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venerdì 15 maggio 2015

Selma è tutti i giorni. L'elogio alla disobbedienza di Allen Iverson

http://www.minimaetmoralia.it/wp/selma-e-tutti-i-giorni-lelogio-alla-disobbedienza-di-allen-iverson/

di Gabriele Santoro


Il rumore deve essere stato fragoroso, quanto sincero lo stupore dei compagni di squadra. «Non sono venuto a Memphis per un secondo posto. Coach, Alonzo Mourning non promise di regalarti, una volta approdato in Nba, un pullman decente per le trasferte? Ci penserò io», disse l'allora tredicenne Allen Ezail Iverson, dopo aver gettato dal finestrino il trofeo di consolazione. Qualche anno più tardi un giornalista chiese a caldo a Michael Jordan, se l'esordiente non parlasse troppo in campo. Jordan s'asciugò una goccia di sudore, scosse la testa, per poi rispondere: «Iverson vuole essere rispettato nella Lega. È confidente e vuole emergere. Ed è veramente veloce». Pochi minuti prima Dennis Rodman aveva rifilato una gomitata a quel ragazzino dalla taglia limitata, ma dal cuore fuori misura, reo di averlo beffato a rimbalzo. The greatest heart, secondo Larry Brown che ritroveremo spesso in questa vicenda umana. Per sovvertire le regole del gioco e cambiare la direzione di una vita, che non promette nulla, serve il cuore.


Molti per un malinteso senso di riverenza si defilarono dall'affrontare Jordan. «Nonostante avessi eseguito alla perfezione il mio movimento, riuscì quasi a stopparmi. Una cosa pazzesca che spiega quanto fosse anche un difensore straordinario». Il 12 marzo 1997 Philadelphia cominciò a innamorarsi del bambino che decise di sfidare il mito. Al college Dean Berry gli illustrò le possibilità del crossover, una finta ad alto coefficiente di spettacolarità, che sembra offrire la palla alla difesa. La rapidità di esecuzione e il ritmo imposto da Iverson però è difficile da contrastare. L'elasticità delle caviglie di Jordan pagò dazio alla creatività della matricola. I Sixers cedettero ai Bulls con un superfluo 108-104, ma rimase impresso quel gesto, quel crossover che indicò una svolta generazionale.

Ann Iverson sostiene che le coincidenze abbiano un'anima. Abitare in via Jordan Drive dunque non fu una pura casualità. Un clan familiare di tredici persone stipate in due stanze: tante donne, pochi uomini, spesso alle prese con il carcere. A fine mese i conti non tornavano mai: le bollette o la spesa alimentare? Dagli angoli delle strade di Newport News risuonò presto il nome di un giocatore di football minuto, mai scalfito dalle botte, prodigio di velocità che non ha alcuna paura. All'età di otto anni scatta come un ossesso, come a dirci che una volta nato non puoi nasconderti. Ann sostiene di non essere stata penetrata. L'immacolata concezione di un figlio predestinato nella più complessa delle adolescenze. Lei e Allen Broughton avevano quindici anni, e per quel che è dato constatare s'amarono. Erano entrambi playmaker con le caratteristiche che avrebbero esaltato il primogenito.

La ricerca della paternità è una costante dell'esistenza di Allen. Spike Lee in He got game restituisce tracce biografiche degli Iverson. Una scena in particolare ricorda il rapporto con il padre acquisito Michael Freeman, più volte incriminato per spaccio di droga, motore della sopravvivenza economica in un'area colpita dalla deindustrializzazione e dagli effetti collaterali della Reaganomics. Al playground di Anderson Park trascorsero giornate sull'asfalto in forsennati uno contro uno. A dieci anni Allen comprese quanto la pallacanestro possa essere una questione di libertà, un'espressione artistica con la quale comunicare al mondo la propria essenza. E poi pronunciò la promessa in un colloquio dietro le sbarre: «Indosserò la canotta dei Sixers, la squadra del tuo idolo Julius Erving. Guadagnerò per occuparmi di tutti voi».

Come dentro a un romanzo di Toni Morrison, Allen costringe a non scordare il lato scomodo di una storia negata. Non dismette la propria negritudine. Non resterà mai orfano della propria identità. Il sorriso costruito, il linguaggio, l'acconciatura e l'abbigliamento di Michael Jordan erano ben più rassicuranti; riuscivano a far dimenticare la pelle nera alla middle class americana. Al diciottenne Kobe Bryant i nonni fecero studiare le conferenze stampa di MJ e i Robinson. Quando Iverson ottenne il riconoscimento di miglior esordiente dell'anno, l'Nba non diffuse le immagini della premiazione. All'organizzazione non piacquero la bandana bianca, i jeans larghi e soprattutto quella maglietta nera, dove fece stampare la lista delle vie più malfamate della propria periferia, Bad News Hood Check. La sua esistenza non perde l'autenticità quando il portafogli è gonfio.

Il denaro non è un valore, lo si può solo spendere per chiarire loro quanto sia ridicola la linea di confine che traccia. Lo spiegò a Lee, che lo voleva nel ruolo di protagonista in He got game: «Perdonami, ma non posso. È la prima estate con qualche soldo in tasca. Voglio divertirmi e devo fare qualcosa per Newport “Bad Newz”, where a lot of shit happens». E così scritturarono Ray Allen, l'acerrimo rivale di college. Iverson non si conforma, gli altri devono accostarsi alla sua cultura. Impone il punto di vista oscurato del ghetto, perché come ha scritto Teju Cole nel più puntuale intervento sull'anniversario della marcia: «Selma è uno specchio spaventoso dell'America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell'aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Iverson capì che aveva qualcosa di prezioso da preservare, quando in una sola estate vide morire otto amici in seguito a sparatorie. Lo ripeté a tutti che un giorno sarebbe approdato in Nba o Nfl. In lui rivediamo tratti dell'amore disperato per la vita di Gabourey Sidibe nella pellicola Precious. «Non sono uno svantaggiato. Non mi interessa l'assistenza. Vado alla mensa solo insieme a te», l'orgoglio brucia davanti all'insegna School's Underprivileged Meals Program. Dennis Kozlowski, a lungo capo allenatore della squadra di football della Bethel High School, era preoccupato dalla denutrizione di quel talento imprendibile da salvaguardare, che al basket preferiva il football. Gli comprò divise e vestiti eleganti, che mai indossò: «Coach, li hanno rubati i fidanzati di mia madre». Il 7 giugno 1975 all'Hampton General Hospital, dalla culla sporsero due braccia lunghissime e Ann decise: pochi dubbi, sarà la pallacanestro a salvarci, urlò. Nient'altro che una questione di redenzione. But my hand was made strong/By the 'and of the Almighty/We forward in this generation/ Triumphantly.

Larry Brown e Iverson s'incontrarono per la prima volta nella palestra dell'Università del Kansas. Durante un allenamento l'allora coach di college prese informazioni sul più esile e tosto in campo. Non scarseggiavano le controindicazioni e gli interrogativi: quali prospettive per un ragazzo che a fatica avrebbe superato il metro e ottanta centimetri di altezza e i settanta chilogrammi di peso? Sarà mai allenabile uno con quel passato? Un bel giocatore da playground, nulla più, dissero. Nell'estate del 1992 qualcuno iniziò a ricredersi. Nel corso della Boo Williams Summer League Iverson salì in cattedra a livello nazionale. «Uscito per raggiunto limite di penalità ho sperato che la partita non finisse al supplementare. Avrei odiato starmene seduto», chiosò. La giovane guardia della Bethel High School venne eletta miglior giocatore della manifestazione e ottenne lo stesso riconoscimento in altri eventi di rilievo. «Nel Paese non esiste un pari età di questa qualità. È fantastico», ammise Williams. «Sapevo di valere queste parole. Mi dicevano di guardare a Mike Evans. No, no, no, io posso raggiungere Mike. Mike Jordan», aggiunse AI. Nell'altra selezione finalista spiccò Jerry Stackhouse, un altro talento con cui ebbe una complessa convivenza tecnica nei futuri Sixers.

Il 31 luglio David Teel sul Daily Press offrì un resoconto lucido di un'estate di fede assoluta: «Quattro mesi fa abbiamo fatto una figuraccia nel sottovalutare Iverson nelle graduatorie nazionali. È il miglior prospetto dell'ultimo decennio, almeno. Incredibile la sua rapidità. Rende semplici le cose difficili. Fa tutto ciò che il ruolo richiede: un difensore di rottura che sopperisce alla taglia con l'anticipo, implacabile in contropiede e va marcato dai tre punti, salta in modo impressionante. Dovrebbe limitare il trash talking. È incline alla provocazione e ciò potrebbe far riflettere molti coach del college». In difesa, in post basso, minimizza gli svantaggi con la connaturata aggressività sulla palla. I video delle partite di quell'epoca catturano l'istantanea di un'energia vitale e disordinata. L'unico disagio sul campo è la canotta che veste sempre larga. Il numero tre attirò immediatamente la folla. Tawanna è lì senza sapere cosa sarà. A Bethel, dopo aver trascinato al titolo sia la squadra di football sia quella di basket, optò per la palla a spicchi.

L'impegno di sottrarre dai guai Iverson accomunò gli allenatori che l'hanno amato. Kozlowski fu il più esplicito, dopo essere stato allertato dalla polizia. Allen apparve in un video in cui acquistava una dose di sostanza stupefacente per la complessa Ann. «La prossima volta, qualora necessario, manda un tuo amico. Tu hai un sogno da tutelare», scongiurò Koz. Correva il San Valentino 1993, quando tutto sembrò andare in pezzi. «Piccolo negro», provocò il gigante bianco Steve Forrest, già noto alle autorità per possesso di cocaina. Allen pare che non oltrepassò l'invettiva verbale. Per la compagnia invece il passo verso la rissa fu breve. In qualche minuto la sala da bowling perse i propri connotati, divelta con numerosi feriti. Le telecamere non ripresero alcuna azione violenta di AI.

I testimoni del tempo lo definiscono il caso più vorticoso dall'assassinio di Martin Luther King. Con lo spettro dello scontro razziale il clima si avvelenò a Hampton e Newport News, non caratterizzate da uno squilibrio demografico fra neri e bianchi. La comitiva di Forrest proveniva da un distretto benestante e politicamente potente. Cinque giorni dopo essere stato nominato nell'All-American team delle high-school Iverson venne arrestato con cinque capi d'imputazione. Appena rilasciato in attesa del giudizio realizzò 42 punti contro la malcapitata Ferguson. La sorte del gioiello era nella sentenza del giudice Nelson Overton. Il 12 luglio '93 emise una condanna durissima: cinque anni di reclusione. Stay strong, mormorò Ann. Iniziò a muoversi il reverendo Jesse Jackson. I muri adornati di graffiti: Free Iverson. È stato un detenuto modello. Sveglia alle cinque per fare il pane, poi due ore per tirare a un canestro scassato. Spike Lee gli recapitò i testi di Malcom X, Jordan e Bill Cosby contribuirono alle spese per farlo accedere al programma scolastico della privata Richard Milburn.

L'intrigo si sbrogliò nello studio degli avvocati Woodward e Shuttleworth, inseriti a un alto livello politico. L'attività lobbistica con il governatore della Virginia Doug Wilder produsse gli effetti sperati. Il primo governatore afroamericano negli Stati Uniti si convinse della sussistenza di numerosi dubbi e di un pregiudizio razziale che aveva condizionato il verdetto. La colpevolezza è tutt'altro che evidente, tanto da concedere un atto di clemenza: «Merita l'opportunità di non interrompere la sua formazione». La tutor Sue Lambiotte, personaggio centrale in un periodo delicatissimo, si sentiva morire all'idea che un ragazzo con tale energia mentale e talento artistico vedesse sfumare gli anni migliori in cella come troppi coetanei afroamericani. Nell'anno di studio one-to-one, senza sport, stimolò la sua coscienza critica, ponendo lo sguardo oltre la pallacanestro.

Chi scommetterà sul suo avvenire professionistico con questo fardello? Si domandava Ann. Il messaggio a John Thompson è stato diretto: «Aiuta mio figlio». Il coach, che d'abitudine ha allestito le proprie squadre attorno al pivot, mostrò curiosità per lo stile libero di Iverson, quale possibile centro di gravità della sua Georgetown. La valutazione del rappresentante accademico della prestigiosa università di Washington rese raggiante Lambiotte: «Abbiamo fra le mani un diamante grezzo». L'accesso al college era cosa fatta. Ascoltiamo il commentatore della prima partita Ncaa, trasmessa in diretta televisiva, bacchettare Iverson sulla gestione del ritmo. Neanche il tempo di concludere il concetto, che Allen scagliò nella retina due splendide triple di puro istinto, fuori schema. È sempre all'attacco. Thompson gli diede carta bianca, insegnando però l'arte della pazienza. «Pensate alla sua infanzia. L'ultima cosa di cui necessita è una sovrastruttura, nonostante sia recettivo in allenamento. Ha bisogno di volare. Georgetown correrà per una ragione: Iverson». Fra i due s'instaurò un rapporto paterno destinato a durare oltre il biennio universitario. Intanto, non ancora ventenne, Tawanna mise al mondo la primogenita Tiaura.

Per capire qualcosa di Iverson può essere utile guardare la conferenza stampa d'addio. Il nodo stretto in gola si percepisce in ogni dichiarazione. «Il momento più emozionante della mia carriera è stato la scelta al Draft. La mia non è la terra dell'abbondanza. Avere un'opportunità è tutto». Due anni al college, poi l'uomo di casa avrebbe risolto tutto col primo contratto Nba. Lo anticipò a Freeman in uno dei vari colloqui in carcere. Thompson non aveva perplessità sull'impatto culturale del ragazzino sul gioco al livello superiore. Semmai temeva per le ore lontane dal parquet. Per una volta le tessere del mosaico apparirono in armonia. Ai Sixers si era insediata una nuova proprietà. Pat Croce, figlio della working class arricchitosi intuendo il business del benessere, da fisioterapista dei vip aveva costruito una costellazione di palestre a Philadelphia. Fra le sue mani passarono i muscoli di Charles Barkley e Julius Erving. Vendette tutto per il 10% della società e salì sul ponte di comando. Nel 1996 le alternative al Draft, appuntamento annuale in cui le squadre possono selezionare atleti perlopiù provenienti dal college, erano sovrabbondanti: fra gli altri si dichiararono eleggibili Steve Nash, Stephon Marbury, Marcus Camby, Ray Allen e Kobe Bryant (tredicesima scelta...). Croce volle però l'altro, quello capace di accendere l'immaginario collettivo della città della Dichiarazione d'Indipendenza. Il risultato dei test psicologici, ai quali Iverson fu sottoposto, è sintetizzabile nelle parole della leggenda Mike Krzyzewski: «Difficile scovarne uno così competitivo. Ha il cuore di un leone».

A Rutherford, nel New Jersey, in una notte di fine giugno il plenipotenziario dirigente dell'Nba David Stern pronunciò la frase: «With the first pick in the 1996 Nba Draft the Philadelphia 76ers select Allen Iverson from Georgetown University». Tre anni di contratto, nove milioni di dollari, baci e abbracci con Ann, Tiaura, per poi andare dietro le quinte dai membri della propria indissolubile comitiva Cru Thick. Il giocatore più basso a diventare la prima scelta ciondolò fino al podio con il cappellino dei Sixers in testa.

«I don't wanna be Michael Jordan, I don't wanna be Magic, I don't wanna be Bird or Isaiah. I don't wanna be any of those guys. When my career is over, I want to look in the mirror and say I did it my way». Con l'era Jordan al tramonto il sistema necessitava di un'altra icona. La serata del Draft al tavolo degli Iverson c'era un solo bianco, che applaudì compassato con un bacio sulla guancia ad Ann. David Falk, deus ex machina dell'industria jordaniana, divenne l'agente, immaginando un altro impero commerciale. Il rapporto culminò con un licenziamento in tronco. A Falk non piacciono i tatuaggi e le treccine da galeotto di Iverson. Anticorporate guy, lo definì. Tentò invano di piazzare il prodotto: niente sponsorizzazioni da McDonald's, Coca-Cola, Gatorade e affini, che invece sposarono il precedente assistito. Reebok con una sponsorizzazione da 50 milioni di dollari si riposizionò sul mercato delle calzature sportive, all'epoca da 7 miliardi di dollari, controllato al 40% dalla Nike. Un mese dopo la firma della partnership gli investitori riacquistarono fiducia nella multinazionale, che grazie a Iverson intercettò su scala globale il costume della generazione suburbana sedotta dal linguaggio dell'hip-hop. Incise pure un disco rap, parzialmente censurato, col nome d'arte Jewelz.

«Pensa di essere Dio. Non rispetta nessuno, è egoista. Pensa che il campo sia la sua strada, il suo playground, e che possa fare e dire ciò che vuole», sbraitò Rodman. Lui inscalfibile conquistò il titolo di matricola dell'anno. Sceglie di comunicare col mondo anche mediante i tatuaggi con cui disegnò il corpo. Nessuno mai come lui da matricola: cinque gare consecutive sopra i 40 punti. Le sue giocate bizzarre, eccentriche, avventurose, che i commentatori della notte del Draft catalogarono quali debolezze del suo bagaglio, fanno tuttora impazzire l'America. The emotion of his game is a talent. Ai biografi la guardia del corpo narra di non averlo mai visto martoriarsi con infinite sedute di tiro. Il lavoro era cerebrale. Per dirla con Isaiah Thomas, che un po' gli assomigliava: «L'aspetto più interessante del gioco è l'opportunità di esibire la propria creatività». I media s'accapigliarono sulla rottura col modello Jordan. L'equilibrio fra l'asfalto di Newport, terra natale anche di Ella Fitzgerald, e i valori della middle class da ossequiare è complesso.

Philly non era una squadra vincente (22 successi in 82 gare). Al secondo anno Croce rincorse un guru della panchina. Pitino pretese solo Boston. Jackson non lasciò Jordan. E infine bussò alla porta di Larry Brown, passionale e umorale quanto la stella con cui avrebbe dovuto convivere. Un maestro della vecchia scuola, che ha considerato a lungo Iverson un atleta straordinario, non un cestista. «Allen è una guardia. Non ha la mentalità del regista. Sembriamo un gruppo assemblato per una lega estiva in onda su Mtv. Non ci comportiamo da squadra», Brown, playmaker educato con la disciplina ferrea di Frank McGuire a North Carolina, lava in pubblico i panni sporchi. Dopo le nottate nei club, al casinò o in feste albeggianti, a ogni allenamento saltato, Croce deve ricomporre una frattura culturale e tecnica. Quest'ultima si rimarginò innanzitutto con la cessione di Stackhouse e l'arrivo di Ratliff e Mckie. Per l'altra ci volle più tempo. Sgravato dai compiti di regista, col supporto di Eric Snow, imperversò: ha chiuso la carriera con quattro titoli da miglior marcatore a 26.7 punti di media (722 partite, 28.879 minuti, 27.6 punti di media eguagliando record Sixers detenuto da Chamberlain). A Philadelphia hanno vinto campionati con Chamberlain ed Erving, ma il coraggio e l'onestà di Iverson sono entrate sottopelle. Il primo marzo 2014 la cerimonia per il ritiro della sua canotta è stata da brividi: «Ti amo Philadelphia per avermi accettato e per aver abbracciato i miei errori dai quali ho imparato. Il nostro legame affettivo non ha eguali. Anche alla fine dei miei giorni Philly resterà la mia casa».

Questa la premessa del conflitto con Brown: «Crede di potermi trattare come fosse un secondino bianco e io il carcerato». Un pensiero insopportabile per un liberale progressista qual è il coach di Brooklyn. Iverson sognò la sua sostituzione con Thompson da Georgetown. Dall'incomunicabilità è nata un'amicizia profonda, che commuove. Due solitudini che trovarono pace. In fondo ad accomunarli c'è la precoce assenza paterna. Impararono a fidarsi l'uno dell'altro. Larry stima Allen perché in campo non ha mai alzato bandiera bianca. Lui maturò senza snaturarsi. «Oggi in aeroporto mi riconoscono come l'allenatore di Iverson. Durante i 48 minuti lottava su ogni possesso. L'ho amato per questo. Nelle difficoltà non ha mai abbandonato i propri compagni, dando tutto per la vittoria. A volte non lo faceva nel modo giusto. Ma non ci sarà più nessuno come lui: the greatest competitor». È così, lui che danza anche sul dolore contraccambia: «Spesso non ho interpretato la sua idea di pallacanestro, tuttavia ha intuito e colto il mio amore per il gioco. Rimpianti? No one thing, no one thing. Dio non ha creato nessuno perfetto. Qualora morissi oggi, e di vita ne avessi un'altra, vorrei essere ancora Allen Iverson, malgrado sia il più grande fan dell'amico Michael Jackson e di Jordan. Mi dispiace solo di non aver permesso pienamente a Larry di allenarmi, di non essermi attenuto ai suoi insegnamenti. Ho sprecato troppo tempo a discutere con lui, e il 99% delle volte è stata mia la responsabilità. The greatest coach to me, in my heart».


Riassumere in una partita la carriera Nba di Iverson non è una scorciatoia comoda. Dopo cocenti eliminazioni dai playoff per mano degli Indiana Pacers di Reggie Miller, nel 2000 i Sixers assecondarono le esigenze del proprio allenatore. Iverson lo seguiva. Avevano un'anima difensiva e fondamentali di squadra. Inaugurarono la stagione con dieci vittorie consecutive. Anche stavolta però le tensioni non mancarono. Trentasette punti di Nowitzki, l'angelo biondo di Dallas, rischiarono di far saltare il banco. Brown minacciò le dimissioni dopo un confronto pesante nello spogliatoio. L'ennesima mediazione di Croce ricucì lo strappo. I Sixers archiviarono al primo posto la stagione regolare (56 vittorie, 26 sconfitte) e ricevettero tutti gli allori: Iverson miglior giocatore dell'anno, Brown coach of the year, Mckie miglior sesto uomo e Mutombo defensive player of the year. In una notte playoff meravigliosa contro i Raptors di Vince Carter segnò 54 punti. Gli chiesero da dove avesse tratto l'energia: «Dalla povertà, dalla vita». In finale di conference con la schiena a pezzi, disobbedendo ai medici, castigò i Bucks di Ray Allen con il suo show on the stage: 46 punti in gara 6, 44 in quella senza ritorno per ottenere il traguardo intermedio.

Poi arrivò la partita.

I Lakers, che non perdevano da sessantasette giorni, rappresentavano l'ultimo ostacolo frapposto al titolo. Tutti pronosticarono un avverso 4-0. In gara uno allo Staples Center di Los Angeles andò in scena la personale resistenza di Iverson, perché là dentro c'era la sua terra promessa. L'avvio appare il preludio alla cavalcata losangelina. Fox è tarantolato. Il leader dei Sixers non trova la giusta distanza (0/6 al tiro), poi infila 38 punti in 29 minuti per un vantaggio insperato, 70-58. Guarda negli occhi il parterre dei ricchi, sorride e applaude. Le staffette difensive di Phil Jackson non funzionano. La leggenda s'aggrappa alla montagna Shaquille O'Neal (41 punti, 19 rimbalzi) per la rimonta. Tyronn Lue approfitta del fisiologico appannamento di Iverson (3 punti in 15'), sistematicamente raddoppiato. Si restringe lo spazio del volo, ma gli scudieri Mckie e Snow lo sorreggono. Col quinto fallo di Mutombo e il pareggio di Bryant è un giorno da rifare, 92-92. Il tempo è supplementare. È buio pesto, 92-99, quando Raja Bell inventa il piede perno di Dio. È il momento del vogliamo tutto per Iverson (35.6 punti di media nelle cinque serate finali). Ottima apertura della transizione sul lato che concretizza con un viaggio in lunetta. Un pugno tenue sul cuore celebra una tripla in contropiede. Infine dall'angolo più stretto: partenza incrociata, passo indietro con palleggio in mezzo alle gambe e tiro in sospensione; Lue è giù per terra come i Lakers, 107-101 dts. Il composto ed elegante Larry Brown non ci sta più dentro ai confini dell'area tecnica. Gli altri si laureano campioni, ma di questa storia si ricorda soltanto la prima virgola.

Al Tribeca ha riscosso consensi un bel documentario biografico, Iverson, che sabato verrà trasmesso in prime time da Showtime Sports, perché il personaggio parla ancora dei sogni e delle paure americane. Dall'apice del 2001 la discesa è stata abbastanza repentina. Uccisero il più caro degli amici della Cru Thick al culmine di una lite banale a Newport; la costante degli infortuni da cui rimbalzava; i problemi con la giustizia mediatizzata; l'abuso di alcool; il divorzio da Tawanna; la dissipazione di un patrimonio economico da 154 milioni $, come d'altra parte succede al 60% degli ex Nba, che in media a cinque anni dal ritiro finiscono in bancarotta. Il passo d’addio ufficiale alla pallacanestro lo raffigura come una tragedia. Oggi però fuori splende un bel sole e in qualche playground, in una qualunque periferia del mondo, c’è qualcuno che prova a far volare con la sua canotta la propria risposta alla domanda di senso più alta.  

giovedì 11 aprile 2013

Il sogno americano di Andrea La Torre: dalla Stella Azzurra all'incontro con Michael Jordan

Il Messaggero, sezione Sport pag. 32,
11 aprile 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

ROMA Il sogno americano di Andrea La Torre inizia a prendere forma con un incontro speciale. «È un’emozione partire per gli Stati Uniti - racconta - sapendo che conoscerò sua maestà Michael Jordan». Il sedicenne cestista viterbese, svezzato dalla Stella Azzurra, ha conquistato questa opportunità impressionando gli addetti ai lavori nella tappa europea del Jordan Brand Classic.

Una vetrina per i migliori talenti a canestro under 16 del pianeta
, che da sabato a New York si confronteranno nell'avveniristica arena dei Brooklyn Nets, sotto lo sguardo attento dell'uomo che riscrisse le regole del gioco. Nell’ultimo decennio hanno calcato il parquet della manifestazione tutti gli attuali fenomeni dell’Nba: da LeBron James a Kevin Durant.

La Torre rappresenta, in potenza, un patrimonio per la pallacanestro italiana.
E la mente corre veloce al romano Bargnani, che ha spiccato il volo verso l'Nba proprio dalla cantera nero stellata. «Il Mago aveva una determinazione pazzesca, mentre La Torre deve ancora fortificarsi sotto l’aspetto caratteriale - spiega Germano D’Arcangeli, coach della Stella che allenò anche l’adolescente Bargnani - È un grande attaccante che può ricoprire i cinque ruoli, ma deve crescere in difesa».

Il ragazzone supera già i due metri di altezza:
playmaker mancino che schiaccia con l'atletismo di un pivot, ha lasciato Viterbo tre anni fa per diventare atleta e uomo nella foresteria della squadra capitolina. Con la canotta della Stella disputa da protagonista tre campionati (Under 17, 19 e serie B). «Qui mi alleno duramente, imparando a essere indipendente. Non rincorro modelli di riferimento o paragoni eccellenti, preferisco interpretare me stesso. Il mio limite? La testa, quando non è giornata o sotto pressione vado un po' in confusione. Ma sto migliorando…».

lunedì 31 dicembre 2012

Da Sabonis a Sabonis, storia di stelle al torneo città di Roma

Il Messaggero, sezione Cronaca di Roma pag. 46, 
31 dicembre 2012

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

A volte il cognome disegna un destino. «Chiamarsi Sabonis non è semplice. Avverto la pressione, ma vivo la mia vita e mi diverto con la palla a spicchi». Arvydas, il Principe del Baltico mito della pallacanestro mondiale, nonostante la chiamata degli Atlanta Hawks nel Draft del 1985 approdò nell’Nba solo dieci anni dopo, superati i trenta. Il figlio Domantas, nato il 3 maggio del 1996 a Portland dove il padre incantò con i Trail Brazers, potrebbe bruciare le tappe. Ha già attirato l’attenzione degli scout delle franchigie d’oltreoceano, giunti nella Capitale per studiare anche le sue prestazioni al Torneo Città di Roma.

LA VETRINA

Un evento di particolare interesse, organizzato dall’Eurolega con il sostegno logistico della Stella Azzurra, che da giovedì a sabato ha coinvolto otto squadre (oltre ai padroni di casa, Virtus Bologna, Virtus Siena, Malaga, Fenerbahce, KK Spars Sarajevo, Brose Bamberg, Mandoulidis) e messo in vetrina alcuni dei prospetti europei più promettenti. La società romana, che si è appena trasformata in un’accademia che allo sport abbina la scuola, si conferma una realtà dinamica in grado di proporsi a livello internazionale.

"Domas” è un'ala-pivot dal fisico possente: 206 centimetri d'altezza per 95 chilogrammi di peso. Sul parquet mostra eleganza nei movimenti e fondamentali tecnici solidissimi. In estate ha disputato da protagonista con la Lituania l’Europeo di categoria. Coach Jasmin Repesa l’ha fatto esordire nella Liga con la canotta dell’Unicaja Malaga, dopo dieci anni di formazione nella cantera del club andaluso.

I CONSIGLI DI PAPA’

«Mio padre mi sostiene con consigli preziosi - prosegue Sabonis jr - e rappresenta un modello per la capacità unica che aveva di leggere la partita, di muoversi con estrema agilità e di immaginare un passaggio. Lo considero il mio idolo insieme a Chris Bosh». La leggenda Arvydas, che riscrisse le regole del ruolo di centro e ridefinì i confini geopolitici del basket durante e post Guerra Fredda, non si può avvicinare. Ma anche Domantas può sognare una carriera nell’Nba. «Certo che ci penso - conclude -, e percorro senza fretta una strada ancora lunga».

All’ombra dei minareti della multietnica Sarajevo
sta crescendo una generazione di talenti. Il gigante sedicenne Doko Salic, eletto miglior giocatore della manifestazione, ha dominato (73-55) con l’altra giovane stella Aleksej Nikolic la finale contro il Fenerbahce di Metecan Birsen. A seguire i tedeschi del Bamberg, Malaga, Stella Azzurra, Virtus Bologna, Mandoulidis e il fanalino di coda Siena.

sabato 29 settembre 2012

Ecco la scommessa Jordan Taylor: «Ora la mia America si chiama Roma»

http://www.ilmessaggero.it/sport/altrisport/basket_taylor_nba/notizie/222404.shtml
 

di Gabriele Santoro
ROMA – A giugno Jordan Taylor ha riposto momentaneamente nel cassetto un sogno: essere il quarto Badger ad approdare nell’Nba negli ultimi nove anni.Domenica festeggerà il ventitreesimo compleanno ed aprirà a Pesaro la carriera da professionista con la canotta della Virtus Roma, di cui avrà la regia. Nella Capitale, senza scomodare il mito Larry Wright, da almeno cinque anni (ricordate il croato Roko Leni Ukic?) non si vede un regista vero. Il rookie statunitense è una delle giovani scommesse di un gruppo rivoluzionato, tutto da scoprire e da decifrare.

L’esordio (domenica ore 18.15, recuperato il nigeriano Ade Dagunduro) in trasferta contro la Scavolini nasconde qualche insidia, ma i due punti non sono un miraggio. «Riteniamo di essere pronti per vincere a Pesaro - sottolinea coach Calvani - e la chiave della nostra partita sarà la continuità. I miei ragazzi non vedono l’ora di cominciare». Anche il club marchigiano ha vissuto un’estate difficile e subìto un forte ridimensionamento con l’addio di stelle del calibro di James White, Jumaine Jones e Daniel Hackett. Gigi Datome, splendido protagonista in Nazionale, indossa per la prima volta i panni del leader in una squadra operaia, da battaglia: pochi fronzoli, tanta sostanza e faccia tosta con lampi di talento.

Taylor sfoggia un sorriso da bravo ragazzo e parla un inglese pulito.
Niente a che vedere con il vento in faccia del Bronx. Cresciuto in una famiglia benestante del Minnesota è entrato nei taccuini degli scout internazionali con una carriera di rilievo al college (Wisconsin Badgers). Un playmaker puro con «un'intelligenza cestistica sopra la media» che può prendersi responsabilità al tiro, pericoloso dalla lunga distanza, e che fa la differenza nel gioco a centrocampo (recordman nell'importante voce statistica che registra il rapporto tra assist e palle perse). Non è un atleta esplosivo e soprattutto rapido: può soffrire il primo passo dell’avversario, ma ha un fisico possente che lo rende un buon difensore.

Laureatosi brillantemente nella prestigiosa Wisconsin Business School,
ha iniziato presto a far rimbalzare la palla arancione nei playground della natia Bloomington (Minnesota), per poi provare diversi sport. Ora è il momento di diventare grandi. «Avverto una certa pressione - dice Taylor - che all’università non esiste. Lì è puro divertimento, qui da domenica si inizia a fare sul serio. Durante la preseason mi sono reso conto delle differenze del gioco in Europa, a partire dai secondi dell'azione (24” rispetto ai 35” dell’Ncaa, ndr): aumenta il numero dei possessi e si velocizzano i ritmi. Ma l’anima della disciplina non muta ad ogni latitudine del pianeta: niente egoismi, intensità difensiva e odio per la sconfitta».

Gli States, ossia l’Nba, restano sempre la sua «terra della speranza e dei sogni»
, per dirla con le parole del “Boss” Springsteen: «Il sogno americano non è morto (sorride, ndr), nonostante la crisi e le forti diseguaglianze che polarizzano ancora la nostra società. L’Nba non rappresenta un’ossessione, innanzitutto voglio esaltare qua le mie qualità e limare i difetti. In Italia il livello della competizione è comunque alto».

Obama o Romney? «Sarà una sfida dura. Ma non possiamo permetterci di tornare indietro …». Lui tifosissimo dei T-Wolves incorona i nuovi Los Angeles Lakers: «Con l’intramontabile Steve Nash ed i muscoli di Howard hanno costruito un roster per imporsi subito». Taylor ama il cinema, «i mitici Studios di Cinecittà esistono ancora?», domanda, e i suoi attori preferiti sono Eddy Murphy e Denzel Washington. Che cosa cambierebbe in questo mondo? «Servirebbe la bacchetta magica… Intanto proviamo a scrivere un nuovo futuro per la Virtus».

sabato 26 novembre 2011

Nba, c'è l'accordo: si gioca a Natale

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=171171&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - L'Nba ha annunciato l'accordo tra giocatori e proprietari per la fine della serrata che durava da 150 giorni e a Natale partirà il campionato. E c'è una conseguenza diretta per Roma, che vede sfumare l'operazione Tyreke Evans, e Milano che saluta Gallinari.

Manca solo l’ufficialità, ma l’Nba è pronta a ripartire. «Abbiamo trovato un accordo di massima, che è soggetto a diversi passaggi burocratici prima della sua approvazione definitiva, ma siamo molti ottimisti che sarà ratificato a breve e la stagione partirà il 25 Dicembre». David Stern, il gran capo della Lega statunitense, ha rimesso in moto con queste parole la macchina organizzativa dell’Nba.

Ora si voterà a maggioranza assoluta, ovvero almeno la metà più uno dei trenta proprietari e dei giocatori dovrà dire sì. L’ultima riunione fiume, quindici ore di trattative che si sono concluse nella tarda notte a New York, tra le due parti ha messo un punto alla serrata scattata il 30 giugno scorso alla scadenza del precedente contratto collettivo degli atleti.

È la fine di un incubo per le migliaia di lavoratori dell’indotto, dagli addetti alle arene ai servizi di sicurezza, che non hanno ingaggi milionari e sono a spasso da diversi mesi. Una gioia per la platea planetaria che si appassiona e diverte con le giocate spettacolari delle stelle a canestro.

Un sollievo per i conti in banca a nove zero di Bryant&soci e delle franchigie che in due mesi senza basket hanno registrato un buco da record quantificabile in trecento milioni di dollari. I dettagli precisi dell’accordo non sono ancora stati resi noti, ma lo scoglio chiave della spartizione degli introiti fatturati dall’Nba dovrebbe essere stato superato con un salomonico 50%-50% tra le proprietà e i giocatori e qualche benefit inserito in favore di questi ultimi.

La partita nel giorno di Natale è un classico Nba: in assenza di altri eventi sportivi catalizza l’attenzione e c’è da scommettere che sarà messo in calendario un esordio scoppiettante. Infatti per lanciare in grande stile la nuova annata con tutta probabilità saranno almeno due le sfide di cartello: il remake dell’ultima finale Dallas-Miami e Chicago-Lakers a Los Angeles.

La stagione sarà ridotta dalle canoniche 82 partite a 66. Ora sarà una corsa contro il tempo con il mercato che si intreccerà con il mese di preparazione atletica e tecnica delle squadre. Le ultime giornate di trattative non infondevano buoni presagi, ma il termine ultimo di Natale era ormai prossimo. Nessuno si sarebbe assunto la responsabilità di far saltare l’intero campionato, che tradotto significa non spartirsi una torta da 4 miliardi di dollari.

Una notizia che invece impoverisce il campionato italiano e l’Eurolega. Fino a ieri pomeriggio a Roma si respirava un’aria frizzante per l’ingaggio, non formalizzato, della stella dei Sacramento Kings Tyreke Evans e la società contava di averlo nella Capitale, una volta espletate le pratiche per il visto di lavoro, tra mercoledì e giovedì prossimo. A meno di un difficile nuovo passo falso dell’Nba Evans, offerto all’Acea più che cercato, non indosserà la canotta della Virtus. Ma la disponibilità economica dimostrata da un’operazione di questa portata fa traspirare ottimismo per un nuovo e tempestivo intervento sul mercato per ovviare alle lacune del roster capitolino.

Anche l’Emporio Armani Milano deve rinunciare con dispiacere a Danilo Gallinari.
Il “Gallo” farà le valigie per tornare a Denver.

L’Eurolega perderà una stella di prima luce come il russo Andrei Kirilenko, che in queste settimane ha incantato tutti con il suo Cska Mosca. Tony Parker saluterà l’Asvel Villeurbanne e Deron Williams i turchi del Besiktas.

«Egoisticamente è un peccato che l’Nba riparta proprio nel momento in cui c’era l’opportunità di portare nel campionato italiano un talento del calibro di Evans - commenta Lino Lardo, coach dell'Acea Roma - sarebbe stato il più forte straniero di sempre. Avrebbe acceso l’entusiasmo intorno alla squadra. Ma ora torniamo sulla terra: domenica affrontiamo un’avversaria fortissima come Cantù e sono contento di avere a disposizione una pedina in più come Mordente che nella mia carriera ho rincorso a lungo».

Ieri la guardia abruzzese ha svolto la prima seduta di allenamento con i compagni e ha dimostrato di essersi subito calato nella nuova realtà. Domenica pomeriggio esordirà al Palazzetto davanti ai tifosi romani con la canotta numero dodici. «La Virtus oggi è la soluzione migliore per me e la mia famiglia - spiega Mordente - e il coronamento di tanti contatti mai concretizzatesi nel passato. Anche durante l'estate avevamo parlato senza trovare la quadra. In classifica ci manca una vittoria e saremmo a ridosso della vetta. Il primo contatto con la squadra è stato positivo e già da domani proverò a dare il mio contributo anche se il debutto con Cantù non è dei più semplici».

giovedì 24 novembre 2011

Basket, Roma mette a segno due colpi: arrivano Evans e Mordente

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=171037&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – L’Acea Roma, reduce dal brutto ko di sabato a Sassari e alle prese con diversi infortuni, si scuote con due veri botti di mercato: Tyreke Jamir Evans, asso classe ’89 dei Sacramento Kings, e il capitano della nazionale italiana Marco Mordente. Per entrambi l’accordo è fino al termine della stagione in corso, ma la posizione dello statunitense è collegata all’evolversi della serrata Nba: nel caso si sblocchi la situazione Evans, come Gallinari a Milano, s’imbarcherà sul primo volo per gli Stati Uniti. L’arrivo di Mordente nella Capitale è previsto per venerdì e potrebbe essere impiegato già domenica nella difficile sfida contro la Bennet Cantù. Per Evans si attende il fax con la firma del giocatore, ma la società romana lo ha già ufficializzato: «La Virtus Roma comunica di aver raggiunto un accordo con l'atleta Tyreke Evans fino al termine della stagione sportiva 2011/2012 con un’uscita nel caso in cui riparta il campionato NBA, si aspetta la formalizzazione del contratto che avverrà nella notte». Una mossa che riaccende un po' di entusiasmo all'ambiente virtussino, ma il concreto impatto tecnico è ancora imponderabile.

L’infortunio del playmaker Anthony Maestranzi e un roster con diverse lacune ha spinto Roma a cercare un rimedio sul mercato, ma i primi nomi circolati da Hubalek a Giovacchini non convincevano nessuno. Naturalmente se il “crack” Evans indosserà la canotta della Virtus per tutto l’anno si ridisegnano gli equilibri e le ambizioni di una squadra “operaia” costruita con l’unico obiettivo di “lottare e conquistare un posto nei playoff”. Marco Mordente, che era a spasso dopo l’addio estivo a Milano, garantisce un salto di qualità in difesa e a differenza dei compagni ha un bagaglio enciclopedico di esperienza cestistica .

La stella ventiduenne dei Kings, prodotto del college Memphis e votato miglior esordiente nella stagione Nba 2009/10 (20.1 punti, 5.3 rimbalzi e 5.8 assist di media in 72 partite, come lui solo Michael Jordan, Robertson e Lebron James), ricopre il ruolo di guardia. Evans è un realizzatore dalla potenza fisica esplosiva, assolutamente straripante per il livello del campionato italiano. Sfiora i due metri di altezza e i cento chilogrammi di peso. Ha chiuso l’ultima stagione Nba a 18 punti, 5 rimbalzi e 6 assist di media in 37’ di utilizzo a partita. Il nativo di Chester (Pennsylvania), scelto al primo giro del Draft Nba 2009 alla quarta chiamata, è soprannominato il re del lay-up, dotato di una straordinaria abilità nell’attaccare il ferro. L’unica incognita, oltre alla durata della permanenza, è l’attitudine con cui verrà a Roma: la Virtus non ha bisogno di un fenomeno in ferie retribuite.

L’altro rinforzo è l’azzurro Mordente
(190 cm, 85 kg), che è una guardia ma può essere impiegato anche da playmaker. Il trentaduenne capitano della nazionale costituisce un capitale di mentalità, intensità e dalla panchina della Virtus può rivelarsi un innesto prezioso grazie alla pericolosità del tiro dalla lunga distanza. Nel 2006 ha vinto da protagonista lo scudetto con la Benetton Treviso, poi dal 2008 al 2011 ha vestito la canotta dell’Olimpia Milano (5.6 punti in 18’ d’utilizzo, 44% da3) con la quale esordì nella massima serie nell’annata ‘96/’97.

sabato 29 ottobre 2011

Nba, nuova fumata nera: non si gioca fino a dicembre

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=168174&sez=HOME_SPORT&ssez=ALTRISPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - L’ottimismo delle ultime ore di trattative per sbloccare la serrata Nba, giunta al centoventesimo giorno, è evaporato nella nottata italiana con l’annuncio della cancellazione delle partite fino al mese di dicembre. Ed è ufficiale che la stagione, qualora partisse, non si snoderà più sulle classiche ottantadue partite. «È impossibile programmare un’annata completa», ha detto David Stern, gran capo dell’Nba.

Lo scoglio principale sul quale si è nuovamente arenato il dialogo è la spartizione degli introiti. I proprietari hanno ribadito la disponibilità a una divisione al 50%, mentre il sindacato dei giocatori non scende sotto il 52.5%. La differenza tra domanda e offerta è di circa 80 milioni di dollari per una singola stagione e 630 sui prossimi sette anni su una torta complessiva da 4 miliardi di ricavi annui. Si sono compiuti passi in avanti su altri punti dell’accordo collettivo come la tassa sul lusso per chi sfora il tetto salariale e la durata dei contratti.

«Anche in questa occasione abbiamo sperato di trovare un accordo - ha spiegato Stern - ma la controparte ha abbandonato il tavolo. Billy Hunter direttore esecutivo del sindacato dei giocatori), subissato di telefonate degli agenti, ha detto che non sarebbe sceso di un penny sotto il 52% per poi alzarsi e uscire dalla stanza». Stern ha lanciato poi un messaggio che non lascia presagire un ammorbidimento delle posizioni: «La serrata sta provocando delle perdite colossali alle franchigie che andranno quantificate e non è stimabile il tempo necessario a rientrare degli incassi mancati».

«Non siamo riusciti ad avvicinarci abbastanza. Abbiamo fatto tante concessioni, ma non è sufficiente per i proprietari. Il prossimo incontro? Non lo so, ma speriamo di poter arrivare a una soluzione il prima possibile. È chiaro però che non firmeremo un accordo valido per i prossimi sei anni che possa danneggiare anche i futuri professionisti», ha commentato Derek Fisher, presidente del sindacato giocatori.

Obama inascoltato. Giovedì si era aperto uno spiraglio importante per la conclusione positiva delle trattative con la frase "It's time to go" (È tempo di cominciare) che apriva il sito ufficiale dell'Nba, poi sostituito con "It's (no) time to go". Nelle ultime settimane anche la Casa Bianca ha aumentato il pressing su proprietari e giocatori per raggiungere un accordo. Il presidente statunitense, intervenendo alla trasmissione televisiva di Jay Leno, aveva lanciato questo monito: «È ora che i giocatori e i proprietari delle squadre di Nba pensino di più ai tifosi, senza dimenticare che devono il successo alla loro passione. In questi anni tutti i protagonisti della Lega hanno fatto milioni di dollari e dovrebbero essere in grado di spartirsi la torta dei ricavi. Dopo questo tipo di serrate serve molto tempo per tornare alla normalità».

mercoledì 31 agosto 2011

Eurobasket, l'Italia ci prova con i Big-Three

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=161378&sez=HOME_SPORT&ssez=ALTRISPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – Domenica mattina l’Italbasket ha chiuso la valigia ed è decollata destinazione Lituania con un sogno e un obiettivo concreto: riscoprirsi grande tra i giganti della pallacanestro europea e avvicinare Londra 2012. La nazionale guidata da Simone Pianigiani, dopo estati di purgatorio cestistico, oggi alle 14.15 tornerà a calcare il palcoscenico che le spetta con il debutto a Eurobasket 2011 contro la temibile Serbia di Milos Teodosic e Nenad Krstic. L’entusiasmo, il talento e la faccia tosta di un gruppo giovane sono gli ingredienti principali dell’Italia che non ha più tempo per pensare: l’aspettano cinque partite in sei giorni nel girone più duro per conquistarsi un destino di prestigio. Nel 2007 chiuse la rassegna iridata con un mesto nono posto. Nel 2009 non si qualificò per la prima volta nella sua storia. Oggi si respira un’aria di riscatto con il pensiero che vola ai giorni dorati di Atene 2004, l’ultima magnifica impresa.

Questa edizione dei campionati Europei (31 agosto-18 settembre), ricca di protagonisti del mondo Nba, ha una favorita d’obbligo: la Spagna di Pau Gasol e del ct italiano Sergio Scariolo. La “cantera” catalana incanta anche sul parquet con il suo bagaglio infinito di talento: a luglio la selezione iberica under 20 ha dominato il torneo di categoria. Alle spalle freme la Lituania, tutt’altro che brillante in fase di preparazione ma forte del sostegno di un paese innamorato di questo sport, dello zar Jasikevicius e del gigante del futuro Valanciunas. La Turchia sembra appagata dall’argento mondiale 2010. La Francia di Joachim Noah e Tony Parker sulla carta è da medaglia, ma i galletti spesso hanno tradito le attese. Non c’è più la Yugo dei Bodiroga e Danilovic, tantomeno quella dei Divac e Petrovic. Delle sei repubbliche sorte dalla polverizzazione dei Balcani le uniche a nutrire ambizioni sono la Serbia rodata del santone Ivkovic e la Slovenia di Erazem Lorbek. Attenzione a Russia e Grecia inserite nei due gironi più abbordabili. Le due finaliste ottengono subito il pass per le Olimpiadi, le qualificate dal terzo al sesto posto tengono aperta la porta per Londra con il torneo preolimpico.

Lituania, terra di basket. A Vilnius la leggenda lituana Arvydas Sabonis ha aperto ufficialmente la manifestazione con il classico taglio di nastro e una marea umana di 55mila persone che ha palleggiato all’unisono in tutto il Paese. La Lituania con i suoi appena tre milioni di abitanti ha un bacino incredibile di appassionati e una scuola cestistica che sforna talenti in quantità industriale. Il paese baltico, entrato nel 2004 nell’Ue, vuole dimostrare di essere all’altezza della sfida organizzativa e mostrare al mondo l’amore per il gioco.

L’Italia non è solo i Big-Three. Bargnani, Belinelli, Gallinari e poi? Gli occhi sono tutti puntati sui tre alfieri azzurri in Nba, ma non basta. Il “Gallo” è la novità rispetto al passato recente. L’ala milanese non solo eleva il tasso qualitativo, ma garantisce moltissime soluzioni a Pianigiani: da rimbalzo difensivo grazie all’esplosività fisica può accendere il contropiede in cui l’Italia si esprime al meglio, può ricevere palla spalle a canestro, guadagna tanti tiri liberi oltre alle soluzioni dalla lunga distanza. Con lui in campo c’è più fluidità offensiva e si soffre meno a rimbalzo. Il “Mago” è la nostra macchina da canestri dentro e fuori l’area colorata e l’unico lungo di stazza in una selezione di giocatori con taglia bassa rispetto alla concorrenza. Inoltre dovrà essere preservato nella gestione dei falli. Il “Beli” senza troppi palleggi e soluzioni individuali forzate è l’uomo che può risolvere la partita in qualsiasi momento. Una chiave di questa nazionale è Mancinelli. Il “Mancio” un lungo atipico, favoloso collante con le sue doti di passatore. I gradi del play titolare sono stati assegnati al paisà Maestranzi. Dalla panchina può uscire l’energia di Hackett e Datome, l’esperienza dei pretoriani Carraretto e Mordente, l’impegno di Cusin.

L’idea alla base del gioco azzurro è quella di difendere forte, correre per innescare il talento offensivo dei suoi Nba e sopperire al deficit di centimetri con il contributo di tutti a rimbalzo. Ma in sfide così ravvicinate più che la qualità di un pick and roll vince lo spirito di squadra, quella voglia di non chinarsi anche di fronte a un avversario più forte. L’Italia, come ripete spesso Pianigiani, ha poca esperienza ma tanta fame di riprendersi il terreno perduto. Nel girone di Siauliai se Francia e Serbia sembrano poter ipotecare il passaggio del turno, c’è molto equilibrio con la Germania di Nowitzki, la Lettonia e Israele che ha perso la stella Casspi. L'esordio con i serbi, che sono un mix interessante di talento navigato, può regalare sorprese. La sensazione è che gli azzurri possano vincere, ma anche perdere, con tutti. Ora la parola passa ai legni della Siauliu Arena, bella struttura con cinquemila posti a sedere che ospiterà la prima fase degli azzurri. Siauliai è la quarta città più popolosa della Lituania con oltre centotrentamila abitanti. Robert Javtokas e Minda Zukauskas (ex Siena e Pesaro) i due cestisti più famosi.

Quante stelle Nba. Forse complice l’ombra sempre più ingombrante della serrata i giocatori europei che militano nella lega statunitense hanno fatto l’impossibile per essere in Lituania con le rispettive nazionali. Nowitzki, i fratelli Gasol, Parker, Turkoglu, oltre ai nostri, sono pronti a infiammare la competizione che per venti giorni attirerà l’attenzione di tutto il pianeta della palla a spicchi.

sabato 9 luglio 2011

Ettore Messina approda ai Los Angeles Lakers

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=155571&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA - Ora è ufficiale: Ettore Messina siederà in veste di assistente al capo allenatore sulla panchina prestigiosa dei Los Angeles Lakers per il prossimo biennio. «Sono onorato di aver ricevuto questa opportunità da una delle più grandi organizzazioni di basket del mondo», è stato il commento a caldo del coach. Messina raggiunge il tris d'assi Bargnani-Belinelli-Gallinari e scrive una pagina storica della pallacanestro azzurra: è il primo tecnico italiano ad approdare nel campionato professionistico a stelle e strisce.

La storia tra Messina e l'Nba racconta di tanti contatti e proposte di diverse franchigie, Toronto e New Yersey su tutte, che non si erano mai concretizzati. Ora si è presentata l'offerta irrinunciabile che consente un apprendistato di altissimo livello prima dell'eventuale grande responsabilità di una panchina da protagonista principale. Nel basket Nba gli assistenti hanno un ruolo chiave nella gestione della squadra e spesso costituisce il battesimo di carriere luminose. Nell'ultima stagione Tom Thibodeau, ex assistente per la difesa di Rivers ai Celtics, all'esordio da head coach ha trasformato i Chicago Bulls ed è stato votato miglior allenatore dell'anno. In primavera, dopo le dimissioni dal Real Madrid, il cinquantunenne coach catanese ha iniziato a prendere sul serio l'ipotesi di un approdo negli States.

La svolta è arrivata con la nomina di Mike Brown, ex coach dei Cavs di LeBron James, come successore del decano Phil Jackson sulla panchina dei gialloviola, la più ambita e bollente del mondo. Brown in alcuni viaggi studio in Europa ha avuto modo di conoscere e apprezzare il metodo di lavoro di Messina e tra i due si è instaurato un ottimo rapporto. Ai Lakers ricoprirà un incarico a tutto tondo mettendo a disposizione il proprio amplissimo bagaglio di conoscenze cestistiche. La sfida sarà rimotivare e rilanciare un gruppo che nell'ultima stagione ha deluso privo dell'usuale fame di successo. La disciplina ferrea, l'organizzazione minuziosa, l'energia straripante e le grandi doti da motivatore contraddistinguono il miglior tecnico dell'ultimo ventennio in Italia e secondo in Europa per numero di successi solo a Obradovic.

Il primo biglietto di presentazione di Messina agli esigenti e illustri tifosi della franchigia della Città degli Angeli si chiama Manu Ginobili: la stella argentina dei San Antonio Spurs formata e lanciata dal coach nella Virtus Bologna del grande slam. Sulla gloriosa panchina bianconera ha speso quindici anni di una carriera vincente (3 scudetti, 4 Coppa Italia, 2 Eurolega) prima come giovanissimo assistente del mito Sandro Gamba, poi da capo allenatore di una corazzata che ha reso grande il basket azzurro in Europa. Nel 2003 il passaggio all'ultima grande Treviso allestita dalla famiglia Benetton in cui ha vinto uno scudetto e quattro coppe nazionali svezzando il romano Andrea Bargnani, che non smette mai di ringraziarlo. Poi è arrivata la grande esperienza russa al Cska Mosca dal 2005 al 2009 in cui ha conquistato due volte l'Eurolega oltre a quattro scudetti. Dal 1993 al '97 ha guidato la nazionale italiana conquistando l'argento europeo a Spagna '97. Una caratteristica di Messina è il saper mettersi in discussione, come ha dimostrato nella parentesi a Madrid, e accettare nuove sfide sempre al momento giusto. Fino allo sblocco della serrata che sta paralizzando l'Nba non potrà rivolgere parola ai propri giocatori, ma è fortissima la curiosità di vederlo duettare anche in lingua italiana con un certo Kobe Bryant.