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venerdì 7 luglio 2017

La memoria argentina. Un dialogo con Estela de Carlotto


di Gabriele Santoro


Negli anni Settanta Laura, la più grande dei quattro figli di Estela de Carlotto, studiava storia all’Università Nazionale di La Plata, città in cui ancora vive la famiglia. Era un’attivista politica nella Gioventù Universitaria Peronista. Durante la dittatura, come migliaia di studenti del paese, fu sequestrata dalle forze militari e rimase per nove mesi in un campo di concentramento clandestino. Il suo compagno fu ucciso subito, lei era incinta e, dopo aver dato alla luce il suo bambino che le fu immediatamente strappato via, venne assassinata.


Estela de Carlotto

Nel 1980 Estela seppe da sopravvissuti, liberati dai campi illegali di detenzione, che Laura aveva partorito un maschietto e che le era stato concesso di tenerlo fra le braccia solo per poche ore. Per trentasei anni ha cercato il nipote ovunque, in Argentina e oltre confine, fino al 5 agosto del 2014 quando il tempo delle lacrime ha incontrato quello della giustizia. La Banca Nazionale dei Dati Genetici, fondata nel 1987 al fine di poter rintracciare e identificare i nipoti separati dalle famiglie naturali, le ha ridato Guido, la creatura nata dall’amore di Laura: “Ho pianto di gioia, ho abbracciato i miei figli, nipoti, la mia famiglia e le mie compagne. Mi ha illuminato la vita. Abbiamo un bellissimo rapporto. È un musicista e una persona fantastica.”

Dal giorno del sequestro della figlia, il 26 novembre del 1978, a oggi Estela è sempre stata in prima fila, figura preponderante dell’Associazione Abuelas de Plaza de Mayo, un’organizzazione unica al mondo per almeno due ragioni: l’incessante ricerca di tutti i bambini sottratti in quel periodo nefasto, restituendo la vera identità a 122 nati nelle stanze dei burocrati del dolore, dell’orrore, e la costruzione di un processo storico di verità, memoria e giustizia che non ha eguali.

A maggio in Argentina si è assistito a un’imponente mobilitazione popolare anche nelle piazze contro una sentenza della Corte Suprema che aprirebbe le porte all’impunità per tutti gli assassini condannati, i quali potrebbero chiedere la riduzione della pena che la Corte ha già concesso a Luis Muiño. Nei giorni delle proteste a Buenos Aires c’era anche il Presidente della Repubblica Mattarella, il quale ha reso omaggio ai desaparecidos con il rituale lancio di fiori sulle acque del Rio de La Plata. Vera Vigevani Jarach, madre di Franca Jarach che, appena diciottenne, fu una fra le trentamila vittime desaparecidas della dittatura civico-militare argentina, gli ha consegnato una lettera nella quale si legge:

“Oggi, e dopo 40 anni di pacifico ma perseverante impegno, noi, Madri e Nonne della Plaza de Mayo, i familiari dei desaparecidos e tutti gli altri organismi che per i diritti umani da sempre hanno lottato, abbiamo finalmente avuto in parte giustizia con i processi e le condanne per i colpevoli di questi crimini contro l’umanità.

Oggi, però, siamo molto tristi e preoccupati per una decisione della Corte Suprema che permetterebbe a questi criminali di beneficiare di una forte riduzione delle pene, cosa che ci porterebbe al rischio di incontrarli per strada. Loro, i torturatori, gli assassini dei nostri figli.

Tutto questo non rappresenta solo una marcia indietro verso l’impunità, non solo un colpo tremendo per tutta la società argentina, ma, trattandosi di crimini contro l’umanità, è un’offesa e una minaccia per tutto il mondo».

La sentenza, definita “del 2×1” – che dopo la reazione anche del legislatore non dovrebbe avere gli effetti temuti – si inserisce in un contesto critico emerso fin dal successo elettorale del Presidente Mauricio Macri. Dalle dichiarazioni ad alcuni provvedimenti è stato da subito percepito in modo particolare l’indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia.

“Il governo di Macri ha condotto battaglie concrete per lo svuotamento o la paralisi di organi dedicati alla ricerca di crimini contro l’umanità, ma ha anche compiuto gesti che mirano a una regressione nella battaglia culturale per la memoria” dice Estela de Carlotto. “Alcuni ministri negano che i desaparecidos siano stati trentamila, vari funzionari si mostrano vicini a familiari di condannati per delitti di lesa umanità, lasciando intendere che si tratta di vittime della “sovversione”, come se in Argentina ci fosse stata una guerra civile invece del terrorismo di Stato. Tali gesti danno la possibilità a chi nega che in Argentina ci fu un genocidio di riproporre la teoria dei due demoni, teoria che la giustizia argentina ha demolito mediante numerosi processi in tutto il Paese e nel resto del mondo.”

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mercoledì 12 ottobre 2016

Vera e Franca viva per sempre

http://www.minimaetmoralia.it/wp/vera-e-franca/

di Gabriele Santoro

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Franca Jarach

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Il murale con Franca, al suo fianco Vera Vigevani

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?
«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?
«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?
«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?
«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?
«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?
«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?
«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».
«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?
«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

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sabato 25 giugno 2016

Desaparecidos: quello che cambia con il nuovo governo argentino


di Gabriele Santoro

Preoccupazione è la parola che ricorre fra le associazioni per i diritti umani, con in testa Estela de Carlotto e le Abuelas de Plaza de Mayo, per il nuovo corso dell’Argentina del presidente Mauricio Macri, paventando in modo particolare l’indebolimento del sostegno politico al processo di memoria, verdad y justicia. In un clima generale tutt’altro che disteso, la scorsa settimana a Buenos Aires la presentazione di tre libri, che ripercorrono la storia delle Abuelas, è saltata a causa di un allarme bomba all’ex Escuela De Mecanica de la Armada, oggi Espacio para la Memoria, Promoción y Defensa de los Derechos Humanos.


C’è una statistica che raffigura il percorso compiuto nell’ultimo decennio dall’Argentina per assicurare alla giustizia i criminali resesi responsabili di delitti durante la dittatura. Dal 1988 al 2005, dunque a trent’anni dal colpo di Stato, le condanne per crimini contro l’umanità, e altre fattispecie di reato, erano appena ventitré. Dal 2006 a oggi, a dieci anni dalla caduta delle leggi per l’impunità e dalla riapertura dei processi, quel numero è salito a 669 condannati e 62 assolti in seguito a 162 sentenze, la più recente delle quali nell’interessantissimo Dossier de sentencias pronunciadas en juicios de lesa humanidad en Argentina risale al 4 maggio a Rosario. Il 14 maggio del 1983 i militanti peronisti Eduardo Pereyra Rossi e Osvaldo Cambiasso furono sequestrati da militari in borghese presso il Bar Magnun, per poi essere torturati con l’elettricità in un capannone industriale. Successivamente li assassinarono, simulando uno scontro a fuoco. I loro corpi sono riemersi da una fossa comune. Per il duplice delitto il tribunale di Rosario ha condannato due poliziotti e altrettanti militari, assolvendone sei.

Sempre nel mese di maggio al Tribunal Oral en lo Criminal Federal n°1 di Buenos Aires è arrivato a destinazione dopo tre anni e sei mesi un processo chiave, storico. Sono state emesse condanne tra gli 8 e i 25 anni di reclusione per 15 dei 17 imputati. Reynaldo Bignone, il capo dell’ultima giunta militare argentina, è fra i condannati per l’Operacion Condor, l’associazione illecita transnazionale, riconosciuta dalla sentenza, dedita all’interscambio di informazioni d’intelligence, persecuzione, sequestro, tortura, omicidio e/o sparizione di dissidenti politici nel Cono Sur.

Parliamo della fragile costruzione teorica della dottrina della Sicurezza Nazionale, basata sulla dedizione completa, indiscutibile del cittadino alla nazione per il raggiungimento delle mete prefisse da potentissime strutture economiche e politiche contrarie agli interessi della grande maggioranza dell’umanità, ai principi di rispetto della dignità umana e dunque alimentate dalla strategia del terrore che superò i confini di un singolo paese per propagarsi come una malattia sociale.

Per comprendere la discrepanza statistica che intercorre tra il periodo 1988-2005 e il decennio 2006-2016, tornano utili le parole in un libro intervista (Editori riuniti/1988) dell’ex presidente Raúl Alfonsín, candidato radicale eletto nel 1983 al ripristino del sistema democratico. Alfonsín, il padre della Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas che mandò a giudizio le Giunte militari, rilevando l’intima ripugnanza di vasti settori militari a svolgere una funzione subordinata al potere civile, spiega la genesi della Ley de Punto Final e del principio dell’obbedienza dovuta, che circoscriveva ai vertici delle forze armate tutta la responsabilità per le violazioni dei diritti umani. Nell’intenzione del legislatore questi leggi non avrebbero costituito un oblio ma la distinzione dell’autonomia decisionale dei militari.

Insomma occorreva dare una risposta politica ai processi, agire con maggiore prudenza per non mettere a rischio la democrazia a fronte dei focolai rivoltosi dei militari, che opponevano il proprio diniego alle citazioni giudiziarie.

«A metà marzo 1987 sono giunto alla conclusione che era necessario prendere misure drastiche perché a quel punto era prevedibile che la giustizia non sarebbe stata in grado di agire entro termini tali da non esporre a un grave rischio il già disgregato sistema di gerarchie all’interno dei vertici delle forze armate con immaginabili conseguenze per il sistema costituzionale», spiegò Alfonsín.

Poi, a cavallo del Novanta, si concretizzò la stagione degli indulti di Carlos Menem, bocciati nel 2006 per incostituzionalità dalla Cámara de Casación Penal.

Attualmente sono 537 le cause penali pendenti nei tribunali federali del paese, il 30% è giunto a prima sentenza, mentre il 47% è ancora nella fase istruttoria. Tra le cause in marcia spicca il maxi procedimento Esma, cominciato nel 2012.

Il picco delle sentenze, complessivamente cinquanta, è stato raggiunto nel biennio 2012-’13. Sempre nel 2013 si è impennata la curva degli imputati condannati, trentaquattro, per violenze sessuali. Nel biennio successivo è stato registrato un calo (21 nel 2014, 20 nel 2015).

Quest’anno la giustizia argentina, nell’ambito della Megacausa Menéndez La Rioja, ha emesso la prima condanna per aborto forzato, al quale fu costretta una detenuta. In un libro essenziale per capire, Strategia del terrore: il modello brasiliano (di Ettore Biocca – De Donato editore), pubblicato due anni prima del golpe argentino, colpisce al cuore la testimonianza dell’allora ventunenne Denise Peres Crispim. Viveva in clandestinità col compagno Eduardo. Fu arrestata il 23 giugno del 1970. Era gravida di sei mesi. Il resto è la cronaca di torture psicologiche e fisiche con le incessanti minacce di aborto.

Risuonano, insieme alla cronaca, le parole di Eduardo Galeano per dirsi quanto mai sia attuale la questione del rimedio all’impunità dei regimi dispotici: «La tortura presuppone una struttura malata incapace di governare senza di essa», (Biocca/1974). Correva l’anno 2006:

«(…) Nelle sale dove si tortura, un sistema, che pratica il crimine per spogliare paesi, si toglie la maschera. I burocrati del dolore, soldati e polizie sono solo strumenti di un potere che ha bisogno della tortura per assicurarsi ed estendere i suoi confini. Un sistema atrocemente ingiusto utilizza metodi atroci per durare. Questa macchina, che si nutre di carne umana, non serve per proteggere ma per terrorizzare la popolazione. Non serve per ottenere informazioni, si pratica per prevenire ribellioni, per castigare eresie, per umiliare dignità e seminare la paura», scrisse Galeano.

Il tempo delle lacrime non è quello della giustizia. In Argentina un passaggio critico è rappresentato dagli ultimi gradi del giudizio. La Cámara Federal de Casacion Penal ha revisionato il 25% del totale delle cause, confermando tutte le condanne e revocando qualche assoluzione. All’ultima tappa, la Corte Suprema di Giustizia, la percentuale scende al 17%. I dati della Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad sembrano smentire le accuse di giustizialismo, secondo le quali i repressori sarebbero detenuti senza criteri ed eccezioni. Il 36% dei 2354 imputati è in libertà. Del 48% che è sottoposto a misura di carcerazione preventiva, circa la metà usufruisce degli arresti domiciliari.
Fra gli attuali 57 latitanti spicca il condannato in via definitiva Jorge Antonio Olivera, sul quale il Ministerio de Justicia y Derechos Humanos ha posto una taglia da due milioni di pesos, coinvolto nella vicenda della scomparsa di Marie-Anne Erize.

Carolina Varsky è un’avvocatessa, laureata alla Facoltà di Diritto dell’Università di Buenos Aires. Per una decade ha svolto la propria professione presso il Centro de Estudios Legales y Sociales. Dall’agosto 2013, dopo l’incarico nella Procuraduria de Narcocriminalidad, è la procuratrice e coordinatrice del Procuratorato di Crimini contro l’Umanità del Ministero Público Fiscal,  un organo straordinario che gestisce non la giustizia ordinaria, bensì si focalizza sui crimini contro la vita e l’umanità, il narcotraffico.

Il MPF (Ministero Público Fiscal) non è un organo di nomina politica. Conforme alla Costituzione Nazionale Argentina, art. 120, è un organo indipendente con autonomia funzionale e autarchia finanziaria, che promuove atti di giustizia in difesa della legalità, degli interessi generali della società in coordinamento con le altre autorità della Repubblica. È guidato da un Procuratore generale della Nazione e dagli altri membri secondo legge, che godono di immunità funzionali e intangibilità di remunerazioni.

La PCCH (Procuraduria de Crimenes contra la Humanidad), che non dispone di una polizia giudiziaria, è stata presentata nel giugno del 2013, ereditando e strutturando il lavoro della Unidad de coordinacion y seguimiento de los causas por la violacion a los derechos humanos, messa in funzione nel 2007 dal procuratore Esteban Righi. L’attività di collaborazione della Procura è anche internazionale, inclusa l’Italia, per sostenere indagini e procedimenti che interessano alla giustizia argentina.

Varsky, è corretto sostenere che negli ultimi anni l’Argentina sia stata all’avanguardia, se la compariamo alla Germania o alla Spagna con i franchisti, nella battaglia pubblica per il riconoscimento delle responsabilità penali individuali negli anni della dittatura?
«Assolutamente sì. E sottolineo che i crimini del Franchismo vengono investigati anche in Argentina con l’applicazione del principio di giurisdizione universale».

Le Abuelas de Plaza de Mayo denunciano il depotenziamento di aree sensibili del Ministerio de Seguridad de la Nación, dedicate al sostegno delle politiche per i diritti umani, e hanno lanciato un allarme sulla disarticolazione del Grupo Especializado de Asistencia Judicial (GEAJ). Che cosa succede a oltre sei mesi dall’insediamento del presidente Macri?
«Sì, anche noi avvertiamo cambiamenti enormi, non solo per lo smantellamento di questo ufficio, ma anche per lo svuotamento di altri uffici nell’ambito dello stesso Ministero per la Sicurezza, nella Segreteria dei Diritti Umani. Si percepiscono cambiamenti nell’Unità del DDHH del Consiglio della Magistratura e della Corte Suprema di Giustizia. Posso solo dire che il nuovo governo, in conformità con la sospensione dell’implementazione della nuova legge del Ministero, ha diminuito gli investimenti. Le inquietudini per il clima, creato da questa volontà politica, sono state discusse e analizzate nell’ultimo incontro convocato da questa PCCH nell’aprile scorso».

Il sistema di relazioni, le complicità, aperte o nascoste, tessute per molti decenni per fare in modo che tutto fosse dimenticato sono ancora attive e quale potere esprimono?
«Continuano a essere attive e negli ultimi mesi sono cresciute. Tale situazione è visibile mediante svariate pubblicazioni sui quotidiani di diffusione nazionale. Le organizzazioni, che difendono gli imputati, hanno tenuto riunioni con funzionari politici, ponendo come questione centrale l’assenza per i loro clienti delle garanzie processuali. Sarebbero giudicati senza il rispetto delle prerogative della difesa. Lamentano di essere trattenuti in carcere, anche quando ritengono che potrebbero beneficiare degli arresti domiciliari. Negli ultimi anni hanno presentato ricorsi al sistema interamericano del DDHH».

Qual è la traccia più profonda del terrorismo di Stato tuttora ravvisabile nella società argentina?
«Non è soltanto una questione che concerne i sopravvissuti o i familiari delle vittime, anche se si cerca di addossare a loro ogni cosa. Le conseguenze della dittatura si avvertono nella vita quotidiana. Per esempio alcuni funzionari pubblici, non solo quelli appartenenti alle forze militari o di sicurezza, sono persone collegate e denunciate per crimini riguardanti il periodo della dittatura».

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