giovedì 24 novembre 2011

Basket, Roma mette a segno due colpi: arrivano Evans e Mordente

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=171037&sez=HOME_SPORT

di Gabriele Santoro

ROMA – L’Acea Roma, reduce dal brutto ko di sabato a Sassari e alle prese con diversi infortuni, si scuote con due veri botti di mercato: Tyreke Jamir Evans, asso classe ’89 dei Sacramento Kings, e il capitano della nazionale italiana Marco Mordente. Per entrambi l’accordo è fino al termine della stagione in corso, ma la posizione dello statunitense è collegata all’evolversi della serrata Nba: nel caso si sblocchi la situazione Evans, come Gallinari a Milano, s’imbarcherà sul primo volo per gli Stati Uniti. L’arrivo di Mordente nella Capitale è previsto per venerdì e potrebbe essere impiegato già domenica nella difficile sfida contro la Bennet Cantù. Per Evans si attende il fax con la firma del giocatore, ma la società romana lo ha già ufficializzato: «La Virtus Roma comunica di aver raggiunto un accordo con l'atleta Tyreke Evans fino al termine della stagione sportiva 2011/2012 con un’uscita nel caso in cui riparta il campionato NBA, si aspetta la formalizzazione del contratto che avverrà nella notte». Una mossa che riaccende un po' di entusiasmo all'ambiente virtussino, ma il concreto impatto tecnico è ancora imponderabile.

L’infortunio del playmaker Anthony Maestranzi e un roster con diverse lacune ha spinto Roma a cercare un rimedio sul mercato, ma i primi nomi circolati da Hubalek a Giovacchini non convincevano nessuno. Naturalmente se il “crack” Evans indosserà la canotta della Virtus per tutto l’anno si ridisegnano gli equilibri e le ambizioni di una squadra “operaia” costruita con l’unico obiettivo di “lottare e conquistare un posto nei playoff”. Marco Mordente, che era a spasso dopo l’addio estivo a Milano, garantisce un salto di qualità in difesa e a differenza dei compagni ha un bagaglio enciclopedico di esperienza cestistica .

La stella ventiduenne dei Kings, prodotto del college Memphis e votato miglior esordiente nella stagione Nba 2009/10 (20.1 punti, 5.3 rimbalzi e 5.8 assist di media in 72 partite, come lui solo Michael Jordan, Robertson e Lebron James), ricopre il ruolo di guardia. Evans è un realizzatore dalla potenza fisica esplosiva, assolutamente straripante per il livello del campionato italiano. Sfiora i due metri di altezza e i cento chilogrammi di peso. Ha chiuso l’ultima stagione Nba a 18 punti, 5 rimbalzi e 6 assist di media in 37’ di utilizzo a partita. Il nativo di Chester (Pennsylvania), scelto al primo giro del Draft Nba 2009 alla quarta chiamata, è soprannominato il re del lay-up, dotato di una straordinaria abilità nell’attaccare il ferro. L’unica incognita, oltre alla durata della permanenza, è l’attitudine con cui verrà a Roma: la Virtus non ha bisogno di un fenomeno in ferie retribuite.

L’altro rinforzo è l’azzurro Mordente
(190 cm, 85 kg), che è una guardia ma può essere impiegato anche da playmaker. Il trentaduenne capitano della nazionale costituisce un capitale di mentalità, intensità e dalla panchina della Virtus può rivelarsi un innesto prezioso grazie alla pericolosità del tiro dalla lunga distanza. Nel 2006 ha vinto da protagonista lo scudetto con la Benetton Treviso, poi dal 2008 al 2011 ha vestito la canotta dell’Olimpia Milano (5.6 punti in 18’ d’utilizzo, 44% da3) con la quale esordì nella massima serie nell’annata ‘96/’97.

venerdì 18 novembre 2011

Ficarra&Picone: ridere senza volgarità in "Anche se è amore non si vede"

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di Gabriele Santoro

ROMA – È ancora possibile far ridere di gusto il pubblico al cinema con una commedia italiana senza inondarlo di parolacce, banalità o volgarità? È la scommessa del nuovo film Anche se è amore non si vede della collaudata coppia di attori comici e registi palermitani Ficarra&Picone. Il lavoro, prodotto da Attilio De Razza con Medusa e distribuito in 550 copie, uscirà il 23 novembre e punta a ripetere gli incassi a nove zeri dei successi precedenti La Matassa e Il 7 e l’8. Novantaquattro minuti di pellicola che scorrono leggeri, inseguendo la geometria variabile dell’amore con i suoi equivoci e domande quotidiane. Da un’amicizia può nascere una storia d'amore? Perché ci manca spesso il coraggio di dire al partner che è finita? Quanto è vero il vecchio adagio del “chiodo scaccia chiodo”? Perché rincorriamo chi ci rifiuta e non ci accorgiamo di chi ci ama?

In Anche se è amore non si vede Salvatore Ficarra e Valentino Picone sono due amici alle prese con situazioni sentimentali agli antipodi e condividono l'attività di operatori turistici con un pullman vintage, di colore giallo, che porta i turisti in giro per Torino. Sono diversi, ma inseparabili: «Sei il peggior miglior amico che mi potesse capitare. Ti ho scelto a scuola quando gli altri erano stati tutti presi», dice Salvatore. Quest’ultimo intraprendente e disincantato è alla caccia continua di avventure amorose. Il dolce e imbranato Valentino invece tra anniversari e scontatissime feste a sorpresa opprime la fidanzata Gisella, interpretata dalla divertente Ambra Angiolini, che non sa come uscire dal rapporto e chiede aiuto al miglior amico del proprio uomo. Poi c’è la frizzante e improbabile guida turistica Natascha (Sascha Zacharias) corteggiata dal principale Salvo, che non si accorge delle attenzioni dell’insicura amica di vecchia data Sonia (Diane Fleri).

L’intreccio narrativo, in un ritmo incessante di battute riuscite, scioglie i nodi di affetti rincorsi alla ricerca dell’happy end. Anche se è amore non si vede è un invito a prendersi meno sul serio e a mantenere la giusta distanza da sentimenti che possono cambiare in una frazione di secondo. «Le relazioni non cambiano mai: ci si rincorre sempre, ma come diceva Troisi un uomo e una donna sono le persone meno adatte per sposarsi. Non tutto quello che vedrete è autobiografico, piuttosto frutto dell'osservazione della società», spiega Ficarra. I due protagonisti non monopolizzano la scena. «Siamo stati scemi - ironizza Picone - perché avendo scelto tre donne ci siamo automaticamente messi in minoranza». «Una volta entrata in sintonia con le dinamiche, la fragilità e l’unicità di Salvo e Valentino - sottolinea Ambra Angiolini - più che aver lavorato mi sono appassionata alla lavorazione del film. Abbiamo raccontato quello che non si vede dell’amore, pieno di equivoci e parole non dette. Sono entrata nel mio personaggio, una donna nevrotica e speciale, tirando fuori la sua carica di umanità. Nella vita reale credo più a una storia d'amore finita che si trasforma in amicizia, che la dinamica inversa». «Durante le riprese c'è stato spazio anche per le improvvisazioni e il confronto. Ormai non posso fare a meno delle loro prese in giro e caricature divertenti. Al contrario di Ambra penso che da un'amicizia possa sbocciare l'amore, perché conosci già diversi aspetti della persona che ti è vicina», dice Diane Fleri.

Nel film risalta il tributo alla coppia Bud Spencer-Terence Hill con tanto di scazzottata al matrimonio sui generis dell’indeciso e furbo Orazio (Giovanni Esposito): «Da piccoli sono stati nostri idoli - svela Ficarra - ed è un chiaro riferimento cinematografico. Gli effetti sonori degli schiaffi e dei pugni sono stati curati dallo stesso rumorista dei loro film. Sul set ci siamo fatti una foto con il mitico Sal Borgese, presente in molti lavori di Carlo Pedersoli (Bud Spencer) e Mario Girotti (Terence Hill)». «Ci ispiriamo anche al cinema di Sergio Leone e al genere spaghetti western - prosegue Valentino - perché era pieno di ironia». Dopo tre film girati in Sicilia la coppia di attori-registi ha deciso di trasferirsi a Torino: «Sarebbe troppo facile dire che dalla nostra regione emigrano pure i film. Cercavamo una città d’arte, meno inflazionata di altre, necessaria per ambientare l'occupazione dei protagonisti». La sceneggiatura è firmata anche da Fabrizio Testini e Francesco Bruni, sceneggiatore e regista della commedia Scialla da oggi al cinema.

Ficarra e Picone posano anche il proprio sguardo critico sull’Italia e sull'immagine del nostro paese all'estero. Frecciate che non stonano nel contesto di una narrazione spensierata: «Qua vedo solo macerie, ma che è l’Italia in miniatura?» o dalla voce di Peter (David Furr), l'antipatico fidanzato americano di Sonia: «Ogni volta che torno in Italia la trovo un po’ peggio».

E il mirino dei due comici è puntato sulla politica: «Importiamo molte commedie dall’estero - dice Ficarra - mentre noi esportiamo con fatica il nostro cinema. I politici ci fanno una concorrenza sleale: sono presenti in tutti gli show satirici del pianeta. Da bambino mi annoiavo guardando le tribune politiche per il linguaggio politichese, ma ora siamo scesi troppo in basso con il dito medio facile, le pernacchie e gli insulti dei nostri parlamentari». «Stiamo vivendo un lento declino culturale - rincara Picone - e ora si respira un’aria da festa finita. Dobbiamo raccogliere i cocci. Il governo Monti? Se questo è tecnico, il precedente era di fantasia. Non auguro a nessun paese di passare alla normalità da un giorno all’altro, dovrebbero metabolizzare il nostro stesso shock».

I due nella vita appassionati di calcio, sul set si sono cimentati con la disciplina nordica del curling e hanno fatto una caricatura goliardica dei riti stanchi, come le esultanze verso le fidanzate e le ripetitive dichiarazioni post partita, dei professionisti dello sport. «Durante le Olimpiadi invernali di Torino eravamo davanti al televisore - racconta Salvo - e ci siamo appassionati a questo sport. A Palermo è un po’ difficile trovare le piste…e non potevamo perdere l’occasione di provare questa ebbrezza»!

mercoledì 9 novembre 2011

La crisi del basket azzurro: mancanza di regole certe e poco spazio ai giovani

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di Gabriele Santoro

ROMA – Il risultato deludente della nazionale italiana all’ultimo campionato europeo in Lituania ha riacceso il dibattito sul cortocircuito tecnico e strutturale alla base del mancato ricambio generazionale che affligge da quasi un decennio il basket azzurro. E all'orizzonte non ci sono novità sostanziali. Tra i primi trenta marcatori della massima serie ci sono solo Hackett e Datome. Amoroso, Soragna e Hackett sono gli unici a stare in campo con una media superiore ai 30 minuti. Il fanalino di coda Casale Monferrato è la squadra più italiana con sei cestisti e una media di utilizzo di 19 minuti. Il quintetto base dell’Under 20 vicecampione d’Europa passa dall’eccezione Gentile al promettente Cervi (centro di 215 cm, classe ’91, 1.5 punti, 7.3 minuti) che a Reggio Emilia fa panchina dietro al trentasettenne Chiacig (6.6 punti, 25.4 minuti). Melli (4.7 punti, 11.3 minuti), Polonara (4.4 punti, 8.6 minuti) e De Nicolao (1 punto, 3.5 minuti) cercano spazio a Milano, Teramo e Treviso, mentre Moraschini ha trovato collocazione a Sant'Antimo, in fondo alla Legadue.

Non ci sono nuovi talenti o le scelte dei club non gli consentono di emergere? Quante squadre di serie A investono veramente nello sviluppo del proprio settore giovanile? Le regole che impongono il numero minimo di italiani in campo sono la soluzione? In Italia due società come la Benetton Treviso e la Stella Azzurra, con l’evidente differenza di dimensioni, hanno creato una cultura aziendale e sportiva che scommette sui giovani.

La Benetton Treviso con la cittadella dello sport “Ghirada”, dotata di una foresteria stile college americano e impianti di ottima qualità con accesso gratuito per tutti, è da vent’anni un punto di riferimento nella formazione di talenti. «Dai primi Anni Novanta a oggi sono oltre cento gli atleti usciti dal nostro vivaio che hanno militato nei vari campionati nazionali. Attualmente in prima squadra abbiamo cinque ragazzi, classe ’90-’93, cresciuti con noi che lottano per il posto. Alessandro Gentile è senz’altro la punta del diamante», spiega Paolo Pressacco, responsabile del settore giovanile della squadra trevigiana.

Dal minibasket agli juniores quanti prospetti gravitano nell’orbita Benetton? «Con il progetto “Pool crescere insieme” abbiamo coinvolto trenta società del territorio - prosegue Pressacco - e sono circa 1500 i bambini del minibasket che successivamente costituiscono il bacino per il nostro reclutamento. Una volta raggiunti i 13-14 anni di età gli allenatori e osservatori ci indicano i ragazzi con le migliori attitudini e potenzialità». A fine stagione la famiglia Benetton lascerà il timone del club, ma continuerà a investire nella Ghirada. Quanto costa mantenere la vostra attività? «Le spese si aggirano intorno ai 350mila euro annui».

Le strategie dei club dipendono esclusivamente dagli effetti prodotti della sentenza Bosman? «La competizione e la concorrenza si sono sicuramente alzate - sostiene il dirigente Benetton - quando avevamo due soli americani in squadra era tutto più semplice. Ma c’è un problema di cultura sportiva: in passato i giovani erano il capitale sociale, oggi sono considerati come un costo che a breve termine sicuramente non fattura introiti e non può essere ammortizzato». Quindi c’è spazio solo per i talenti assoluti? «Purtroppo abbiamo una grave carenza anche alla voce allenatori. Dove non straborda il talento fisico o tecnico serve un lavoro ancora più mirato, continuo e duro. Ci mancano i mediani, “quelli che a volte vinci casomai i mondiali”, che sono altrettanto preziosi».

Lei è stato un playmaker e la scuola italiana ne ha sempre sfornati tanti e di grandissimo spessore; Brunamonti, Gentile, Pozzecco solo per citarne qualcuno. Sulla carenza di pivot si dà la responsabilità alle mamme e ai papà che non fanno più figli oltre i due metri, ma sui play ci sono poche scuse. «È vero - conclude Pressacco - ma il ruolo e anche la lingua sono cambiate: si deve parlare l’inglese. Si cerca una maggiore propensione al tiro e alla fisicità. La figura del play ragionatore, prodotto della nostra scuola, è in via d’estinzione. Un nome: Andrea De Nicolao (regista dell’Under 20 vicecampione d’Europa, ndr), classe ’91, 185 centimetri, buone qualità, tanta grinta e voglia di lavorare».

A Roma una delle società che vive di e per i giovani è la Stella Azzurra. Nel mondo frastagliato delle leghe minori il factotum Germano D’Arcangeli getta nella mischia ragazzini dalla faccia tosta e con la fame di arrivare. «Da noi non c’è spazio per i fannulloni. Abbiamo il coraggio di credere nelle qualità di chi ha talento e si impegna quotidianamente».

Nell’attuale sistema di regole le nuove leve possono ritagliarsi uno spazio? «No, sono necessarie riforme vere - afferma D’Arcangeli - a partire da quella dei campionati: bastano una serie A, una B e una terza Lega di sviluppo in cui si formino e giochino, abolendo la mole di leghe improduttive e disorganizzate (trasferte lunghissime, arbitraggi non all’altezza, costi insostenibili)».

Lei è un allenatore. Non ha responsabilità anche la vostra categoria. «Il diktat “vinci o sei fuori” porta a trascurare il lavoro in profondità. Qualsiasi discorso sulla programmazione è superfluo. Anche nelle minors si preferisce il vecchio “marpione” che garantisce esperienza rispetto al ragazzo. Se l’ultima generazione dei Melli e Cervi ha possibilità di affermarsi, sono preoccupato per i ’93-’94, promettenti, che semplicemente fanno numero sulle panchine di A e non trovano minuti neanche nelle altre categorie». Esiste un problema nella fase del reclutamento? «Credo sia una favola - dice il coach romano - è solo una questione di volontà e organizzazione. Oltre a noi in Italia le società che lo fanno veramente sono la Virtus Bologna, Biella, Treviso, Casalpusterlengo e Virtus Siena. Poi certo non basta prendere un ragazzo a 15 e aspettare che a 20 diventi un giocatore».

Una risorsa per il futuro sono gli italiani di seconda generazione o per formazione. «È inspiegabile ostinarsi a non esplorare questo mondo - conclude D’Arcangeli - come invece hanno fatto molte altre nazionali. Si tratta di un bacino fondamentale a cui attingere per colmare anche il gap fisico che ci penalizza. Quale strumento migliore dello sport può rispondere alle istanze d'integrazione che vengono dalla società?»

Basile vs Gentile: il vecchio e il bambino del basket italiano

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di Gabriele Santoro

ROMA – Quanti cestisti italiani sono determinanti nelle vittorie dei propri club? Pochi, se non pochissimi. Nell’ultima giornata del campionato di basket si sono affrontate due splendide eccezioni: il “vecchio” Gianluca Basile, classe ’75, e il “bambino” Alessandro Gentile, classe ’92. Il primo è tornato in Italia, a Cantù, dopo l’esperienza dorata al Barcellona; il secondo sta sbocciando nella culla della Benetton Treviso. Rappresentano il passato, il presente e il futuro della pallacanestro azzurra alla ricerca affannosa di talenti e forze fresche. In comune hanno il temperamento e la faccia tosta.

Gentile (24.3 minuti e 10.3 punti di media a partita), figlio del play Nando che rese grande Caserta e oggi è l’allenatore di Veroli, è il prospetto più interessante della sua generazione e da due anni ha conquistato il posto nel quintetto di partenza della formazione trevigiana. È una guardia pura che può fare canestro in tutti i modi e ha il fisico per imporsi anche in difesa. Durante l’estate con i coetanei dell’Under 20 ha riportato l’Italia sul podio europeo. Nel pantheon cestistico di "Gentilino", il suo soprannome, ci sono Kobe Bryant e i Lakers, ma anche Bodiroga ammirato ad Atene quando dominava con papà Nando al Panathinaikos.

Il "Baso" invece tra Michael Jordan e Drazen Petrovic sceglie MJ, «ma che talento il Mozart dei canestri». Basile (18.5 minuti e 11 punti di media per gara) ha scritto alcune delle pagine più intense e vincenti dell’Italbasket (209 presenze, 1602 punti) come la semifinale olimpica del 2004 contro la Lituania. A Bologna ha vissuto da capitano la stagione migliore della Fortitudo con due scudetti e derby memorabili contro la Virtus. Un antidivo dallo sguardo profondo sempre misurato nelle parole, umile e generoso fuori dall'ordinario. Il leader a cui affidare la palla arancione quando scotta per i tiri “ignoranti” da infilare nel nylon e un difensore eccellente. Di mestiere playmaker e guardia con la stimmate del tiratore: perfetto nell’uscita dai blocchi, dotato di una straordinaria pulizia stilistica nella meccanica di tiro e di un tempo di esecuzione inafferrabile per l'avversario di turno.

Il basket è…
G. «Un gioco che emoziona e se ti conquista subito non c’è modo di tradirlo. Non è per solisti: ti diverti se entri nello spirito di squadra. E fin da piccolo mi ha permesso di costruire rapporti di amicizia bellissimi».
B. «È rapido, coinvolgente e adrenalinico. Uno sport su misura e accogliente per le famiglie molto più del calcio. Da spettatore tra lo spettacolo di una partita di alto livello sul rettangolo verde e una sul parquet scelgo sempre la seconda».

Diciotto anni di differenza, due storie diverse e un destino comune a canestro assecondato lontano da casa.
G. «Dopo aver mosso i primi passi con la squadra di Maddaloni (Caserta) ho fatto le valigie e sono andato da solo a Bologna nel settore giovanile della Virtus. Ma non ha funzionato e l’anno successivo, 2007, sono approdato a Treviso. Qui ci sono l’ambiente e l’organizzazione ideale per crescere come giocatore e persona. I primi tempi senza la famiglia sono stati duri. Ora ci siamo riuniti e sono migliorate molte cose dentro e fuori il campo, a partire dall’alimentazione».
B. «È cominciato tutto grazie al mio professore di educazione fisica. Poi il primo canestro mobile nel giardino di casa, dove ho preso confidenza con la retina. A diciotto anni c'è stata la svolta: dopo un provino sono arrivato a Reggio Emilia e lì è decollata la mia carriera. In Puglia e nelle altre regioni meridionali c’è grande passione per il basket, ma manca il resto: grandi club di riferimento come Caserta nei primi Anni Novanta, impianti, allenatori e spesso sei costretto a partire. A Ruvo di Puglia mi allenavo solo tre volte a settimana…».

Quanto e come incide il fattore età quando si scende in campo?
G. «In realtà non mi sono mai sentito un bambino anche se ho esordito in Serie A a sedici anni. Quando indosso la canotta non penso all’anagrafe: sono un giocatore come gli altri. Dalla prima palla a due ho cercato di guadagnare il rispetto e la considerazione dei compagni e degli avversari».
B. «Il tempo è volato ed è meglio non pensare che ho già 36 anni. Alla mia età sono fondamentali il recupero dello sforzo, la gestione delle energie e le motivazioni».

Perché faticano a emergere i nuovi talenti italiani?
G.«Il nostro movimento produce giocatori bravi. Ma spesso l'obbligo di vincere subito e la paura di perdere il posto in panchina non consente agli allenatori di scommettere sulle loro qualità. Spero che anche altri ragazzi abbiano la mia opportunità e lo spazio per dimostrare quanto valgono. Poi spetta a noi lavorare più duramente».
B. «La sentenza Bosman è stata il primo passo verso lo smantellamento dei settori giovanili. Noto però anche una diversa mentalità dei ragazzi: il basket non è più la prima ragione di vita e si accontentano troppo. In molti sembrano che lo vivano più come un hobby che una professione».

Il rapporto con gli allenatori.
G.«È sempre stato ottimo a partire da coach Frank Vitucci che mi ha lanciato in prima squadra. Repesa, che ha allenato anche il “Baso”, mi ha insegnato moltissimo sul piano tecnico e a livello personale con lezioni di vita. L’attuale, Djordjevic, è come un maestro. Papà Nando (il suo primo coach a Maddaloni, ndr)? Sono molto fortunato ad avere il suo esempio. Mi consiglia e aiuta ad affrontare situazioni che ha già vissuto. Quando sbaglio mi rimprovera, mentre i complimenti latitano».
B. «Non sono mai stato una testa calda. Non dimentico nessuno dai primi maestri come Consolini e Lombardi. Le vittorie hanno reso speciale il rapporto con Repesa, Recalcati e Pascual. Mi dispiace non essere stato allenato da Zelimir Obradovic (il santone serbo alla guida del Panathinaikos, ndr) e da Ettore Messina».

L’Nba è l’obiettivo e il rimpianto di una carriera straordinaria?
G. «Almeno per il momento non ci penso. Voglio crescere passo dopo passo e affermarmi nel mio Paese».
B.«Non è un rimpianto: non avevo l’atletismo per competere oltre oceano e amo la pallacanestro europea. Al Barcellona ho vissuto delle stagioni fantastiche con la conquista dell’Eurolega e della Liga. Io e Messi? Con i calciatori del Barça ci si incontrava solo nelle iniziative organizzate dal club, ma c’era la consapevolezza di rappresentare la stessa realtà sportiva e la Catalogna intera».

La maglia azzurra: le emozioni di chi ancora deve indossare quella senior e il ricordo di chi ha segnato un'epoca ricca di successi.
G. «Non so quando avverrà il salto in quella maggiore, ma è un mio obiettivo e sarà una sensazione incredibile. Dopo la finale europea Under 20 persa contro la Spagna ero arrabbiatissimo, volevo l’oro e ho gustato poco la premiazione. A mente fredda rimane l’orgoglio di avere ben rappresentato la mia comunità».
B. «L’argento olimpico di Atene 2004 vale quanto una carriera intera. Purtroppo il movimento non ha saputo sfruttare la visibilità e l’onda lunga di quel successo. Non avevamo il fisico e il talento dei tre alfieri in Nba (Bargnani, Belinelli, Gallinari), ma serve altro per creare un gruppo vincente come il carattere e la mentalità. Nel mio ultimo periodo in azzurro ho giocato anche con loro e provato la difficoltà di trovare un linguaggio tecnico comune. In America è quasi un altro sport e oggi c’è un divario macroscopico tra loro e il resto della selezione italiana. Occorre avere pazienza e credere nel progetto partito due anni fa».

L’avversario più spigoloso e quello più difficile su cui difendere.
G. «Antipatici? Non ci sono, altrimenti quando li affronto chissà che “mazzo” mi fanno! Avversari forti li incontro ogni domenica e non saprei scegliere».
B. «Louis “Sweet Lou” Bullock: quando giocava a Verona mi segnò trenta punti in faccia. Da quel momento ho iniziato a difendere forte…».

Il compagno di squadra con cui ha legato di più.
G. «Il mio capitano Massimo Bulleri: è un esempio da seguire quotidianamente in palestra».
B. «Senz’altro in nazionale: condividi per almeno due mesi l’intera giornata con i compagni. Ero quasi sempre in camera con Galanda, Andrea Meneghin e Bulleri, e si è creato un bel rapporto di amicizia».

La vita oltre alla palla a spicchi.
G. «Ho tanti amici tra i compagni di squadra, quando non siamo in trasferta usciamo per andare al cinema o per una pizza. Guardo ogni genere di film, soprattutto i polizieschi e in generale quelli di azione. Il preferito? Scarface. A tavola? La pizza ai quattro formaggi. Il valore più importante è la famiglia. La fidanzata? La prossima domanda, grazie».
B. «La sera mi godo le mie tre figlie. Per il resto ho sempre vissuto la professione con un impegno e una dedizione totale. Anche da ragazzino ero un tipo tranquillo. Il mare e la Sardegna sono la mia passione estiva da condividere con la famiglia».

Che cosa direbbe a Basile?
G. «Il “Baso” è un simbolo della nostra pallacanestro e un modello per noi giovani. Da lui prenderei tutto e gli dico vacci piano quando giochi contro di noi!»

Un consiglio a Gentile.
B. «Alessandro ha mezzi fisici e tecnici importanti. Da quello che ho visto ha anche un caratterino tosto. Consigli? Li lascio al papà Nando…».