venerdì 23 settembre 2016

Se a Beirut i nemici recitano Sofocle

Il Venerdì di Repubblica, numero 1488, sezione Cultura pag. 101,

23 settembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Cosa posso fare per te?», chiese Georges all'amico Samuel Akunis, ebreo sfuggito all'Olocausto e combattente greco contro la dittatura dei colonnelli. «Molto, puoi fare molto», rispose quest'ultimo dal letto di ospedale.

Il sogno di Sam risiedeva su trenta pagine di taccuino e Georges avrebbe dovuto realizzarlo. Correva l'anno 1982 e voleva cogliere di sorpresa la guerra, mettendo in scena l'Antigone di Jean Anouilh a Beirut che, tagliata fuori dal mondo, martirizzava sé stessa. Offrì un ruolo a ciascuno dei belligeranti. Antigone era la palestinese sunnita Imane, Ismene, Emone un druso dello Shuf, Creonte, re di Tebe e padre di Emone, un maronita, infine le guardie, tre fratelli sciiti. L'idea sublime consisteva nello spogliarli per qualche ora dalle appartenenze per ergersi col teatro in una notte di tregua senza bombe sul proscenio di un cinema, il Beaufort, ormai diroccato.

Georges è un orfano del Movimento del Sessantotto. Militante col cuore gonfio di delusione, regista teatrale, sorvegliante in un collegio parigino e studente di storia fuori corso considera il teatro la sua ultima resistenza a un mondo in disfacimento. E l'amicizia con Sam lo mantiene vivo.

La penna appassionata di Sorj Chalandon con La quarta parete (Keller, 285 pagine, 17.50 euro) non domanda perdono ai sogni, ma li affronta fino alle conseguenze estreme. L'ex corrispondente di Libération torna da romanziere sul fronte di guerra libanese, dove era stato, e attinge alla pagina destra dei propri taccuini giornalistici, quella riservata ai sentimenti. Un libro potente come l'appena ventenne Imane che ci porta nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, dove a pochi giorni dalla rappresentazione teatrale l'umanità è ancora una volta morta senza risorgere. La giovane attrice era stanca di capire l'inconcepibile. Antigone è quella piccola magra che è seduta là in fondo, e che non dice niente, ma resiste col suo corpo e un pugno di terra fra le mani.

L'autore riapre ferite che hanno la misura dell'abisso, ed è interessante l'equilibrio trovato fra la realtà e quella narrativa. Chalandon è ancora una volta riuscito a rendere testimonianza puntuale un'urgenza privata. L'evoluzione del suo rapporto tra giornalismo e letteratura assomiglia a quella straordinaria di Jean Hatzfeld, che ci ha restituito quel che si poteva del genocidio ruandese.

venerdì 16 settembre 2016

Le due Istanbul di Buhran Sönmez

http://www.minimaetmoralia.it/wp/le-due-istanbul-di-burhan-sonmez/

di Gabriele Santoro

«Gli scrittori credono nell’osservazione e nella contemplazione, mentre i governi confidano nella sorveglianza. E noi, scrittori, osserviamo tutto, inclusi i governanti quando sono impegnati a mantenerci sotto sorveglianza», dice Burhan Sönmez. A Istanbul il pane e la libertà erano due desideri che richiedevano di essere l’uno schiavo dell’altro. «Si sacrificava la libertà per il pane o si rinunciava al pane per la libertà», ammette uno dei quattro personaggi che animano i dieci capitoli di Istanbul Istanbul (nottetempo, 299 pagine, 17 euro, traduzione di Anna Valerio).


In questo romanzo Sönmez mette insieme quattro uomini: un dottore, un barbiere, uno studente e un vecchio rivoluzionario incarcerati in una stanza sotterranea, sottoposti a interrogatori e a torture indicibili. I quattro si raccontano storie, facendo risplendere le stelle nell’oscurità che opprime Istanbul. Coltivano la possibilità che la Istanbul di sopra non li dimentichi, in fondo «il cambiamento e la bellezza della città dipendevano dal potere delle persone di cambiare e diventare più belle».
L’autore, classe 1965, figlio dell’Anatolia di origine curda, è un insegnante di letteratura all’Università Odtü di Ankara e un avvocato specializzato in diritti umani che vive tra Cambridge e Istanbul, dove è tornato dopo un periodo di esilio. Ha partecipato ai moti di piazza Taksim dei quali è stato tra i protagonisti e narratori.

Già nel cuore degli anni Novanta Sönmez ha sperimentato sulla propria pelle la violenza delle forze di sicurezza turche. In seguito a uno scontro fisico restò gravemente ferito, in pericolo di vita. È stato curato in Inghilterra con il sostegno della fondazione Freedom from torture – Medical Foundation for the Care of Victims of Torture. «Confinato a letto per molti mesi – ha raccontato –, le uniche cose che potevo fare erano guardare la televisione e scrivere appunti su qualsiasi cosa immaginassi. Appunti che poi si sono aggrovigliati in storie. Ho realizzato che avrei dovuto scrivere, e ho iniziato a credere alle cose belle che possono scaturire da un brutto incidente».


Sönmez, le sue due Istanbul, quella di sotto, che insegue l’anelito di giustizia e libertà, e quella di sopra, distratta e frenetica, possono costruire un linguaggio comune?
«Dipende dalle condizioni sociali e politiche. Avvenne in Francia durante l’Affaire Dreyfus. Oggi pensiamo che questo sia possibile più di ieri, perché viviamo nell’epoca della comunicazione digitale e tutto sembra aperto a tutti. Ma non funziona così. È la pornografia della verità. È come se ci fossero due mari in uno solo. L’abisso è per chi lotta, l’altro mare in superficie è invece per la maggioranza dei vivi che scruta l’orizzonte senza mai coltivare la profondità dello sguardo».

La tortura è un’epidemia che non debelliamo.
«Uso le parole di uno dei miei personaggi: “Vogliono che io soccomba al dolore, che rinunci al mio amore. Vogliono che smetta di credere in me stesso e a Istanbul e che diventi come loro. Fanno a pezzi il mio corpo perché vogliono che la mia anima assomigli alla loro. Non si accorgono che la mia fiducia in questa città diventa sempre più forte”».

La sua interpretazione del tempo nel romanzo è molto interessante. Quale valore assegnano i personaggi al passato, al presente e al futuro?
«Questo è l’obiettivo del mio romanzo: mostrare che un flusso diverso del tempo potrebbe essere possibile dividendo lo spazio orizzontale, cosicché il tempo possa muoversi dal sottosuolo verso la superficie e viceversa. Non è più come un fiume che fluisce dalla sorgente al delta. La necessità vitale consiste nel riappropriarsi del tempo uscito dalla storia per entrare in quello della cella».

Qual è l’intreccio tra letteratura e politica nella sua vita?
«Non rappresento la figura idealizzata del letterato. Sono sempre stato immerso totalmente nella politica. Quando nasci in un paese come la Turchia e hai un residuo di coscienza non puoi rinunciare a litigare, a schierarti contro realtà ingiuste. Terry Eagleton una volta disse: “Se sei un irlandese e vuoi essere uno scrittore ma non hai avuto un’infanzia tribolata non hai alcuna possibilità”. È così, lo stesso. Qui tutte le volte che cominci a discorrere di letteratura, arte poi la conversazione finisce necessariamente con la politica. Ho il sogno che un giorno ogni dibattito politico scivoli verso la letteratura».

Lei oggi in Turchia è un uomo libero di esprimere le proprie opinioni?
«Al momento più di cento giornalisti sono reclusi in prigione. Una scrittrice illustre come Asli Erdogan è stata arrestata per aver scritto sul giornale pro-curdo Ozgur Gundem. La nostra principale linguista, settantenne, Necmiye Alpay è stata arrestata per aver scritto e domandato una soluzione pacifica per la questione curda. È una persona garbata, sincera e pacifica con cui ho lavorato per due anni al Peace Council. Se lei non è al sicuro credo che nessuno possa sentirsi tale in questo paese. Ciò non significa che dovremmo arretrare. Dobbiamo stare in piedi più forti di prima per mantenere l’onorabilità del nostro intelletto».

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mercoledì 7 settembre 2016

Lotta di classe, diario di un anno da insegnante in prova

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 16
5 settembre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Mario Fillioley non è il professor Robert Zupan, ma Lotta di classe (minimum fax, 165 pagine, 15 euro), il suo diario di un anno da insegnante in prova, mira all'intensità del miglior film degli ultimi anni sulla scuola. Il libro, come Class enemy del regista Rok Biček, centra la questione fondamentale che scavalcherà sempre qualsiasi riforma del sistema scolastico: come uscire dalla finzione pedagogica, non smarrendo il crinale della giusta distanza, per accettare di misurarsi con l'inconoscibilità del cuore dei giovani.

In piena notte arriva la mail dal Ministero. Il 15 settembre alle nove di mattina il siracusano, classe 1973, Fillioley deve presentarsi a Terni. Il tempo di avvisare la compagna e preparare la valigia. Nella provincia scelgono San Gemini, una scuola media che non ha nulla da spartire con l'ente di formazione professionale, creato dalla Regione siciliana per contrastare la dispersione scolastica, dove lui sopravviveva. Professo', ma tu rimani tutto l'anno?, dice Fausto. Fino a giugno sicuro, poi ci pensa il sistema. Ma siamo certi dei suoi criteri di valutazione?

Lotta di classe ci ricorda che ogni ragazzo è diverso da un altro e che consegnare una sapienza cifrata senza accendere passioni non serve a nessuno. Ad Agata e Donato Fillioley suggerisce le parole del nonno per una scuola che assomigli al costruire qualcosa insieme: «Non si gioca a fotticompagno, capito? Il gioco deve essere leale, se invece uno gioca da solo la partita finisce a schifìo».

Fillioley non si sottrae alle domande chiave, tra le quali: a che cosa serve la lettura? Uno studente di terza gli chiede in che modo gli abbia cambiato la vita leggere Discorso sul metodo e Vita di Monsieur Descartes. Poi è suonata la campanella e nella risposta personale, tornando a casa, lui esprime il senso della lettura.

Sono particolarmente interessanti le pagine in cui l'autore dibatte sulla funzionalità del tema classico, l'elaborazione e la pertinenza delle tracce. Per dirla con le parole di Affinati, un tempo il tema era la punta di diamante dei licei. La prova d'orgoglio degli introversi. Il riscatto delle generazioni perdute. Quel che riporta Fillioley conferma quanto il vecchio tema sia tuttora importante per entrare nel mondo frastagliato dell'adolescenza. Consigliamo i passaggi, anche esilaranti, sul ricevimento genitori perché lì si disputa l'altra partita decisiva.

Questo diario, che ha il registro della commedia migliore, quando essa riesce cioè a interpretare anche la malinconia, si distingue dai libri di genere. Interroga senza reticenze il valore delle competenze e quello dell'esserci.

Nella pellicola di Biček, il supplente Zupan, accusato di apparente insensibilità, deve affrontare una classe in rivolta, in fondo contro il mondo. Nella sua reazione composta ritroviamo gli appunti di Fillioley: «Non voglio essere uno che rimprovera la classe perché qualcuno ha lanciato una carta verso il cestino. Voglio essere uno che la stoppa col tacco, se la fa rimbalzare in mano. Però, ancora più di questo, voglio che durante la lezione a nessuno venga in mente di lanciare una carta verso il cestino».

giovedì 11 agosto 2016

Il fumo nero di Marcinelle

http://www.minimaetmoralia.it/wp/il-fumo-nero-di-marcinelle/

Questo pezzo, in versione ridotta, è uscito sul Venerdì.

di Gabriele Santoro

A sessant’anni dalla catastrofe di Marcinelle Maria Di Valerio, vedova del minatore Camillo Iezzi, un bel ragazzo di Manoppello all’epoca appena ventiseienne, racconta che nessuna immagine è stata cancellata dalla memoria, le grida di dolore davanti ai cancelli della miniera le rimbombano ancora nell’anima.


L’8 agosto del 1956 l’incendio nella miniera, a – 975 metri, del Bois du Cazier di Marcinelle, concepito nel 1882 e mai modernizzato, presentò alle famiglie di 262 lavoratori di dodici nazionalità, fra i quali 136 italiani, il prezzo della politica europea che senza alcuna tutela sociale scambiava con accordi bilaterali fra Stati braccia per il carbone. L’economia belga necessitava della manodopera italiana, ma il carbone belga, a Marcinelle estratto soprattutto da minatori abruzzesi, raramente è arrivato.

Alle otto del mattino due vagoni, uno pieno di carbone e l’altro vuoto, accesero l’inferno. Presumibilmente mal posizionati nell’ascensore, che trasportava il combustibile fossile estratto, divelsero durante l’ascesa, scattata in modo imprevisto, le condutture dell’olio, i tubi dell’aria compressa e i cavi dell’alta tensione appiccando il fuoco. L’allora trentunenne Antonio Iannetta, che lavorava lì da 4 anni come ingabbiatore e non parlava il francese, si autoaccusò di aver innescato la catastròfa a causa di un movimento anomalo della gabbia dopo la manovra di carico del carbone sul vagonetto. Poi partì immediatamente per il Canada, destando numerosi sospetti e la sensazione che la verità piena non si saprà mai.

Nel distretto minerario di Charleroi era una giornata di sole con il cielo terso, che finì tingendosi di nero in una nuvola di fumo e dolore. Tutta la struttura era ancora in legno come nell’Ottocento senza alcuna porta mangiafuoco in ferro. La prima concessione per poter estrarre carbone dal Bois du Cazier fu accordata alla Douairière Desmanet di Nivelles nel 1822, per poi passare a fine secolo nelle mani della Société anonyme des charbonnages du Bois du Cazier.

Il dodicenne Nino Di Pietrantonio, figlio di Emidio, tra i 224 orfani, appuntò pagine di diario toccanti: «(…) Mamma sale in camera e volge lo sguardo verso la miniera: “Nino, mettiti le scarpe e e vieni con me che dobbiamo andare al Cazier”». È stata una corsa disperata verso una sensazione diventata realtà nel volgere di poche ore: «Nessuno parla, mentre il cielo ci regala una pioggia nera e puzzolente. Tre giorni davanti al cancello, poi a casa sfinito, e dalla finestra guardo la miniera che arde ancora». Dopo una settimana una signorina sussurrò courage madame. Grazia Toppi, la vedova Di Pietrantonio, svenne: «Non c’è più nulla da sperare, papà Emidio non c’è più, è morto al Bois du Cazier di Marcinelle». Il 24 agosto 1956 il ministro per gli affari economici Jean Rey annunciò ufficialmente «che nessuno è vivo in fondo alla tragica fossa di Marcinelle».

Le mogli e i familiari, che riuscirono a identificare i propri cari, le vittime, da piccoli frammenti di tessuto e altri minuscoli particolari, restano una domanda al cuore, alle fondamenta dell’Europa che è stata e sarà. Nino, presidente dell’Associazione Minatori-Vittime del Bois du Cazier di Lettomanoppello, non ha mai smesso di cercare la verità, non accontentandosi di quella ufficiale. Nel 2000 è volato a Toronto e ha rintracciato Iannetta per trarre una ricostruzione scevra dalle pressioni politiche ed economiche dell’epoca. Ha cercato di sapere se davvero dentro alla bara ci fossero i resti di suo padre, Emidio. «Ecco, secondo me la miniera del Bois du Cazier non funzionava più, era già stata troppo sfruttata e si voleva provocare un piccolo incidente per poterla chiudere, invece non so cosa sia successo, ma l’operazione è sfuggita di mano», ha detto a Paolo Di Stefano.

Nei giorni della tragedia da Roma non si mosse alcuna autorità istituzionale dal Presidente del Consiglio Segni a quello della Repubblica Gronchi. E anche dopo i familiari delle vittime hanno denunciato la lontananza dello Stato italiano. Dal 1946, anno in cui Belgio e Italia siglarono l’accordo bilaterale, che definiva le condizioni di invio di manodopera italiana e il corrispettivo in forniture di carbone, al 1956 nelle miniere belghe persero la vita 1164 minatori, 435 dei quali italiani.

«A Marcinelli c’era tutta la Belgìca, compreso re Balduino che giustamente ha arrivato per presentare le condoglianze del governo: io me lo ricordo che mi ha passato vicino alla spalla, alto e distinto, con la camicia bianca profumata, l’abito bello grigio elegante e un cappello sulla testa che sembrava un attore uscito dai film americani, come Anfribògar di Casabianca. E si vedeva re Balduino dentro il fumo nero, solo fumo», nella lingua commovente di un operaio.


Per 43 giorni il fumo continuò a uscire con l’aria intrisa di morte: «Nelle gallerie della catastròfa, io ci ho lavorato quattro anni dopo la sciagura e le pietre erano ancora rosse, il caiù era cotto, e forse c’era ancora la cenere dei morti», ha raccontato Vincenzo Catano a Paolo Di Stefano in La catastròfa (Sellerio, 2011).

L’ingegnere capo al Bois du Cazier, Jacquemys Eugène, membro della Società di Studio del Petrolio, dichiarò di non sapere che l’olio bruciasse. Nella miniera non c’erano estintori. I periti documentarono che la sicurezza era deficitaria e non erano stati previsti dispositivi di soccorso. Il primo ottobre 1959 il Tribunale Penale di Charleroi emise una sentenza di assoluzione per tutti gli imputati della catastrofe. L’avvocato Jacques Moins in Corte d’appello a Bruxelles ottenne la parziale riforma della sentenza con la condanna per omicidio involontario del Capo dei lavori di fondo, l’ingegnere di miniera Calicis, a sei mesi di carcere con la condizionale di tre anni. Le altre assoluzioni vennero confermate.

Toni Ricciardi, storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra, in Marcinelle, 1956 (Donzelli, 24 euro, 175 pagine), con un capitolo curato da Annacarla Valeriano, elabora una riflessione preziosa sulla storia dell’emigrazione italiana, contestualizzando l’apice tragico dei caduti in miniera. Innanzitutto ci fu la persistenza della logica fallimentare e omicida di continuare a utilizzare l’emigrazione quale strumento di politica economica e valvola di sfogo sociale: «Regolari o irregolari, l’importante era che ne partissero il più possibile per andare a scavare nelle viscere della terra quel carbone che sarebbe dovuto servire per il rilancio economico della disastrata Italia e per la battaglia del carbone in Europa», evidenzia l’autore.

Le classi dirigenti, al fine di allentare le tensioni sociali e ottenere rimesse dall’estero, convinsero con una propaganda a tappeto che partire era giusto e necessario. «L’ammontare delle rimesse, dei redditi di lavoro inviati in patria, ha sempre costituito uno dei più importanti elementi per l’equilibrio economico e finanziario dello Stato italiano, contribuendo infatti a pareggiare la bilancia dei pagamenti del nostro paese», ha scritto Umberto Cassinis ne Gli uomini si muovono (Loescher, 1975).

L’Italia libera dall’oppressione nazifascista, in perfetta contiguità con la propria storicizzata (dal 1865 al 1914 quattordici milioni di italiani lasciarono la patria) politica sull’emigrazione, anche durante il fascismo, mise in pratica il più imponente sistema di esportazione di manodopera che la storia occidentale ricordi. Ricciardi spiega bene come l’accordo del 23 giugno 1946, che impegnava il governo a trasferire 50mila compatrioti nelle miniere belghe, si rifacesse a quello del ’37 con la Germania: operai qualificati dalle nostre fabbriche per l’economia nazista in cambio di carbone e marchi.

Dal 1922 al 1938 a causa del fascismo furono 255mila italiani emigrati per ragioni politiche. La vibrante propaganda del regime in chiave antiemigratoria e nazionalista non modificò sostanzialmente né fermò del tutto l’emigrazione italiana. All’inizio del Novecento l’Italia si dotò del Commissariato generale dell’emigrazione e della prima legge generale sulla materia. Ricciardi sottolinea l’ambivalenza di Mussolini nel linguaggio e nella scelta politica di tagliare il bilancio del Commissariato, mentre all’ambasciatore a Washington raccomandava di perorare la causa dell’Italia fascista nella speranza che gli Stati Uniti, che avevano chiuso le frontiere, mantenessero un varco più largo per la nostra emigrazione qualificata. Roma era assillata dal venir meno della principale direttrice di fuoriuscita, quella statunitense.

«Ragionevolmente, andrebbe anche rivista, se non sfumata, la posizione rispetto alla quale si è immaginato che fosse stato il fascismo a subordinare la politica migratoria ai fini generali di politica estera. Questa subordinazione era già presente in epoca liberale, fu accresciuta durante il fascismo e consacrata dai governi repubblicani», insiste Ricciardi.

Come anticipato le modalità dell’emigrazione italiana nella Germania nazista e la gestione del flusso tra il 1938 e il 1943 «rappresentano una delle migliori chiavi interpretative al fine di comprendere come e con quali logiche si sviluppò la stagione degli accordi d’emigrazione dell’Italia postfascista e repubblicana». La manodopera italiana, dai braccianti agricoli agli operai (quantificati in 200mila lavoratori dalle nostre fabbriche) nell’industria bellica, costituì un serbatoio imprescindibile per l’economia nazista. Nel 1946 pur consci della pericolosità del lavoro e delle condizioni di vita nelle baracche, in precedenza destinate ai prigionieri di guerra, i partiti politici italiani votarono all’unanimità l’accordo col quale Roma assicurava a Bruxelles duemila minatori a settimana in cambio di carbone. Prima ancora dell’avvio dei lavori dell’Assemblea Costituente, l’Italia aveva gettato col Belgio le fondamenta per un accordo strutturato d’emigrazione.


La Stazione Centrale di Milano, dove oggi sostano i migranti in fuga da guerra e fame, ieri ospitava la macchina burocratica dell’emigrazione destinazione Belgio, che timbrava i sogni di riscatto dalla povertà da tutte le periferie d’Italia. Complessivamente dall’aprile 1946 al giugno 1950 da Milano partirono 83mila minatori ai quali si aggiunsero 21426 familiari. I soli paesi di Manoppello, comune della provincia di Pescara che contava settemila abitanti fra i quali 325 emigrati in Belgio dal 1946, Lettomanoppello e Turrivalignani contarono 43 morti a Marcinelle. Oltre al reclutamento ufficiale di Stato, ieri come oggi, i migranti finirono spesso nella rete di trafficanti senza scrupoli.

Nei primi dieci anni di emigrazione nel secondo dopoguerra mondiale, il lavoro in condizioni disumane degli emigranti nelle miniere fece vincere al Belgio la battaglia del carbone, contribuendo in modo sostanziale alla ripresa dell’economia belga. Lo stesso Congo, ricorda Ricciardi, fondato arbitrariamente da Leopoldo II con l’intensa attività estrattiva fu una palestra per l’impiego massiccio di manodopera straniera: «Gli italiani prevalentemente uomini venivano utilizzati nelle miniere o in agricoltura come una sorta di razza di mezzo fra belgi e congolesi. In una prima fase destinati alle piantagioni di cacao e caucciù – prendendo il posto degli schiavi dopo l’abolizione del regime coercitivo – e successivamente impiegati come minatori specializzati».

Nel periodo tra le due guerre mondiali gli italiani arrivarono in Belgio per lavorare nelle miniere, che dagli anni Venti registravano una crescente penuria di manodopera locale. Nel 1939 già in 40mila avevano raggiunto il Belgio.

Come spiega Cassinis: «Emigrazione di massa – indiscriminata – ed emigrazione attentamente selezionata sono due momenti storici ben distinti l’uno dall’altro, ma entrambi rispondenti a due precise esigenze economiche del sistema capitalistico. La strategia che presiede l’emigrazione di massa può essere paragonata a quella dei primi periodi di industrializzazione di un Paese». Una volta soddisfatte le esigenze produttive di base – continua Cassinis – si consente l’ingresso solo a quelle categorie o a quelle popolazioni delle quali si ha bisogno per mantenere un certo equilibrio etnico e di mercato.

La Prima Guerra Mondiale segnò la fine della libera emigrazione e nel secondo dopoguerra essa è stata collegata all’esigenza produttiva di manodopera che non si reperiva nel mercato nazionale. Le statistiche messe insieme da Ferenczi e Willcox, su incarico del National Bureau of Economic Research statunitense e dell’International Labour Office, hanno quantificato in circa trentanove milioni di persone il deflusso migratorio dei cittadini europei verso gli altri continenti tra il 1861 e il 1913. Un esodo, un’emigrazione proletaria di massa alla quale l’Italia contribuì per circa un quinto del totale. La rivoluzione nei trasporti mondiali fu un fattore chiave, l’abbattimento dei tempi di navigazione come quello del costo del muoversi. In quarant’anni gli Stati Uniti quintuplicarono la propria rete ferroviaria. Buona parte dei flussi finanziari mondiali si dirigevano proprio verso i trasporti.

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