giovedì 24 marzo 2016

Quarant'anni dopo il golpe argentino, per non dimenticare Marie Anne Erize


di Gabriele Santoro

Poche righe, sempre le stesse, pubblicate il 15 ottobre di ogni anno sulle colonne di Página 12, come se fossero una promessa imprescrittibile di giustizia: «Noi ti ricordiamo sempre, specialmente in questa giornata. Ti amiamo e ci manchi profondamente. La tua famiglia, tutta». Era difficile restare indifferenti alla passione per la vita e alla bellezza densa d’inquietudine che animavano Marie Anne Erize.

L’8 novembre del 1978 Valéry Giscard d’Estaing accettò d’incontrare con discrezione all’Eliseo l’ammiraglio Massera. Il ventesimo Presidente della République voleva la lista degli scomparsi con passaporto francese. Accanto al cognome Erize non compariva l’asterisco, col quale il militare voleva evidenziare l’accertato decesso. A quarant’anni dal golpe militare argentino e dal rapimento della giovane franco-argentina non c’è ancora una tomba sulla quale piangerla. I suoi resti non sono stati rinvenuti nelle numerose fosse comuni emerse a San Juan, luogo dove consumò le ultime ore di libertà prima della tortura.

Voglio essere libera, vivere, apprendere, viaggiare, diceva Marie Anne. Françoise, donna, madre di carattere, sulla parete di casa ha attaccato un ritratto della figlia e uno dei suoi disegni con la china, che ritrae una donna e il suo bambino. Questa è una storia di ritratti in bianco e nero per l’eternità. Oggi Françoise ha 87 anni e non si arrende. Costretta sulla carrozzina ha viaggiato da sola da Buenos Aires alla Spagna, dove si è riunita con i figli Marie-Noëlle e Marc, che vive in Brasile, prima di raggiungere Roma. Anche nell’inverno della propria esistenza conserva acceso il lume della speranza e ieri l’ha detto in Vaticano al Pontefice.


Sradicare la sovversione, la missione dei militari. Marie Anne andava scalza nelle villas miseria, si sentiva felice in quei luoghi. Concretizzava la propria ribellione nell’impegno quotidiano, nella solidarietà ai più poveri fra i poveri, conosciuti a Bajo Belgrano. Appena ventenne sognava di cambiare il mondo, il ritorno in patria di Péron e fece i conti con la sconfitta: «Abbiamo perso tutte le battaglie», scrisse al padre in una delle ultime lettere. Terza di sette figli, cresciuta nell’ambiente della comunità francese, si sentiva pienamente cittadina della terra in cui era nata. A casa i genitori parlavano la lingua dell’emigrante Louis Tisseau, padre di Françoise che s’imbarcò a Bilbao nel novembre 1941 destinazione Buenos Aires.


Di Marie Anne restano fotografie stupende, che narrano le tappe della sua vita breve e intensa. In uno scatto del 1971 appare nel liceo francese di Buenos Aires. Amava lavorare con i bambini e lì ebbe un incarico come assistente nella sezione della scuola materna. Contemporaneamente i suoi occhi verdi, il fisico slanciato e il sorriso non passavano inosservati. Iniziò a posare per book fotografici e a sfilare come modella. Finì sulle copertine delle riviste patinate di maggior tiratura. A Parigi, a Saint Tropez e New York venne immortalata insieme all’amico Paco de Lucía. Incrociò il mondo del jet set, ma il richiamo di Buenos Aires era irresistibile. Nel 1973, militante di base montonera, era in piazza con gli striscioni Péron vuelve. Decisivo per il suo impegno sociale fu l’incontro con Padre Carlos Mugica. In un’altra fotografia la vediamo insieme al compagno Daniel Rabanal, quadro dirigente Montoneros. Lui appare sfocato, mentre fa dondolare un neonato. Lei, sdraiata sul divano, sorride guardando la scena.

Nel febbraio del 1976, in seguito all’arresto di Rabanal, Marie Anne si trasferì nella cittadina di San Juan, dove non interruppe il proprio lavoro nelle villas. La mattina del 15 ottobre 1976, il primo giorno di primavera, una storia criminale la fece sparire. Il tempo di uscire dal negozio dove aveva portato a riparare i freni della propria bicicletta. Gli aggressori, militari in borghese, la caricano con violenza a bordo delle tristemente note Ford Falcon. Solo una settimana più tardi la famiglia seppe l’accaduto e cominciò a temere il peggio dopo una violenta perquisizione a casa. Alla Marquesita, vecchio complesso sportivo alla periferia di San Juan, oggi l’erba è alta. Rimane il vialone che dal 1976 al 1983 conduceva all’orrore di un centro attrezzato per la tortura, dove violarono Marie Anne.

La vicenda giudiziaria connessa alla sua sparizione è complessa e ha coinvolto l’Argentina, la Francia e l’Italia. Nel 2000 Jorge Olivera, poi condannato all’ergastolo dal Tribunale Federale di San Juan, fu arrestato all’aeroporto di Fiumicino con l’accusa di sequestro di persona su richiesta del giudice parigino Roger Le Loire e successivamente rimesso in libertà dai tre magistrati romani che si occuparono del caso. Motivazione: il reato contestato per la legge italiana era prescritto. In un’intervista concessa al giornalista francese Philippe Broussard per il libro La disparue de San Juan, il magistrato Serenella Siriaco dichiarò: «Se l’accusa formulata fosse stata di omicidio la nostra riflessione sarebbe potuta essere differente, perché in Italia è un crimine considerato imprescrittibile». La scarcerazione creò molto rumore.

Olivera, oggi latitante, viene presentato così nel documento Fundamentos de la sentencia n° 1012 del Tribunale Federale di San Juan: «Tenente, sezione intelligence (S2) del RIM 22. Il nominato si trovava al vertice nei compiti di intelligence e da lì intervenne attivamente in tutte le attività repressive. La sua funzione di intelligence, come è già stato ampiamente spiegato in tale documento, era fondamentale per innescare le altre fasi del piano anti sovversivo. La supremazia che esercitava in tale area, che era quella più importante, spiega la sua presenza in alcuni processi di detenzione e nel Carcere di Chimbas per gli interrogatori sotto tortura a prigionieri politici, aspetto che è stato menzionato da numerosi testimoni».

Dal 2011 è residente in Italia Carlos Malatto, che gode della doppia cittadinanza, italiana e argentina. Parenti di origine ligure emigrarono. Malatto è stato tenente di fanteria nello stesso reggimento di Olivera. Nel documento sopracitato viene descritto così: «Sezione Personale (S1), fu uno degli Ufficiali responsabili della presa del palazzo di Governo il 24 marzo del 1976; partecipò attivamente in vari processi di detenzione e fu uno degli incaricati dall’ex Legislatura provinciale, quando questa funzionò come CCD (Centro Clandestino di Detenzione), durante la settimana successiva al colpo di stato militare. È uno dei più segnalati dalle vittime per la partecipazione agli interrogatori sotto tortura. Fu inoltre, incaricato dei trasferimenti dei detenuti dal Carcere di Chimbas in altri centri di detenzione, soprattutto all’Unità 9 di La Plata».

La vicenda che ora lo coinvolge trae origine dalla presentazione nell’agosto del 2012 di una domanda di estradizione da parte delle Autorità argentine nei suoi confronti, avanzata sulla base di tre distinti ordini di cattura emessi il 15 agosto 2011. Con sentenza datata 4 aprile 2013 la Corte di Appello de L’Aquila dichiarava la sussistenza delle condizioni per l’estradizione di Malatto, qualificando i reati contestati quali crimini contro l’umanità. Nel luglio del 2014 la Cassazione, su ricorso presentato dagli avvocati Franco Sabatini e Augusto Sinagra, lo stesso che difese Olivera nonché Licio Gelli, annullò senza rinvio la sentenza impugnata, dichiarando l’insussistenza delle condizioni per disporre l’estradizione. La documentazione trasmessa dalla Repubblica Argentina era carente sugli elementi indiziari sulla effettiva partecipazione del Malatto ai singoli episodi contestatigli: «Teorema accusatorio che permea l’intera documentazione acquisita si basa esclusivamente sulla appartenenza del Malatto al Reggimento n. 22».

Malatto non è mai stato condannato in Argentina e la mancata estradizione ha impedito lo svolgimento del processo nel paese latinoamericano. La denuncia contro Malatto dell’Associazione 24 Marzo, depositata nel luglio 2015 al Tribunale di Roma, sottolinea il rapporto di stretta contiguità operativa tra Malatto e Olivera e la procedibilità dello Stato italiano nei suoi confronti per sequestro e omicidio aggravato, in concorso e compartecipazione nel reato con altri soggetti, nei confronti delle vittime Angel José Alberto Carvajal, Juan Carlos Cámpora, Jorge Bonil e Marie Anne Erize. Il 22 ottobre 2015 il Ministro della Giustizia Andrea Orlando ha firmato, in base all’articolo 8 del nostro codice penale, l’autorizzazione a un eventuale processo Malatto. La sentenza della Cassazione non costituisce alcuna preclusione all’esercizio dell’azione penale in Italia.

Marie Anne con Marie-Noelle Erize
Marie-Noëlle, donna solare, volitiva, che guida a Marbella un’importante agenzia di comunicazione e ha una bellissima famiglia, riannoda insieme alla sorella Yolande e a Françoise i fili della memoria di una storia che non è una questione privata.

Le chiedo di aiutarci a ricostruire un ritratto della personalità di Marie Anne. Raggiante è l’aggettivo più ricorrente. Era una ragazza piena di vita, spontanea, mossa da inquietudini intime, radicate nella ricerca della giustizia sociale?
«In effetti Marie Anne era tutto ciò. Aggiungerei idealista, generosa, anticonformista ed esigente. Il suo senso per la giustizia sociale era particolarmente accentuato, avanzato. All’epoca la gioventù era ricca di entusiasmo e di misticismo. La Teologia della liberazione, il riferimento all’Uomo Nuovo, all’uomo che cerca il benessere dell’altro, alla speranza di cambiare le strutture capitaliste, riuniva gli idealisti di tutti i partiti politici. Si leggevano le pagine del Concilio Vaticano II, Medellín, Puebla. Arturo Paoli, Helder Cámara, Paulo Freire, la Bibbia…Marie Anne si sentì del tutto identificata nella prospettiva dei poveri e degli oppressi, che entrava nella riflessione teologica».

Marie Anne era pienamente integrata nella società argentina, nonostante le origini e i legami familiari con la Francia? L’Argentina rappresentava il paese della sua anima?
«Ricevemmo un’educazione molto francese, respirando l’atmosfera della nostra cerchia sociale franco-argentina. Marie Anne, come d’altra parte me e gli altri fratelli, apparteneva al movimento Scouts di Francia a Buenos Aires. Eravamo le Guide, ragazze culturalmente sospese fra due paesi, tuttavia le attività scoutistiche erano sul territorio, permettendo un contatto diretto con la società argentina. Marie Anne e Yolande, un’altra sorella, hanno partecipato per molti anni ai campi di lavoro solidaristico: ridipingevano le scuole, attrezzavano e organizzavano le biblioteche, si occupavano degli orti con gli studenti nell’entroterra del paese ed erano sempre accompagnate da sacerdoti francesi. Sì, l’Argentina era il paese del suo cuore».

In che modo Marie Anne spiegava la propria attenzione alle villas miseria, il bisogno di essere povera fra i poveri? Furono l’influenza dei valori cristiani di una famiglia molto religiosa, la vicinanza a una figura quale Padre Mugica, il clima politico o la generosità a non farle scegliere un’esistenza agiata?
«È certamente vero che i nostri genitori ci inculcarono un profondo sentimento religioso, cattolico, di carità e compassione. Ma l’attenzione ai poveri che popolavano le bidonvilles, come il fatto di portarci la scuola per i più piccoli, era abituale, diffusa fra i giovani idealisti che volevano cambiare il mondo. Era una missione evangelica e loro gioivano di poterla condurre a compimento. Per aiutare i poveri bisogna conoscere come vivono. Marie Anne camminava scalza nelle villas miseria. Quando era troppo tardi per rincasare, restava a dormire nelle abitazioni di fortuna delle famiglie che riconoscevano la sua dedizione alla causa. Lei era felice di condividere questa realtà con amici animati dalle stesse necessità. Al contempo lavorava come modella, dunque conobbe il mondo di sopra e quello di sotto, scegliendo quest’ultimo».

Il lavoro prezioso del giornalista biografo Philippe Broussard sottolinea quanto la militanza di Marie Anne nella Jeunesse péroniste e nell’ala sinistra dei Montoneros fosse una scelta politica cosciente, non determinata dal legame sentimentale con il dirigente montonero Daniel Rabanal. All’epoca era possibile stabilire una linea di demarcazione tra l’impegno politico e quello sociale?
«Ero molto piccola, però avendo ascoltato soprattutto i racconti di mia sorella Yolande, credo che all’inizio quel confine fosse osservabile, dopo non più. Marie Anne era fondamentalmente peronista. Cercava di migliorare la condizione di vita di coloro che vivevano a poca distanza dalla nostra casa. Abitavamo a non più di cento metri da una bidonville. Il suo impegno sociale religioso si trasformò del tutto naturalmente in un coinvolgimento politico. Divenne peronista e conobbe Daniel Rabanal. I Montoneros erano parte del movimento che sognava il ritorno di Perón».

È corretto sostenere il rigetto assoluto della violenza da parte di Marie Anne?
«Esattamente. Non tollerava tanto l’ingiustizia quanto la violenza. Ma i giovani avevano preso coscienza che il colpo di Stato, lo stato di assedio, la distruzione del sistema democratico compiuta dalla giunta militare costituivano un fenomeno violento ed era comprensibile che ci fosse un movimento in grado di fronteggiarlo anche con atti violenti. Marie Anne non partecipò mai a queste azioni, non apparteneva a questi gruppi di azione, poiché lo riteneva incoerente con il proprio ideale di giustizia».

Che cosa rappresentava il mondo delle sfilate per Marie Anne?
«Oltre a una maniera onesta per il proprio sostentamento economico, suppongo che soddisfacesse la sua voglia di socializzare, di conoscere le persone e soprattutto di viaggiare. Quel mondo la divertiva, ma occorre ricordare che quella realtà, quarant’anni fa, era tutta un’altra cosa al confronto con l’oggi. L’industria della moda, il mondo delle indossatrici dopo è molto cambiato. Si viveva un’altra atmosfera, tutto era più intimo e con meno frivolezza rispetto a ora».

Marie Anne era una disegnatrice appassionata, foglio bianco e china.
«La sua anima ricca, tumultuosa, esprimeva i sentimenti mediante il disegno, la poesia e la musica. Amava suonare la chitarra. Conserviamo diversi schizzi di una bellezza e semplicità disarmanti. Moltissime lettere erano accompagnate da disegni con la china. Ricordo una madre stilizzata con un neonato in braccio. La poesia, poi. Broussard riporta alcuni suoi versi. Una volta scrisse: “Non chiuderti mai nella tua prigione, rinchiudersi in sé stessi significa cominciare a morire”».

Quale traccia resta della notte del 21 ottobre 1976, della perquisizione violenta nella vostra abitazione, in Avenue Monroe, e delle minacce angoscianti dei militari in borghese: «Metteremo Marie Anne due metri sotto terra; la condanneremo a morte, evitate di scriverle, pregate per la sua anima»?
«Quella notte fui svegliata da una pistola puntata sulla mia tempia da uno degli uomini entrati in casa dal balcone. Abitavamo al primo piano. Erano militari in borghese. L’uomo mi domandò il nome e ricordo di averlo implorato di non svegliare mio fratello piccolo Jean, che dormiva al mio fianco nella stessa stanza da letto. Scendemmo le scale e vidi due altri fratelli stesi sul pavimento, faccia a terra, le braccia intorno al collo, minacciati dalle armi. I miei genitori discutevano nel garage con altri uomini che frugavano e frullavano via gli oggetti di Marie Anne. Non ricordo l’istante esatto nel quale pronunciarono quelle parole, poiché ero sotto lo shock emotivo di subire tutto ciò appena quattordicenne. Equivalse a diventare adulti nello spazio di qualche minuto. Il dramma era palpabile e i miei genitori rimasero assolutamente lacerati, dilaniati da quelle affermazioni».

Il giorno in cui l’Argentina piombò nella dittatura della giunta Videla aveste l’immediata percezione dei rischi maggiori che avrebbe corso Marie Anne?
«Non del tutto, credo che nessuno avesse l’esatta previsione o presentimento di quel che poi è avvenuto. Occorre dire che non eravamo coscienti di tutto quello che succedeva, quando venne messa in moto la macchina della persecuzione. La stampa, la complicità delle autorità civili e la paura non hanno consentito alla popolazione di comprendere la portata della situazione. In grave ritardo, molto tempo dopo la gente ha iniziato a realizzare che il pericolo era reale, quando i familiari e gli amici sparivano. Marie Anne stessa non capiva perché la pedinassero, la cercassero, non aveva commesso nessun delitto. Sognava un’Argentina migliore».

Qual è il ricordo dell’incontro datato 30 marzo 1976 a San Juan tra Françoise e Marie Anne: perché quest’ultima rifiutò di espatriare salvando così la propria vita?
«Non essendo presente a quell’incontro, non posso che alludere alle memorie di nostra madre. Lei suppone che Marie Anne non fosse pienamente conscia del pericolo. Daniel era stato arrestato e credeva di passare inosservata. Françoise non ha mai capito perché non volle attraverso l’Ambasciata francese partire, andarsene all’estero. “Non sono una terrorista”, ripeteva».

A San Juan, dove Marie Anne riparò dopo l’arresto di Rabanal, la repressione fu feroce non solo nei suoi confronti. Le autorità ufficiali di polizia rispondevano alla diplomazia francese che non sapevano nulla. Possiamo definire decisivo l’incontro tenutosi all’Eliseo fra Giscard d’Estaing e Massera? Un rendez-vous scomodo in cambio della lista con i nomi dei desaparecidos francesi. All’ottava riga c’era scritto «Marie Anne Erize 15 oct 1976 III CPO EJ».
«Sicuramente l’interesse di Giscard d’Estaing ha contribuito a conoscere qualcosa sulla sorte di Marie Anne. Fino a quel momento la famiglia non sapeva niente di ufficiale su di lei. Ma soprattutto il governo Mitterand si è preoccupato dei francesi spariti in Argentina, avendo ingaggiato Mendez Carreras per svolgere ricerche difficoltose».

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lunedì 14 marzo 2016

Angela Davis a Roma, Freedom is a constant struggle

http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/angela_davis_roma_tre_attivista_hillary_clinton-1610673.html

di Gabriele Santoro

«È difficile da credere, ma questa è la mia prima volta a Roma». Ad accogliere Angela Davis nell'aula magna dell'Università Roma Tre c'era un pubblico che abbracciava almeno tre generazioni. Lei, studiosa e attivista carismatica ancora alimentata da un'energia intellettuale e corporea straordinaria, se n'è subito resa conto, ricambiando l'affetto: «Non so quante persone presenti in questa sala abbiano sostenuto quarantacinque anni fa la campagna per la mia libertà, ma vorrei esprimere loro la mia gratitudine. Senza la mobilitazione internazionale sarei ancora in carcere. Sabato è morto David Rice, all'età di 68 anni, nel penitenziario dove era recluso. Era un membro delle Pantere Nere e fu arrestato nel mio stesso periodo. Ha sempre rivendicato la propria innocenza di fronte alle accuse mosse. Ho lottato a lungo per la sua libertà».


Freedom is a constant struggle è la sua più recente pubblicazione, uscita negli Stati Uniti. Nella mattinata romana Davis ha toccato tutti i principali temi che compongono questa raccolta di interviste, interventi e saggi. Negli ultimi anni ha ribadito spesso quanto fossero errate le valutazioni che associavano il successo elettorale di Barack Obama alla caduta dell'ultima barriera razzistica. Lo ripete: «Roma non è stata costruita in un giorno». Come dimostrato dal Sudafrica della presidenza Mandela e dalle difficoltà della stagione successiva, gli anticorpi devono essere conquista quotidiana. Lei, critica contro la degenerazione del movimento afroamericano verso il fondamentalismo islamico, è preoccupata per l'insorgenza di nuove forme di razzismo, qual è per esempio il virus dell'islamofobia, per il quale accusa anche Donald Trump. Invita movimenti come Black lives matter a contestualizzarsi nello scenario internazionale dal quale trarne sostegno: «Quel che accade in Palestina non è differente da Ferguson, dalle violenze della polizia di cui sono vittime giovani afroamericani». Occorreva incalzare più a fondo Obama sulla questione razziale, metterla al centro dell'agenda, come sulla tutela dei diritti umani nel contrasto al terrorismo, dice.

Una giornalista televisiva prova a rubarle una risposta sulle elezioni statunitensi: «È una storia complicata, ragazza». Sorride e se ne va. In Freedom is a constant struggle leggiamo: «Certamente non penso che esistano partiti che possano costituire la nostra arena primaria, ma ritengo che l'arena elettorale possa essere utilizzata come terreno nel quale organizzarsi». Enfatizzando sempre la necessità di indipendenza, esprime però la maggiore vicinanza al senatore del Vermont Bernard Sanders. Non risparmia nulla alla famiglia Clinton e alla candidata Hillary: «Ho ascoltato Madeleine Albright invitare a votare Hillary Clinton, in quanto sarebbe la prima donna presidente degli Stati Uniti. Ci sono moltissime donne che non sosterrei mai. Nodi politici tuttora irrisolti rappresentano una precisa eredità clintoniana». Gli occhi di Davis si illuminano invece alla domanda di una studentessa sulla resistenza delle donne curde all'avanzata di Isis e alla repressione turca.

Davis, allieva di Adorno e Marcuse, studentessa nell'Europa degli anni Sessanta dove viveva quando nel 1966 il Black Panther Party fu fondato, s'iscrisse nel 1968 al Partito Comunista, per poi aderire al BPP, iniziando a lavorare per l'organizzazione a Los Angeles nell'ambito delle politiche educative. Quando le si domanda dei nuovi muri e dei fili spinati anti immigrati nel Vecchio Continente, Davis invoca il principio della cittadinanza globale: «Le barriere erette colpiscono la progenie storicamente affetta dalle conseguenze del colonialismo in Africa e nel Medio Oriente. Come insegna la storia del movimento per i diritti civili l'affermazione piena dei diritti di cittadinanza rappresenta sempre il primo passo fondamentale».

La ricetta per quel che rientra sotto il termine movimenti e in più in generale nell'essere pienamente cittadini è chiara: la battaglia non è mai del singolo, ma un impegno collettivo: «Dall'affermazione del capitalismo globalizzato e dell'ideologia neoliberista è particolarmente necessario sottolineare i rischi dell'individualismo – spiega –. Le lotte che siano contro il razzismo, la povertà o la repressione, sono destinate a fallire se non prendono coscienza dei rischi dell'individualismo capitalista».

sabato 5 marzo 2016

Nel crepuscolo di Weimar: Fratelli di sangue di Ernst Haffner


di Gabriele Santoro

I ragazzi non hanno i documenti in regola. Le scelte individuali c’entrano relativamente poco. Non possono essere a piede libero, onde evitare il pernicioso abbandono a sé stessi, recita l’ordinanza del riformatorio. Willi e Ludwig, protagonisti dello struggente romanzo Fratelli di sangue (Fazi, 206 pagine, 17.50 euro, traduzione curata da Madeira Giacci), vogliono compiere il capolavoro: riuscire a vivere onestamente, in regola con la legge, ma senza timbri e senza firme, nella Berlino spietata degli ultimi giorni di Weimar (1919-’33). I fuggitivi della banda, che dà il titolo all’opera, clandestini nella propria città, mostrano il coraggio della fame per la ricerca della libertà, che è conquista quotidiana. Preferiscono la fame all’essere schiacciati, alla mezza sazietà, al falso mito della rieducazione: non diventeranno mai confacenti a quell’ordine, rinunciano alla loro ora di libertà, all’aria di quel cortile.


Sappiamo poco della biografia dell’autore, che però ha posato e poi messo per iscritto uno sguardo, un’urgenza, nel quadro di una società in disfacimento. Non abbiamo fotografie che testimonino l’esistenza di Ernst Haffner. Jugend auf der Landstraße Berlin, il titolo originale, apparve per la prima volta nel 1932, riscuotendo nell’immediato l’apprezzamento della critica e dei lettori. L’anno successivo finì bruciato nei roghi nazisti. C’è traccia di una convocazione, vergata Joseph Goebbels, presso la Reichskulturkammer, istituzione culturale centrale del Terzo Reich. Chissà che Haffner non si sia sottratto a quell’incontro proprio come i ragazzi di strada al riformatorio.

Non si afferrano con immediatezza le ragioni che spinsero i nazisti a includere Jugend auf der Landstraße Berlin nei roghi del 1933, sennonché l’editore fosse ebreo. Nel testo non c’è nessun preciso riferimento politico. La critica sociale stronca però qualsiasi pretesa nazionalistica e cieca fiducia in età dell’oro. E all’inizio Haffner condensa in poche righe, a proposito delle condizioni familiari dei ragazzi che raffigura, la propria posizione antimilitarista: «(…) I padri erano in guerra o nella lista dei dispersi, mentre le madri confezionavano granate nelle fabbriche di polvere da sparo e di esplosivi sputando i polmoni a furia di tossire».

Haffner si prese tutto quel che gli garantiva l’articolo 118 della Costituzione di Weimar, che formulava il principio della libertà di espressione del pensiero e del divieto della censura.

Dal 1938 Haffner è svanito: morì in guerra, dentro a un campo di prigionia oppure riuscì a espatriare? Nel 1943 il bombardamento di Amburgo cancellò l’archivio librario dell’editore Bruno Cassirer e la corrispondenza intercorsa tra i due. Ernst visse a Berlino dal 1925 al 1933. Era un giornalista, alcuni sostengono anche assistente sociale, che oltre alla presa diretta sul campo, nei bassifondi di Alexanderplatz, attinse fra gli altri alle ricerche di Peter Martin Lampel sulla gioventù disperata.

Negli anni Settanta il testo di Haffner iniziò a riemergere dall’oblio per la ricchezza della testimonianza documentale sulla vita nel sottobosco berlinese. Blutsbrüder, nella nuova edizione tedesca, è stato ripubblicato nell’agosto del 2013 dall’editore Peter Graf, Metrolit, e ha stregato tutti fin dalla presentazione alla Fiera del libro di Francoforte. Stessa eco positiva oltreoceano. Haffner ci dice qualcosa di rilevante sul mestiere del raccontare. Conosce la materia di cui si occupa. Fratelli di sangue, che Fazi meritoriamente porta in Italia, rientra e in parte si sottrae alla definizione che Ladislao Mittner dà della Neue Sachlichkeit, movimento in cui il libro si inserisce e contestualizza:

«(…) A guardare i fatti in superficie, si può dire che dieci anni dopo la fine della prima guerra all’espressionismo subentrò d’improvviso una forma nuova di realismo. Dal massimo dell’astratto la letteratura tedesca, ubbidendo a un suo misterioso amore delle oscillazioni polari, si lanciò a capofitto nel massimo del concreto. Fu anzitutto un quarto d’ora di successo strabiliante dei romanzi e diari di guerra, della letteratura di reportage. All’uomo nudo, metastorico, si sostituì l’uomo della strada, anche troppo determinato nella banalità della sua grigia esistenza quotidiana, l’uomo qualunque, il reduce come gli altri, il disoccupato come gli altri: uomini che girano, affamati e disperati, per le strade della città alveare. Il personaggio riacquista la propria concretezza anagrafica.

Naturalmente la Neue Sachlichkeit non nasce da un giorno all’altro, è già insita nei tentativi, anteriori al 1914, di una nuova architettura funzionale necessaria per la costruzione delle grandi città dell’avvenire; e la lunga serie di film tedeschi detti della strada o dell’asfalto, ispirati dalla visione della città-macroantropo, organismo che respira e si dilata secondo la propria legge, assorbendo e annullando nella propria vita quella dei suoi impersonali abitanti, mostrano chiaramente, a partire dal 1923, il passaggio graduale dall’incubo espressionistico a un tecnicismo documentario. L’elemento comune, negativo, è la tragica subordinazione dell’uomo alla macchina, ai grandi complessi industriali e urbanistici».

Haffner denuncia Berlino, la qualifica tre volte con l’aggettivo spietata: «Si è fatto giorno. I pochi che non fanno parte dell’esercito dei sei milioni d’affamati della città si affrettano a lavoro per guadagnarsi la pagnotta». Da soli non si sopravvive, bisogna essere almeno in due. Berlino occidentale è un paese straniero, ricco, allegro, rivoltante: «I due signori in smoking e i due ragazzi, ubriachi e apatici, entrano nell’albergo. È la prima notte che Ludwig e Willi trascorrono a Berlino Ovest. La strada che collega la Berlino nord orientale con quella occidentale molto spesso passa attraverso le lenzuola di un albergo a ore». Mai più, si sussurrano Willi e Ludwig. Sono due membri del misero esercito di vagabondi della metropoli, e promettono di non separarsi mai; uno rinuncia anche a mettersi in regola per l’altro: «In due è tutta un’altra cosa. La notte non è così lunga, così fredda, e i morsi della fame non sono così feroci. Possono permettersi di ridere».

La letteratura di Haffner non è impassibilità, non pecca di qualunquismo morale; usa il tempo presente ed è viva nella reazione, nell’umanità dei giovani al contempo consapevoli di quel che non avranno mai, della zavorra irrisolvibile («già quando compivano i primi passi sulle loro arcuate gambette erano abbandonati») e della necessità di riscossa che devono prendersi. Lo spiegano al giudice, al suo posto non ci sanno stare:

«Devo dire la verità, signor giudice, giusto?

Ovviamente!

Signor giudice, non mi pento di questa azione. Il signor Friedrich, l’educatore, infieriva spesso su di noi».

Ludwig compie un passo successivo. Non si assolve, sostenendo che non è un delitto rubare quando si ha fame. Rapinare i marchi contenuti nei borselli delle mogli degli operai lo inquieta, lo sconcerta al punto di sottrarsi insieme a Willi alla devianza criminale della banda, che ha perso le esitazioni dei primi colpi. Haffner fotografa il punto esatto in cui una banda, composta da adolescenti, compie il salto di qualità e, accecata dal denaro facile, si trasforma in qualcosa d’altro.

Nell’incipit lo scrittore introduce subito la distinzione che caratterizza tutto il romanzo; gli otto adolescenti della banda e il serpentone umano, loro e il resto del mondo fuori: «Minuscoli elementi di quella fila infinita attendono assieme ad altri cento di potersi sottrarre a quel tremendo freddo umido e di essere ammessi nelle calde sale d’attesa». Haffner gioca costantemente sulla sensazione di freddo e sulla ricerca di calore. La notte, il dolore fisico sui letti miserevoli che Berlino offre ai propri cittadini indigenti. Poi c’è la bettola Mexico ad Alexanderplatz: «Un brodo caldo, anche se poco sostanzioso, può fare infinitamente bene. Le mani si stringono intorno alle tazze, i Fratelli di sangue stanno seduti in un angolo e succhiano e succhiano calore».

Il caldo però è anche il sudiciume di una grande sala d’accoglienza, dove i minori vendono il proprio corpo, un residuo di autenticità, per qualche centesimo. Haffner insiste sulla morte dello spazio pubblico, che non ottempera più al proprio compito: «Andiamo a fare gli scienziati in biblioteca nazionale – dice un piccolo amico di Willi -. D’inverno la sala lettura è così amata che spesso devono chiuderla temporaneamente per sovraffollamento. È gradevolmente calda».

Fin dalla prima pagina l’autore ci propone, illustra con immagini vivide il fallimento della burocrazia, l’inadeguatezza statuale di fronte alla crisi, il grigiore della macchina amministrativa. La porta di ferro del secondo piano del servizio di assistenza sociale del distretto Berlin – Mitte è pesante. I disoccupati si accalcano nella terra di mezzo lurida delle scale e degli androni a caccia delle panchine per riposare un po’. Corpi che avanzano, documenti su documenti per il sussidio di disoccupazione. Gli impiegati barricati negli uffici invece luminosi evitano contatti superflui, non si sentono coinvolti nella qualità del servizio.

Haffner è un testimone attivo del proprio tempo, che vede morire lo spirito della Costituzione di Weimar («Tutti i tedeschi sono uguali innanzi alla legge. Sono aboliti i privilegi o le incapacità di diritto pubblico, collegati con la nascita o l’appartenenza a ceti – Art. 109»), la quale nella seconda parte proclamava e regolava i Diritti e doveri fondamentali dei tedeschi, fissando chiaramente i principi fondamentali che avrebbero dovuto ispirare la politica tedesca. Lo scrittore non ritrova la tensione dei costituenti, quel compromesso, quella sorta di conciliazione tra capitalismo e socialismo da una parte ricercata.

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sabato 27 febbraio 2016

I rischi del virus Zika e la zanzara tigre


di Gabriele Santoro

La Florida ha annunciato che tre donne in gravidanza, rientrate da viaggi fuori dal paese, hanno riscontrato la positività al Zika virus, e il governatore Rick Scott ha chiesto un ulteriore supporto per la rilevazione dell’insorgenza patologica al Centers for Disease Control and prevention, che nei giorni scorsi ha dato notizia della propria investigazione su 14 possibili casi di trasmissione sessuale del virus. Anche i quattro episodi certificati in Italia sono collegati a viaggi.

In Colombia oltre seimila donne in gravidanza sono risultate positive. Zika è stato associato alla vertiginosa crescita statistica nelle aree del contagio della microcefalia nei neonati: dallo scorso ottobre in Brasile 508 casi confermati, 17 dei quali con la certezza del legame con Zika, contro i 146 complessivi del 2014, e 3935 tuttora sotto investigazione. Sono stati accertati 108 decessi dopo la nascita o durante la gravidanza. Sempre in Brasile è stato rilevato un aumento del 19% tra il 2014 e il 2015 della sindrome di Guillain-Barré. Sei paesi (Brasile, Polinesia Francese, El Salvador, Venezuela, Colombia e Suriname) hanno accertato un aumento dell’incidenza dei casi di microcefalia e/o della sindrome di Guillain-Barré, temporalmente associabile alla propagazione di Zika. Non è ancora tuttavia del tutto scientificamente provata la responsabilità del virus, che nell’80% dei casi è asintomatico.

Il virus Zika è un arbovirus e ha ricevuto la denominazione del luogo in cui è stato identificato originariamente, nel 1947, quando fu rilevato in scimmie sentinella per il monitoraggio della febbre gialla, nella foresta Zika, in Uganda.

Tra il gennaio del 2007 e la metà del mese di febbraio 48 paesi e territori hanno riportato la trasmissione autoctona del Zika virus, che è veicolata dal vettore dell’Aedes mosquitos: 28 gli Stati in cui è stata trasmessa, che hanno nell’ambiente i vettori necessari, in particolare l’Aedes aegypti. La distribuzione geografica si è costantemente ampliata dal 2015, quando il virus è stato individuato in America. Al momento non ci sono vaccini o trattamenti specifici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il primo febbraio ha annunciato lo stato di emergenza a livello globale, come risposta di prevenzione e controllo ha raccomandato attività di sorveglianza e ricerca.


La zanzara tigre (Aedes albopictus), che rientra nella lista stilata dalla IUCN delle 100 specie invasive più dannose al mondo ed è un vettore di virus patogeni che causano malattie come Dengue e Chykungunia (CHIK) in numerose aree tropicali del mondo, ha una presenza ormai stanziale nel nostro paese. L’equipe di Entomologia Medica del Dipartimento di Sanità Pubblica e malattie infettive dell’Università Sapienza di Roma, guidata dalla professoressa Alessandra della Torre, martedì ha firmato e spedito alla Regione Lazio una lettera che esprime preoccupazione e l’auspicio della messa in atto di attività coordinate con enti locali, Asl, mirando alla valutazione e prevenzione del rischio di trasmissione. Nella missiva leggiamo:

«Poiché la zanzara tigre (Aedes albopictus) — molto diffusa in Italia e in particolare a Roma e in altre aree del Lazio — è in grado trasmettere il virus ZIKA (oltre ad altri virus di rilevanza medica come il Dengue e il Chikungunya) esiste un rischio concreto che nella prossima stagione estiva/autunnale si possa assistere a casi di trasmissione autoctona a partire da persone che arrivino in Italia da paesi dove è in corso questa terribile epidemia. Tale rischio è particolarmente alto a causa di vari fattori che presumibilmente aumenteranno con l’arrivo di persone potenzialmente infette da questi paesi, quali il Giubileo e le prossime olimpiadi in Brasile, paese dove si è riscontrato il maggior numero di casi».

Professoressa Della Torre, perché nella lettera indirizzata alla Regione Lazio dichiarate la ragionevole probabilità di riscontrare casi di trasmissione autoctona del virus Zika?
«Un rischio reale certamente esiste. Stimarne la probabilità invece è un’altra storia. Negli ultimi anni ci sono stati casi di trasmissione di altre piccole epidemie di altri virus dalla stessa zanzara tigre in Italia, in Francia e in Croazia. Per esempio l’epidemia di Chikungunya, verificatasi a Cervia nel 2007, è stata innescata da una singola persona, proveniente dall’India, che è rimasta un giorno solo nel posto dove si è poi concretizzata l’epidemia. Il punto è che i virus devono essere introdotti attraverso viaggiatori infetti e dunque la probabilità che questo avvenga è tanto più alta quanto più sono in corso epidemie nel resto del mondo. Difatti il caso del Chikungunya seguiva una grossa epidemia, che c’era stata in India. Se nei prossimi mesi, quando la popolazione delle nostre zanzare aumenterà, Zika continuasse a propagarsi in Brasile, il rischio di importazione del virus in Italia potrebbe diventare molto concreto».

In quale periodo?
«Direi giugno-ottobre».

Quali differenze e somiglianze sussistono tra l’Aedes aegypti e l’Aedes albopictus, nota come zanzara tigre, e presente in Italia da più di due decadi?
«Le due species hanno molto in comune, a partire dalla somiglianza morfologica e dall’essere attive nelle ore diurne. Ma Aedes aegypti è molto più selettiva nella scelta dell’ospite ed è per questo assolutamente il vettore del virus più importante nei paesi tropicali, perché pungendo quasi esclusivamente l’uomo ha più possibilità di infettarsi pungendo un individuo infetto e, successivamente, di infettare una persona sana. Aedes albopictus, il cui primo reperto a Roma è apparso nel 1998 in due quartieri e l’anno successivo era diffuso già in tutta la città, punge non solo l’uomo ma anche altri ospiti, ma in un contesto urbano, dove ci sono pochi animali, punge quasi esclusivamente l’uomo. In questi contesti dunque non si comporta molto diversamente da Aegypti e rappresenta un potenziale vettore altrettanto temibile. D’altra parte Albopictus è in grado di produrre uova “ibernanti” che riescono a superare la stagione invernale, mentre Aegypti non sopravvive a basse temperature e quindi pur essendo stata introdotta varie volte in Europa, non ha mai dato luogo a infestazioni stabili».

Dunque Albopictus è ormai endemico in varie zone d’Italia, resiste all’inverno, ed è meno efficiente di Aegypti nelle aree tropicali, tuttavia è vettore di virus pericolosi a livello globale?
«Sì, Aegypti è senz’altro il vettore principale di vari virus molto patogeni per l’uomo, ma anche Albopictus può trasmetterne altrettanti ed in alcuni casi è stato il vettore principale di epidemie. Nel caso di Chikungunya, Albopictus è addirittura il vettore principale, perché il virus è mutato e si è reso più compatibile con questa specie di zanzara. Nulla vieta che succeda anche con gli altri virus. È  dimostrato che si tratta di una zanzara molto flessibile da questo punto di vista. I test di laboratorio hanno dimostrato che questa specie si infetta e consente la moltiplicazione di natura di un gran numero di virus, ma questo non significa automaticamente che svolga un ruolo importante nella trasmissione in natura. Per lo Zika non c’è stato ancora il tempo di effettuare tutti gli esperimenti necessari, ma il virus è stato rinvenuto in popolazioni naturali di albopictus».

Dall’apparizione all’insediamento la zanzara tigre si è allontanata dal cono di luce mediatico.
«Questo è molto interessante. L’ho verificato a Roma, ma so che è successo anche altrove. La zanzara è arrivata dall’Asia attraverso il commercio di copertoni usati all’interno dei quali erano state deposte delle uova. In tutti i posti di approdo crea il panico. Nei primi anni se ne parla tantissimo, la copertura mediatica è enorme e quindi gli enti locali sono indotti a prendere provvedimenti. Nella Capitale durante la genesi dell’infestazione, intorno al 1998-2000, vennero effettuati imponenti piani di intervento e stanziati fondi notevoli per concretizzarli. Dopodiché le persone si abituano, protestano di meno, dunque non è più un’emergenza. I soldi messi a disposizione per limitare l’infestazione diminuiscono e alla fine non si fa più niente. Questo è il trend generale. È chiaro che quando poi ritorna alla ribalta il fatto che non è solo fastidiosa ma è anche un rischio serio per la salute, le cose potrebbero cambiare dal punto di vista di chi deve innescare poi delle procedure virtuose».

Nell’aprile del 2015 il dottore Soares, poi suffragato dall’Oswaldo Cruz Foundation, è stato il primo a individuare il Zika virus dietro la doença misteriosa. All’epoca ebbe un certo sollievo, perché la letteratura additava una minore aggressività rispetto ad altri virus. Dengue ha ucciso almeno 839 persone in Brasile nel 2015, più 40% rispetto all’anno precedente. Nel mondo la cifra tocca quota oltre 20mila persone.
«La recente epidemia di Zika sta avendo molta eco e copertura mediatica soprattutto a causa del sospetto che possa essere associata a microcefalia in feti di donne che si infettino durante la gravidanza. Ma ci sono virus anche peggiori di Zika, che seguono esattamente la stessa via di trasmissione. Per esempio il virus del Dengue che è diffuso in oltre 100 paesi tropicali e provoca oltre 50 milioni di casi all’anno e oltre 22.000 decessi».

Che cosa anima la zanzara tigre?
«La zanzara tigre si sposta per due ragioni: cercare l’ospite su cui fare il pasto di sangue e l’acqua per deporre le uova. Queste sono le spinte che la inducono a muoversi».

È possibile calcolare la durata della loro esistenza?
«È un’altra delle cose molto difficili da definire. Sicuramente vivono qualche settimana, ma la longevità è anche legata alle condizioni climatiche. Quando fa freddo si riduce, ma anche il troppo caldo può essere un fattore negativo. È molto complicato catturare una zanzara e definirne l’età. Lo si può fare in laboratorio, ma in condizioni artificiali una zanzara vive molto di più che non all’aperto. Nel nostro gruppo di ricerca presso l’Università di Roma Sapienza stiamo sviluppando uno strumento per distinguere le zanzare giovani da quelle vecchie. Questo sarebbe molto utile, perché solo le zanzare che hanno almeno una decina di giorni hanno avuto la possibilità di pungere una persona e contrarre il virus, essendo poi in grado di trasmetterlo. La distinzione dell’età aiuterebbe a valutare il rischio della trasmissione e anche l’efficacia dei trattamenti. Se dopo un trattamento con insetticidi troviamo solo zanzare giovani, significa che il trattamento è stato efficace, ma che nel frattempo nuove larve si sono trasformate in adulti. Viceversa se troviamo anche zanzare vecchie significa che il trattamento non è stato efficace».

Chi controlla la zanzara tigre adesso?
«Controlli adeguati vengono effettuati molto raramente dalle amministrazioni pubbliche e solo in alcune Regioni da questo punto di vista più virtuose, in particolare Emilia Romagna e Veneto. Le zanzare sono tantissime specie e poche pungono l’uomo. A Roma abbiamo specie di zanzare che nessuno ha mai incontrato, perché pungono per esempio gli uccelli.

Dal punto di vista sanitario ci interessano poche specie di zanzare che tendono di più a pungere l’uomo e quindi a trasmettere eventuali malattie, oppure zanzare che fanno da ponte per esempio col cane affetto da alcune parassitosi che possono essere trasmesse all’uomo. Come ricercatori cerchiamo fra l’altro di capire su Roma quali sono i parametri ecologici indicatori di una maggiore densità di specie pericolose per elaborare modelli di previsione dei luoghi a più elevato rischio.

Questo potrebbe rappresentare un forte ausilio per il controllo, che fondamentalmente viene fatto su richiesta dei cittadini in situazioni di particolare disagio. Anche all’epoca in cui il Comune di Roma investiva direttamente sul controllo della zanzara tigre i rilievi fatti con i monitoraggi al fine di indirizzare gli interventi nelle zone con più alte densità non erano seguiti da trattamenti sufficientemente tempestivi. Sviluppare dei modelli che ci aiutano a prevedere le zone più a rischio di alta densità consentirebbe interventi più tempestivi e mirati, perché è chiaro che lavorare su una zona come Roma e coprirla al 100% è impossibile».

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