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domenica 23 dicembre 2018

Una superpotenza di nome Michelle

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 21

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Michelle LaVaughn Robinson è stata per lunghi tratti la figura più amata e popolare dell’amministrazione Obama. Il legame dell’ex first lady con gli americani non si è reciso dopo aver lasciato la Casa Bianca. Lo dimostra ciò che sta succedendo con l’autobiografia Becoming (Garzanti, 495 pagine, 25 euro, traduzione di Chicca Galli). Nel cuore della presidenza Trump è il testo più venduto del 2018. E si candida a divenire uno dei memoir politici di maggior successo nella storia dell’editoria non solo statunitense.

A un mese di distanza dalla pubblicazione, l’editore Crown Publishing, che è parte della Penguin Random House, ha annunciato la vendita oltreoceano di tre milioni di copie. Nel Regno Unito non accadeva dal 2008, con JK Rowling, che un’autrice giungesse al vertice delle classifiche. In tre settimane i lettori d’oltremanica hanno acquistato quattrocentomila esemplari. Nel mondo, le copie stampate del libro, tradotto in trentatré lingue, sono sei milioni. Becoming è alla seconda ristampa in Italia. 

Negli Stati Uniti le tappe del tour di presentazione, gestito da Live nation, registrano ovunque il tutto esaurito. Dopo l’apertura nella natia Chicago, allo United Center in dialogo con Oprah Winfrey, è cominciato un lungo viaggio, che ricorda i giorni delle campagne elettorali. La passione riscontrata ha prodotto per il 2019 l’aggiunta di ventuno nuovi appuntamenti pubblici con Michelle Obama. Ad aprile approderà in Europa con sei date da Copenaghen ad Amsterdam. Non è da escludere il suo arrivo anche in Italia.

La ragazza del South Side di Chicago, usando un appellativo scelto da Barack Obama, ama la propria storia in costante evoluzione dalla working class e ha saputo raccontarla con il supporto di un editor del calibro di Molly Stern.

Nel suo complesso il South Side è la più grande enclave nera del paese. In quel luogo si comprende il percorso di Michelle Obama, la seconda delle quarantatré donne, che l’avevano preceduta, a entrare alla Casa Bianca con una carriera professionale attiva. Era madre di due figlie e guadagnava trecentomila dollari all’anno come vicepresidente dell’University of Chicago Medical Center. Tra le first lady statunitensi è stata la terza in possesso di una laurea e della specializzazione successiva.

La traiettoria dell’esistenza di Michelle è cambiata proprio a scuola. La Whitney M. Young Magnet High School le consentì di uscire dal quartiere e dallo stato di segregazione in cui era nata. Non casualmente, una visita molto significativa per l’ex first lady è stata a Topeka, dove nel 1951 Oliver Brown citò in giudizio il consiglio d’amministrazione scolastico per l’esclusione della figlia Linda. L’azione legale, nota come «Brown v. Board of Education», abbatté la segregazione razziale nelle scuole pubbliche e permise anche a Michelle di avere le opportunità negate ai nonni, discendenti di schiavi, e ai propri genitori.

Le sconsigliarono di provare ad accedere a Princeton. Sui 1100 iscritti alla classe di corso di Robinson, gli afroamericani erano 94. Nel 1985 si laureò con lode in sociologia nel prestigioso ateneo. Tre anni più tardi, conseguì il titolo presso la Scuola di legge di Harvard. È interessante la domanda fondamentale della tesi discussa a Princeton: come si trasforma il ruolo dei neri nella società, quando s’immergono in un’istituzione elitaria bianca com’era l’università?


In Becoming Michelle ci conferma che non viviamo nella società post-razziale, in cui qualcuno immaginò di essere entrato dopo l’elezione del marito, personificazione con lei del sogno americano. «Alle first lady bianche la carica conferiva quasi di diritto una certa aura di eleganza, sapevo che per me non sarebbe stato lo stesso», ha scritto. Ma evoca la piena consapevolezza di un lungo cammino di libertà, non concluso, in una struttura sociale e culturale del potere ancora essenzialmente bianca.

Robinson con le proprie capacità relazionali ha saputo ribaltare la percezione delle sue rivendicazioni, costruendo con sapienza un processo che porta milioni di americani a immedesimarsi nelle possibilità della sua strada. Con le battaglie non ideologiche per una corretta dieta alimentare, per l’accesso all’istruzione e con il sostegno alle famiglie dei militari si è sottratta alla disputa politica quotidiana, rimanendo un perno essenziale delle campagne elettorali di Barack Obama.

Dai tempi di Jacqueline Kennedy, una first lady non assurgeva a icona del fashion a proprio agio nella trincea politica. Già il 12 febbraio del 2009 il New York Times la definì «padrona della moda americana». 

Michelle affronta anche questioni intime, confessando il dolore di un aborto spontaneo, risalente a venti anni fa, e di aver usato la fecondazione in vitro per la nascita di Malia e Sasha. Le due figlie occupano uno spazio importante nella narrazione di una storia d’amore, che è ormai parte della biografia di una nazione. L’autrice, posando lo sguardo sul futuro con una dura presa di posizione sul presente contro Trump, sembra dissipare l’ipotesi di una propria ambizione elettorale. D’altra parte, era scettica anche all’idea che la politica fosse per Barack il modo migliore per lasciare un segno nel mondo.

mercoledì 18 luglio 2018

Nelson Mandela, cent'anni di battaglie

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-23

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Cent'anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l'emancipazione che non è ancora concluso. 

Il Sudafrica, e il mondo, hanno celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente  nel 1994 in un paese ancora lacerato dall'oppressione dell'apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un'altra.

Barack Obama ha conquistato lo stadio di Johannesburg, stracolmo per il Mandela Day, nel discorso più importante da quando non è più il Presidente degli Stati Uniti d'America. Mandela e Obama si sono incontrati una sola volta, nel 2005 a Washington, poi quest'ultimo nel 2013 ha salutato la scomparsa «dell'ultimo grande liberatore del secolo scorso». Invitato a Johannesburg dalla Nelson Mandela Foundation, Obama è stato osannato col coro, “Yes we can”, che ha contraddistinto la sua campagna elettorale. 

«Viviamo in tempi molto strani e molto incerti – ha scandito Obama – . Ogni giorno sentiamo notizie estremamente inquietanti. Per capire come siamo arrivati qui dobbiamo capire che cosa è successo cento anni fa. Le politiche della paura, del risentimento e dell'arretramento iniziano ad avere presa, e questo tipo di politiche ora sono in crescita». E su Mandela: «È il simbolo delle lotte di tutti i diseredati nel mondo. Non erano solo gli oppressi a essere liberati, ma gli oppressori hanno ricevuto un enorme dono: l’opportunità di contribuire agli sforzi per costruire un mondo migliore».

La ricorrenza della nascita di Mandela, festeggiata annualmente, è l'occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze, che tuttora segnano la società sudafricana. Da poco sono usciti in Italia tre libri, che consentono di compiere un viaggio nella memoria, proiettandosi verso il futuro: Il reattivo (Pidgin edizioni) di Masande Ntshanga, La signora della porta accanto di Yewande Omotoso (66thand2nd) e Terra di Sangue di Karin Brynard (e/o). Si tratta di importanti voci non solo letterarie sudafricane, che non evadono le questioni politiche.


«Mandela è stato e resterà una figura immensa nella storia del Sudafrica: l'eroe della liberazione, che ci ha salvato dalla guerra civile e ci ha insegnato il perdono – dice Omotoso –. È un periodo interessante per il paese. C'è la generazione nata libera in democrazia, che senza eresie interroga il mito, i suoi compromessi e la fallibilità propria di ogni essere umano. Questa generazione ha dinnazi lotte altrettanto complesse, che non prescindono dall'eredità di Mandela».

Masande Ntshanga ci porta a Città del Capo, una città moderna e globale di per sé, ma in molti modi ancora definita dalle divisioni di razza e classe del passato. Lo scrittore rafforza le considerazioni di Omotoso: «I giovani continuano ad avere difficoltà a trovare accesso all'educazione e al lavoro. Negli ultimi anni c’è stata una crescente sfiducia nel governo, seguita da un aumento dell’attivismo, nonché una pressione per avere leader politici più giovani. In un primo momento il passato è stato definito dall’ottimismo, che poi si è trasformato in disillusione. Ora il presente è definito da un aumento del coinvolgimento politico, con molti giovani uniti dall’imperativo culturare di costruire una società inclusiva ed equa».

Tra un anno il Sudafrica tornerà al voto in quadro politico in movimento dopo il tramonto della discussa stagione dell'ex presidente Jacob Zuma con l'African National Congress, il movimento e partito politico nato l’8 gennaio 1912 per combattere l’apartheid guidato da Mandela, in piena transizione. «La presidenza Zuma è stata spesso considerata disastrosa; un qualcosa che la gente non vuole che si ripeta. Siamo curiosi di vedere se l’ANC perderà la sua presa o se acquisirà nuovamente la sua forza. La crisi del partito ha prodotto però una reazione con una rinnovata partecipazione delle persone alla sua vita».

Una questione sempre centrale nel dibattito pubblico sudafricano, e lo diventerà sempre più in vista delle elezioni, è la proprietà terriera, che rimane uno dei simboli della diseguaglianza. Il thriller di Karyn Brynard illumina il tema, toccando quello della violenza che ancora domina i rapporti sociali: «La polizia non considera la violenza brutale degli assalti alle fattorie, che non colpisce solo i proprietari bianchi, per bottini esigui con una propria specificità, la derubrica a criminalità comune; i gruppi politici bianchi invece non esitano a definirlo un genocidio. L'agricoltura in Sudafrica non è mai stata semplice; ha profonde implicazioni storiche e politiche. La terra conserva tutto il retaggio ingombrante del passato coloniale e delle ferite dell'apartheid».

E poi c'è il razzismo, male endemico ancora da debellare: «È difficile raccontare una storia sudafricana senza affrontare la questione razziale – conclude Brynard –. Siamo uno degli ultimi paesi al mondo in cui il razzismo è stato soppresso in modo formale dalla legge e dichiarato un crimine contro l'umanità. Non abbiamo pienamente fatto i conti col pregiudizio culturale che ci attanaglia. Ma l'intera società umana è ancora alle prese con il razzismo. Il Sudafrica con il suo difficile processo di riconciliazione post apartheid insegna al mondo quanto il razzismo danneggi sia le vittime sia chi lo perpetra».

martedì 16 gennaio 2018

La frontiera messicana nella terra di nessuno

di Gabriele Santoro

Assemblare le tessere del mosaico di un viaggio, che segna la sorte di una vita, è un’esperienza potentissima. Forse rappresenta l’unica occasione per sentire prima di capire l’emigrazione. Recarsi in un centro d’accoglienza, scrivendo poi una storia che si appella a pezzi di carta sopravvissuti al deserto e al mare, non risolve probabilmente nulla, ma costringe a entrare senza via d’uscita nell’esistenza degli altri.


Dimmi come va a finire (la nuova frontiera, 96 pagine, traduzione di Monica Pareschi dall’inglese) è il titolo del nuovo libro di Valeria Luiselli, da poco pubblicato in Italia, e corrisponde alla domanda posta dalla figlia della scrittrice messicana di origine italiana alla madre: “E allora, come va a finire la storia di quei bambini?”. Questi ultimi sono i minori migranti non accompagnati che dai paesi dell’America Centrale cercano di varcare la linea di confine nordamericana. La sera a casa Luiselli deve arrendersi a quella domanda legittima, non può evaderla. “Nella terra di nessuno / Niente diritto d’asilo qui / Re Salomone non ha mai vissuto da queste parti”, cantavano The Clash in Straight to Hell. Dal 2006 secondo la stima più attendibile 120.000 migranti transitanti in Messico sono scomparsi lungo le duemila miglia della frontiera statunitense.

La trentaquattrenne autrice cosmopolita, assistente all’Hofstra University e residente ad Harlem, alle prese con le pastoie burocratiche legate al rilascio della sua Green Card, si è avvicinata grazie al suo avvocato all’urgenza di una difesa che assomiglia alla presa della parola e all’ascolto: “Che cos’era l’iscrizione prioritaria a ruolo dei minori? Chi difendeva quei bambini, e chi era ad accusarli? E di quale reato, esattamente?”. Nel marzo del 2015 ha cominciato a lavorare come interprete al Tribunale dell’Immigrazione di New York, rielaborando successivamente le mappe interiori disegnate da viaggi disumani.

Il primo scoglio nel quale è grosso il rischio di incagliarsi consiste nello stabilire l’ordine narrativo delle cose. Il testo segue il percorso complesso di un questionario composto di quaranta domande, che dalle risposte attendono l’opportunità di immaginare una vita migliore. “Per quale motivo sei venuto negli Stati Uniti?”, inizia così la traduttrice che si fa interprete, per poi ricostruire e cesellare con la scrittura storie necessariamente frammentate che faticano a dirsi. Agli avvocati Luiselli deve consegnare gli elementi sufficienti per imbastire la difesa in aula dell’innocenza propria dell’infanzia frantumatasi durante l’emigrazione, ed evitare il decreto di espulsione.

Dimmi come va a finire ha una dimensione prettamente politica, è un invito a ripensare la lingua stessa che circonda il fenomeno migratorio. Se le cose si possono comprendere nella propria interezza solo dopo molti anni – sostiene l’autrice di Volti nella folla, Storia dei miei denti, Carte false, pubblicati sempre da la nuova frontiera – quando la storia è in corso l’unica possibilità è raccontarla: “Prima di poter capire qualcosa, ciò va narrato molte volte, con molte parole diverse, da molte angolazioni diverse, da molte menti diverse”.

Secondo la stima più attendibile, Secondo la stima più attendibile, dal 2006 sono 120.000 i migranti transitanti in Messico scomparsi lungo le duemila miglia della frontiera statunitense.

Secondo i dati elaborati dall’interessante volume Deportation and Return in a Border-Restricted World, Experiencese in Mexico, El Salvador, Guatemala and Honduras (2016), nel quadriennio 2010-2013 rispetto allo stesso periodo 1995-1999 le espulsioni dagli Stati Uniti di nativi messicani, privi di documenti regolari, sono quasi triplicate, passando da 440.738 a 1.179.877. Nel 2014 il 51% degli immigrati messicani presenti nel paese non aveva i documenti. Dal 2007 al 2012 la presenza di undocumented mexicans è scesa di un milione di persone. Nel biennio 2015-’16 c’è stato un ulteriore calo degli irregolari pari a 5.6 milioni.

Dal 1965 al 2015 più di 16 milioni di messicani sono emigrati negli States. Con il 28% sul totale dei 42 milioni di stranieri presenti restano il gruppo etnico più largo. Tra il 1980 e il 2006 il numero di immigrati è cresciuto impetuosamente da due milioni di persone a quasi dodici. La Grande recessione, datata 2007-2009, ha sostanzialmente arrestato il movimento. Negli ultimi otto anni la crescita è stata bloccata, a causa del crollo delle opportunità lavorative e dell’esponenziale militarizzazione del confine. Per dare una misura economica dell’emigrazione, nel 2014 gli 11.714.500 milioni di messicani espatriati producevano rimesse del valore di 24 miliardi di dollari, pari al 2% del Pil del paese di nascita.

Dal 2005 la somma complessiva dei provvedimenti di allontanamento riguarda per il 90% cittadini provenienti da Messico, El Salvador, Guatemala e Honduras. Il 73% dei migranti undocument sono partiti da questi ultimi tre paesi, i minori soprattutto in fuga dalla violenza delle bande criminali, ma i messicani restano i più attenzionati. Manu, raffigurato da Luiselli, ha un solo documento superstite del viaggio, il foglio della denuncia, inascoltata dalla polizia, della banda che lo perseguitava fino a eliminare il suo migliore amico. Tra il 2009 e il 2014 appare significativa la percentuale del 93% dei rimpatri di minori under 14 messicani da parte della polizia di frontiera senza la necessità di dibattimento. La procedura si chiama paradossalmente ritorno volontario e fa riferimento al Trafficking Victims Protection Reauthorization Act firmato nel 2008 da Bush.

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venerdì 9 dicembre 2016

Paul Beatty e Lo schiavista, una conversazione

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 29
9 dicembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro


Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi) è da poco il primo scrittore nordamericano insignito del prestigioso riconoscimento letterario Man Booker Prize. The Sellout, il titolo originale dell'opera, è un romanzo satirico, coraggioso che, sottraendosi al canone della classica denuncia sociale grazie alla fantasia e al talento dell'autore, guarda al proprio paese, lo interroga e dissacra, mettendolo allo specchio.


Potremmo cominciare a leggere il libro da questo dialogo: «È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?». «Sì». «Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale». Il narratore, il venduto, nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi, possedendo uno schiavo, e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

C'è la violenza della polizia, che uccide il padre di Me. Ci sono i non luoghi di Los Angeles, ibrida e sconfinata. L'imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, scomparso dalle mappe. Il vecchio Hominy Jenkins, l'abitante più famoso di Dickens, l'ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell'identità e si offre come schiavo. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell'utopia, con la contraddizione insita nell'integrazione.

Beatty, Lo schiavista è classificato come un'opera satirica. Proviamo a risolvere l'equivoco sulla satira. Trova riduttiva l'accezione diffusa, che è anche una maschera per non parlare di come il suo testo scavi in profondità il senso della perdita, della morte e gli aspetti più violenti del paese?
«Qualora qualcuno lo categorizzasse come un libro comico, penso che non avrei la stessa reazione. A proposito dell'evidenza della parola satira c'è qualcosa che suona come vacuo, falso e accomodante. L'aggettivo satirico è una maniera per dire: “Questo è un libro divertente che tratta una materia seria, ma non dobbiamo misurarci con la tristezza e il dolore”. Esiste un'antinomia per la satira? In che modo definiremmo un libro posato che si occupa di argomenti umoristici? Sono forse uno scrittore post satirico? No, post satirico è satirico. Sono intrappolato, non fa niente».

In un passaggio intenso e spassoso del prologo, lei fa dire a Martin Luther King Jr. che «se solo avesse assaggiato quell'intruglio non dolcificato, disgustoso, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l'intero movimento per i diritti civili prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi». Intendeva discostarsi dalla narrazione acritica sugli esiti del Movimento?
«Il romanzo non ha la pretesa di emettere alcuna verità a proposito; piuttosto usa il vantaggio del senno di poi per presentare un'alternativa obliqua e leggermente riluttante nella reinterpretazione della lotta. Qualora si chiedesse agli americani se ritengono che il Movimento per i diritti civili sia stato proficuo, ci sarebbe un consenso generale: “Sì lo è stato”. Ma non c'è nulla di scontato come il pieno consenso. C'è sempre almeno una persona che esprime una forma di dissenso. Questo libro è l'incarnazione della persona non del tutto d'accordo. La persona che concorda ma alza la mano soltanto a metà».

Quanto è stato errato e fuorviante immaginare un cordone ombelicale tra Barack Obama e la comunità afroamericana, e soprattutto ritenere la sua elezione un'eredità postuma del Movimento per i diritti civili?
«È stato miope presumere che, in quanto nero, avesse una responsabilità inerente per affrontare l'ingiustizia sociale, quando invece dovremmo pretendere da qualunque presidente di essere cosciente e avversare le diseguaglianze. C'è un video interessante del Presidente Obama, un politico nero potente, intervistato da una giornalista nera in una delle sale del nuovo Smithson Museum of African American History. Lei gli domanda di una recente sparatoria della polizia a Tulsa, Oklahoma, dove il videotape mostra la vittima, Terence Crutcher, chiaramente con le mani alzate. Obama, che aveva alle sue spalle una gigantografia di Martin Luther King Jr, afferma: “È mia abitudine non commentare i fatti specifici...”. Se il presidente non può dichiarare nulla su un omicidio ripreso e catturato dentro a una pellicola, è almeno molto inquietante. Poi ci sorprendiamo perché una larga parte della cittadinanza statunitense si chieda perché importarsene. Grazie a Dio persone come MLK Jr., Angela Davis, Eugene Debs, Moms Mabley, Cesar Chavez, Bernie Sanders, Ta-Nehisi Coates e Richard Pryor l'hanno fatto, hanno parlato nello specifico».

Potremmo dire che, giorno dopo giorno, il concetto del post razziale sia sempre più confuso e fragile?
«Ritengo che la definizione potrebbe rimanere la stessa, ma la voce sul vocabolario andrebbe scritta e letta così: post racial – aggettivo [arcaico]».

Dopo le elezioni Toni Morrison ha invitato a rileggere William Faulkner. Perché il senso dell'essere americano è tuttora profondamente connesso alla bianchezza, al colore della pelle?
«Sostituisca americanità con italianità e potrebbe trovare lo stesso tipo di risposta scomoda».

Quali sono i bisogni degli elettori di Donald Trump?
«Molte persone convergono sull'opinione e sentimento, originariamente fatto risalire al filosofo francese Joseph de Maistre, secondo il quale i paesi hanno i leader che meritano. Non concordo. Malgrado il processo democratico, nessuno merita una leadership pregiudiziale e vendicativa. Trump incontra i bisogni della popolazione che non realizza che il sentirsi dire cosa pensare è equivalente al sentirsi dire di non ragionare, al mettere da parte la razionalità. A volte le persone necessitano di una figura paterna, nonostante sia ingiuriosa, illusoria».

Nutre qualche timore in particolare per l'agenda Trump?
«Il crescente restringimento del raggio d'azione dei media. Quanto sapremo rispetto alla sua attività? Ha incontrato da poco il primo ministro giapponese Shinzō Abe, ma non ne sappiamo nulla».

martedì 25 ottobre 2016

Paul Beatty conquista The Man Booker Prize con "Lo schiavista"

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 22
9 ottobre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti. Che cos'è il post racial? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l'esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l'affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente.

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell'autore. Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell'opera), nell'incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d'America. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L'imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton. Rinnega l'educazione impartita dal padre, sociologo controverso, ucciso da un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca. A qualche anno di distanza dal delitto il sobborgo scompare dalle mappe. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Anche il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l'ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell'identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo.

Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens. Beatty ci costringe a fare i conti col fallimento dell'utopia, con la contraddizione insita nell'integrazione. E più intimamente con l'assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all'insegna la legge è uguale per tutti.

Beatty non si considera uno scrittore satirico, e definisce a ragione l'etichetta come un limite per il romanzo. Dopo aver spalancato le porte col prologo, lo scrittore alza freneticamente il ritmo e si fatica quasi a stargli dietro, non fosse per la qualità della scrittura che mescola sapientemente i registri linguistici. Col potere della fantasia e dell'umorismo si emancipa dai lacci della classica denuncia sociale, andando ben più in profondità negli aspetti più violenti e assurdi del proprio paese.




giovedì 6 ottobre 2016

Lo schiavista di Paul Beatty cerca l'America post razziale

http://www.minimaetmoralia.it/wp/lo-schiavista-paul-beatty/

di Gabriele Santoro

«È illegale gridare “al fuoco” in un cinema pieno di gente, giusto?».
«Sì».
«Be’, io ho sussurrato “razzismo” in un mondo post razziale».


Paul Beatty, classe 1962, radici losangeline, con Lo schiavista (Fazi Editore, 369 pagine, 18.50 euro, traduzione ottima di Silvia Castoldi), appena entrato nella short list del Man Booker Prize dopo aver vinto il National Book Critics Circle Award 2015, guarda al proprio paese, gli pone molte domande e lo dissacra, mettendolo allo specchio, senza coltivare la pretesa di ricevere risposte esaurienti.
Che cos’è il post racial e la sua genesi è databile? Al tramonto silenzioso della presidenza Obama, qual è l’esito della scelta di far passare sotto traccia la questione razziale? Beatty l’affronta col coraggio della satira, che è anche mezzo per impastare le mani nel dolore, interrogando, stuzzicando una storia che ammira, quella del Movimento per i diritti civili, e il tempo presente:

«(…) Il capo degli zombie (Martin Luther King Jr., ndc) sembra sfinito a forza di venir resuscitato ogni volta che qualcuno vuole ribadire la propria idea su ciò che i neri dovrebbero o non dovrebbero fare, possono o non possono avere. Non sa di essere in onda, e confessa sottovoce che se solo avesse assaggiato quell’intruglio non dolcificato, fatto passare per tè freddo ai banconi delle tavole calde negli Stati segregazionisti del Sud, avrebbe sciolto l’intero movimento per i diritti civili. Prima dei boicottaggi, dei pestaggi e degli omicidi. Posa sul podio una lattina di Diet Coke. “Le cose vanno molto meglio con la Coca-Cola”».

Il prologo è così denso da sembrare un romanzo nel romanzo nel quale percepiamo le urgenze dell’autore, che dieci anni fa ha curato l’edizione di Hokum: An Anthology of African American Humor, misurandosi col genere anche nei libri precedenti. Questo è il suo quarto romanzo, il secondo pubblicato in Italia, oltre a due raccolte di poesie.


Il narratore, il venduto (The Sellout, il titolo originale dell’opera), nell’incipit potente si fa carico del pregiudizio storicizzato: «So che detto da un nero è difficile da credere, ma non ho mai rubato niente». Anche l’incipit di Slumberland (Fazi, 2010) lasciava subito il segno: «Noi neri siamo diventati mediocri e banali come il resto della specie». Me, soprannominato Bonbon, ci porta davanti alla Corte Suprema col caso 09-2606: lui contro gli Stati Uniti d’America. Ci dice che ha parcheggiato l’auto in divieto di sosta su Constitution Avenue, ha le mani ammanettate dietro la schiena ed è seduto su una sedia dall’imbottitura spessa che, come il suo paese, non è per nulla comoda a dispetto dell’apparenza. Il giudice nero è costernato: perché ai giorni nostri un afroamericano viola i principi possedendo uno schiavo e sostiene che la segregazione riunisca le persone di una comunità in crisi di identità?

L’imputato è originario di Dickens, un ghetto nella periferia sud di Los Angeles a immagine e somiglianza della reale Compton, ed è cresciuto in una fattoria dentro a un quartiere degradato. Rinnega l’educazione impartita dal padre, sociologo controverso, l’uomo che sussurrava ai negri, dopo aver trascorso l’infanzia da soggetto per una serie di suoi studi psicologici pionieristici sulla razza. Un proiettile sparato da un poliziotto, così simile alla feroce banalità delle dinamiche riportate dalla cronaca, uccide il padre che non lascia alcuna ricca eredità. Lui vuole portare via a mani nude il corpo dalla scena del delitto, quale gesto estremo di umanità, gli altri pensano alle foto denuncia col martire. Qui costruisce un dialogo immaginario col padre progressista afroamericano che l’ammonisce. Deve fare attenzione: «(…) Solo perché il razzismo è morto, non significa che non sparino più ai negri a vista».

A qualche anno di distanza il sobborgo scompare dalle mappe: «Quelle che un tempo erano graziose enclave operaie hanno conosciuto il dilagare delle tette finte, delle percentuali di laureati e dei tassi di criminalità truccati, dei trapianti di alberi e capelli, della lipo e della cholosuzione». Il boom immobiliare d’inizio secolo gonfiato dalla speculazione e la gentrification hanno cancellato Dickens. Me vede crollare il proprio mondo, ma non è solo. Il vecchio Hominy Jenkins, reazionario razziale sui generis, l’ultimo sopravvissuto delle Simpatiche Canaglie e abitante più famoso di Dickens, necessita di trovare un appiglio nel naufragio dell’identità: che cosa vuol dire essere nero? E si offre come schiavo. Hominy non vedeva l’ora di cedere il posto sull’autobus al bianco. In fondo, che cosa è cambiato dalle frustate alle perquisizioni senza motivo apparente?

Con una vagonata di vernice spray bianca e una macchina traccialinee ridisegnano il confine dell’identità sparita. Segregare la scuola, il trasporto pubblico, perché la segregazione razziale avrebbe costituito la chiave per riportare in vita Dickens: «L’apartheid aveva unito i sudafricani: per quale motivo non avrebbe potuto ottenere lo stesso effetto su di noi?». Dopotutto la scuola era già segregata dalla classe sociale, dal livello di preparazione individuale. Che cos’è Dickens: «Un flashback post nero, post razziale, post soul, se vogliamo, verso un’epoca di idealizzata ignoranza nera».

Beatty, che ha studiato scrittura creativa al Brooklyn College e psicologia alla Boston University, ci costringe a fare i conti col fallimento dell’utopia, con la contraddizione insita nell’integrazione. E più intimamente con l’assenza e la morte. Lo schiavista è un modo onesto di tornare dentro a una casa scomoda, soprattutto davanti all’insegna la legge è uguale per tutti: «Molti hanno combattuto e sono morti nel tentativo di ottenere quella uguaglianza di fronte alla legge sbandierata così allegramente all’esterno di questo edificio: ma, innocente o colpevole, nessun imputato arriva fino a quel grado di giudizio». In effetti l’esito del processo non è tra le priorità dell’autore.

Lo scrittore, acclamato dalla critica d’oltreoceano come uno degli autori più ambiziosi e originali, indaga il senso di colpa, se poi è davvero tale, che deriva ed è scavato nella coscienza dalla sottomissione. Me fuma marijuana nelle aule del giudizio e danza tra colpevolezza e innocenza. È sotto processo, rischia la galera e per la prima volta in vita sua non si sente colpevole: «L’onnipresente senso di colpa, nero come la torta di mele del fast food e il basket giocato in prigione, è finalmente scomparso, e mi sembra quasi di essere bianco nel non avvertire più il peso della vergogna razziale».

Sostiene paradossalmente di emanciparsi dalla dissonanza cognitiva di essere nero e innocente. Contempla con reverenza il Lincoln Memorial e si domanda cosa direbbe e farebbe Abe l’onesto «scoprendo che l’Unione da lui salvata si è trasformata in una plutocrazia disfunzionale, che il popolo da lui liberato è diventato schiavo del rap e dei prestiti predatori, e che al giorno d’oggi le sue capacità sarebbero più adatte a un campo di basket che alla Casa Bianca?».

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venerdì 1 luglio 2016

Punto d'ombra: le foto di Teju Cole


di Gabriele Santoro

(le immagini sono tratte dal libro: ringraziamo la casa editrice Contrasto)

«Una mattina del 2011 mi sono svegliato, dopo aver letto la sera prima Virginia Woolf, ma non sto dando la colpa a lei, e non ci vedevo dall’occhio sinistro. Raggiungo il lavandino, mi sciacquo, non mi faceva male però non ci vedevo. Dopo due giorni la visione è tornata. Il responso di accurati consulti medici è stato: “Boh, però se ne andrà”. La chiamano sindrome della grande macchia cieca, della quale non si conosce la causa e può ripresentarsi. La relazione con il mio lavoro è segnata, influenzata anche dal fatto che potrei svegliarmi la mattina e non vederci da un occhio», racconta Teju Cole.


Lo scrittore d’origine nigeriana, classe 1975, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d’oltreoceano che, dopo l’esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno politico alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta non abbandona mai l’urgenza di assecondare la propria sensibilità visiva. Cole tira fuori dalla propria borsa la macchina fotografica, che l’ha già accompagnato in trenta paesi, lì sempre alla ricerca della prossima immagine da scattare quasi a curare l’ossessione per il vedere. Dopo un passaggio romano per il Festival Letterature, l’autore ha raggiunto il Sud Italia e poi approderà a Malta.

La casa editrice Contrasto ha da poco pubblicato Punto d’ombra (230 pagine, 22 euro, traduzione di Gioia Guerzoni) un nuovo lavoro di Cole: un diario visivo che testimonia le sue peregrinazioni nel mondo e ne offre la cifra stilistica. Sembra ricordarci che siamo corpi nel mondo e la scrittura è sempre un’esperienza corporea. Le foto scattate nell’arco temporale tra il settembre 2011 e novembre 2015 non sono disposte in ordine cronologico né geografico, ma per comprendere il filo della creazione tra scrittura e fotografia di Cole si può cominciare da pagina 196.

Cattura, a Zurigo nel 2014 sul tram n.15 per Bucheggplatz, una luce all’imbrunire che racconta una storia di sette anni prima. Cole fotografa una donna sui trenta, capelli raccolti e un tatuaggio che emerge limpidamente dal collo: due righe, il nome di una donna e una data. Lui li annota entrambi, e in seguito a una ricerca li trova associati in un vecchio articolo di giornale: una donna, morta in un paesino vicino a Phoenix, proprio nella data del tatuaggio. Quella notte c’erano altre due persone in macchina. Entrambe erano sopravvissute all’incidente e avevano come la vittima poco più di vent’anni: un uomo, diceva l’articolo, e un’altra donna.

Cole, nel memoir Punto d’ombra scrive che utilizza la macchina fotografica come un’estensione della memoria. Qual è la relazione creativa con la scrittura?
«Questo libro assomiglia a una raccolta di poesie, alla quale chiediamo innanzitutto se abbia espresso la verità. Le foto non sono manipolate. Mi interessa creare un momento, un luogo dove avvenga qualcosa di intenso. Foto e parole emettono vibrazioni differenti, che metto insieme. Il sentimento, la storia e la fotografia sono reali, ma la costruzione della relazione fra di esse è costruita come una poesia».

In che modo sappiamo quando un fotografo ci immerge, procaccia la vita e non riproduce pregiudizi preesistenti?
«La fotografia mantiene una grande potenza quale forza di testimonianza, ma sappiamo che può mentire tanto con l’analogico quanto col digitale. Per il fotografo credo sia più importante la ricerca della giustizia rispetto alla neutralità, che è il linguaggio del potere. La questione è complessa, tuttavia occorre affrontarla. Più che Photoshop, il problema consiste nella mancanza di immaginazione nel mostrare con attenzione e rispetto la vita. Recentemente ho trascorso tre settimane in Libano e la presenza dei rifugiati siriani rappresentava anche un’occasione per un reportage fotografico. La sfida che dovremmo porci è trovare nuove modalità per raccontare fuori dal circuito economico censorio delle immagini».

A proposito del Libano, in Punto d’ombra lei rivela l’ammirazione per Gabriele Basilico.
«Sì, è uno dei fotografi che più ammiro. Mi ha fornito la risposta alla nozione del ritrarre uno spazio vuoto. La figura umana con Basilico sa attivare lo spazio, e quand’anche questa sia assente lo stesso spazio emana energia. Ho pensato molto al suo lavoro rispettoso delle rovine di Beirut».


Instagram è uno spazio per la creazione?
«Sono interessato a chi lo utilizza come tale per esplorare il linguaggio visuale. Molti fotografi che seguo e apprezzo considerano Instagram un extra studio, dove fare di più. Scattano le fotografie col telefono ma con l’intelligenza pittorica simile a quella che applicano nei lavori formali. Quello che amo della fotografia è la sua disseminazione. Il contributo dei fotografi su Instagram consente in qualche modo di avvicinarsi al loro processo creativo. Al suo meglio può essere una conversazione che si rivela gradualmente».

A pagina 66 c’è una fotografia molto bella. L’ha scattata a Lagos nel dicembre del 2014 e ritrae strumenti musicali a riposo nell’atrio di una scuola elementare. Fa pensare al suo libro d’esordio Ogni giorno è per il ladro, alla sua visita in scuola per musicisti: «I segnali di vita più incoraggianti che vedo in Nigeria sono associati alla pratica delle arti. Ogni volta che, tornando a Lagos, finisco per caso in un angolo di inferno, spunta sempre qualcosa che mi dà speranza». In quel libro le fotografie accompagnavano il testo, oggi viceversa è la stessa esigenza?
«Tra i due libri intercorre un divario di almeno dieci anni, uno spazio intenso in cui rimangono alcuni contenuti. In quel libro ho concepito giornalisticamente la storia. Sono entrato in quella scuola insieme al narratore, ma in quel caso gli strumenti non erano coperti, ma accessibili solo a chi se lo poteva permettere economicamente. La prima cosa che sperimenti è il potere dell’immagine, il mistero, parlo di come il silenzio sia sonoro. Ancora mi sono mosso dal reportage alla poesia. Anche la poesia è importante perché può dirci che anche a Lagos può accadere una poesia. Non viviamo una vita puramente materialistica, stressata dai problemi del governo, dalla corruzione, dal crimine. Ovunque nel mondo c’è una possibilità per la poesia».


Un punto di contatto tra i due i libri è la dimensione del sogno, parola che ricorre molto in Punto d’ombra.

«Sì, c’è anche in Ogni giorno è per il ladro, il sogno accompagna il narratore che si muove attraverso la città. In questo libro equivale a una linea di confine completamente dissolta tra realtà e sogno. Forse è il segno della maturazione del mio pensare di libro in libro. Nei sogni accadono molte cose che mettono alla prova i confini di ciò che è credibile e li testano in termini psicologici meticolosi, eventualmente costringendoci a credere. Sono sempre più aperto su questo confine e credo dipenda dall’insicurezza di che cosa significhi davvero essere al mondo in movimento attraverso lo spazio e talvolta non puoi dire se tu stia sognando o meno. Il giardino in cui ci troviamo è stato disegnato da Borromini nel Seicento, questo è quasi un sogno del quale facciamo esperienza oggi. Fra pochi giorni andrò via da Roma e manterrò solo dei ricordi. Allora per anticipare il futuro, per vivere nel presente, per pensare il passato e poi dormire e sognare siamo costretti a danzare in quel confine. Questo è il dove che esplora il libro».

Che cosa intende quando si dichiara affascinato dalla linea del canto che collega tutti i luoghi?
«La intendo in un senso molto musicale come quando ascolto Schubert. Non si tratta solo di eseguire correttamente le note, ma farlo suonare. È davvero come mantenere, stringere una linea tutta attraverso una canzone. Per me ciascuna di queste foto è una percussione e devono essere un senso del flusso».

Il cosmopolitismo è un tratto fondamentale della sua biografia e prende sostanza nei suoi scritti. In un mondo così individualista e pieno di dolore, quali condizioni consentono la conversazione fra diversi per dirla con Kwame Appiah?
«Il senso dell’uguaglianza fra gli interlocutori: non parliamo a, ma con. Il discorso deve essere inclusivo oltre le differenze. L’uguaglianza, letteralmente intesa, fra le persone è la condizione irrinunciabile».

Ha commentato l’elezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano cosmopolita, dicendo: «I simboli sono importanti, ma vediamolo all’opera». Per che cosa ricorderemo Obama?
«È stato un presidente migliore di chi lo ha preceduto, ma credo avrebbe potuto fare di più. Obama è l’espressione massima del pensiero neoliberale. Il nodo centrale irrisolto è la guerra senza fine. Sarà ricordato come il primo presidente nero, per il suo stile molto attrattivo ma anche per l’espansione dei poteri presidenziali che si riverberà sulla prossima elezione. Il governo non dovrebbe spiarci. Credo che gli Stati Uniti possano, debbano aspirare a un presidente che promuova la giustizia e i diritti umani per le persone in tutto il mondo. Nessuno dei due candidati alla presidenza ispira tutto questo».



giovedì 23 giugno 2016

Teju Cole a Roma con il Punto d'ombra: «Le poesie tra parole e fotografie»

Il Messaggero, sezione Tutta Roma Agenda, pag. 64
23 giugno 2016

di Gabriele Santoro


Teju Cole e Gabriele Santoro
Courtesy photo: 2016 Rino Bianchi
di Gabriele Santoro

Teju Cole, scrittore, fotografo e critico per il New York Times, una delle voci più interessanti della letteratura e delle arti d'oltreoceano, sarà il protagonista della terza serata del Festival Letterature, organizzata con l'Ambasciata degli Stati Uniti e l'American Academy, presso la Basilica di Massenzio (ingresso dalle ore 20.30). L'autore d'origine nigeriana, classe 1975, che, dopo l'esordio brillante di Ogni giorno è per il ladro, un ritorno alle proprie origini, ha stregato la critica e i lettori su scala mondiale con il libro bellissimo Città aperta, leggerà un testo inedito dal titolo Memoria e uguaglianza. Cole dividerà il palco con Wu Ming 2 e 4 e Vitaliano Trevisan, accompagnati dalla musica di Mokadelic. La casa editrice Contrasto ha da poco pubblicato un nuovo lavoro di Cole: un diario visivo che testimonia le sue peregrinazioni nel mondo e ne offre la cifra stilistica.

Cole, nel memoir Punto d'ombra scrive che utilizza la macchina fotografica come un'estensione della memoria. Qual è la relazione creativa con la scrittura?
«Questo libro assomiglia a una raccolta di poesie, alla quale chiediamo innanzitutto se abbia espresso la verità. Le foto non sono manipolate. Mi interessa creare un momento, un luogo dove avvenga qualcosa di intenso. Foto e parole emettono vibrazioni differenti, che metto insieme. Il sentimento, la storia e la fotografia sono reali, ma la costruzione della relazione fra di esse è costruita come una poesia».

In che modo sappiamo quando un fotografo ci immerge, procaccia la vita e non riproduce pregiudizi preesistenti?
«La fotografia mantiene una grande potenza quale forza di testimonianza, ma sappiamo che può mentire tanto con l'analogico quanto col digitale. Per il fotografo credo sia più importante la ricerca della giustizia rispetto alla neutralità, che è il linguaggio del potere. La questione è complessa, tuttavia occorre affrontarla. Più che Photoshop, il problema consiste nella mancanza di immaginazione nel mostrare con attenzione e rispetto la vita. Recentemente ho trascorso tre settimane in Libano e la presenza dei rifugiati siriani rappresentava anche un'occasione per un reportage fotografico. La sfida che dovremmo porci è trovare nuove modalità per raccontare fuori dal circuito economico censorio delle immagini».

A proposito del Libano, in Punto d'ombra lei rivela l'ammirazione per Gabriele Basilico.
«Sì, è uno dei fotografi che più ammiro. Mi ha fornito la risposta alla nozione del ritrarre uno spazio vuoto. La figura umana con Basilico sa attivare lo spazio, e quand'anche questa sia assente lo stesso spazio emana energia. Ho pensato molto al suo lavoro rispettoso delle rovine di Beirut».

Il cosmopolitismo è un tratto fondamentale della sua biografia e prende sostanza nei suoi scritti. In un mondo così individualista e pieno di dolore, quali condizioni consentono la conversazione fra diversi?
«Il senso dell'uguaglianza fra gli interlocutori: non parliamo a, ma con. Il discorso deve essere inclusivo oltre le differenze. L'uguaglianza, letteralmente intesa, fra le persone è la condizione irrinunciabile».

Ha commentato l'elezione del nuovo sindaco di Londra, Sadiq Khan, musulmano cosmopolita, dicendo: «I simboli sono importanti, ma vediamolo all'opera». Per che cosa ricorderemo Obama?
«È stato un presidente migliore di chi lo ha preceduto, ma credo avrebbe potuto fare di più. Obama è l'espressione massima del pensiero neoliberale. Il nodo centrale irrisolto è la guerra senza fine. Sarà ricordato come il primo presidente nero, per il suo stile molto attrattivo ma anche per l'espansione dei poteri presidenziali che si riverberà sulla prossima elezione».

martedì 24 maggio 2016

Identità molteplici. "Appartenersi" di Karim Miské

http://www.minimaetmoralia.it/wp/identita-molteplici-appartenersi-di-karim-miske/

di Gabriele Santoro

Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino.

Karim Miské non ha sostituito l’appartenenza all’essere. Regista di documentari e scrittore, nelle pagine dense di Appartenersi (Fazi, 96 pagine, 15 euro) racconta una conquista faticosa, dolorosa e feconda: ostinarsi a rifiutare quel posto di bastardo che il nonno francese, prima della società, gli assegnò.

Tutti pensavano che si fosse abituato alla figlia insieme a quell’arabo. All’ultima curva della vita invece scaricò sul nipote quella parola, bastardo, che secca negava quell’unione e la dote di un amore bicolore.

Miské, classe 1964, è nato ad Abidjan; padre mauritano, diplomatico, musulmano e madre francese, atea, femminista e militante comunista. È cresciuto a Parigi, per poi trasferirsi a Dakar per gli studi di giornalismo. Lui, affetto da una sana impossibilità di aderire, si è addossato il peso della differenza, tenendolo alla giusta distanza. Se Arab Jazz è il romanzo poliziesco d’esordio che l’ha fatto conoscere, Appartenersi sfugge a una classificazione univoca: è saggio di alta qualità, memoir intenso, nonché testimonianza politica.


Miské, il suo libro è pieno di domande simboliche, alle quali lei nel tempo si è sottratto. Ne cito una su tutte: «Dove vuoi fare il servizio militare, in Francia o in Mauritania?»
«C’è qualcosa di impossibile in questo conflitto. Tutte le società si attendono un’adesione piena a un’identità dominante. La domanda mi venne posta da un’amica di mia nonna, francese, bianca, colta e ricca. E aggiunse: “Con ti schiereresti in caso di guerra fra i due paesi?” Mi sono formato nel rifiuto delle domande errate. La stessa società francese, in cui sono cresciuto, mi collocava nel posto riservato agli stranieri. Mi guardava come uno straniero per la mia quota parte di origine araba. Non posso essere trattato come un paria e al contempo dovrei rivendicare pienamente un’identità francese.
La mia storia personale costituisce una problematica universale. Le società sottopongono scelte troppo grandi e contrarie a quel che servirebbe per risolvere l’impossibilità dell’identità. E dunque ho dovuto inventare uno spazio per un’esistenza piena. Penso che tuttavia si possa arrivare a costruire sé stessi dentro a questo combattimento».

Appartenersi danza sull’ambivalenza dell’assimilazione, talvolta mossa dal desiderio di percepirsi inclusi, e il senso di estraneità che inquieta. In che modo ha risolto tale condizione complessa?
«La società contemporanea avrebbe dovuto superare tutto ciò, mentre si ritorna a forme arcaiche di appartenenza tribale. L’uomo è un animale sociale, che vuole profondamente appartenere per non ritrovarsi davanti alla propria nudità. L’estraneità è un sentimento pericoloso, davanti al dominio dell’idea della maggioranza silenziosa, una sorta di totalitarismo. In epoche di crisi la differenza non passa sotto silenzio, non la si contempla: diventa un rischio da marginalizzare. La società fatica ad accettare le eccezioni. Accettare di fermarsi su un’identità, quando tutti ne abbiamo molteplici, equivale ad accettare una violenza contro sé stessi. Questa visione dell’identità sdogana la violenza contro l’altro. La considero un modo di esternare la stessa violenza subita accettando di essere interamente dentro a una identità. Ho deciso che sarei stato il granello di sabbia nell’ingranaggio dell’identità».

Qual è la sua reazione davanti allo specchio fisico e a quello ambiguo dello sguardo degli altri?
«Lo specchio ha rappresentato sempre qualcosa di pericoloso, perché ricordava la mia diversità. Non assomigliavo agli altri nonostante crescessi nello stesso paese, frequentassi le stesse scuole e vivessi in una famiglia anche francese, bianca. Quando mi guardavo allo specchio volevo dimenticare, però c’erano gli sguardi degli altri a sostituirlo, a rinviare alla mia estraneità. L’unico specchio che non può essere rotto è lo sguardo altrui. Era davvero troppo accettare di essere uno straniero nella mia società. È troppo da domandare a un bambino a un adolescente di essere straniero fra i propri coetanei. Ho avuto la tentazione di ricercare l’alterità a cui mi si rimandava. A quindici anni andai per la prima volta in Mauritania. Lì non accettai di essere membro di un gruppo dominante, che conservava tracce profonde del periodo schiavista. L’inclusione sarebbe equivalsa alla negazione di me stesso: ho coltivato l’arte del rifiuto».

Suo padre seppe stare dentro alla contraddizione?
«Ha subito il razzismo per quanto fosse un nobile del deserto appassionato di poesia, un diplomatico, un giornalista e un rivoluzionario. Viveva la contraddizione a modo suo. Si era sempre opposto alla schiavitù, pur essendo capace di vivervi dentro, al suo posto di padrone. Una posizione dentro-fuori che gli calzava a pennello e che ereditavo mio malgrado».

Che cosa intende quando qualifica come disfunzionale l’amore della sua famiglia?
«Devo premettere che definisco la famiglia come un’unione di follie. Disfunzionale perché sono cresciuto come se non avessi problemi. Ma un problema c’era ed ero io, il bastardo. E non lo si poteva ammettere, perché dirlo avrebbe significato non accettarmi. I miei nonni materni francesi mi amavano profondamente, quanto mio padre. Mio nonno mi ha dato molto affetto, ma ero inaccettabile alla radice. Amava anche sua figlia, che era mia madre. Era moderno, non si permise di non accettare il matrimonio. Era però schiacciato da una contraddizione per lui irrisolvibile».

Nella letteratura ha trovato una patria utopica, che non le chiede scelte impossibili?
«Sì, una patria elettiva, un’utopia che non sarà mai realizzata. È una maniera di resistere a questa ipertrofia odierna delle identità e delle appartenenze. Trovare un luogo che sia comune. Appartenere al paese della letteratura, quello cartografato da Bradbury e Truffaut. Farenheit 41, un mondo distopico dove i libri sono vietati, spietatamente distrutti e dove un pugno di resistenti ostinati li imparano a memoria, diventando uomini-libri, i portatori del meglio dell’umanità; il senso della trasmissione a qualcuno che un giorno potrà nuovamente scrivere. Oskar Werner, Julie Christie e gli altri che girano in cerchio nella foresta declamando Guerra e Pace o Madame Bovary, ecco un’umanità profonda, una patria degna di questo nome, minimalista e desiderabile. Forse per diventare un cittadino a modo mio mi sedetti davanti a una tastiera e si presentò, Ahmed, l’eroe sentimentale e borderline di Arab Jazz, il mio primo romanzo».

Appartenersi non è un racconto di tribolazioni, c’è dentro tanta ricchezza. La può illustrare?
«La mia formazione è stata estremamente ricca, è la ricchezza che mi ha alimentato e mi ha donato l’opportunità di conoscere due mondi dall’interno. Questo libro non è una lamentazione. C’è stata un’asprezza che mi ha segnato e ha contribuito alla persona che sono. Devo ammettere che la volontà inclusiva della società mauritana, quand’anche era evidente che non fossi uno di loro, è stata seducente e toccante».

Perché avverte distanza da Barack Obama?
«La scelta di appartenere che è stata anche di Obama, cioè di scegliere come identità una sola delle due parti, non faceva al caso mio. Nel contesto americano non aveva altre scelte. In Francia la credenza sull’universalità è fondata su una menzogna niente male, qualcuno ci crede e si può rivendicarla. Negli Stati Uniti la razza è una realtà. Dalla mia storia ho preteso di potermi considerare in modo differente, mi sono sottratto al ricatto identitario».

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sabato 27 febbraio 2016

I rischi del virus Zika e la zanzara tigre


di Gabriele Santoro

La Florida ha annunciato che tre donne in gravidanza, rientrate da viaggi fuori dal paese, hanno riscontrato la positività al Zika virus, e il governatore Rick Scott ha chiesto un ulteriore supporto per la rilevazione dell’insorgenza patologica al Centers for Disease Control and prevention, che nei giorni scorsi ha dato notizia della propria investigazione su 14 possibili casi di trasmissione sessuale del virus. Anche i quattro episodi certificati in Italia sono collegati a viaggi.

In Colombia oltre seimila donne in gravidanza sono risultate positive. Zika è stato associato alla vertiginosa crescita statistica nelle aree del contagio della microcefalia nei neonati: dallo scorso ottobre in Brasile 508 casi confermati, 17 dei quali con la certezza del legame con Zika, contro i 146 complessivi del 2014, e 3935 tuttora sotto investigazione. Sono stati accertati 108 decessi dopo la nascita o durante la gravidanza. Sempre in Brasile è stato rilevato un aumento del 19% tra il 2014 e il 2015 della sindrome di Guillain-Barré. Sei paesi (Brasile, Polinesia Francese, El Salvador, Venezuela, Colombia e Suriname) hanno accertato un aumento dell’incidenza dei casi di microcefalia e/o della sindrome di Guillain-Barré, temporalmente associabile alla propagazione di Zika. Non è ancora tuttavia del tutto scientificamente provata la responsabilità del virus, che nell’80% dei casi è asintomatico.

Il virus Zika è un arbovirus e ha ricevuto la denominazione del luogo in cui è stato identificato originariamente, nel 1947, quando fu rilevato in scimmie sentinella per il monitoraggio della febbre gialla, nella foresta Zika, in Uganda.

Tra il gennaio del 2007 e la metà del mese di febbraio 48 paesi e territori hanno riportato la trasmissione autoctona del Zika virus, che è veicolata dal vettore dell’Aedes mosquitos: 28 gli Stati in cui è stata trasmessa, che hanno nell’ambiente i vettori necessari, in particolare l’Aedes aegypti. La distribuzione geografica si è costantemente ampliata dal 2015, quando il virus è stato individuato in America. Al momento non ci sono vaccini o trattamenti specifici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il primo febbraio ha annunciato lo stato di emergenza a livello globale, come risposta di prevenzione e controllo ha raccomandato attività di sorveglianza e ricerca.


La zanzara tigre (Aedes albopictus), che rientra nella lista stilata dalla IUCN delle 100 specie invasive più dannose al mondo ed è un vettore di virus patogeni che causano malattie come Dengue e Chykungunia (CHIK) in numerose aree tropicali del mondo, ha una presenza ormai stanziale nel nostro paese. L’equipe di Entomologia Medica del Dipartimento di Sanità Pubblica e malattie infettive dell’Università Sapienza di Roma, guidata dalla professoressa Alessandra della Torre, martedì ha firmato e spedito alla Regione Lazio una lettera che esprime preoccupazione e l’auspicio della messa in atto di attività coordinate con enti locali, Asl, mirando alla valutazione e prevenzione del rischio di trasmissione. Nella missiva leggiamo:

«Poiché la zanzara tigre (Aedes albopictus) — molto diffusa in Italia e in particolare a Roma e in altre aree del Lazio — è in grado trasmettere il virus ZIKA (oltre ad altri virus di rilevanza medica come il Dengue e il Chikungunya) esiste un rischio concreto che nella prossima stagione estiva/autunnale si possa assistere a casi di trasmissione autoctona a partire da persone che arrivino in Italia da paesi dove è in corso questa terribile epidemia. Tale rischio è particolarmente alto a causa di vari fattori che presumibilmente aumenteranno con l’arrivo di persone potenzialmente infette da questi paesi, quali il Giubileo e le prossime olimpiadi in Brasile, paese dove si è riscontrato il maggior numero di casi».

Professoressa Della Torre, perché nella lettera indirizzata alla Regione Lazio dichiarate la ragionevole probabilità di riscontrare casi di trasmissione autoctona del virus Zika?
«Un rischio reale certamente esiste. Stimarne la probabilità invece è un’altra storia. Negli ultimi anni ci sono stati casi di trasmissione di altre piccole epidemie di altri virus dalla stessa zanzara tigre in Italia, in Francia e in Croazia. Per esempio l’epidemia di Chikungunya, verificatasi a Cervia nel 2007, è stata innescata da una singola persona, proveniente dall’India, che è rimasta un giorno solo nel posto dove si è poi concretizzata l’epidemia. Il punto è che i virus devono essere introdotti attraverso viaggiatori infetti e dunque la probabilità che questo avvenga è tanto più alta quanto più sono in corso epidemie nel resto del mondo. Difatti il caso del Chikungunya seguiva una grossa epidemia, che c’era stata in India. Se nei prossimi mesi, quando la popolazione delle nostre zanzare aumenterà, Zika continuasse a propagarsi in Brasile, il rischio di importazione del virus in Italia potrebbe diventare molto concreto».

In quale periodo?
«Direi giugno-ottobre».

Quali differenze e somiglianze sussistono tra l’Aedes aegypti e l’Aedes albopictus, nota come zanzara tigre, e presente in Italia da più di due decadi?
«Le due species hanno molto in comune, a partire dalla somiglianza morfologica e dall’essere attive nelle ore diurne. Ma Aedes aegypti è molto più selettiva nella scelta dell’ospite ed è per questo assolutamente il vettore del virus più importante nei paesi tropicali, perché pungendo quasi esclusivamente l’uomo ha più possibilità di infettarsi pungendo un individuo infetto e, successivamente, di infettare una persona sana. Aedes albopictus, il cui primo reperto a Roma è apparso nel 1998 in due quartieri e l’anno successivo era diffuso già in tutta la città, punge non solo l’uomo ma anche altri ospiti, ma in un contesto urbano, dove ci sono pochi animali, punge quasi esclusivamente l’uomo. In questi contesti dunque non si comporta molto diversamente da Aegypti e rappresenta un potenziale vettore altrettanto temibile. D’altra parte Albopictus è in grado di produrre uova “ibernanti” che riescono a superare la stagione invernale, mentre Aegypti non sopravvive a basse temperature e quindi pur essendo stata introdotta varie volte in Europa, non ha mai dato luogo a infestazioni stabili».

Dunque Albopictus è ormai endemico in varie zone d’Italia, resiste all’inverno, ed è meno efficiente di Aegypti nelle aree tropicali, tuttavia è vettore di virus pericolosi a livello globale?
«Sì, Aegypti è senz’altro il vettore principale di vari virus molto patogeni per l’uomo, ma anche Albopictus può trasmetterne altrettanti ed in alcuni casi è stato il vettore principale di epidemie. Nel caso di Chikungunya, Albopictus è addirittura il vettore principale, perché il virus è mutato e si è reso più compatibile con questa specie di zanzara. Nulla vieta che succeda anche con gli altri virus. È  dimostrato che si tratta di una zanzara molto flessibile da questo punto di vista. I test di laboratorio hanno dimostrato che questa specie si infetta e consente la moltiplicazione di natura di un gran numero di virus, ma questo non significa automaticamente che svolga un ruolo importante nella trasmissione in natura. Per lo Zika non c’è stato ancora il tempo di effettuare tutti gli esperimenti necessari, ma il virus è stato rinvenuto in popolazioni naturali di albopictus».

Dall’apparizione all’insediamento la zanzara tigre si è allontanata dal cono di luce mediatico.
«Questo è molto interessante. L’ho verificato a Roma, ma so che è successo anche altrove. La zanzara è arrivata dall’Asia attraverso il commercio di copertoni usati all’interno dei quali erano state deposte delle uova. In tutti i posti di approdo crea il panico. Nei primi anni se ne parla tantissimo, la copertura mediatica è enorme e quindi gli enti locali sono indotti a prendere provvedimenti. Nella Capitale durante la genesi dell’infestazione, intorno al 1998-2000, vennero effettuati imponenti piani di intervento e stanziati fondi notevoli per concretizzarli. Dopodiché le persone si abituano, protestano di meno, dunque non è più un’emergenza. I soldi messi a disposizione per limitare l’infestazione diminuiscono e alla fine non si fa più niente. Questo è il trend generale. È chiaro che quando poi ritorna alla ribalta il fatto che non è solo fastidiosa ma è anche un rischio serio per la salute, le cose potrebbero cambiare dal punto di vista di chi deve innescare poi delle procedure virtuose».

Nell’aprile del 2015 il dottore Soares, poi suffragato dall’Oswaldo Cruz Foundation, è stato il primo a individuare il Zika virus dietro la doença misteriosa. All’epoca ebbe un certo sollievo, perché la letteratura additava una minore aggressività rispetto ad altri virus. Dengue ha ucciso almeno 839 persone in Brasile nel 2015, più 40% rispetto all’anno precedente. Nel mondo la cifra tocca quota oltre 20mila persone.
«La recente epidemia di Zika sta avendo molta eco e copertura mediatica soprattutto a causa del sospetto che possa essere associata a microcefalia in feti di donne che si infettino durante la gravidanza. Ma ci sono virus anche peggiori di Zika, che seguono esattamente la stessa via di trasmissione. Per esempio il virus del Dengue che è diffuso in oltre 100 paesi tropicali e provoca oltre 50 milioni di casi all’anno e oltre 22.000 decessi».

Che cosa anima la zanzara tigre?
«La zanzara tigre si sposta per due ragioni: cercare l’ospite su cui fare il pasto di sangue e l’acqua per deporre le uova. Queste sono le spinte che la inducono a muoversi».

È possibile calcolare la durata della loro esistenza?
«È un’altra delle cose molto difficili da definire. Sicuramente vivono qualche settimana, ma la longevità è anche legata alle condizioni climatiche. Quando fa freddo si riduce, ma anche il troppo caldo può essere un fattore negativo. È molto complicato catturare una zanzara e definirne l’età. Lo si può fare in laboratorio, ma in condizioni artificiali una zanzara vive molto di più che non all’aperto. Nel nostro gruppo di ricerca presso l’Università di Roma Sapienza stiamo sviluppando uno strumento per distinguere le zanzare giovani da quelle vecchie. Questo sarebbe molto utile, perché solo le zanzare che hanno almeno una decina di giorni hanno avuto la possibilità di pungere una persona e contrarre il virus, essendo poi in grado di trasmetterlo. La distinzione dell’età aiuterebbe a valutare il rischio della trasmissione e anche l’efficacia dei trattamenti. Se dopo un trattamento con insetticidi troviamo solo zanzare giovani, significa che il trattamento è stato efficace, ma che nel frattempo nuove larve si sono trasformate in adulti. Viceversa se troviamo anche zanzare vecchie significa che il trattamento non è stato efficace».

Chi controlla la zanzara tigre adesso?
«Controlli adeguati vengono effettuati molto raramente dalle amministrazioni pubbliche e solo in alcune Regioni da questo punto di vista più virtuose, in particolare Emilia Romagna e Veneto. Le zanzare sono tantissime specie e poche pungono l’uomo. A Roma abbiamo specie di zanzare che nessuno ha mai incontrato, perché pungono per esempio gli uccelli.

Dal punto di vista sanitario ci interessano poche specie di zanzare che tendono di più a pungere l’uomo e quindi a trasmettere eventuali malattie, oppure zanzare che fanno da ponte per esempio col cane affetto da alcune parassitosi che possono essere trasmesse all’uomo. Come ricercatori cerchiamo fra l’altro di capire su Roma quali sono i parametri ecologici indicatori di una maggiore densità di specie pericolose per elaborare modelli di previsione dei luoghi a più elevato rischio.

Questo potrebbe rappresentare un forte ausilio per il controllo, che fondamentalmente viene fatto su richiesta dei cittadini in situazioni di particolare disagio. Anche all’epoca in cui il Comune di Roma investiva direttamente sul controllo della zanzara tigre i rilievi fatti con i monitoraggi al fine di indirizzare gli interventi nelle zone con più alte densità non erano seguiti da trattamenti sufficientemente tempestivi. Sviluppare dei modelli che ci aiutano a prevedere le zone più a rischio di alta densità consentirebbe interventi più tempestivi e mirati, perché è chiaro che lavorare su una zona come Roma e coprirla al 100% è impossibile».

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martedì 3 novembre 2015

L'America nelle canzoni di Springsteen

http://www.minimaetmoralia.it/wp/lamerica-nelle-canzoni-di-bruce-springsteen/

di Gabriele Santoro

«Guidavo da solo sull’autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell’America che più ama, quella fondata sul lavoro.


Questo libro nasce a Princeton, dove la scorsa primavera l’autore ha tenuto un corso su Springsteen. Non l’ha mai incontrato personalmente, però condivide, quando possibile, l’energia, la cerimonia e lo spazio comune dei suoi concerti: «Ma come faccio ad andarmene se questo non smette? Lui ritorna ancora e ci regala (Roma, 2013) un Thunder Road acustico, che ti fa venire voglia di ricominciare. Un paio di chilometri a piedi fino alla macchina e poi un’ora nell’ingolfato traffico notturno dei reduci. A casa mia moglie mi fa: in queste condizioni, mai più. Io invece sto bene. Se avessi un altro biglietto, sarei pronto a rifare tutto da capo», dice.

Badlands è un testo vitale, appassionante e agile per la sua capacità divulgativa di creare ponti. Portelli ben ricostruisce le influenze di Bob Dylan, Woody Guthrie e Pete Seeger sul rocker del New Jersey. Mette al centro della sua analisi il lavoro e il sogno Americano, lacerato ma tuttora evocativo, dirimenti nell’opera di Springsteen, cantore delle speranze, delle sconfitte e della realtà tutt’altro che monolitica d’oltreoceano.

Come sottolinea Portelli, il “Boss” non è un poeta, non è un profeta politico, ma si prende la responsabilità di rammentare le promesse non mantenute, il diritto alla ricerca della felicità. Dà una dimensione narrativa, attingendo alla migliore tradizione della musica popolare, al proprio rock adulto e lo ancora tanto alle sue origini, quanto al tempo che vive. Le note, le strofe dolorose e i ritornelli entusiasmanti non svaniscono come un effimero oggetto di consumo, perché hanno lo spessore di una memoria culturale, affrontando temi fondativi della stessa cultura nordamericana.

Professore, vorrei cominciare da una curiosità. Perché ha ripescato dall’album The Ghost of Tom Joad una canzone come The Line, trattandola così approfonditamente?
«Per questo libro ho riascoltato l’intero canone di Springsteen. Da ogni ascolto possono affiorare nuove idee da contestualizzare. Non avevo mai pensato a questa canzone. In quel disco inizia a esplorare il sogno americano degli emigranti. È il sogno della terra americana dell’abbondanza. Come per le vite dei proletari americani, che canta, si spalanca l’abisso tra mito e realtà. Nello stesso album in Sinaloa Cowboys assume il punto di vista dei giovanissimi migranti messicani dell’industria della droga. In Balboa Park raffigura la violenza fisica sul corpo di chi cerca una vita migliore oltre il confine. Il titolo The Line è in realtà una linea di frontiera sfumata, ambigua. La necessità del migrante non si può respingere: We send ’em home and they come right back again/Carl hunger is a powerful thing. Il confine è il luogo dove i mondi, che tendiamo a separare, si toccano, mescolano e sovrappongono. Poi è stato importante il lavoro di analisi dei video, che in precedenza facevo poco».

Che cosa aggiungono i video all’ascolto, all’analisi dei testi e all’amplissima bibliografia?
«Illustrano la rilevanza della dimensione rituale nei concerti, dove nulla è lasciato al caso. Quello che fanno Springsteen e la E Street Band sul palco è lavoro, nel senso più pieno del termine. Sudore e fatica costruiscono un rapporto, una visione collettiva. In numerosi video l’occhio non può non accorgersi del sudore, che progressivamente si allarga sulle spalle e le ascelle di Springsteen. Questo è il mio mestiere, dice. Per esempio la lettura di We are alive, che propongo, si è rafforzata, guardando un’esecuzione live a Londra nel 2012. Il palco è buio, Springsteen è da solo con la chitarra. Mentre canta l’ultimo verso della strofa, col suo annuncio di unità e lotta (Our spirits rise/to carry the fire and light the spark/To stand shoulder to shoulder and heart to heart), di colpo si accendono le luci e la banda entra marciando a pieno volume. Avevo intuito poi una citazione (Il corpo marcisce nella tomba, ma lo spirito risorge) da una grande canzone della Guerra Civile: “John Brown’s body is a-mouldering in his grave, but his soul is marching on”. Il video mi ha confortato. Jake Clemons, il nipote di Clarence, ha confermato la mia intuizione vibrando forte un tamburo militare della Guerra Civile».

Nell’introduzione cita un altro pezzo, Sherry Darling, che propose agli ascoltatori italiani nel corso della trasmissione anni Ottanta, di Radio 3,  Ascolta Mister President sulla canzone politica dei Settanta. Che cosa la colpì?
«Sì, in quell’occasione la preferii a The River. È una canzoncina allegra, rock and roll adolescenziale. A prima vista sembra quanto di più leggero si possa immaginare. La ragazza, la macchina, il sole, la spiaggia. Però sul sedile posteriore della macchina c’è la madre della ragazza, che deve essere accompagnata all’ufficio di collocamento: Your Mama’s yappin’ in the back seat/Every Monday morning I gotta drive her down to the unemployment agency. Generalmente nel rock non si parla di persone anziane e soprattutto non si parla di lavoro, di disoccupazione, della difficoltà di arrivare alla fine del mese. Dunque diciamo che Springsteen dimostra la capacità di inserire dentro a un momento di leggerezza la consapevolezza del mondo proletario da cui proviene questa musica. Il rock anche nella sua versione più leggera ritrova il contesto proletario e popolare in cui era nato. Non solo proletario. Nella canzone si snoda anche l’intreccio etnico e di genere. La signora torna poi al ghetto con la metro: She can take a subway back to the ghetto tonight. Non solo è anziana, in cerca di lavoro, ma vive nel ghetto. Probabilmente pensando al contesto di altre canzoni di Springsteen è portoricana».

Negli anni come è riuscito Springsteen a mantenere una certa autenticità nella narrazione del lavoro, dall’universo fabbrica alle macerie materiali e spirituali della deindustrializzazione?
«Il padre era un veterano di guerra, poi arrangiatosi con mille impieghi per sbarcare il lunario. È nato in quel mondo, che l’avrebbe consumato senza l’emancipazione e la liberazione del rock and roll. Per una lunga fase, almeno fino a Born in the Usa, descrive il mondo che conosce per esperienza. Noi concepiamo la classe operaia automaticamente come un elemento di contrapposizione a un’altra classe. Negli States la parola classe non si usa quasi mai. Springsteen non usa mai la parola classe, perché la cultura operaia negli Stati Uniti non è una cultura di contrapposizione. Ma un universo culturale a sé, un’identità autosufficiente, non necessariamente con una collocazione sociale in termini di conflitto. Più avanti, soprattutto dopo il trasferimento in California e le trasformazioni nella sua vita personale, il rapporto con il mondo del lavoro è in primo luogo non tanto un rapporto di partecipazione, quanto di solidarietà ed empatia. Al fatto che la sua vita è ormai lontana da quella realtà supplisce con le letture, con le fonti, con i giornali, con gli incontri con organizzazioni operaie e quelle dei reduci delle guerre, girando l’America. In The Ghost of Tom Joad, e anche in molti brani di Wrecking Ball, il tema del lavoro riconquista la scena. Le sue canzoni hanno sia l’età sia la collocazione sociale del momento storico in cui le scrive».

Quale idea di mobilità sociale declina Springsteen?
«L’idea di mobilità verso l’alto, l’idea che chiunque può con spirito costruttivo risalire la scala e raggiungere una posizione sociale ed economica più agiata è il cuore del sogno americano. Lui trent’anni fa già certificò il blocco di questa mobilità ascensionale, che pure criticò per l’esasperazione individualistica. In The River canta: “Sono nato giù nella valle dove, caro signore, fin da giovane ti insegnano a rifare quello che ha fatto tuo padre”. L’incubo che si aggira in tutta l’opera di Springsteen è quello di ripetere la vita dei propri genitori: “Mio padre si suda lo stesso lavoro mattina dopo mattina/Io rientro a casa percorrendo le stesse sporche strade dove sono nato”, recita Used cars. Con la nuova macchina usata non si va lontano. The River è una denuncia del fatto che la promessa di mobilità sociale è un sogno che è una menzogna e dunque una maledizione. Lui è l’eccezione, l’uno sul milione. Gli altri all’autolavaggio sconteranno per sempre la pena. Il tema è la monotonia senza scopi della giornata lavorativa, la mancanza di senso. I lavoratori sotto qualificati, protagonisti delle sue canzoni, non generano alcun prodotto. Non possono neanche rivendicare l’orgoglio della fatica. Come dichiara in un’intervista: “Il mio compito è di misurare la distanza fra le promesse e la realtà”. In the day we sweat it out on the streets of a runaway American dream: l’attesa dello sfuggente Sogno Americano. La ricerca del miraggio, la fuga, le automobili, la notte. Per Springsteen, rompendo con la tradizione letteraria e cinematografica americana, si fugge in due per la salvezza da una società feroce, per evadere alla città degli sconfitti di Thunder road, che è la sintesi di tutti i temi di liberazione, speranza, amore legati all’automobile.

So you’re scared and you’re thinking/That maybe we ain’t that young anymore/Show a little faith there’s magic in the night
Well the night’s busting open/These two lanes will take us anywhere/We got one last chance to make it real
We’re riding out tonight to case the promised land

La mobilità dunque diventa orizzontale. Se non si può andare in alto, almeno tiriamoci fuori da questo posto quando ancora siamo giovani: Oh-oh, Baby this town rips the bones from your back/It’s a death trap, it’s a suicide rap/We gotta get out while we’re young/`Cause tramps like us, baby we were born to run. Poi lo rivendichiamo, perché c’è stato promesso e quindi abbiamo diritto a sognarlo, abbiamo diritto a volerlo. No surrender, niente resa: “Voglio dormire sotto cieli di pace nel mio letto di amore, con il vasto paese spalancato davanti agli occhi e i sogni romantici nella mente”».

In che modo Springsteen ha sviluppato nella propria narrazione la dimensione del sogno e quella della speranza?
«Dream Baby dream è il titolo di una canzone dell’ultimo album. L’idea è di continuare a sognare, soprattutto aprendo il nostro cuore: Come on, we gotta keep on dreaming/Come open up your heart. Il sogno americano di Springsteen è cominciato come un sogno di evasione liberatoria, dove la coppia era matrice di connessioni, che si sono mano a mano sviluppate in un sogno di comunità. Una hometown ideale dove nessuno fa da solo (Long Walk Home). È una moderata utopia di provincia, che non è un sogno da tramandare, ma neanche da buttare via. Insistendo, forse, c’è un altro ballo. Per sogno qui intendiamo tre cose: l’oggetto sognato, il lavoro del sognare, il soggetto che sogna. Springsteen mette ben in chiaro che l’oggetto sognato è illusorio, in parte irraggiungibile, in parte indesiderabile. Rimane però la soggettività del sognante, che non viene messa in discussione ed è quella a tenerci vivi. Occorre tenersi aperti a un’idea, a una possibilità di sogno, di cambiamento, dunque. Stay hungry, stay alive».

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato», è l’epilogo de Il grande Gatsby. È molto interessante il parallelo letterario che lei argomenta con l’opera di Francis Scott Fitzgerald.
«Nel pieno degli anni Venti, nel cuore del boom e della mitologia dell’arricchimento facile, Fitzgerald ci suggerisce che l’unico modo in cui un ragazzo di paese, che è nato povero, possa pensare di arricchirsi è in qualche modo il crimine. E questo è un dato di per sé abbastanza sorprendente in quell’epoca. “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa – domani andremo più in fretta (Born to run?), allungheremo di più le braccia…e una bella mattina…”. Ha individuato in Daisy l’oggetto amato fantomatico da inseguire, ma se il sogno fallisce, non si rinuncia a sognare. Il piccolo gangster Jay Gatsby è grande, perché non perde di vista i sogni. Continua a guardare la luce verde sul molo di Daisy. Continua a desiderare, a illudersi magari. La capacità di coltivare comunque una visione lo rende grande».