venerdì 10 febbraio 2017

Mostar 1992-2017, anatomia politica di una città ferita


di Gabriele Santoro

Dzenana Dedić è nata a Mostar cinquantuno anni fa. Durante la guerra le hanno bruciato la casa, che era situata a pochi passi dall’ufficio in cui lavora, ed è stata espulsa nella parte est della città, ma non l’ha mai lasciata. Ricorda la fila delle macchine che nel 1992 abbandonarono in fretta e furia Mostar all’arrivo dei carri armati dell’Armata popolare jugoslava. E poi l’inferno che ha distrutto la città, la cosiddetta seconda guerra di Mostar, nel 1993 quando è deflagrato lo scontro tra bosgnacchi e croati. «Non mi abituerò mai alla spartizione su base etnica di un luogo che rappresentava ante litteram il multiculturalismo, la conversazione tra diversi – dice Dedić –. Eravamo una storia cosmopolita plurisecolare culturalmente rilevante, stiamo riscrivendo tante piccole storie insignificanti».

Nel biennio 1994-’96, fondamentale per la ricostruzione, Dedić è stata una figura di raccordo nei dipartimenti dell’European Administration for Mostar e ora guida la Local Agency for Democracy. Proprio nel 1996 si tennero le prime elezioni. A ventidue anni dalla fine della guerra Mostar vive uno stato di democrazia formale, una democratura l’avrebbe definita Predrag Matvejević. Lo scorso due novembre in Bosnia ed Erzegovina, la cui architettura istituzionale appare sempre più nella propria incoerenza e farraginosità burocratica, si sono svolte le elezioni amministrative e Mostar è l’unica città a non aver votato. Lo stesso giorno cinquemila mostaresi hanno reagito allo stallo e hanno inscenato un simulacro elettorale. Dopo aver allestito vere e proprie urne, si sono recati a votare simbolicamente. Il dato politico ineludibile, che emerge da qualsiasi fonte interpellata a Mostar, è la lenta ma inesorabile agonia dell’accordo di pace di Dayton, che istituzionalizza de facto una divisione etnica amministrativamente e socialmente ingestibile.

«Nel giorno in cui si recupera dalla Neretva la parte centrale dell’arco del vecchio ponte, assisto a questo avvenimento con una strana emozione. Abbiamo visto gli ingegneri ungheresi che sollevavano con una grande gru, su una zattera, il troncone dello Stari Most che non univa solo le due sponde di questa città, ma altresì le vie dell’Oriente e dell’Occidente. Tornerà a farlo?», si chiedeva Matvejević nel 1998. Questa città, attraversata dall’acqua dei fiumi Neretva e Radobolja, dove il sole splende anche d’inverno e l’aria è pulita, è piena di ponti, ne sono stati ricostruiti sette dei dieci distrutti durante la guerra, ma pochi ancora li attraversano: a est i musulmani, a ovest i croati. Il 70% degli attuali abitanti è arrivato dopo la guerra, per programmazione politica e in fuga soprattutto dall’est dell’Erzegovina, e non aveva la cultura urbana dei mostaresi. Il cosmopolitismo è stato il principale nemico da abbattere con la guerra.

Su un pilone del principale cantiere edilizio attivo, sarà un albergo della multinazionale statunitense Marriott a pochi passi dal cuore antico della città, campeggia la scritta «War is not over». La guerra non è finita, ma nessuno la può vincere. La pulizia etnica non ha cancellato l’antica traccia multiculturale di questa terra. L’ultimo censimento, risalente a tre anni fa, recita che a fronte di circa 110mila abitanti, la componente croata cattolica è superiore di non più di mille unità rispetto a quella bosgnacca con una ripresa della presenza serba, quasi sparita durante il conflitto.

Mostar, 2017
Dedić, nel documento in cui avete rivendicato il diritto a votare c’è scritto: «Vogliamo fermare l’agonia». Perché da otto anni non si elegge il sindaco a Mostar?
«Il nostro attuale problema principale è l’accordo di pace di Dayton, fondamentale per il disarmo e per fermare le uccisioni, che non può però continuare a essere la nostra costituzione. Non garantisce una visione comune, de facto istituzionalizza la divisione in base all’etnia, senza spazio alcuno per le minoranze. Mostar contiene in scala ridotta tutti i travagli della Bosnia ed Erzegovina. I fondamentali processi democratici sono sospesi, tutto è in mano alle leadership dei partiti, privi di democrazia interna, gli stessi che hanno condotto la guerra. A Mostar da otto anni non c’è il consiglio comunale. Formalmente il sindaco, per decisione del parlamento, è l’ultimo eletto e in carica, espressione del partito croato Hdz, mentre l’Sda bosgnacco tiene l’ufficio del bilancio. In due stabiliscono i livelli di spesa, il budget annuale, e determinano le scelte urbanistiche che, senza alcun piano regolatore, rendono irriconoscibile la città rispetto al passato».

Dunque possiamo dire che i due partiti principali, che non trovano l’accordo per la riforma elettorale locale, di fatto governano insieme?
«Certamente. Non intendono trovare un accordo per tornare al voto, che li costringerebbe a confrontarsi in un’assemblea pubblica e a condividere indirizzi comuni, ma spartiscono il potere. È una diarchia che condanna la città alla separazione».

Mostar è condannata a restare una città divisa?
«Mostar era la città col più alto numero di matrimoni misti della Jugoslavia. La divisione delle famiglie è l’aspetto più doloroso, questa è la linea di guerra più profonda e insopportabile che hanno voluto tracciare».

Prima della guerra Mostar aveva centoventimila abitanti. Nel marzo del 1995, le armi tacevano da qualche mese, la diplomazia internazionale chiuse in un cassetto il censimento demografico, appaltato ai tecnici del governo svedese. Era materia politica esplosiva. La pulizia etnica ha stravolto la composizione?
«Guardando i numeri, potremmo dire che nessuno ha vinto la guerra. La pulizia etnica ha stravolto la composizione sociale. L’accordo di Dayton sanciva il diritto al ritorno nella terra da cui si è stati estromessi, ma non c’era possibilità. Quando si va via, difficilmente si torna indietro. Il 70% degli attuali abitanti di Mostar non erano qui prima della guerra, sono giunti soprattutto dalle aree rurali dell’Erzegovina. Non ci sono la cultura della convivenza e la consapevolezza del cosmopolitismo propri di epoche passate».

Hans Koschnick, socialdemocratico tedesco, la cui famiglia ebbe il coraggio della resistenza al nazismo, è una figura chiave per comprendere la situazione attuale. Dal 1994 al 1996, in qualità di commissario dell’European Administration for Mostar, si spese per riunire la città. Rischiò il linciaggio da parte di estremisti croati, non soddisfatti dei confini urbani delimitati tra est e ovest.
«Una parte della città considera Hans molto positivamente. In quel periodo, in ossequio al mandato dell’Unione Europea, intendeva creare un’area centrale della città con i servizi di pubblica utilità (stazione ferroviaria, centro sportivo, ospedale) che si astraesse dai confini delle municipalità, tre croate, tre musulmane, in cui fu divisa Mostar. Un distretto funzionale all’incontro nel cuore del patrimonio culturale mostarese. Nelle due decadi trascorse i confini di questa zona sono stati sempre più ristretti da chi non è soddisfatto di quanto già siamo divisi. Alle prime elezioni del 1996 si presentò un partito che univa bosgnacchi e croati, poi è scomparso».

E oggi qual è l’influenza dell’Unione Europea nell’area?
«Di rilevanza limitata. Sulla Bosnia ed Erzegovina è forte l’influenza della Turchia, della Russia sulla Republika Srpska, e ovviamente a ovest gli Stati Uniti. Restiamo sempre il parco giochi delle grandi potenze in un’area che non se la passa per niente bene. Non siamo in grado di formare un governo abbastanza forte per autodeterminarsi: “Questo è il nostro paese e indichiamo la direzione”, non sono in grado di affermarlo».

Il Ponte vecchio distrutto nel 1993
John Yarwood, architetto e direttore della ricostruzione per conto dell’European Administration of Mostar, sostiene: «Gli edifici sono stati ricostruiti anche rapidamente, non la vita della città».
«Eravamo affamati, non avevamo vestiti, non avevamo case, tutto era stato distrutto: ho perso ogni cosa. Mostar e Vukovar sono probabilmente le due città più violentate dal conflitto. Yarwood guidava il mio dipartimento. Non oso pensare quale sarebbe la situazione odierna se non avessimo reagito, noi cittadini, subito. La gente di Mostar è stata fondamentale per la ricostruzione. C’era adrenalina, energia, voglia di ascoltarsi gli uni con gli altri, nonostante le ferite fossero ancora caldissime. Ogni piccolo passo era in realtà grande.

Si respirava un clima positivo: diamoci da fare, ritroviamo una vita. Sono stati investiti molti soldi con la priorità delle case dopo la complessa classificazione dei danni, e anche qui la politica ha cercato di dividere, destinando gli aiuti alle rispettive cerchie. Abbiamo ricostruito le nostre case e contemporaneamente, mentre lottavamo per tornare a una vita normale, i politici hanno creato tale ambiente sociopolitico. Il sistema dei partiti ha alimentato una struttura così inscalfibile che non c’è strada per spezzarla. Si annidano in ogni infrastruttura nazionale del paese, contando sulla sicurezza di una cittadinanza inconsapevole della propria forza e della possibilità di contare».

A ventidue anni dalla fine del conflitto bellico, che cosa s’intende per democrazia in Bosnia ed Erzegovina?
«Stiamo ancora cercando di comprendere la democrazia. Prima del crollo della Jugoslavia chi veniva dalla Romania guardava nel raffronto al nostro paese come un luogo meraviglioso, ma non c’era democrazia, la scelta era limitata al nome dentro al partito unico. Non sapevamo come vivere in democrazia, tuttavia le assicuro che non è cambiato molto. Ora votiamo, o almeno quando ci è consentito, in un sistema multipartitico ma gli eletti, i rappresentanti del popolo, agiscono, recitano come prima, perché le persone non conoscono e non usano gli strumenti propri di un sistema democratico, richiamandoli ai propri doveri nell’interesse generale del paese. Spesso chiedo ai referenti di tutti i partiti: “Quanta democrazia c’è dentro al tuo partito?”. Ci sono i leader e quel che decidono loro è la linea da portare avanti. La nostra è la democrazia del ristorante, dove si incontrano i leader dei partiti e prendono gli accordi. La tavola è il luogo dove siedono insieme e decretano i piani per il nostro paese».

East Mostar
Di che cosa si occupa un’agenzia locale per la democrazia?
«Per esempio per la prima volta dalla fine della guerra siamo riusciti a organizzare una tribuna pubblica in ciascuna delle sei aree della città per far incontrare politici e cittadini, che non sono a conoscenza di come venga speso il denaro pubblico. Fino a quando ce n’era uno lavoravamo per dare un minimo di trasparenza ai processi legislativi del consiglio comunale. Recentemente abbiamo effettuato la prima rilevazione, entrando nelle case delle persone a chiedere il livello di gradimento dei servizi pubblici erogati. Ora il progetto principale è il Balkan regional platform for youth participation and dialogue, una sponda istituzionale per i movimenti giovanili e l’incontro tra chi può e vuole immaginare una terra non affetta dal nazionalismo».

Qual è il ruolo dei media locali?

«I discorsi carichi di odio arrivarono prima del fuoco delle armi. I discorsi di odio covati dalle élites politiche, intellettuali, poi sono stati moltiplicati e propagati dai media come un incendio. Nessuna guerra sarebbe stata possibile senza i media. E oggi sono assoldati dalla politica che li finanzia e dunque controlla. La democrazia necessita di buoni giornalisti. Leggiamo quello che il circolo politico economico intende farci leggere».

Nel sistema politico bosniaco, segnato dall’estrema frammentazione, i partiti rappresentano realmente i cittadini?

«Dayton ha prodotto uno Stato altamente decentralizzato, quando si sarebbe potuta ottenere una struttura più coerente. Senza sorprese gli stessi partiti che hanno fatto la guerra gestiscono il potere, anche se dentro alle loro dinamiche qualcosa si agita. Chi ha combattuto al fronte inizia a chiedersi e chiedere per che cosa l’abbia fatto; per questo presente, per essere poi accantonati? L’interesse dei partiti è mantenere questa paralisi nella paradossale trappola di Dayton più a lungo possibile, perché è l’unico modo in cui possano conservare le rispettive posizioni di rendita, alimentando un clima di paura, di costante tensione tra etnie: “Loro ti odiano, vota per noi e proteggeremo i tuoi interessi nazionali”. L’etnonazionalismo per i cittadini non è altro che una scelta pragmatica per ottenere un lavoro e favori. Il sistema politico è segmentato e frammentato lungo la linea etnica. La stessa legge elettorale e la costituzione scoraggiano l’attraversamento delle frontiere etniche».

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martedì 17 gennaio 2017

Quello che succede in Turchia. Una conversazione con Pinar Selek


di Gabriele Santoro

«Quando, ogni lunedì mattina e ogni venerdì pomeriggio, ci mettono in riga come soldati, mi rifiuto di cantare l’inno nazionale piegando ostentatamente le ginocchia. Stringo le labbra mentre i miei compagni cantano a squarciagola: “Che la mia esistenza sia dedita alla nazione. Felice chi si dice turco!”. Rifiuto tutto ciò che mi ricorda l’uniforme. Sono i militari ad aver arrestato mio padre. Ed è lo Stato che ha sbattuto in prigione tutti quelli che amavo», scrive Pinar Selek nel memoir La maschera della verità (Fandango libri, 96 pagine, 13.50 euro), che irride la negazione del genocidio armeno.


Come si può raccontare che si è soli al mondo? Selek, sociologa e scrittrice, ha sempre vissuto difendendo mediante lo studio e la scrittura la ricchezza transculturale delle minoranze in Turchia: «Io, anche solo a sentire la parola “armeno”, ho paura. Per fortuna non esistono. Se esistessero ci divorerebbero tutti, stando al nostro professore di storia. Sarebbero tutti terroristi, e avrebbero sicuramente minacciato l’unità del paese. E ora farebbero di tutto per istigare i turchi mettendoli gli uni contro gli altri sostenendo che un genocidio c’è stato».

All’età di 9 anni il colpo di stato del 12 settembre 1980 le ha sottratto il padre, arrestato insieme a centinaia di migliaia di oppositori, che trascorse cinque anni in carcere. Nell’ambito delle sue ricerche sulla questione curda le è toccata la stessa sorte, poiché Selek realizzò alla fine degli anni Novanta una sessantina di interviste in Kurdistan, Francia e Germania. L’11 luglio 1998 è arrestata dalla polizia a Istanbul, accusata di complicità col PKK, e dopo il sequestro del materiale attinente alla ricerca, torturata affinché confessasse i nomi dei propri contatti. Mantenne, tutelò la segretezza delle fonti, e nella prigione Ümraniye venne a sapere dalla televisione dell’accusa di essere associata all’attentato terroristico dello Spice Bazaar, avvenuto un mese e mezzo prima. Il processo non è chiuso, malgrado le tre assoluzioni pronunciate. Selek è costretta di vivere in esilio dal 2009, ora in Francia.

Negli ultimi mesi è stata in prima fila nel chiedere la liberazione dell’amica scrittrice Asli Erdoğan, alla quale è stato ritirato fisicamente il passaporto, che a sua volta si era esposta pubblicamente per Selek. La prossima udienza del processo che vede imputata Erdoğan, insieme ad altre dieci persone, si terrà il 14 marzo. Uscita dal penitenziario femminile di Bakirköy, a Istanbul, dove era reclusa dallo scorso agosto, beneficia dal 29 dicembre del regime di libertà provvisoria.

«Nella mia vita ora c’è una grossa macchia nera e l’unico modo per affrontarla è la scrittura – dice Asli Erdoğan, intervenuta via Skype all’anteprima milanese di Tempo di libri –. Viviamo in un momento in cui bisogna chiedersi cosa significhino le parole reato, diritto, colpa, condanna, libertà, innocenza; tutte parole che in Turchia sono rimesse in discussione. Mi hanno pesato moltissimo l’incriminazione e la carcerazione del tutto ingiuste e infondate, fuori dal diritto, legate a una mia manifestazione di solidarietà e a motivi politici».

Erdoğan non crede che la nuova udienza sarà l’epilogo della vicenda giudiziaria. Dei capi d’imputazione contestati permane quello di propaganda terroristica. È sostanzialmente accusata per aver espresso la propria solidarietà al giornale filo-curdo Özgür Gündem, col quale in passato ha collaborato la stessa Selek.

Nel mese di marzo a Milano nella grande area verde del Monte Stella, dove è situato il giardino dei Giusti di tutto il mondo, verrà piantato un albero col nome di Selek. Nel giardino ogni anno vengono piantati nuovi alberi per onorare gli uomini e le donne che hanno aiutato le vittime delle persecuzioni, difeso i diritti umani ovunque fossero calpestati, testimoniato contro i tentativi di negare i crimini perpetrati.

Selek, è possibile comparare la sua complessa vicenda giudiziaria con quella che coinvolge Erdoğan?
«Non è la stessa cosa, ma ci sono dei punti in comune senza dubbi. Vogliono punire gli intellettuali che si impegnano nella dimensione pubblica, civile. Le punizioni sono varie e non riservate solamente alle personalità più esposte come me e Asli. Il processo penale a mio carico viene reiterato di assoluzione in assoluzione da 18 anni, ed è divenuto un caso internazionale solo dopo che ho lasciato la Turchia. Prima ero una delle tante e dei tanti perseguiti per la libera manifestazione del proprio pensiero. I libri di Asli sono tradotti in francese e italiano, dunque la si legge e conosce. Moltissime persone come noi sono in prigione, torturate o uccise e fuori dal paese nessuno sa il loro nome. In fondo siamo due piccoli punti noti in quadro repressivo purtroppo vasto».

In che modo il processo è stato protratto per diciotto anni?
«La mia esperienza è stata un po’ particolare e ancora non è finita, si protrae da tanto tempo. Il processo è difficile perché sono stata accusata di aver compiuto un attentato, sbattuta con questa incriminazione infamante in prima pagina dalla stampa. Dopo l’arresto mi hanno torturata, ho trascorso due anni e mezzo in prigione senza che la pubblica autorità ammettesse che era a causa del mio lavoro accademico, universitario di ricercatrice, ma adducevano altre ragioni in tutta evidenza fittizie. Il processo può andare così a lungo, perché perdura e si riproduce la medesima struttura di potere che lo anima. Risulto sempre assolta, tuttavia la necessità è di non archiviare il caso. Quando diventi veramente un simbolo come me, non lo possono permettere. L’essere conosciuta a livello mediatico ti protegge e al contempo assumi tuo malgrado il ruolo dell’icona, che influisce in modo negativo ai fini della risoluzione».

Lei scriveva per il giornale Özgür Gündem, perché quelle pagine, le cronache sono così temute?
«È un giornale che fornisce notizie sulla situazione dei curdi. Non bisogna mai dimenticare che la Turchia è in guerra, e su entrambe i fronti quotidianamente ci sono dei morti. È un contesto di violenza assoluta e fino a quando non c’è la pace con la volontà bilaterale di risoluzione del conflitto, questa repressione straordinaria appare normale in un contesto bellico. Senza la discussione, la circolazione delle idee non c’è alcuna possibilità di stabilità e convivenza pacifica. Fino a qualche anno fa coltivavamo questa speranza in Turchia, perché con la violenza nulla si risolve. Ora il paese sta sprofondando in una spirale mediorientale e non solo per i curdi, per i siriani e poi gli iracheni. In questo momento non sussistono le condizioni per poter affrontare nel dibattito pubblico la questione curda».

Che cosa ricorda del giorno nel quale l’arrestarono?
«È stato l’inizio di un incubo e della resistenza. Ciò che non dimenticherò mai è la tortura, colpa delle scariche elettriche che mi hanno inflitto. Appena arrestata hanno perpetrato queste pratiche insieme alle botte, in assenza della mia volontà di delazione delle fonti intervistate per le mie ricerche e pubblicazioni. Hanno atteso non più di mezz’ora prima di torturarmi a livello fisico e psicologico. Resistenza perché non immaginavo giungessero a quel punto. Credevo potessero imprigionarmi a lungo. In Turchia, dopo la mia infanzia, tutti i principali sociologi, scrittori coscienti hanno provato la solitudine del carcere. Mio padre vi ha trascorso cinque anni. Non ritenevo di poter essere mai etichettata come una terrorista e di subire quel tipo di violenza».

L’esilio è l’unica cura efficace contro l’oppressione?
«Non penso, dipende dalle esperienze individuali. Non c’è una ricetta unica, ciascuno può decidere solo insieme alla propria coscienza. Se si cercava la giustizia in Turchia, bisognava esiliarsi, o rassegnarsi alla prigione, o ancora morire. Io non sono voluta fuggire. Ho resistito a lungo fino al 2009 pur di non lasciare la Turchia, dopo essere uscita dalla prigione nel 2002. In questo periodo ho lottato insieme a Hrant Dink, agli altri militanti, affermando che occorreva restare in Turchia. Tuttavia davanti al rischio dell’ergastolo ho maturato l’idea di partire. Non credo alle frontiere, sono immaginarie, non credo al concetto di Stato-nazione. Sono femminista, antimilitarista, libertaria e sento di appartenere a movimenti transnazionali: le lotte sono universali».

Nel libro La maschera della verità ricorda come il suo professore di lettere a scuola affermasse che le parole terrorista e armeno avessero una radice comune. È cambiato qualcosa?
«Terrorista è chi utilizza la violenza per terrorizzare l’altro e incutere la paura allo scopo di imporre le proprie idee e politiche. Anche gli Stati lo fanno. Spesso si fa un uso improprio di questa parola per squalificare dal dibattito pubblico chi contesta senza commettere delitti. Il pericolo più grave che corriamo è la legittimazione della violenza da una parte e dall’altra del fronte».

Lo Stato turco potrebbe sopravvivere al riconoscimento dei drammi e violenze del passato novecentesco?
«Il riconoscimento dei crimini commessi nel passato non ha indebolito la Germania. Al contrario dà la forza per l’avvenire. I potenti necessitano del negazionismo quanto della paura per dominare. Hanno paura della giustizia e dei suoi riflessi sul potere. Il negazionismo è decisivo per comprendere la continuità del sistema repressivo, della struttura politica repressiva in Turchia. Niente di nuovo, tutti immaginano che sia cominciato ora con Recep Tayyip Erdoğan e con le sue mire neoimperiali. Sono stata torturata diciotto anni fa e in precedenza la stessa sorte è toccata a mio padre. Bisogna capire la continuità del nazionalismo turco, la struttura nazionalista dello Stato, basandosi sul genocidio degli armeni rimosso e poi sul massacro dei curdi, sull’esclusione dei greci. Ripeto il genocidio è fondamentale per interpretare l’odierna struttura politica».

La dimensione multiculturale negata della società turca è stata distrutta senza ritorno?
«Ritengo sia già distrutta e non si possa tornare indietro, tuttavia si può creare qualcosa di nuovo, nuove ricomposizioni, il passato però non torna».

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