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domenica 9 dicembre 2018

Più libri più liberi, l'America protagonista


di Gabriele Santoro

L’America del Nord e il suo racconto sono i protagonisti della giornata conclusiva di Più libri più liberi. La cosiddetta piccola e media editoria, con quella romana in prima fila, continua a comporre con la pubblicazione di libri e voci d’oltreoceano rilevanti il nostro immaginario americano. Autori come Lionel Shriver, Gary Younge, William Tanner Vollman e Grace Paley consentono al lettore di immergersi in storie potenti, che aiutano a interpretare questioni critiche del nostro tempo.

A Roma esiste una casa editrice che porta il nome dell’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, a Manhattan, dove gli editori hanno creato il primo nucleo del progetto di 66thand2nd. Nella Nuvola all’Eur presenteranno Lionel Shriver, di cui hanno pubblicato I Mandible. Una famiglia 2029-2047 (traduzione di Emilia Benghi, 20 euro, pagine 496).

Il romanzo ci pone dinnanzi alla prospettiva della progressiva perdita dell’egemonia economica e culturale degli Stati Uniti, raffigurata dalla caduta in disgrazia di una famiglia agiata. Precipita il valore del dollaro, alla presidenza giunge Alvarado, primo latinoamericano alla Casa Bianca, e la terra dell’abbondanza lascia spazio al deserto. Shriver si conferma una coscienza critica con una domanda semplice e decisiva: quale mondo lasceremo alle future generazioni?

«Con l’opera di Shriver ho trovato ciò che cercavo: il racconto della grande crisi deflagrata negli Stati Uniti dieci anni fa – sottolinea l’editrice Isabella Ferretti –. La scrittrice, che rifugge qualsiasi inquadramento politico, non si limita alla cronaca, ma guarda alle conseguenze a lungo termine della recessione sulle famiglie americane. La sua distopia tematizza nodi fondamentali dell’agenda mondiale, dall’emergenza ambientale alle migrazioni su scala globale».

Negli Stati Uniti ogni giorno sette ragazzi sotto i vent’anni perdono la vita per colpa di un’arma da fuoco. Gary Younge, il corrispondente del Guardian negli Usa, ci mostra il dolore intimo che questa violenza quotidiana produce. Younge ha scelto una data, il 23 novembre 2013. E dal resoconto dell’uccisione, ma soprattutto della vita, di dieci bambini e ragazzini vittime quel giorno di un’arma da fuoco è nato Un altro giorno di morte in America (Traduzione di Silvia Manzio, 352 pagine, 16 euro), pubblicato da Add editore.

«Il libro di Younge racconta un’America che non solo noi europei non conosciamo davvero, ma anche l’America stessa non vuole vedere – sostiene Stefano Delprete, editor di Add –. Younge ci descrive come la disattenzione, la mancanza di scelte politiche coraggiose e l’assuefazione alla violenza siano le peggiori nemiche della democrazia. Il suo è un libro straordinariamente umano. È come se restituisse la vita a dieci ragazzi, che ci stanno insegnando qualcosa».

Minimum fax per ora pubblicherà sette titoli di William Tanner Vollman, puntando sulla potenza travolgente della lingua e delle sue storie. Nello stand della casa editrice romana, i visitatori della fiera possono già trovare I fucili (Traduzione di Cristiana Mennella, 498 pagine, 16 euro), che è il sesto dei Sette Sogni, la serie di romanzi dedicati da Vollman alla colonizzazione del continente nordamericano, dai vichinghi fino alle guerre indiane.

«Abbiamo scelto di pubblicare Vollmann, perché insieme a David Foster Wallace e a pochi altri ha saputo rilanciare un’idea di letteratura come scommessa e rischio, che il lettore è chiamato a condividere in un’esperienza immersiva e totalizzante – spiega l’editor Luca Briasco – . Vollmann estremizza e porta a livelli di radicalità senza precedenti la massima hemingwayana, e non solo, in base alla quale si scrive solo di ciò che si sa e si sperimenta in prima persona, fino a fumare crack o a rischiare il congelamento nell’Artico per raccontare il gelo e gli stenti di chi cercava il mitico Passaggio a Nord-ovest».

Le short stories di Grace Paley ci fanno ascoltare il cuore periferico di New York. L’ambientazione dei racconti è quasi sempre il Bronx: storie condominiali, la vita dei comitati di quartiere, le lotte di Paley che s’intrecciano con le vicende personali e la commistione fra culture. I protagonisti sono quasi tutte famiglie d’immigrati, come d’altra parte era Paley, figlia di ebrei russi, emigrata a New York all’inizio del Novecento. Einaudi aveva pubblicato la raccolta di racconti scritti nell’arco di trent’anni. La nuova traduzione delle quarantacinque storie, che compongono Grace Paley. Tutti i racconti (Sur, 516 pagine, 24 euro), è stata affidata a Isabella Zani con un’introduzione di George Saunders.


«Non credo ci sia oggi tema più forte dell’integrazione culturale – conclude Marco Cassini, editore di Sur – . Paley è una voce inconfondibile degli Stati Uniti del secondo Novecento. Ebbe grande successo negli anni Ottanta. Era stata accostata a Carver. Nei suoi racconti ogni personaggio e avvenimento tendono a raccontare l’universale. Paley ha sempre alternato la produzione letteraria a una ferventissima attività sociale. I testi non hanno mai un messaggio dichiaratamente politico, ma attingono a quelle esperienze. Ogni storia è come se fosse un solco tracciato non solo nella lingua, nella storia della letteratura, ma anche nella vita del lettore».

mercoledì 6 settembre 2017

Johan Cruijff e la reinvenzione dello spazio

di Gabriele Santoro

Johan Cruijff sapeva accendere la fantasia come pochissimi altri. Ogni suo movimento con il pallone, che Nureyev associava alla danza, era totale e produceva un’eco di emozioni che non si è spenta. Esiste un riconoscimento costante per il gioco dell’Ajax forgiato da Rinus Michels, cuore e anima del Calcio Totale, per una civiltà calcistica avanzata che ha sedotto il mondo, segnando non solo la storia dei Paesi Bassi con il vero fine della bellezza.


Non conta soltanto vincere, ma soprattutto come lo si fa. «Correvano e si passavano la palla in un modo insolito, seducente, scorrevano attraverso il campo seguendo traiettorie ricercate, intricate, ipnotiche», scrive David Winner nel bel saggio Brilliant Orange (minimum fax, 362 pagine, 18 euro, traduzione a cura di Fabio Deotto), che è pure un’anatomia della nazione olandese capace del coraggio e dell’ingegno di attrezzarsi per vivere anche sotto al livello del mare.

«Non è un attaccante, ma fa tanti gol. Non è un difensore, ma non perde mai un contrasto. Non è un regista, ma gioca ogni pallone nell’interesse del compagno», diceva Alfredo Di Stefano, la Saeta rubia madridista, a proposito di Cruijff. Lui in un decennio stravolse il calcio olandese, che all’inizio degli anni Sessanta era ancora del tutto amatoriale, grezzo dal punto di vista tattico. Cruijff, all’epoca poco più che un ragazzino con i capelli lunghi, smilzo ma dall’energia incredibile, velocissimo, è stato l’avanguardia, l’icona di una rivoluzione culturale, politica e sociale che trasformò una piccola nazione puritana, austera e calvinista.

Il calcio è un gioco serio ma elegante, sosteneva Vic Buckingham, l’allenatore che preparò il terreno per il Calcio Totale dell’Ajax: trovarsi d’istinto, controllare sempre il possesso della palla, attaccare senza sosta, sentire come squadra un ritmo e suoni comuni. Dopo il grigiore del periodo postbellico, la battaglia contro la noia non era una cosa semplice e Cruijff come Best, figlio di un venditore di frutta e verdura tifosissimo dell’Ajax nonché amico del custode del campo, l’ha combattuta sul rettangolo verde con l’agilità, la sensibilità e lo stile incomparabile che assomigliavano alla gioia.

A venti anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la ribellione giovanile con epicentro ad Amsterdam s’incrociò con quella di una generazione, non solo Cruijff, di calciatori dall’attitudine ribelle, dal talento e dalla sostanza straordinari. L’autore ricorda come la giocosità, talvolta surreale, anarchica e teatrale era interpretata da quella generazione come la chiave per un mondo migliore. La felicità della gente che riempiva lo stadio e l’essere acclamati per il proprio stile rappresentavano le vittorie più importanti.

Il nesso tra una rivoluzione culturale e quella calcistica sta negli obiettivi, stavano facendo tutti un’unica cosa in modi diversi. Ciò che unisce quelle due rivoluzioni è l’atteggiamento liberale nei confronti dell’autorità, dice l’autore. Cruijff provocava l’ordine costituito e smantellò la gerarchia del calcio olandese. Il suo individualismo era creativo, di sistema: «Noi olandesi diamo il meglio quando possiamo combinare il sistema con la creatività individuale. Cruijff è il rappresentante principale di questo approccio. Ha ricostruito questo paese dopo la guerra. Credo sia stato l’unico ad aver realmente capito gli anni Sessanta», argomenta il tecnico Louis Van Gaal.

È interessante anche un altro nesso che lo scrittore esplora, quello con l’architettura, lo sviluppo del concetto di città come opera d’arte totale: «Con quasi quarant’anni d’anticipo sulla scuola calcistica dell’Ajax, la Scuola d’architettura di Amsterdam trovò il modo di conciliare la disciplina collettiva con la creatività individuale». Il principio consiste nella correlazione fra i sistemi per un reciproco scambio di influenze al fine della nascita di un sistema unico, complesso. Le costruzioni dovevano essere ariose, efficienti, flessibili ed esteticamente giocose come è stato il sistema dell’Ajax. La flessibilità nell’interpretazione dei ruoli quanto lo scambio delle posizioni erano un ingrediente fondamentale per indossare quella maglia. Era questione d’istinto e memoria dei movimenti: una forma d’arte collaborativa come l’architettura.

Non è un paradosso la ricerca di un equilibrio prettamente offensivo, che partì dalla difesa aggressiva, con l’acquisto del miglior giocatore dell’allora Jugoslavia, l’inflessibile capitano del Partizan Belgrado, il libero Velibor Vasović.

La parola totaalvoetbal, concetto fondato su una nuova teoria di flessibilità spaziale, entrò a far parte del linguaggio olandese non prima del 1974. Termine utilizzato per descrivere il calcio in stile Ajax giocato dalla nazionale olandese nella Coppa del Mondo di quell’anno persa in finale. Dieci anni prima il decano del design olandese Wim Crouwel aveva lanciato il suo studio Total Design.

Dal 1971 per tre anni consecutivi l’Ajax vinse la Coppa dei Campioni. Il pilastro del gioco consisteva nel reinventare lo spazio a disposizione con nuove geometrie, che allargavano l’estensione fin lì percepita del campo stesso. Si trattava dunque di creare e occupare spazio nuovo, sistematizzando i movimenti senza uccidere la creatività. Si rintraccia così l’identificazione con la storia e la geografia dei Paesi Bassi, uno dei territori più affollati e rigidamente organizzati della terra in lotta costante contro l’invasione delle acque. La stessa origine della democrazia olandese risiede nella costruzione cooperativa delle dighe.

Il saggio s’intreccia in modo interessante con la storia novecentesca europea. Winner rievoca la ferita dell’occupazione nazista e del collaborazionismo con la pagina nera della deportazione degli ebrei da Amsterdam. Lo stadio dell’Ajax era vicino ai quartieri con la più forte presenza ebraica della città e la squadra era immersa nella cultura ebraica, avendo un grande seguito fra gli ebrei.

L’Ajax era un esperimento raro per lo sport professionistico di democrazia e di libertà di cui disponevano i giocatori. Era un equilibrio delicato fra responsabilità collettiva, uguaglianza e individualismo che poteva mettere però in discussione la disciplina e la coesione. Una votazione interna, quasi a rifiutare le necessità di una leadership forte, fece perdere la fascia da capitano a Cruijff e sancì il suo addio all’Ajax, destinazione Barcellona dove da calciatore e poi forse più da allenatore riuscì a infondere lo spirito del calcio offensivo.

«Se le persone dicono che il mio Barcellona giocava il calcio più bello al mondo, cos’altro chiedere?».

Cruijff, scomparso poco più di un anno fa a causa del cancro, mostrava l’audacia e il rifiuto proprio di chi crea. Non si limitò a soddisfare la domanda di calcio preesistente, la ricreò su presupposti differenti. Indicò al proprio mondo la possibilità di una sperimentazione estetica. Rese distinguibile la purezza della sua idea di calcio tanto da ingombrare un’eternità.

mercoledì 7 settembre 2016

Lotta di classe, diario di un anno da insegnante in prova

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 16
5 settembre 2016

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Mario Fillioley non è il professor Robert Zupan, ma Lotta di classe (minimum fax, 165 pagine, 15 euro), il suo diario di un anno da insegnante in prova, mira all'intensità del miglior film degli ultimi anni sulla scuola. Il libro, come Class enemy del regista Rok Biček, centra la questione fondamentale che scavalcherà sempre qualsiasi riforma del sistema scolastico: come uscire dalla finzione pedagogica, non smarrendo il crinale della giusta distanza, per accettare di misurarsi con l'inconoscibilità del cuore dei giovani.

In piena notte arriva la mail dal Ministero. Il 15 settembre alle nove di mattina il siracusano, classe 1973, Fillioley deve presentarsi a Terni. Il tempo di avvisare la compagna e preparare la valigia. Nella provincia scelgono San Gemini, una scuola media che non ha nulla da spartire con l'ente di formazione professionale, creato dalla Regione siciliana per contrastare la dispersione scolastica, dove lui sopravviveva. Professo', ma tu rimani tutto l'anno?, dice Fausto. Fino a giugno sicuro, poi ci pensa il sistema. Ma siamo certi dei suoi criteri di valutazione?

Lotta di classe ci ricorda che ogni ragazzo è diverso da un altro e che consegnare una sapienza cifrata senza accendere passioni non serve a nessuno. Ad Agata e Donato Fillioley suggerisce le parole del nonno per una scuola che assomigli al costruire qualcosa insieme: «Non si gioca a fotticompagno, capito? Il gioco deve essere leale, se invece uno gioca da solo la partita finisce a schifìo».

Fillioley non si sottrae alle domande chiave, tra le quali: a che cosa serve la lettura? Uno studente di terza gli chiede in che modo gli abbia cambiato la vita leggere Discorso sul metodo e Vita di Monsieur Descartes. Poi è suonata la campanella e nella risposta personale, tornando a casa, lui esprime il senso della lettura.

Sono particolarmente interessanti le pagine in cui l'autore dibatte sulla funzionalità del tema classico, l'elaborazione e la pertinenza delle tracce. Per dirla con le parole di Affinati, un tempo il tema era la punta di diamante dei licei. La prova d'orgoglio degli introversi. Il riscatto delle generazioni perdute. Quel che riporta Fillioley conferma quanto il vecchio tema sia tuttora importante per entrare nel mondo frastagliato dell'adolescenza. Consigliamo i passaggi, anche esilaranti, sul ricevimento genitori perché lì si disputa l'altra partita decisiva.

Questo diario, che ha il registro della commedia migliore, quando essa riesce cioè a interpretare anche la malinconia, si distingue dai libri di genere. Interroga senza reticenze il valore delle competenze e quello dell'esserci.

Nella pellicola di Biček, il supplente Zupan, accusato di apparente insensibilità, deve affrontare una classe in rivolta, in fondo contro il mondo. Nella sua reazione composta ritroviamo gli appunti di Fillioley: «Non voglio essere uno che rimprovera la classe perché qualcuno ha lanciato una carta verso il cestino. Voglio essere uno che la stoppa col tacco, se la fa rimbalzare in mano. Però, ancora più di questo, voglio che durante la lezione a nessuno venga in mente di lanciare una carta verso il cestino».