi. Salomé, un’anziana signora, cerca qualcuno che le faccia compagnia, narrando storie, e svela il talento di Bitna. In questo romanzo c’è traccia «dell’autore di nuove partenze, avventure poetiche ed estasi sensuali, indagatore di un’umanità che va al di là e nel profondo della cultura dominante», riprendendo le motivazioni dell’assegnazione del Nobel.

Le Clézio, c’è un tratto autobiografico nella figura di Bitna?
«In qualche modo è un prolungamento della mia personalità. Ho voluto creare un personaggio che mi assomigliasse, nonostante le differenze di genere e d’età. Salomé esprime il desiderio di fuggire dall’immobilità mediante l’ascolto della parola. Mia nonna materna era una narratrice straordinaria, che riservava lunghe ore pomeridiane al racconto di storie con una notevole forza evocativa. Leggevo i suoi dizionari e la ascoltavo per vagabondare e sognare. Bitna potrebbe diventare una scrittrice».

A Seul vivono oltre dieci milioni di persone e, considerando l’intero agglomerato periferico, il numero raddoppia. Che cosa significa abitare la città?
«La verità è che non abbiamo trovato ancora alcuna soluzione all’atomizzazione dei legami urbani. Bitna sostiene che la città è così estesa e popolata che si potrebbe camminare un milione di giorni senza incontrare due volte la stessa persona. Ogni giorno Seul si allarga. Si tratta di un flusso inarrestabile. È una città evidentemente cosmopolita e multiculturale in cui s’intrecciano moltissime lingue».

La lotta di Bitna per emergere nella società sudcoreana è aspra.
«Ho trascorso circa quattro anni a Seul, insegnando presso l’università femminile di Ewha, che è un vero vivaio di talenti e d’immaginazione. Le giovani ragazze coreane sono portate per le arti e alimentano la nuova cultura coreana, molto più di quanto non facciano gli uomini. Han Kang, vincitrice due anni fa del Man Booker Prize, è nota quasi ovunque nel mondo, ma non è sola. Nel panorama letterario sudcoreano spiccano le donne. Le scrittrici hanno lottato per imporsi, perché la società coreana è molto maschilista e non lo accettava facilmente. Seul è una città in cui si lotta ed è fertile per la letteratura».

Perché?
«Un elemento è stato la distruzione della città durante la Seconda Guerra mondiale. Seul è stata rasa al suolo, come Colonia in Germania, e tutto è stato ricostruito. Con l’immaginazione le donne hanno saputo andare oltre la disperazione provocata da tale annientamento».

Quale impatto continua ad avere la demarcazione, che separa le due Coree dal 1953?
«C’è il desiderio di varcarla. ”Un giorno attraverseremo il fiume, passeremo le montagne e saremo di nuovo casa”, canta la madre di Cho, raffigurato da Bitna. E al contempo il peso della frontiera, per quanto sia invisibile, non si cancella facilmente. È un’angoscia latente, che aleggia sulla città e influisce soprattutto sui giovani veramente sensibili al tema. Ogni volta che qualcuno tossisce in Corea del Nord, al Sud le persone tirano fuori le maschere e sono pronte a ripararsi».

Nel romanzo affiora la solitudine in una capitale ipertecnologica. A Seul c’è spazio per chi resta indietro?
«Sì, è vero. Occorre raccontare anche la solitudine degli esclusi dall’imponente sviluppo sudcoreano. Nella filosofia di vita coreana, che proviene dal Confucianesimo, la dignità è un elemento fondamentale».

Nel discorso di accettazione del Premio Nobel, perché ha scritto che la letteratura è ancora più necessaria rispetto ai tempi di Byron e Hugo?
«Era utile anche all’epoca di Byron, ma si rivolgeva a un’élite. La letteratura deve trovare nuovi lettori ed entrare nel paesaggio di chi non legge mai. E si può realizzare, facendo sapere che dentro i libri ci sono anche le loro vite da andare a cercare».

L’arte del viaggio è stata fondamentale nella sua formazione. Oggi che cosa rappresenta?
«Sono nato nomade. Dopo aver trascorso del tempo in un luogo, sento il bisogno di andarmene, di respirare e di guardare altri paesaggi. Scrivo per viaggiare. Ho amato vivere in Africa, quando ero bambino, e forse non l’ho mai abbandonata. Ho trascorso la mia infanzia immaginando sempre di andare altrove. Da utopista, in possesso di un passaporto francese, non smetto di sognare il tramonto della frontiera».

Che effetto le fa la marcia dei migranti?
«Non vedo la novità. Da sempre le persone cercano di fuggire dai paesi poveri in cui c’è una violenza istituzionalizzata e la politica è repressiva. Nel continente americano ma non solo è una costante. E mi permetto di aggiungere una questione».

Quale?
«Nonostante le teorie sul mondo interconnesso essere nati con il passaporto sbagliato è ancora una disdetta. Il tema è la cittadinanza e che cosa stia diventando. Avverto come una profonda ingiustizia, testimone della nostra epoca, il divario di valore tra il mio passaporto di Mauritius e quello francese».

domenica 2 settembre 2018

Ben Jelloun: «L'odio è cresciuto da quando lo spiegai a mia figlia»

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 19

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Vent’anni fa Françoise Perrot, una delle direttrici delle Éditions du Seuil, propose a Tahar Ben Jelloun, poeta, romanziere e giornalista marocchino che da scrittore ha scelto la lingua francese, di spiegare il razzismo alla figlia Mérième con una conversazione pubblica da divulgare. Lo chiameremo Il razzismo spiegato a mia figlia, gli disse Perrot, e nacque un libro manifesto, che come un classico non è scalfito dal tempo e torna in libreria con la Nave di Teseo in un’edizione aggiornata e ampliata.

Ben Jelloun, perché scrive che il razzismo gode di buona salute?
«Il razzismo è stato banalizzato e sdoganato. Chi odia gli altri non si nasconde più e lo mostra pubblicamente sui social network come allo stadio. Il razzista non ha più paura, nonostante esistano leggi contro l’incitamento all’odio razziale. C’è stata una liberazione della parola razzista anche nel discorso politico internazionale».

Che cosa lega terrorismo e razzismo?
«L’odio, la paura e l’ignoranza. Un terrorista è forzatamente razzista e porta all'estrema conseguenza la logica dell’odio, dando la morte».

In Francia e non solo c'è un pericoloso ritorno dell’antisemitismo.
«L’antisemitismo è sempre esistito, cambiano solo gli interpreti. È evidente che gli attentati in Francia degli ultimi anni avevano gli ebrei come bersaglio. Sono avvenuti episodi terribili come l’assassinio di bambini ebrei davanti alla propria scuola, la defenestrazione di Sarah Halimi o la morte della signora ottantacinquenne Knoll. Molti ebrei hanno paura, ed è grave, e alcuni hanno raggiunto Israele. La questione israelo-palestinese resta il focolaio d’odio decisivo da disinnescare». 

Nella crescente islamofobia c'è la stessa radice razzista?
«L’islamofobia si è estesa contemporaneamente nella società. Il vero attacco dei ministri della paura è alla democrazia, per disarticolare il sistema che abbiamo scelto. L’odio e la paura sono ingredienti molto efficaci per manipolare le persone: con l’Islam funziona molto bene. Ormai nell’ignoranza, mediocrità e menzogna del discorso pubblico sembra impossibile scindere la religione dalla violenza degli jihadisti assassini con l’equivalenza tra terrorismo e islam».

Che cos’era l’immigrazione nel 1971, quando arrivò a Parigi da esule per completare gli studi alla Sorbona?
«Nel 1971 non se ne parlava assolutamente. Gli immigrati erano uomini parcheggiati in città di transito provvisorio, una provvisorietà che è durata decenni. Con lo shock petrolifero del 1973 si è cominciato a parlare degli immigrati arabi. C’era razzismo, ma discreto. Le cose sono cambiate definitivamente nel 1975 con la legalizzazione del ricongiungimento familiare decisa da Giscard D’Estaing». 

L’incapacità dell’Europa nel trovare una politica comune sull’immigrazione rischia davvero di produrre una disgregazione?
«La gestione del fenomeno migratorio rischia davvero di disgregare l’Unione Europea, che ha molti nemici pronti ad approfittare delle sue divisioni, a cominciare da Trump. La rotta del mare si deve chiudere, fermando guerre geopolitiche ed economiche in Africa. Paesi ricchi di risorse come la Nigeria, l’Algeria o il Gabon, sostenuti da una cooperazione internazionale responsabile, devono garantire il futuro dei propri cittadini in difficoltà. Bisogna andare alla fonte del problema».

L’idea del cosmopolitismo sembra indebolita. Lei ci crede?
«Il cosmopolitismo è tra noi; tempo fa ero in un liceo parigino; la classe era formata da tredici diverse nazionalità d’origine. La popolazione europea è sempre più composita. Non è importante quanto ci creda, la società difficilmente tornerà indietro».

A fine mese arriverà in libreria La punizione. Lei racconta l'esperienza del 1965, quando la rinchiusero in un campo di rieducazione dell'esercito marocchino per aver invocato in piazza più democrazia. Ora i giovani sono più liberi?
«Il Marocco è cambiato molto. Dopo l'arrivo di Mohamed VI il paese si è modernizzato e ha conosciuto un processo democratico. Esistono problemi legati alla scuola, alla sanità e alla povertà; ma rispetto all’epoca in cui manifestavo per la democrazia ci sono stati progressi enormi. Oggi il nemico è la corruzione; è un flagello che spinge il paese alla regressione. È difficile frenare la corruzione, che costringe a emigrare».

 «Il mondo arabo non sarà più lo stesso», scriveva nei mesi delle rivolte chiamate “Primavera araba”. Quella tunisina appare l’unica “primavera” sopravvissuta.
«Le conseguenze di quella stagione sono state disastrose soprattutto in Siria. Ma la storia potrebbe non essere chiusa. Sì, solo la Tunisia sembra sulla buona strada, malgrado le minacce dei salafiti. Nel 1844 la Tunisia abolì lo schiavismo. È l’unico paese nel mondo arabo musulmano ad avere una costituzione rivoluzionaria: essa riconosce l’eguaglianza tra uomo e donna; riconosce la libertà di coscienza ed espressione».

Però molti tunisini desiderano partire e partono destinazione Europa.
«Oggi il problema principale è l’economia. Servono investimenti per la ripresa, l’Europa deve fare la propria parte. È un’ipocrisia volere che la Tunisia riesca a essere un esempio nel mondo arabo musulmano senza fare nulla per sostenerla».


venerdì 20 luglio 2018

Per un nuovo Rinascimento. La visione del Nobel Gao Xingjian

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 24

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Gao Xingjian, il primo cinese insignito nel 2000 del Premio Nobel per la letteratura, è tante cose insieme: teorico della letteratura, traduttore, romanziere, poeta, pittore e cineasta; ma soprattutto è un uomo libero. Nato a Ganzhou nel 1940, laureatosi nel 1962 all’Istituto di lingue straniere di Pechino, durante la “Grande rivoluzione culturale” fu spedito per cinque anni in un campo di rieducazione. Scriveva in assoluta solitudine, per non mettere in pericolo testimoni con i suoi “reati” intellettuali, e spesso bruciava i manoscritti, affinché non finissero fra le maglie della censura, che non risparmiò le sue opere teatrali considerate sovversive.

Esule dopo la morte di Mao, Xingjian ha espresso in Francia tutto il proprio talento poliedrico. La montagna dell’anima è forse il suo manifesto letterario e come scrive il critico Liu Zaifu: «Nel mondo artistico di Gao ci si muove in un orizzonte che si estende da miti e leggende dell’antichità a racconti e romanzi d’avanguardia. La Cina dell’autocrazia totalitaria maoista, come pure la società occidentale in declino, sono rappresentate con quell’universalità che trascende i confini fra Oriente e Occidente».

Studioso appassionato della storia del Rinascimento, alla Milanesiana, rassegna ideata da Elisabetta Sgarbi, Xingjian ha toccato i punti focali del libro Per un nuovo Rinascimento (La Nave di Teseo, 173 pagine, 20 euro, traduzione di Simona Gallo), un testo denso e ricco di suggestioni per un futuro che tardiamo a immaginare.


Xingjian, qual è la lezione del Novecento di cui non abbiamo colto il senso?
«Il ventesimo secolo è stato profondamente segnato dalla politica autoritaria e dalle ideologie a essa legate. Mai prima nella storia dell’uomo le ideologie avevano pervaso così tanto la vita, influenzato gli artisti e gli scrittori. E non ne siamo fuori. La letteratura affiliata alla politica, persino subordinata a essa è stata un male endemico del XX secolo: ha esortato alla violenza e alla guerra, costruito eroi e leader da venerare. Dovremmo affrancarci definitivamente da tutti gli – ismi novecenteschi che ancora si aggirano fra noi».

Lei scrive che oggi la letteratura deve trascendere la politica e resistere al mercato.
«È esatto. La vera creazione artistica non ha un posto nella società: è la malattia del nostro tempo. La politica permea ancora troppi aspetti della vita come d’altra parte fa il mercato. La letteratura, acquisendo consapevolezza del reale, deve liberarsene. Solo lei è in grado di rendere manifesto ciò che la politica tace e che l’ideologia non può esprimere, ossia la voce e gli autentici sentimenti dell’uomo. La letteratura è espressione di un’indagine infinita, che ha origine dalla necessità dell’uomo di affermare la sua esistenza».

E il posto dello scrittore?
«Sono finite le proclamazioni della “morte dell’autore”, così come la storia non è finita come qualcuno prediva, però lo scrittore, creatore e innovatore della propria lingua, non può essere un funzionario statale. La società contemporanea non gli riserva una posizione particolare. La sua voce si sente quando entra in una polemica politica o si schiera con un partito. Chi vorrebbe resistere alle pressioni del mercato e salvaguardare la propria autonomia in quale condizione versa?».

Lei fa appello a un un nuovo Rinascimento.
«L’occidentalizzazione mondiale è passata per l’Europa con all’origine il Rinascimento italiano, che ha nutrito la fioritura di questa civilizzazione europea e ha risvegliato il senso del bello, l’umanesimo. Oggi c’è la globalizzazione, che non ha prodotto qualcosa di nuovo, una migliore conoscenza, al contrario ha impoverito lo spirito e generalizzato i problemi. Il mondo ha bisogno di un nuovo Rinascimento, che produca una cultura universale e il riferimento può essere a quello italiano. Senza esserne una copia. Lo scrittore non può cambiare il mondo, ma abbiamo bisogno di una nuova visione. Gli intellettuali dovrebbero affrontare la nostra società caotica ed entrare nella condizione dell’individuo contemporaneo».

Il periodo rinascimentale fu pieno di scoperte rivoluzionarie. Nell’era dell’iperconnessione digitale lei che cosa inventerebbe?
«L’invenzione più importante, il cinema, già esiste. Da giovane studente sognavo di fare il cinema influenzato da Ėjzenštejn, il quale sosteneva che nel momento in cui si prendono due inquadrature diverse e si legano, otteniamo un nuovo senso come intrecciando le parole. Ho realizzato anche il mio sogno cinematografico impossibile, tenendomi distante dai produttori. Sono molte le strade espressive per raggiungere il libero pensiero».

La sua vita è stata caratterizzata dalla ricerca e dalla difesa della libertà. Ricorda quando e come iniziò ad avvertire tale esigenza insopprimibile?
«Negli anni della formazione, la lettura, la musica, il teatro insieme al mio grande interesse per la storia, la filosofia, la civiltà mi hanno nutrito e orientato verso il libero pensiero oltre la dittatura. Le meraviglie del Rinascimento italiano sono un patrimonio culturale umano universale, qualcosa che va al di là del tempo, delle frontiere e che è traducibile in tutte le lingue».

 Qual è lo stato della libertà?
«In questo mondo, la libertà individuale è sempre limitata da circostanze politiche e sociali di ogni sorta, e non diciamo qui dell’oppressione nei regimi totalitari. Questa è la gravosa condizione da cui l’uomo ancora non riesce a riscattarsi. Libertà è anche una ricerca ultima, se non l’unica, dell’uomo».

È una forzatura definirla archeologo della terra d’origine che forse non ha mai lasciato, aprendosi senza nostalgia al mondo?
«L’identità e l’identificazione culturale non sono altro che esigenze politiche degli stati-nazione. La letteratura non ha confini e le opere non necessitano del passaporto. Non esiste uno scrittore, degno di tale nome, che non subisca l’influenza di più di una cultura. Kafka, ceco scriveva in tedesco, l’irlandese Beckett in francese: molti hanno scelto una lingua diversa dalla propria originale, dando vita a una nuova esperienza di scrittura. L’interesse per la mitologia classica mi ha sempre accompagnato; dopo decenni di studi e di riflessioni brandelli inerti di memorie sulla Cina arcaica hanno animato il mio dramma epico dal titolo Cronache del “Classico dei monti e dei mari”. La Cina spirituale è sempre con me».

Che cos’è la creazione in questa stagione della sua vita?
«La scrittura è fatica. Ora mi piace dipingere, sperando di realizzare qualcosa di valore. Posso scrivere ancora le poesie non un romanzo, che richiede un tempo che non è più il mio. Bisogna sapere fermarsi e ascoltare il corpo, anche se lavoro ancora quasi tutti i giorni fino a mezzanotte».

Ci racconta il Premio Nobel?
«È equivalso all’essere travolto da una tempesta. Più di prima sono diventato cittadino di un mondo senza frontiere e senza distinzioni di mestieri; mi hanno definito un artista totale. Ne sono fiero e mi commuove».