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sabato 29 settembre 2012

Ecco la scommessa Jordan Taylor: «Ora la mia America si chiama Roma»

http://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/basket_taylor_nba/notizie/222404.shtml
 

di Gabriele Santoro
ROMA – A giugno Jordan Taylor ha riposto momentaneamente nel cassetto un sogno: essere il quarto Badger ad approdare nell’Nba negli ultimi nove anni.Domenica festeggerà il ventitreesimo compleanno ed aprirà a Pesaro la carriera da professionista con la canotta della Virtus Roma, di cui avrà la regia. Nella Capitale, senza scomodare il mito Larry Wright, da almeno cinque anni (ricordate il croato Roko Leni Ukic?) non si vede un regista vero. Il rookie statunitense è una delle giovani scommesse di un gruppo rivoluzionato, tutto da scoprire e da decifrare.

L’esordio (domenica ore 18.15, recuperato il nigeriano Ade Dagunduro) in trasferta contro la Scavolini nasconde qualche insidia, ma i due punti non sono un miraggio. «Riteniamo di essere pronti per vincere a Pesaro - sottolinea coach Calvani - e la chiave della nostra partita sarà la continuità. I miei ragazzi non vedono l’ora di cominciare». Anche il club marchigiano ha vissuto un’estate difficile e subìto un forte ridimensionamento con l’addio di stelle del calibro di James White, Jumaine Jones e Daniel Hackett. Gigi Datome, splendido protagonista in Nazionale, indossa per la prima volta i panni del leader in una squadra operaia, da battaglia: pochi fronzoli, tanta sostanza e faccia tosta con lampi di talento.

Taylor sfoggia un sorriso da bravo ragazzo e parla un inglese pulito.
Niente a che vedere con il vento in faccia del Bronx. Cresciuto in una famiglia benestante del Minnesota è entrato nei taccuini degli scout internazionali con una carriera di rilievo al college (Wisconsin Badgers). Un playmaker puro con «un'intelligenza cestistica sopra la media» che può prendersi responsabilità al tiro, pericoloso dalla lunga distanza, e che fa la differenza nel gioco a centrocampo (recordman nell'importante voce statistica che registra il rapporto tra assist e palle perse). Non è un atleta esplosivo e soprattutto rapido: può soffrire il primo passo dell’avversario, ma ha un fisico possente che lo rende un buon difensore.

Laureatosi brillantemente nella prestigiosa Wisconsin Business School,
ha iniziato presto a far rimbalzare la palla arancione nei playground della natia Bloomington (Minnesota), per poi provare diversi sport. Ora è il momento di diventare grandi. «Avverto una certa pressione - dice Taylor - che all’università non esiste. Lì è puro divertimento, qui da domenica si inizia a fare sul serio. Durante la preseason mi sono reso conto delle differenze del gioco in Europa, a partire dai secondi dell'azione (24” rispetto ai 35” dell’Ncaa, ndr): aumenta il numero dei possessi e si velocizzano i ritmi. Ma l’anima della disciplina non muta ad ogni latitudine del pianeta: niente egoismi, intensità difensiva e odio per la sconfitta».

Gli States, ossia l’Nba, restano sempre la sua «terra della speranza e dei sogni»
, per dirla con le parole del “Boss” Springsteen: «Il sogno americano non è morto (sorride, ndr), nonostante la crisi e le forti diseguaglianze che polarizzano ancora la nostra società. L’Nba non rappresenta un’ossessione, innanzitutto voglio esaltare qua le mie qualità e limare i difetti. In Italia il livello della competizione è comunque alto».

Obama o Romney? «Sarà una sfida dura. Ma non possiamo permetterci di tornare indietro …». Lui tifosissimo dei T-Wolves incorona i nuovi Los Angeles Lakers: «Con l’intramontabile Steve Nash ed i muscoli di Howard hanno costruito un roster per imporsi subito». Taylor ama il cinema, «i mitici Studios di Cinecittà esistono ancora?», domanda, e i suoi attori preferiti sono Eddy Murphy e Denzel Washington. Che cosa cambierebbe in questo mondo? «Servirebbe la bacchetta magica… Intanto proviamo a scrivere un nuovo futuro per la Virtus».

sabato 29 ottobre 2011

Nba, nuova fumata nera: non si gioca fino a dicembre

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=168174&sez=HOME_SPORT&ssez=ALTRISPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - L’ottimismo delle ultime ore di trattative per sbloccare la serrata Nba, giunta al centoventesimo giorno, è evaporato nella nottata italiana con l’annuncio della cancellazione delle partite fino al mese di dicembre. Ed è ufficiale che la stagione, qualora partisse, non si snoderà più sulle classiche ottantadue partite. «È impossibile programmare un’annata completa», ha detto David Stern, gran capo dell’Nba.

Lo scoglio principale sul quale si è nuovamente arenato il dialogo è la spartizione degli introiti. I proprietari hanno ribadito la disponibilità a una divisione al 50%, mentre il sindacato dei giocatori non scende sotto il 52.5%. La differenza tra domanda e offerta è di circa 80 milioni di dollari per una singola stagione e 630 sui prossimi sette anni su una torta complessiva da 4 miliardi di ricavi annui. Si sono compiuti passi in avanti su altri punti dell’accordo collettivo come la tassa sul lusso per chi sfora il tetto salariale e la durata dei contratti.

«Anche in questa occasione abbiamo sperato di trovare un accordo - ha spiegato Stern - ma la controparte ha abbandonato il tavolo. Billy Hunter direttore esecutivo del sindacato dei giocatori), subissato di telefonate degli agenti, ha detto che non sarebbe sceso di un penny sotto il 52% per poi alzarsi e uscire dalla stanza». Stern ha lanciato poi un messaggio che non lascia presagire un ammorbidimento delle posizioni: «La serrata sta provocando delle perdite colossali alle franchigie che andranno quantificate e non è stimabile il tempo necessario a rientrare degli incassi mancati».

«Non siamo riusciti ad avvicinarci abbastanza. Abbiamo fatto tante concessioni, ma non è sufficiente per i proprietari. Il prossimo incontro? Non lo so, ma speriamo di poter arrivare a una soluzione il prima possibile. È chiaro però che non firmeremo un accordo valido per i prossimi sei anni che possa danneggiare anche i futuri professionisti», ha commentato Derek Fisher, presidente del sindacato giocatori.

Obama inascoltato. Giovedì si era aperto uno spiraglio importante per la conclusione positiva delle trattative con la frase "It's time to go" (È tempo di cominciare) che apriva il sito ufficiale dell'Nba, poi sostituito con "It's (no) time to go". Nelle ultime settimane anche la Casa Bianca ha aumentato il pressing su proprietari e giocatori per raggiungere un accordo. Il presidente statunitense, intervenendo alla trasmissione televisiva di Jay Leno, aveva lanciato questo monito: «È ora che i giocatori e i proprietari delle squadre di Nba pensino di più ai tifosi, senza dimenticare che devono il successo alla loro passione. In questi anni tutti i protagonisti della Lega hanno fatto milioni di dollari e dovrebbero essere in grado di spartirsi la torta dei ricavi. Dopo questo tipo di serrate serve molto tempo per tornare alla normalità».