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giovedì 9 marzo 2017

A Mostar sulle tracce della guerra

il Tascabile, nuova rivista enciclopedica, edita da Treccani.


di Gabriele Santoro

Scriveva Predrag Matvejević nel 1998: “nell’autunno scorso mi sono diretto pieno di speranza alla volta di Mostar, il mio paese natale. Ne sono tornato con i brividi addosso. Il dopoguerra sembrava altrettanto duro quanto la guerra stessa. Nel giorno in cui si recupera dalla Neretva la parte centrale dell’arco del vecchio ponte, assisto a questo avvenimento con una strana emozione. Abbiamo visto gli ingegneri ungheresi che sollevavano con una grande gru, su una zattera, il troncone dello Stari Most che non univa solo le due sponde di questa città, ma altresì le vie dell’Oriente e dell’Occidente. Tornerà a farlo?”.

Nell’odierna Mostar la risposta rimane sospesa. Su un pilone del principale cantiere edilizio per il turismo – sarà un albergo della multinazionale statunitense Marriott a pochi passi dal centro storico della città – campeggia la scritta “War is not over”. La guerra non è finita, ma nessuno la può vincere. La pulizia etnica non ha cancellato l’antica traccia multiculturale di questa terra, dove il sole splende anche d’inverno, l’aria è pulita come l’acqua dei fiumi Neretva e Radobolja che l’attraversano. Nel marzo del 1995, quando le armi tacevano da qualche mese, la diplomazia internazionale chiuse in un cassetto il censimento demografico, appaltato ai tecnici del governo svedese. Era materia politica esplosiva. Secondo l’ultimo censimento, risalente a tre anni fa, a fronte di circa 100mila abitanti la componente croata cattolica è superiore di non più di mille unità rispetto a quella bosgnacca musulmana con una crescita della presenza serba, quasi sparita durante il conflitto. Il censimento generale bosniaco del 2013 rispetto a quello del 1991 segnala un calo della popolazione pari al 13%, meno 585.411. A Mostar abitavano oltre 120mila persone.

Per comprendere fisicamente Mostar occorre arrampicarsi sui ruderi della Staklena Banka, una costruzione mai portata a termine, poi utilizzata dai cecchini durante la guerra poiché mira l’intero contesto urbano. A ovest sulle alture della collina Planinica è stata recentemente dipinta una bandiera croata gigantesca e a poca distanza distrutto il maestoso memoriale Partizansko Groblje, dedicato ai partigiani antifascisti della Seconda Guerra Mondiale. Sull’altro versante, a est, sul monte Fortica si legge “BiH Volimo te”, Bosnia ed Erzegovina ti amiamo.

Marco Secchi/Getty Images
A poche centinaia di metri dalla Staklena Banka ci si imbatte nello scheletro di un edificio di estremo valore storico, affacciato sugli uffici dell’Osce. Era la casa del sindaco molto amato Mujaga Komadina, in carica dal 1909 al 1918, che unì Mostar e la portò nella modernità. Alla morte la sua abitazione divenne la biblioteca della città. Dopo la guerra 1992-1994 ognuno ha riscritto la propria storia e non c’è più uno spazio comune per la lettura, lo scambio e il dialogo serbo croato. La scuola con programmi diversi per croati e musulmani è divisa dalle elementari all’università: la Dzemal Bijedic Univerzitet, fondata nel 1977 come uno dei pilastri dello sviluppo dell’Erzegovina, e la Sveuciliste. Mostar ha sempre vantato una tradizione universitaria, qui si garantiva un’ottima preparazione.

L’economia locale, insieme al turismo estivo e agli investimenti di chi ha vissuto la diaspora, non potrebbe fare a meno dei venticinquemila studenti che vengono soprattutto dall’Erzegovina, dal centro della Bosnia e in percentuale minore da altri luoghi di uno Stato la cui architettura istituzionale appare sempre più nella sua incoerenza e farraginosità nell’erogazione dei servizi. Per il sistema sanitario pubblico un abitante della Federazione Croato-Musulmana del Cantone Hercegovačko-Neretvanski, nel quale rientra Mostar, non può ricevere cure nel confinante Cantone di Sarajevo. A Mostar perfino per la raccolta urbana dei rifiuti ci sono quattro società, più una quinta che in realtà rimane una scatola vuota: avrebbe dovuto inglobare le altre.

C’è una foto simbolo del dopoguerra, che ritrae la scuola di musica dopo gli interventi di stabilizzazione della struttura. La facciata crivellata di colpi di arma da fuoco, l’intonaco a pezzi, le finestre sventrate. Oggi l’edificio è completamente ristrutturato, ma resta chiuso, l’amministrazione non consegna le chiavi; spaventa la funzione aggregante evocata dalla sua storia. Racconta Vladimir Corić, classe 1987, portavoce dell’OKC Abrašević:

Sono nato a Belgrado. Mia madre è serba, mio padre è mostarese. Tornammo qui nel 1991 per il suo lavoro. Prima della guerra Mostar aveva il numero più elevato di matrimoni misti dell’intera Jugoslavia. La linea bellica più dolorosa è quella tracciata dentro alle famiglie. Questo luogo diviso non si salva. Amiamo questa terra, non lo Stato governato col principio dell’etnocrazia, che è inefficiente. Il sistema politico è troppo frammentato per reggere la sfida della rinascita, finiti gli aiuti, e non attira investimenti.

Sulla linea del fuoco, Bulevard Narodne Revolucije, il viale della rivoluzione nazionale, dove nel ‘93 croati e musulmani si fronteggiarono più violentemente, è stato rivitalizzato un edificio che fisicamente non appartiene a nessuno dei due versanti e testimonia che riconciliazione non è una parola vuota, ricreando un tessuto e una produzione culturale condivisa. Il centro culturale e musicale giovanile OKC Abrašević è l’ottavo ponte di Mostar, l’unico caso in tutta l’ex Jugoslavia di luogo, che si autofinanzia, restituito alla funzione pubblica culturale sottraendolo a un’operazione immobiliare con il sostegno economico della Catalogna. È la principale sala concerti della città con band che giungono da tutto il mondo, è centro di discussione politica per i giovani delle due sponde della Neretva.

Questa città è piena di ponti, ne sono stati ricostruiti sette dei dieci distrutti durante la guerra, ma pochi ancora li attraversano: a est i musulmani, a ovest i croati. Il 70% degli attuali abitanti è arrivato dopo la guerra, per programmazione politica e fuga soprattutto dall’est Erzegovina, e non aveva la cultura urbana dei mostaresi. Lo stesso destino di Vukovar, altra città martoriata come Mostar, che contava 84.000 abitanti fra croati, serbi, ungheresi, cechi e altri in un nucleo urbano cosmopolita. Il cosmopolitismo era il principale nemico da abbattere con la guerra.

Marco Secchi/Getty Images
Il dato politico ineludibile, che emerge da qualsiasi fonte interpellata a Mostar, è la lenta ma inesorabile agonia dell’accordo di pace di Dayton. Nonostante la propaganda estremista mancano i soldi e gli armamenti per fare la guerra, ma la paralisi sociopolitica non può durare a lungo, preoccupano gli esiti. A Travnik si producevano missili a canne multiple e pezzi di artiglieria, a Konjic, che s’incontra lungo la strada che collega Sarajevo a Mostar, c’erano grandi impianti per la produzione di munizioni; nella stessa Mostar lavorava a pieno regime la fabbrica di aerei militari jugoslavi. L’unica fabbrica rimasta in piedi nel tessuto industriale mostarese concerne l’alluminio. E al momento in cantiere non ci sono progetti per rigenerare le vaste aree deindustrializzate.

Nel 1997 con la spinta degli aiuti internazionali (5.1 miliardi di dollari furono stanziati per il primo programma per la ricostruzione, a fronte di danni stimati nell’ordine dei 15-20 miliardi con 1.2 milioni di rifugiati) la Bosnia toccò una crescita pari al 34%, poi si è progressivamente ridimensionata, 5% all’inizio del secolo, fino alla palude della crisi comunemente fatta risalire al 2009. Il reddito pro capite non ha ancora raggiunto il livello anteguerra e un terzo dell’economia è sommersa. Mostar con l’alto tasso di disoccupazione non si astrae dal contesto bosniaco, anzi ne è l’emblema. I giovani, che possono, emigrano. L’anno scorso in 90.000 hanno lasciato la sola Croazia.

Il due novembre nel paese si sono svolte le elezioni amministrative ed è l’unica città a non aver votato. Lo stesso giorno cinquemila mostaresi si sono ribellati allo stallo e hanno inscenato un simulacro elettorale. Dopo aver allestito vere e proprie urne, si sono recati a votare. Come spiega Dzenana Dedić, responsabile della Local Democracy Agency e figura di raccordo fondamentale con l’Europa durante la ricostruzione,

il nostro attuale problema principale è l’accordo di pace di Dayton, fondamentale per il disarmo e per fermare le uccisioni, che non può però continuare a essere la nostra costituzione. Non promuove una visione comune, istituzionalizza de facto un’ingestibile divisione etnica. Mostar contiene in scala ridotta tutti i travagli della Bosnia ed Erzegovina. I fondamentali processi democratici sono sospesi, tutto è in mano alle leadership dei partiti, privi di democrazia interna, gli stessi che hanno condotto la guerra. Da otto anni non c’è il consiglio comunale. Formalmente il sindaco, per decisione del parlamento, rimane l’ultimo eletto, espressione del partito croato Hdz, mentre l’Sda bosniaco musulmano guida l’ufficio del bilancio. Non trovano un accordo per tornare al voto, che tuteli l’equa rappresentanza senza che prevalgano gli interessi di una delle fazioni, ma spartiscono il potere. È una diarchia che condanna la città alla separazione.

Dedić è nata a Mostar, ha cinquantuno anni. Le hanno bruciato la casa, che era situata a pochi passi dall’ufficio in cui lavora ed è stata espulsa a est della città. Ricorda la fila delle macchine che nel 1992 abbandonarono in fretta e furia Mostar all’arrivo dei carri armati dell’Armata popolare jugoslava. Ma il vero inferno è stata la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993 quando è deflagrato lo scontro musulmano croato. “Non mi abituerò mai alla spartizione su base etnica di una città che rappresentava ante litteram il multiculturalismo, la conversazione tra diversi – dice Dedić –. Eravamo una storia plurisecolare culturalmente rilevante, stiamo riscrivendo tante piccole storie insignificanti”.

Matej Divizna/Getty Images
È difficile riparare le cose e in alcuni casi sono perse per sempre. Lo sa bene John Yarwood, architetto e direttore della ricostruzione per conto dell’European Administration of Mostar, che ammette: “Gli edifici sono stati ricostruiti anche rapidamente, non la vita della città. In due anni e mezzo l’EUAM non è riuscita a gettare le fondamenta per un’amministrazione pubblica funzionante, più importante della corsa alle prime elezioni nel 1996”. Una prerogativa di Dayton e dell’EUAM era restituire l’unità a Mostar. Nell’albo della municipalità sono registrate ufficialmente novecento Organizzazioni non governative, 267 hanno risposto all’aggiornamento del database, a una verifica sul campo quelle attive, finito il flusso degli aiuti e dei donatori che convergono su Sarajevo e Banja Luka, non sono più di trenta. Il loro apporto per l’alimentazione del tessuto civile è ormai sfumato quanto quello dell’Unione Europea. In Bosnia ed Erzegovina Turchia, Russia e Stati Uniti danno le carte e confermano la sensazione distinta tra i cittadini di non potersi autodeterminare.

Alla fine del conflitto i dati del catasto, ora riunificato e in fase di digitalizzazione, sono stati sottratti per riscrivere la storia e geografia, tanto quanto la toponomastica. Fino al 1990 il corpo della città non conosceva sviluppo illegale. Strade e infrastrutture erano armonizzate, e le opere fondamentali restano tuttora quelle del periodo 1945-’65. Oggi l’urbanistica risponde al principio e all’intento politico della divisione della città, manca un orientamento comune. La principale opera pubblica, che procede a rilento, è l’impianto di depurazione per evitare l’inquinamento della Neretva, poi c’è un corridoio stradale, 5 C, tormentato. Il budget delle casse comunali serve appena alla piccola manutenzione corrente.

“L’operazione di ricostruzione del patrimonio urbanistico e culturale, a cominciare dal Ponte Vecchio nel 2004, a Mostar è la più riuscita nell’intera Bosnia e direi in Jugoslavia – spiega Senada Demirović Habibija, architetta del dipartimento di programmazione urbanistica, impiegata nei progetti di recupero dell’Old Town –. Spesso questa città è comparata a Belfast, Berlino. Ma occorre ricordare che qui è sempre esistito un terreno comune. Costruire senza rispettare ciò, ci sta ferendo più dei danni di guerra. Di conquista in conquista, nei secoli, non si era mai smarrita l’importanza dell’eredità culturale precedente e stratificata. La guerra del 1992-’95 attenta soprattutto a questa eredità”.

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giovedì 2 marzo 2017

Mostar, la città sospesa

Questo reportage viene pubblicato in contemporanea anche da OBC Transeuropa (Osservatorio Balcani Caucaso) e Keller editore



di Gabriele Santoro

Jasmin Elezović ha gli occhi azzurri limpidi e troppi capelli bianchi per i propri ventinove anni. Sostiene che a Mostar, a oltre due decadi dalla fine del conflitto bellico, la sindrome Post traumatic stress disorder segna in forme diverse quasi tutti. Jasmin dice che ognuno l'affronta come riesce. La sua terapia consiste nel raccontare la città e la propria infanzia di bambino al tempo della guerra.


La casa di Jasmin era fisicamente la prima sulla linea del fuoco, dove gli scontri tra bosgnacchi e croati furono più violenti. Nel 1993 ha trascorso almeno sei mesi senza vedere la luce del sole, confinato nella vasca da bagno, il luogo meno esposto ai cecchini. "Ricordo la ferocia delle ferite e il tanto sangue – racconta – mia madre aveva medicinali e accoglievamo i feriti. Eravamo affamati. Si usciva di notte per raccogliere il cibo gettato dagli aerei. Oggi sembra di non essere mai felici, all'epoca se non altro eravamo liberi dall'ossessione di ciò che riusciremo a fare domani".

C'è un luogo all'interno della casa che Jasmin ricorda in particolare e definisce la stanza della luce: "Eravamo vicinissimi al quartier generale militare bosgnacco. Mio padre sapeva che l'elettricità, che alimentava quell'edificio, passava proprio sotto la nostra finestra. Un giorno riuscì a deviare il cavo e allacciò la corrente elettrica all'abitazione, ma non potevamo accendere la luce per evitare di essere presi di mira dai cecchini. Dunque con le coperte sopra a un lampadario allestimmo una sola stanza illuminata in modo soffuso. E a turno anche i vicini che venivano godevamo della luce".

Il padre, Ermin, bosgnacco, è uno dei quattro sopravvissuti del proprio squadrone composto da trenta soldati. Nei giorni del 1993 Ermin, che ora vive fuori Mostar in una casa immersa tra boschi e fiume, si divideva in due: fino a quando è stato possibile la notte cuoceva il pane e lo distribuiva; la mattina imbracciava le armi. Anche per un mese non si avevano sue notizie. Oggi fra i reduci la domanda sorge prepotente: perché abbiamo combattuto, per assistere all'agonia di uno stato incapace di autodeterminarsi che costringe i giovani all'emigrazione? E scricchiolano le certezze dell'appoggio dei veterani dentro ai partiti che hanno alimentato la guerra, prosperando nella costruzione della separazione su base etnica.

"Questo è il punto – spiega Jasmin – non posso porre questa domanda a mio padre, perché non conosce la risposta. La maggioranza fra chi ha combattuto non ti risponderà. La vendetta per l'uccisione di qualche persona cara, forse, ma la vendetta non può essere uno stile di vita. Hanno fatto la guerra per difendere la propria casa, la famiglia, per l'opportunità di sopravvivere. Nel 1995 Mostar era una città di rovine, e si stenta a ritrovarla. La fabbrica della paura non ha chiuso i battenti, foraggiata dalla politica che ha l'interesse a mantenere alta la tensione. Non sapendo risolvere il passato, perdiamo il presente".

Il vero inferno che ha distrutto la città è stata la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993, quando strada per strada è deflagrato lo scontro tra musulmani e croati. Mostar era una storia cosmopolita plurisecolare, culturalmente rilevante, ora rischia di divenire tante piccole storie insignificanti. Jasmin fatica a orientarsi nella topografia interiore di una città che cambia il nome alle strade, cancellando progressivamente il passato. Tocca muri ancora squarciati, che sono il riverbero di ferite non suturate. I quartieri più distrutti sono irriconoscibili dopo la ricostruzione, è smarrita la consapevolezza dei luoghi e degli spazi, soprattutto del magnifico patrimonio artistico architettonico che univa Oriente e Occidente, dall'Impero Ottomano agli austroungarici.

Le riflessioni del giovane Elezović sfiorano e convergono con quelle del concittadino Predrag Matvejević, che nel 1998 scriveva: "O mia città, sei proprio tu? Nonostante tutto non c'era ragione alcuna perché tutto questo dovesse accadere, e in questo modo: perché si distruggessero le case, i templi, i ponti – il vecchio ponte sulla Neretva. Ogni spiegazione mi appare sconveniente. La guerra non ha bisogno di moventi particolari per cominciare e per giustificarsi (per tentare di giustificarsi). A un certo punto si nutre della propria insensatezza e malvagità. Le conseguenze diventano nuove motivazioni, e queste provocano a loro volta nuove conseguenze: il male si rafforza e si conferma col male. Un'alternanza di tal genere non si può arrestare. Simili guerre durano anche dopo che sono state deposte le armi".

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venerdì 10 febbraio 2017

Mostar 1992-2017, anatomia politica di una città ferita


di Gabriele Santoro

Dzenana Dedić è nata a Mostar cinquantuno anni fa. Durante la guerra le hanno bruciato la casa, che era situata a pochi passi dall’ufficio in cui lavora, ed è stata espulsa nella parte est della città, ma non l’ha mai lasciata. Ricorda la fila delle macchine che nel 1992 abbandonarono in fretta e furia Mostar all’arrivo dei carri armati dell’Armata popolare jugoslava. E poi l’inferno che ha distrutto la città, la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993 quando è deflagrato lo scontro tra bosgnacchi e croati. «Non mi abituerò mai alla spartizione su base etnica di un luogo che rappresentava ante litteram il multiculturalismo, la conversazione tra diversi – dice Dedić –. Eravamo una storia cosmopolita plurisecolare culturalmente rilevante, stiamo riscrivendo tante piccole storie insignificanti».

Nel biennio 1994-’96, fondamentale per la ricostruzione, Dedić è stata una figura di raccordo nei dipartimenti dell’European Administration for Mostar e ora guida la Local Agency for Democracy. Proprio nel 1996 si tennero le prime elezioni. A ventidue anni dalla fine della guerra Mostar vive uno stato di democrazia formale, una democratura l’avrebbe definita Predrag Matvejević. Lo scorso due novembre in Bosnia ed Erzegovina, la cui architettura istituzionale appare sempre più nella propria incoerenza e farraginosità burocratica, si sono svolte le elezioni amministrative e Mostar è l’unica città a non aver votato. Lo stesso giorno cinquemila mostaresi hanno reagito allo stallo e hanno inscenato un simulacro elettorale. Dopo aver allestito vere e proprie urne, si sono recati a votare simbolicamente. Il dato politico ineludibile, che emerge da qualsiasi fonte interpellata a Mostar, è la lenta ma inesorabile agonia dell’accordo di pace di Dayton, che istituzionalizza de facto una divisione etnica amministrativamente e socialmente ingestibile.

«Nel giorno in cui si recupera dalla Neretva la parte centrale dell’arco del vecchio ponte, assisto a questo avvenimento con una strana emozione. Abbiamo visto gli ingegneri ungheresi che sollevavano con una grande gru, su una zattera, il troncone dello Stari Most che non univa solo le due sponde di questa città, ma altresì le vie dell’Oriente e dell’Occidente. Tornerà a farlo?», si chiedeva Matvejević nel 1998. Questa città, attraversata dall’acqua dei fiumi Neretva e Radobolja, dove il sole splende anche d’inverno e l’aria è pulita, è piena di ponti, ne sono stati ricostruiti sette dei dieci distrutti durante la guerra, ma pochi ancora li attraversano: a est i musulmani, a ovest i croati. Il 70% degli attuali abitanti è arrivato dopo la guerra, per programmazione politica e in fuga soprattutto dall’est dell’Erzegovina, e non aveva la cultura urbana dei mostaresi. Il cosmopolitismo è stato il principale nemico da abbattere con la guerra.

Su un pilone del principale cantiere edilizio attivo, sarà un albergo della multinazionale statunitense Marriott a pochi passi dal cuore antico della città, campeggia la scritta «War is not over». La guerra non è finita, ma nessuno la può vincere. La pulizia etnica non ha cancellato l’antica traccia multiculturale di questa terra. L’ultimo censimento, risalente a tre anni fa, recita che a fronte di circa 110mila abitanti, la componente croata cattolica è superiore di non più di mille unità rispetto a quella bosgnacca con una ripresa della presenza serba, quasi sparita durante il conflitto.

Mostar, 2017
Dedić, nel documento in cui avete rivendicato il diritto a votare c’è scritto: «Vogliamo fermare l’agonia». Perché da otto anni non si elegge il sindaco a Mostar?
«Il nostro attuale problema principale è l’accordo di pace di Dayton, fondamentale per il disarmo e per fermare le uccisioni, che non può però continuare a essere la nostra costituzione. Non garantisce una visione comune, de facto istituzionalizza la divisione in base all’etnia, senza spazio alcuno per le minoranze. Mostar contiene in scala ridotta tutti i travagli della Bosnia ed Erzegovina. I fondamentali processi democratici sono sospesi, tutto è in mano alle leadership dei partiti, privi di democrazia interna, gli stessi che hanno condotto la guerra. A Mostar da otto anni non c’è il consiglio comunale. Formalmente il sindaco, per decisione del parlamento, è l’ultimo eletto e in carica, espressione del partito croato Hdz, mentre l’Sda bosgnacco tiene l’ufficio del bilancio. In due stabiliscono i livelli di spesa, il budget annuale, e determinano le scelte urbanistiche che, senza alcun piano regolatore, rendono irriconoscibile la città rispetto al passato».

Dunque possiamo dire che i due partiti principali, che non trovano l’accordo per la riforma elettorale locale, di fatto governano insieme?
«Certamente. Non intendono trovare un accordo per tornare al voto, che li costringerebbe a confrontarsi in un’assemblea pubblica e a condividere indirizzi comuni, ma spartiscono il potere. È una diarchia che condanna la città alla separazione».

Mostar è condannata a restare una città divisa?
«Mostar era la città col più alto numero di matrimoni misti della Jugoslavia. La divisione delle famiglie è l’aspetto più doloroso, questa è la linea di guerra più profonda e insopportabile che hanno voluto tracciare».

Prima della guerra Mostar aveva centoventimila abitanti. Nel marzo del 1995, le armi tacevano da qualche mese, la diplomazia internazionale chiuse in un cassetto il censimento demografico, appaltato ai tecnici del governo svedese. Era materia politica esplosiva. La pulizia etnica ha stravolto la composizione?
«Guardando i numeri, potremmo dire che nessuno ha vinto la guerra. La pulizia etnica ha stravolto la composizione sociale. L’accordo di Dayton sanciva il diritto al ritorno nella terra da cui si è stati estromessi, ma non c’era possibilità. Quando si va via, difficilmente si torna indietro. Il 70% degli attuali abitanti di Mostar non erano qui prima della guerra, sono giunti soprattutto dalle aree rurali dell’Erzegovina. Non ci sono la cultura della convivenza e la consapevolezza del cosmopolitismo propri di epoche passate».

Hans Koschnick, socialdemocratico tedesco, la cui famiglia ebbe il coraggio della resistenza al nazismo, è una figura chiave per comprendere la situazione attuale. Dal 1994 al 1996, in qualità di commissario dell’European Administration for Mostar, si spese per riunire la città. Rischiò il linciaggio da parte di estremisti croati, non soddisfatti dei confini urbani delimitati tra est e ovest.
«Una parte della città considera Hans molto positivamente. In quel periodo, in ossequio al mandato dell’Unione Europea, intendeva creare un’area centrale della città con i servizi di pubblica utilità (stazione ferroviaria, centro sportivo, ospedale) che si astraesse dai confini delle municipalità, tre croate, tre musulmane, in cui fu divisa Mostar. Un distretto funzionale all’incontro nel cuore del patrimonio culturale mostarese. Nelle due decadi trascorse i confini di questa zona sono stati sempre più ristretti da chi non è soddisfatto di quanto già siamo divisi. Alle prime elezioni del 1996 si presentò un partito che univa bosgnacchi e croati, poi è scomparso».

E oggi qual è l’influenza dell’Unione Europea nell’area?
«Di rilevanza limitata. Sulla Bosnia ed Erzegovina è forte l’influenza della Turchia, della Russia sulla Republika Srpska, e ovviamente a ovest gli Stati Uniti. Restiamo sempre il parco giochi delle grandi potenze in un’area che non se la passa per niente bene. Non siamo in grado di formare un governo abbastanza forte per autodeterminarsi: “Questo è il nostro paese e indichiamo la direzione”, non sono in grado di affermarlo».

Il Ponte vecchio distrutto nel 1993
John Yarwood, architetto e direttore della ricostruzione per conto dell’European Administration of Mostar, sostiene: «Gli edifici sono stati ricostruiti anche rapidamente, non la vita della città».
«Eravamo affamati, non avevamo vestiti, non avevamo case, tutto era stato distrutto: ho perso ogni cosa. Mostar e Vukovar sono probabilmente le due città più violentate dal conflitto. Yarwood guidava il mio dipartimento. Non oso pensare quale sarebbe la situazione odierna se non avessimo reagito, noi cittadini, subito. La gente di Mostar è stata fondamentale per la ricostruzione. C’era adrenalina, energia, voglia di ascoltarsi gli uni con gli altri, nonostante le ferite fossero ancora caldissime. Ogni piccolo passo era in realtà grande.

Si respirava un clima positivo: diamoci da fare, ritroviamo una vita. Sono stati investiti molti soldi con la priorità delle case dopo la complessa classificazione dei danni, e anche qui la politica ha cercato di dividere, destinando gli aiuti alle rispettive cerchie. Abbiamo ricostruito le nostre case e contemporaneamente, mentre lottavamo per tornare a una vita normale, i politici hanno creato tale ambiente sociopolitico. Il sistema dei partiti ha alimentato una struttura così inscalfibile che non c’è strada per spezzarla. Si annidano in ogni infrastruttura nazionale del paese, contando sulla sicurezza di una cittadinanza inconsapevole della propria forza e della possibilità di contare».

A ventidue anni dalla fine del conflitto bellico, che cosa s’intende per democrazia in Bosnia ed Erzegovina?
«Stiamo ancora cercando di comprendere la democrazia. Prima del crollo della Jugoslavia chi veniva dalla Romania guardava nel raffronto al nostro paese come un luogo meraviglioso, ma non c’era democrazia, la scelta era limitata al nome dentro al partito unico. Non sapevamo come vivere in democrazia, tuttavia le assicuro che non è cambiato molto. Ora votiamo, o almeno quando ci è consentito, in un sistema multipartitico ma gli eletti, i rappresentanti del popolo, agiscono, recitano come prima, perché le persone non conoscono e non usano gli strumenti propri di un sistema democratico, richiamandoli ai propri doveri nell’interesse generale del paese. Spesso chiedo ai referenti di tutti i partiti: “Quanta democrazia c’è dentro al tuo partito?”. Ci sono i leader e quel che decidono loro è la linea da portare avanti. La nostra è la democrazia del ristorante, dove si incontrano i leader dei partiti e prendono gli accordi. La tavola è il luogo dove siedono insieme e decretano i piani per il nostro paese».

East Mostar
Di che cosa si occupa un’agenzia locale per la democrazia?
«Per esempio per la prima volta dalla fine della guerra siamo riusciti a organizzare una tribuna pubblica in ciascuna delle sei aree della città per far incontrare politici e cittadini, che non sono a conoscenza di come venga speso il denaro pubblico. Fino a quando ce n’era uno lavoravamo per dare un minimo di trasparenza ai processi legislativi del consiglio comunale. Recentemente abbiamo effettuato la prima rilevazione, entrando nelle case delle persone a chiedere il livello di gradimento dei servizi pubblici erogati. Ora il progetto principale è il Balkan regional platform for youth participation and dialogue, una sponda istituzionale per i movimenti giovanili e l’incontro tra chi può e vuole immaginare una terra non affetta dal nazionalismo».

Qual è il ruolo dei media locali?

«I discorsi carichi di odio arrivarono prima del fuoco delle armi. I discorsi di odio covati dalle élites politiche, intellettuali, poi sono stati moltiplicati e propagati dai media come un incendio. Nessuna guerra sarebbe stata possibile senza i media. E oggi sono assoldati dalla politica che li finanzia e dunque controlla. La democrazia necessita di buoni giornalisti. Leggiamo quello che il circolo politico economico intende farci leggere».

Nel sistema politico bosniaco, segnato dall’estrema frammentazione, i partiti rappresentano realmente i cittadini?

«Dayton ha prodotto uno Stato altamente decentralizzato, quando si sarebbe potuta ottenere una struttura più coerente. Senza sorprese gli stessi partiti che hanno fatto la guerra gestiscono il potere, anche se dentro alle loro dinamiche qualcosa si agita. Chi ha combattuto al fronte inizia a chiedersi e chiedere per che cosa l’abbia fatto; per questo presente, per essere poi accantonati? L’interesse dei partiti è mantenere questa paralisi nella paradossale trappola di Dayton più a lungo possibile, perché è l’unico modo in cui possano conservare le rispettive posizioni di rendita, alimentando un clima di paura, di costante tensione tra etnie: “Loro ti odiano, vota per noi e proteggeremo i tuoi interessi nazionali”. L’etnonazionalismo per i cittadini non è altro che una scelta pragmatica per ottenere un lavoro e favori. Il sistema politico è segmentato e frammentato lungo la linea etnica. La stessa legge elettorale e la costituzione scoraggiano l’attraversamento delle frontiere etniche».

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