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lunedì 16 ottobre 2017

Memorie d'Africa: l'inchiesta Sankara è ancora aperta


Thomas Noël Isidore Sankara, classe 1949, è stato assassinato così giovane da ingombrare quasi necessariamente un’eternità. Il 15 ottobre del 1987, quando il Presidente del Burkina Faso cadde vittima di un agguato di stampo terroristico, era nel pieno dei propri trent’anni come fra gli altri Patrice Lumumba e Stephen Biko. Il settimanale Jeune Afrique gli ha dedicato la copertina dell’ultimo numero con la domanda inevasa da trent’anni: Chi ha ucciso Sankara?


Andando oltre l’icona, il feticcio del rivoluzionario panafricano amico del popolo, resta il dato che nessuno ha saputo soddisfare le concrete istanze politiche, economiche, sociali poste dal padre della rivoluzione burkinabè o meglio da un intero continente. Intesero eliminare l’uomo nuovo, l’eccezione che mirava a correggere una storia sbagliata. Anche le generazioni che non hanno vissuto in prima linea l’insurrezione e il processo politico che portarono l’Alto Volta a divenire Burkina Faso, la terra degli uomini integri, associano Sankara al sogno finora inesaudito di una classe dirigente non corrotta, emancipata dalle forme molteplici assunte dal neocolonialismo.

È un fatto che Sankara spaventi anche da morto. Non abbiamo notizia certa della localizzazione della tomba o del perimetro di terra che custodisce i suoi resti. L’indagine genetica, e non solo, è ancora in corso fra perizie e controperizie. L’inchiesta è stata rilanciata tre anni fa dopo la fine del regime politico dell’ex presidente Blaise Compaoré, per trent’anni al potere, oggi in esilio in Costa d’Avorio con un mandato d’arresto internazionale pendente per il suo presunto ruolo nell’omicidio Sankara.

La memoria pubblica però è un’altra storia, è andata oltre la negazione in quanto urgenza di costruzione di un’identità. Da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, al resto del continente non è stato dimenticato soprattutto l’esempio di Sankara, il vocabolario che produsse una rottura a  fronte di un’oppressione plurisecolare e della disillusione seguita all’indipendenza. «Osiamo inventare l’avvenire», sosteneva Sankara, e non era semplice farlo nel secondo paese africano più povero, dove l’aspettattiva di vita non raggiungeva i 40 anni.

Non gli mancava il coraggio. Uno degli elementi più interessanti della breve e intensa vicenda sankarista è la messa in discussione del paradigma della Françafrique perpetuatosi anche dopo il 1960. Nel giorno della liberazione del Mali De Gaulle aveva ammonito: «L’indipendenza reale, l’indipendenza totale non appartiene a nessuno. Non c’è politica possibile senza cooperazione». Trent’anni più tardi Sankara pretese di confrontarsi con pari dignità con l’omologo francese Mitterrand, giunto in visita nel 1986 nella vecchia colonia, e il discorso fu duro:

«(…) Non abbiamo compreso come banditi quali il guerrigliero angolano Jonas Savimbi e assassini come il presidente sudafricano Pieter Botha abbiano avuto il diritto di percorrere la Francia così bella. L’hanno macchiata con le proprie mani e i piedi grondanti di sangue. E coloro che gliel’hanno permesso porteranno l’intera responsabilità qui e altrove, oggi e per sempre».

Come mostra un filmato d’epoca, dopo aver ascoltato Mitterrand si rivolse in modo quasi paternalistico: «Come lui dirò ciò che penso. Trovo alcuni fra i suoi giudizi troppo tranchant, ha la perentorietà di una bella gioventù. Ha il merito di essere un Capo di Stato completamente devoto al proprio popolo e lo ammiro. Qualità importanti ma è troppo tranchant, si spinge avanti più di quello che sia necessario. Mi permetto di dirlo dall’alto della mia esperienza», concluse poggiando una mano sulla spalla del presidente burkinabè.

Le biografie ricordano come fin dalla tenera età Thomas scegliesse sempre di stare dalla parte dei più deboli, lui figlio che non aveva patito la povertà dell’epoca coloniale. Un giovane in rivolta, formatosi tra un’educazione ferventemente cattolica e l’accademia militare, fin da adolescente guardava a sinistra, all’antimperialismo.

Con l’impeto che lo contraddistingueva, sapeva anche riconoscere limiti evidenti e debolezze nell’azione di un trentatreenne. Tre mesi prima di essere assassinato, in quello che è considerato il discorso testamento, non esitò a evidenziare errori del processo che guidava, proponendo correzioni e cercando di scongiurare derive massimaliste che non mancarono, il settarismo tribale e all’interno delle forze rivoluzionarie. Lui non ricorse alla violenza per mantenere il controllo e sbarazzarsi dei nemici interni, piuttosto il martirio come poi avvenne e ciò lo eleva.

Nei venti anni successivi all’indipendenza il Burkina Faso visse tre colpi di Stato. Dopo quello del 1980 iniziò l’ascesa di Sankara. Nominato Capitano, poi segretario di Stato per l’Informazione, si distingueva spesso dalla condotta governativa, quando avversava il popolo, fino alle dimissioni. Colpivano il suo linguaggio coerente nel tempo con i comportamenti, la creatività, l’energia che sostanziarono un immaginario, il riscatto dei vinti che sostennero seppure in assenza di libere elezioni la sua ascesa al vertice dello Stato.

Si misurò con sfide politiche, economiche e sociali di tale ampiezza, a cominciare dall’autosufficienza alimentare di un popolo affamato e in quattro anni il risultato su questo fronte fu fuori dall’ordinario. Poi la letterale costruzione dal nulla di un’economia locale, forze produttive non più dipendenti dall’estero, l’alfabetizzazione e il decisivo coinvolgimento delle donne in una società marcatamente patriarcale. Se oggi il fenomeno migratorio è strettamente connesso anche a ragioni ambientali, anzitempo Sankara si rese conto dei rischi della progressiva desertificazione e di quanto l’ecologia dovesse essere in cima all’agenda politica. In uno dei suoi interventi più celebri Sankara tematizzò la questione ineludibile del debito e di quella che oggi definiremmo l’austerità per il pieno compimento della rivoluzione. Durante la sua presidenza, a fronte di un debito troppo esoso da onorare, il sostegno delle istituzione economiche internazionali crollò del 25% e quello francese passò da 88 a 19 milioni di dollari in tre anni.

Sankara è stato accusato di aver corso troppo con un ritmo di riforme e cambiamenti non sostenibile senza forze sociali strutturate alle spalle, in un quadro politico interno frammentato e internazionale ancora segnato dalla Guerra Fredda. Nel corso di un’intervista televisiva si definì «un ciclista che scala una salita ripida con due precipizi a destra e a sinistra». «Per restare me stesso, per sentirmi tale – concluse – sono obbligato a continuare con questo slancio».

Qual è stata la conquista essenziale del presidente più giovane che l’Africa abbia conosciuto? Non essere espulsi dalla storia in quanto poveri, anzi credere di riuscire a determinarla in un contesto mondiale di profonda convulsione economica, che avrebbe poi prodotto un difficilmente reversibile aumento delle diseguaglianze. «La cosa più rilevante, credo, sia di aver condotto il popolo ad avere fiducia in sé stesso – disse Sankara –, a comprendere che, finalmente, bisogna sedersi e scrivere il proprio sviluppo; sedersi e scrivere la propria felicità; l’opportunità di dire ciò che desideriamo. E al contempo sentire intimamente qual è il prezzo che si è disposti a pagare per questa felicità».

venerdì 8 gennaio 2016

Congo Inc, il romanzo polifonico di In Koli Jean Bofane


di Gabriele Santoro

Kinshasa, incidentalmente capitale della Congo Inc, è un laboratorio del futuro. Dal concepimento di Leopoldo II, État Indépendant du Congo, l’attuale Repubblica Democratica del Congo non è un’entità politica; una democrazia fragilissima che dal 1960 solo nel 2006 si è misurata con le urne. Il Congo è una vastità geografica che nelle espressioni culturali e nelle acque di un fiume maestoso trova una propria coincidenza. È un paese a sovranità limitata, è la principale riserva mondiale di materie prime; dunque una Società che deve continuare a soddisfare le necessità della modernità, sostiene lo scrittore In Koli Jean Bofane. Congo Inc, una forma di algoritmo, un caos organizzato, da mettere in marcia per realizzare i grandi disegni del mondo. La Conferenza di Berlino, aperta il 15 novembre 1884 e chiusa il 26 febbraio 1885, aveva stabilito che lo Stato Libero del Congo avrebbe dovuto aprirsi al libero scambio internazionale, un nuovo equilibrio mondiale per il libero commercio di materie prime.

La meraviglia dell'arte di Kiripi Katembo
Fiston Mwanza Mujila, trentaquattrenne autore congolese dalla strepitosa potenza creativa, pubblicato in Italia da Nottetempo, utilizza la nozione di flessibilità. In un paese di 2.3 milioni di metri quadrati che non esiste, ognuno fabbrica il proprio paese nel quale adattarsi. La sopravvivenza quotidiana, una vasta commedia, equivale a cercare nell’inquietudine, nella legge della selezione naturale un’unità di misura dell’umanità. Occorre camminare a passo svelto nella follia che forzatamente alimenta l’immaginazione. «Senza la nostra provincia questo paese è una pagliacciata, inveiva il Generale dissidente – leggiamo nell’interessante Tram 83 (Nottetempo, 243 pagine, 16.50 euro, tradotto da Camilla Diez) –. Non possiamo accontentarci delle briciole finché siamo noi a darvi da mangiare. Esasperati dalla lunghezza del conflitto, i ribelli ripiegarono su un pezzo di terra della provincia ricchissimo e oggetto di bramosia, che chiamarono la Città-Paese».

Seppure di generazioni distanti Mwanza Mujila e Bofane, classe 1954, sono vicini. Si stimano. Quest’ultimo ha spesso sollecitato e sostenuto l’esordiente che nel rapsodico Tram 83 scrive: «Camminavamo nelle tenebre della storia. Eravamo vacche da mungere in un sistema di pensiero che traeva profitto dalla nostra giovane età, che ci schiacciava completamente». Bofane appartiene a una generazione sospesa tra due universi, formatasi nelle università europee e poi tornata nella madre patria seppure sotto la dittatura con la fame, la sete, di contribuire al progresso del paese. E ha assistito, in un incessante moto di andate e ritorni, allo svanire delle illusioni di uomini e donne ricchi di talenti. Il verbo dell’esistenza è ricominciare, mitigando l’alienazione, come ben raffigura la pellicola Teza del regista etiope Haile Gerima. Costruire, decostruire, scoprire, ripartire. «Ho faticato», dice Bofane.

«Guardo indietro sulla storia del Congo e mi domando come un uomo possa aver vissuto tutte queste cose». Poesia, satira e barbarie appaiono inestricabili; la vita e la morte sono là. Bofane si dichiara scrittore del Ventunesimo secolo, quasi a voler chiudere dentro a un cassetto il dolore novecentesco, marchiato sulla pelle, e a voler raccogliere i pezzi e produrre idee nuove. Ma quelle piaghe le incide sulla carta: non si diverte a scrivere, non è questione di ricerca artistica, lo interrogano le esigenze di un dolore parossistico. La colonizzazione che definisce un apartheid. L’incubo, che si trascina dall’infanzia, dell’assassinio di Patrice Lumumba: il crollo dell’ideale, dell’immaginario dell’infanzia che non ha una coscienza politica, l’innocenza. A proposito della storia del Congo sceglie la parola honte: vergogna, umiliazione, affronto.

È stata la storia con la S maiuscola, quanto la guerra, a condurlo alla scrittura. Non ha mai sognato di diventare uno scrittore, nonostante abbia sempre adorato la letteratura. Ha iniziato a scrivere tardi ma è entrato presto nella letteratura a causa della guerra, a causa della storia. Bambino nei tumulti per l’indipendenza, al padre chiede libri: per scappare dalla guerra si è messo a leggere. Esule in Belgio, all’età di quarant’anni decide di scrivere a causa del genocidio attuato in Ruanda, stanco delle analisi, delle inesattezze degli altri, degli africanisti senza Africa. Ha lasciato il Congo nel 1993 e c’era il bisogno di coprire un abisso. Oggi si qualifica come uno scrittore.

Lo scorso novembre la giuria presieduta dal premio Nobel Jean-Marie Gustave Le Clézio, per conto dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia, ha assegnato a Congo Inc – Il testamento di Bismarck (66thand2nd, 223 pagine, 17 euro, traduzione a cura di Carlo Mazza Galanti), secondo romanzo di Bofane, il prix des Cinq continents de la Francophonie. È stato pubblicato nel 2014 dall’editore francese Actes Sud. Un testo potente, feroce che restituisce senso compiuto al termine solidarietà, quale atto di resistenza alla realtà, ed è erroneamente catalogabile come terzomondista.
È un romanzo polifonico in cui i personaggi dialogano come gli accadimenti che lo caratterizzano.


In un paese ricoperto per due terzi dalla foresta equatoriale il protagonista Isookanga sogna la grande città; gli sta stretto il villaggio: diventarne il capo con quale profitto? È felicissimo quando l’installazione di un’antenna scompiglia la chioma degli alberi e il bioritmo della foresta che ha sempre garantito il necessario ai propri abitanti. «Io sono come te – dice Bizimungu, signore della guerra in congedo – , tutto questo verde mi deprime. Che cosa crede quella gente? Che con un tronco d’albero si possano fabbricare computer potenti, un iPhone o un missile? C’è bisogno di rame, stagno, cobalto, coltan». La vita va scavata nel sottosuolo. La dialettica tra tradizione, conservazione e la violenza della modernità sviluppa la struttura del romanzo. Isookanga, un pigmeo della stessa tribù dell’autore, diverso a causa della bassa statura, si professa un mondialista che aspira a diventare un globalizzatore.

Approdato, grazie a uno scambio di persona, a Kinshasa dopo tre settimane di navigazione a bordo di una promiscua città galleggiante inizia a domandarsi se svegliarsi all’aperto, nel cuore di una città, sia forse una prerogativa del modello globale. Nella Repubblica Democratica del Congo l’età media supera di poco i 17 anni e il Pil pro capite è pari a 810 $ contro i 41.570 in Belgio. Nella sola capitale, che conta otto milioni di abitanti, si stima siano circa ventitremila gli shégué, i bambini di strada con i quali Isookanga comincia a condividere il tempo della notte ai margini del Grand Marché, una struttura composta da una decina di padiglioni.

«Vista dall’alto Kinshasa somiglia a una termite regina, mostruosamente gonfiata, fremente di agitazione, sempre indaffarata, in continua crescita», scrive Van Reybrouck. Il primo incontro è con una giovanissima espulsa dalla corsa alle ricchezze delle materie prime. Shasha è il personaggio più intenso di Bofane, la sua anima pulsa. In un giorno che prometteva una luna serena e il consueto cielo stellato ha ritrovato il villaggio devastato dai ribelli e la famiglia massacrata. È scappata dal Kivu con i due fratelli più piccoli. Fiera è riuscita a portarne in salvo uno nella megalapoli. Ora è una bambina puttana che vuole vedere e sapere fino all’estremo limite.

«Che sei venuto a fare?», così Shasha accoglie Isookanga.
«Sono venuto a vivere l’esperienza dell’alta tecnologia e della mondializzazione, zietta».

«Tutto qua?», Shasha non capiva bene, ma ognuno ha le proprie ragioni. «Mettiti là, in fondo».

Sulla propria strada, al Grand Marché, Isookanga incrocia un secondo reietto. Zhang Xia è un cittadino cinese, convinto a lasciare la propria famiglia per maggiori guadagni al fianco di un imprenditore di lavori pubblici e privati. Si va in Congo a costruire le città, le strade, le infrastrutture. Quando gli affari, complice la corruzione, vanno in malora il padrone lo abbandona al proprio destino.

Nel primo semestre 2015 gli investimenti della Cina in Africa sono crollati del 40%, complice il rallentamento dell’economia cinese, che pesa anche nel contesto africano a causa della crescente interdipendenza. Il volume degli scambi commerciali dai 10 miliardi di dollari del 2000 è salito ai 300 del 2015 con circa 2500 imprese cinesi operanti nei paesi africani. A dicembre in occasione del primo summit cino-africano tenutosi in Africa il presidente cinese Xi Jinping ha promesso un programma d’aiuti sotto forma di prestiti pari a sessanta miliardi di dollari, cinque dei quali a tasso zero e trentacinque a tassi preferenziali. Tutti destinati a finanziare dieci programmi di cooperazione su base triennale per l’agricoltura, industrializzazione, scuola e università, sanità, riduzione della povertà, energie rinnovabili. Poi è stato annunciato un maggior coinvolgimento nelle operazioni Onu per il peacekeeping. Nelle dichiarazioni ufficiali Xi ha sottolineato che gli interessi cinesi non saranno mai tutelati a detrimento di quelli africani. Per usare le parole di Kako Nubukpo, un ex ministro togolese: «In questi accordi di cooperazione non c’è la lezione morale, il clima di umiliazione che sottende ogni accordo Occidente – Africa».

Nel romanzo Bofane rievoca le cointeressenze del sistema win win (materie prime in cambio di infrastrutture etc) e a voce aggiunge: «Non hanno mai piantato le proprie bandiere o invaso con il proprio esercito. E d’altra parte cosa potranno combinare che francesi, inglesi, americani non abbiano già fatto?»

«Anche lei è nella globalizzazione?», domanda Isookanga a Zhang Xia.
«Sì, ahimè. Per me la globalizzazione è un vero schifo. Stavo benissimo in Cina. Sarei dovuto restare, ma mi sono fidato e sono partito. Lavoravo con il signor Liu Kai a Chongqing. Si è costruito parecchio. Una grande metropoli. Ora vendo l’acqua, la migliore di Kinshasa».

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