venerdì 13 aprile 2018

Andrea Camilleri, la vita e la scrittura

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 20

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«La cecità non mi ha impedito di continuare a scrivere, trovando degli aiuti preziosi, imparando a dettare e in fondo è stato un gesto di coraggio. E a voi giovani vorrei lasciare questo coraggio, che vi servirà lontano dall'università in questo mondo difficile». Andrea Camilleri ha accolto il conferimento del titolo di “Professore Emerito Honoris Causa” da parte dell'Università degli Studi di “Tor Vergata”, raccontando la sua passione, la scrittura, inscindibile dalla vita a centinaia di studenti dell'ateneo romano neo Dottori di ricerca: «Morirò il giorno stesso in cui mi sarò stufato di scrivere».


Camilleri non perde mai lo spirito ironico, anche quando il Rettore di “Tor Vergata” Giuseppe Novelli lo ha invitato a raggiungerlo sul palco: «È 'na parola», ha sussurrato. È difficile abituarsi al buio che sopraggiunge, ci ricorda la penna capace di disegnare il Commissario Montalbano e molto altro, ma la descrizione del suo processo creativo è ancora piena di luce. «La lunga esperienza teatrale riesce a farmi formulare una sorta di immaginario – ha spiegato Camilleri –. Prima di cominciare a dettare situo i personaggi in uno spazio ideale e so dunque la loro precisa collocazione. Vedo il quadro d'insieme e poi lo detto. Non è facile, ci vuole pazienza nel rileggere spesso ciò che si è appena scritto. Fortunatamente ho una buona memoria. È il mio modo di sopravvivere. Mi pongo sfide continue. Prima di dormire cerco di ricostruirmi una tela che mi è piaciuta. Certo non un quadro futurista, mi sarebbe difficilissimo. Ma vi assicuro che con la “Flagellazione di Cristo” di Piero della Francesca ho una qualche facilità».

La professoressa Marina Formica, che ha scandito le motivazioni del titolo accademico assegnato, ha definito Camilleri «la memoria civile di almeno quattro diverse generazioni del nostro Paese, dalla Seconda Guerra mondiale a oggi», aggiungendo poi: «A Camilleri riesce il “miracoloso” impasto di una scrittura ricca di richiami letterari che riesce a raggiungere l'animo popolare attraverso l'indagine poliziesca e l'invenzione fantasiosa di fatti spesso realmente accaduti ma sepolti in archivi impolverati».

Leonardo Sciascia quando lesse La strage dimenticata, romanzo storico apparso nel 1984 pubblicato da Sellerio suggerì a Camilleri di togliere qualcosa di siciliano, perché correva il rischio di non essere capito. Dopo i settant'anni d'età è diventato uno degli autori italiani più tradotti al mondo e il lavoro sulla lingua è tuttora centrale: «Scrivo in italiano quando mi trovo in Toscana, perché alla mia povera assistente toscana non posso dettare in vigatese, impazzirebbe nel giro di poche ore. A Roma ho la fortuna di avere una collaboratrice di lungo corso: forse era abruzzese d'origine, ma dopo sedici anni di vita con me e correzione di bozze parla il vigatese meglio di me».

La domanda di uno studente, a proposito della questione meridionale, ha toccato l'anima politica mai sopita di Camilleri: «In Sicilia stavamo da cani anche durante il fascismo. Crescendo con la mania della lettura, ho iniziato a pormi domande indiscrete con testi come Il Brigantaggio meridionale dopo l'unità d'Italia. Tante le promesse mancate, l'unica cosa che arrivò fu la leva militare obbligatoria, una tassa sulla vita. Credo che l'unità d'Italia fosse indispensabile, voluta dalla storia, voluta dagli italiani stessi. Credo che nei cinquant'anni successivi si sia fatto di tutto per spaccare l'Italia in due». 

mercoledì 28 marzo 2018

Linda, Ella e le altre afroamericane sempre in lotta per l'uguaglianza

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 28

di Gabriele Santoro



Il Mattino, sezione Macro, pag. 19


di Gabriele Santoro

Linda Brown, morta domenica all'età di settantacinque anni nella natia Topeka, in Kansas, è una delle icone afroamericane capaci di unire molte generazioni decise a sconfiggere il razzismo e la diseguaglianza, credendo nella politica, nella protesta non violenta e nella giustizia quali strumenti di trasformazione della società.

Nel 1951 Brown aveva nove anni, quando il padre cercò di iscriverla alla Sumner school vicino casa, frequentata solo da bambini bianchi. Quando l'istituto negò l'accesso alla figlia, Oliver Brown citò in giudizio il consiglio d'amministrazione scolastico di Topeka, consegnando una semplice piccola studentessa, qual era Linda, alla storia collettiva del Movimento per i diritti civili e in generale a quella di un'intera nazione.

L'azione legale, nota come «Brown v. Board of Education», alla quale si sommarono altri casi simili, abbatté la segregazione razziale nelle scuole pubbliche, l'ultimo baluardo simbolico del suprematismo bianco negli Stati Uniti. Il 17 maggio del 1954 la Corte Suprema americana sancì unanimemente l'incostituzionalità della separazione fra bambini bianchi e neri, poiché violava il quattordicesimo emendamento che garantisce a tutti i cittadini eguale protezione sotto la legge. La sentenza ribaltò una precedente, che nel 1896 aveva introdotto il concetto dell'uguaglianza malgrado la separazione a scuola. Il giudice Earl Warren dichiarò l'inconsistenza di tale dottrina: le strutture della pubblica istruzione divise erano per loro stessa natura diseguali.

Questo pronunciamento riaccese la lotta per i diritti civili. «Lo sforzo maggiore consisteva nel far comprendere alle persone che dentro loro stessi avevano un potere. E l'avrebbero potuto utilizzare solo prendendo coscienza di quel che avveniva e del fatto che la collettività era in grado di controbattere alla violenza», sosteneva Ella Baker. La nonna da schiava non aveva accettato di sposare l'uomo scelto dal padrone. Baker divenne fondamentale per le conquiste del Movimento guidato poi da Martin Luther King Jr. Protagonista nelle leghe più importanti, a lungo dimenticata, col suo esempio e il suo lavoro riuscì viaggiando di città in città a mobilitare, coagulare, organizzare forze straordinarie e soprattutto a far arrivare il messaggio. Baker non pretese mai cariche, credeva nella dedizione politica sulla strada. Gli Stati Uniti con molto ritardo le hanno riconosciuto il ruolo di madre del Movimento per i diritti civili.

Oltre un anno dopo la sentenza Brown, il primo dicembre del 1955, Rosa Parks, dopo essersi rifiutata di cambiare posto sull'autobus quando il conducente le disse di spostarsi in fondo alla vettura, viene arrestata. Cominciò così con questa donna minuta e coraggiosa il movimento di Montgomery, il boicottaggio degli autobus pubblici che, usando le parole di King, «risvegliò dal letargo la comunità nera».

Parks ebbe un rapporto molto stretto con Shirley Chisholm, la prima donna nera eletta al Congresso nel 1968 e quattro anni dopo nel 1972 la prima a competere per l'investitura tra i democratici verso la presidenza degli Stati Uniti. Era una figlia della classe operaia dotata di un'intelligenza finissima e senso pratico. Anche l'affermazione di Chisholm nacque a scuola. Al Brooklyn college un professore bianco, Louis Warsoff, le consigliò di fare politica. «Prof, lei dimentica due cose: sono nera e sono una donna», gli rispose. Poi Chisholm aderì a un collettivo politico, l'Harriet Tubman Society. L'anima della combattente Harriet Tubman, che nel 1849 si sottrasse alla schiavitù indicando agli altri la via per la libertà lungo la ferrovia sotterranea, entrò con Chisholm al Congresso.

lunedì 26 marzo 2018

Luther King, il sogno è ancora in marcia

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 17

di Gabriele Santoro






di Gabriele Santoro

La sera del 4 aprile 1968, il trentanovenne Martin Luther King Jr, guida carismatica e decisiva per l'affermazione del Movimento per i diritti civili in America, era a Memphis per sostenere uno sciopero dei lavoratori neri della nettezza urbana e vi trovò la morte, ucciso a colpi d'arma da fuoco da James Earl Ray sul balcone del Lorraine Motel.

Cinquant'anni fa scompariva così non solo l'uomo che condusse molte campagne di disobbedienza civile, ma il principale stratega, teorico, interprete e icona della lotta al razzismo e alla disuguaglianza negli Stati Uniti. La vedova Coretta Scott King ci ricorda che il marito, divenuto quello che voleva, un predicatore battista in una grande congregazione urbana nel Sud degli Stati Uniti, trasmise agli afroamericani soprattutto una nuova e più alta considerazione della propria dignità e la coscienza di un potere politico fino ad allora sconosciuto ai neri. E King Jr sapeva parlare anche ai bianchi come il 28 agosto del 1963, quando animò duecentomila persone nella Marcia su Washington per la libertà e per il lavoro, che come auspicava è passata alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nel proprio paese che sognava unito.

Martin Luther King Jr aveva maturato in tenerissima età consapevolezze politiche e sociali grazie all'esempio dei genitori, che aborivvano la segregazione nel solco di una resistenza radicata già nel contrasto al razzismo delle leggi Jim Crow. Il padre, Martin Luther King Sr, anch'egli pastore battista, di cui il figlio ammirava l'autentico spirito cristiano, fu presidente della National Association for the Advancement of Colored People di Atlanta.

«Sappiamo per dolorosa esperienza che la libertà non viene mai accordata spontaneamente dagli oppressori, ma che deve essere reclamata dagli oppressi», scrisse il pastore Martin Luther King Jr nel documento fondamentale che è la Lettera dal carcere di Birmingham. Nell'aprile del 1963 King Jr, incarcerato per aver violato l'ordinanza che vietava manifestazioni di protesta a Birmingham, la più grande città industriale del Sud e simbolo di lotte durissime, disse al proprio Paese e al mondo che il tempo dell'attesa era finito: «Abbiamo aspettato per più di trecentoquaranta anni i nostri diritti naturali garantiti dalla Costituzione». Usò questa lettera per rispondere a chi lo rimproverò per l'azione: «La giustizia troppo ritardata è giustizia negata». Anche dopo la morte violenta un giornale come il Washington Post, pur riconoscendone la grande umanità, lo descrisse come «un uomo pacifico ma impaziente, tuttavia l'impazienza e l'indignazione si sposavano con la compassione e la gentilezza».

King Jr nella natia Atlanta, in cui vigeva un severo regime di segregazione, appena quattordicenne se non fosse stato per la preoccupazione dell'insegnante Bradley con cui viaggiava di ritorno da Dublin, ben prima di Rosa Parks non avrebbe ceduto il posto sul bus a un bianco. Era furibondo per quel torto: il conducente li costrinse a restare in piedi nel corridoio del pullman per centoquaranta chilometri.

Nel cinquantesimo anniversario dell'omicidio di King Jr, assassinato quattro anni dopo il conferimento del premio Nobel per la pace, le ragioni della lotta per il sogno di piena eguaglianza politica, economica e sociale che animarono il Movimento per i diritti civili non sono esaurite. Il razzismo è vivo. Il 4 aprile si terranno moltissime celebrazioni con l'evento commemorativo principale proprio al Lorraine Motel, che oggi è il National Civil Rights Museum. Questa rievocazione è particolarmente attesa nell'attuale clima sociale turbolento, segnato dal risveglio del suprematismo bianco e da forme di discriminazione e tensioni razziali mai del tutto sopite. Scrive a ragione Teju Cole: «Selma è uno specchio spaventoso dell'America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell'aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Come accaduto a Birmingham, il primo febbraio 1965 King Jr, appena insignito del Nobel e dopo l'approvazione nel 1964 della legge sui diritti civili, finì in carcere insieme ad altre duecento persone a Selma, nell'Alabama, dove la protesta verteva sul diritto di voto sostanzialmente negato. Nei giorni di Selma il presidente emerito Harry S. Truman definì King Jr sulla stampa americana come un “troublemaker”, dubitando dell'efficacia delle dimostrazioni di protesta. E ai giornalisti che lo incalzavano sul riconoscimento del Nobel rispose: «Non gliel'ho assegnato io». Torna così alla mente un altro passaggio della Lettera dal carcere di Birmingham: «Devo confessare che in questi ultimi anni sono stato gravemente deluso dai bianchi moderati. Ho quasi raggiunto l'amara conclusione che il principale ostacolo per il nero, nella sua marcia verso la libertà, non è l'uomo del Consiglio dei Cittadini Bianchi, né quello del Ku-Klux-Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all'«ordine» che alla giustizia; che preferisce una pace negativa a quella positiva, che è la presenza di giustizia».

Oltre un anno dopo il martirio di King Jr, sulle colonne del New York Times un noto professore della Columbia School of Law si dichiarò scioccato a causa della notizia, apparsa sul quotidiano il giorno precedente, della sorveglianza elettronica di cui fu vittima il pastore battista, pedinato e intercettato illegalmente almeno dal 1961 dall'FBI in quanto sovversivo. Hoover, il gran capo dell'FBI dal 1924, non esitò a etichettare in pubblico King Jr come il più famoso bugiardo degli Stati Uniti.

L'avvocato Burke Marshall, assistente di Bobby Kennedy nel Dipartimento di giustizia
nella sezione Diritti civili, raccontò in un'intervista rilasciata nel gennaio del 1970 per il Robert F. Kennedy Oral History Program della biblioteca John Kennedy: «Quando King immaginava di andare a Birmingham, cinquanta spie della polizia si preparavano a viaggiare con lui. Sempre, in qualunque città andasse al Nord e al Sud. A Hoover non piaceva e l'FBI alimentava questa attività spionistica per condizionare il nostro rapporto con King o per convincerci che il Movimento per i diritti civili fosse una pessima idea».

Malcolm X sosteneva che la causa principale del pregiudizio razziale fosse in larga parte dipendente dal sistema scolastico americano concepito per educare alla segregazione. Durante l'infanzia il principale compagno di giochi di King Jr era un coetaneo bianco. E nell'autobiografia, curata dallo studioso Clayborne Carson, ritroviamo proprio nella scuola il momento di rottura: «Ci eravamo sempre sentiti liberi di condividere tutti i nostri svaghi infantili. All'età di sei anni tutti e due cominciammo la scuola: s'intende, in due scuole separate. Ricordo che la nostra amicizia cominciò a guastarsi proprio da allora. Il momento culminante giunse il giorno in cui mi disse che il padre gli aveva ordinato di non giocare più con me. Non dimenticherò mai il trauma violento».

Come poter amare qualcuno che l'odiava e segregava fin da bambino per il colore differente della pelle? In questa domanda c'è il lascito del Reverendo che, usando le sue parole, negli anni della formazione trovò nella filosofia della resistenza non violenta propugnata da Gandhi quell'appagamento intellettuale e morale che non ero riuscito a trarre altrove. King Jr, ostile a qualsivoglia forma di totalitarismo politico, la definì un'odissea intellettuale verso la non violenza, che è forza di amare. È ineludibile la dimensione religiosa, spirituale della figura di King Jr, con un aspetto molto interessante: educato in una tradizione di fondamentalismo dogmatico religioso piuttosto rigoroso, da uomo libero seppe coltivare e interrogare il dubbio durante e dopo il seminario Crozer, dove l'otto maggio 1951 si laureò in teologia. Esortava e sollecitava la Chiesa contemporanea a non sostenere lo status quo, a non avere «una voce debole e inefficace dal suono incerto».

La fede di King Jr era incrollabile ed era felice del tempo in cui gli era dato di vivere: «Affrontiamo i problemi che gli uomini hanno cercato di risolvere lungo tutta la storia». Sapeva riconoscere i limiti dell'azione dinnanzi a sfide complesse, sapeva elaborare la sconfitta, ma un sogno che si infrangeva o una battaglia persa non equivalevano mai alla resa. Lo testimonia un suo intenso sermone, intitolato Sogni irrealizzati e pronunciato un mese prima della morte, il 3 marzo del 1968 nella chiesa battista di Ebezener ad Atlanta: «Tanti fra i nostri antenati cantavano canti di libertà. E sognavano il giorno in cui sarebbero potuti uscire dalla schiavitù, dalla lunga notte dell'ingiustizia. Pensavano a giorni migliori e accarezzavano il loro sogno. E cantavano così perché avevano un sogno grande e potente; ma molti di loro sono morti senza vederlo realizzato. La lotta c'è sempre. Ogni tanto ci fa perdere di coraggio. Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare».

Lui era il figlio di una cultura negata, quella dei neri d'America, ma anche di un popolo messosi ormai in cammino nonostante la schiavitù e il sopruso: «La meta dell'America è la libertà. Per quanto ci maltrattino e ci disprezzino, il nostro destino è legato a quello dell'America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui; prima che la penna di Jefferson tracciasse sulle pagine della storia le maestose parole della Dichiarazione d'Indipendenza, noi eravamo qui. Se le crudeltà indicibili dello schiavismo non hanno potuto fermarci, l'opposizione che affrontiamo adesso cadrà certamente».

martedì 20 febbraio 2018

Fisica e filosofia, una conversazione con Carlo Rovelli

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-19

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«Perché l'Italia non affossi, non perda i vantaggi del proprio patrimonio di conoscenze e l'influenza culturale nel mondo penso che nel futuro debba avere il doppio dell'attuale numero di laureati. La loro freschezza serve al paese per essere efficienti, creativi, il saper cambiare con intelligenza non deve essere ristretto a una piccola fascia di popolazione. I paesi del mondo, in cui i laureati si pensano come la classe dirigente del domani, sono ormai sempre meno e in perdita. I laureati devono essere i cittadini nel futuro in tutti i paesi», sostiene Carlo Rovelli.

Il Direttore del Centre de Physique Théorique Università di Aix-Mairselle, che ha conquistato milioni di lettori su scala globale con i libri Sette brevi lezioni di fisica e L'ordine del tempo, ha inaugurato l'anno accademico dell'Università degli Studi Roma Tre con una Lectio magistralis, un'articolata riflessione sugli effetti molteplici e multidisciplinari della recente rivelazione delle onde gravitazionali, che ha toccato poi questioni dirimenti dell'università italiana.

Luca Pietromarchi, Magnifico Rettore dell'ateneo romano che si allarga con un nuovo polo a Ostia, ha anticipato Rovelli, evidenziando la complessità della sfida comune: coniugare l'esiguità atavica di risorse con il rinnovamento qualitativo necessario dell'istituzione che, usando le parole del Rettore, «si difende e resiste».

Rovelli, di università si parla molto poco, anche in campagna elettorale. Nel proprio intervento Pietromarchi ha definito scandaloso il sottofinanziamento dell'università italiana. Lei vede deteriorarsi la qualità e lo stato del diritto allo studio?
«L’Inghilterra ha più o meno il doppio di università dell’Italia, e la percentuale di laureati italiani è metà della media europea. È una ricetta chiara per l’insuccesso futuro del paese».

Secondo recenti dati Ocse, l'Italia registra una delle percentuali più basse di laureati, il 18%, e quella più alta di laureati nelle discipline umanistiche. Lo ritiene di per sé un problema ed è possibile determinare le ragioni che tengono distanti i giovani diplomati dagli studi tecnico-scientifici?
«Lo storicismo che caratterizza ancora la cultura nella scuola italiana ha il grande pregio di offrire una visione organica del sapere, ma il difetto di svalutare il sapere scientifico. Gli italiani escono dalla scuola secondaria con una cultura generale migliore di molti altri paesi, e una cultura scientifica di base molto peggiore. Sì, penso che sia qualcosa che sarebbe meglio per il paese correggere, soprattutto perché continua a nutrire il pressapochismo che è il peggiore difetto della nostra cultura». 

Però non è tutto da buttare.
«La qualità della scuola italiana, specialmente quella primaria, è fra le migliori del mondo.  L’educazione universitaria è ancora di altissima qualità, nonostante i tagli drammatici degli ultimi decenni. La ricerca italiana è fra le migliori del mondo, malgrado le minori risorse che il paese investe in ricerca rispetto agli altri Stati. Ci sono molte cose da migliorare, e sarebbe facilissimo: basterebbe portare la percentuale che il paese spende in educazione al livello degli altri paesi europei; ma non copriamoci il capo di cenere, resiste ancora un’ottima scuola. Ho insegnato in molte parti del mondo e ho avuto studenti da moltissime università, nel confronto i giovani italiani non hanno nulla da temere».

Perché con la scoperta delle onde gravitazionali gli ultimi due anni sono stati importantissimi per la scienza fondamentale?
«Lo sono stati non solo perché abbiamo questo secondo tipo di segnale della natura, le onde gravitazionali, oltre quelle elettromagnetiche. Abbiamo imparato moltissime cose in breve tempo. Ad esempio non sapevamo che esistessero buchi neri decine di volte più grandi del sole, che abbiamo visto cadere uno sull'altro. Il fatto di riuscire a vedere contemporaneamente le onde gravitazionali e quelle elettromagnetiche ci ha permesso di dire che viaggiano alla stessa velocità. Abbiamo guadagnato quattordici ordini di grandezza di conoscenza di uno dei parametri fondamentali del mondo, che oggi conosciamo cento miliardi di volte meglio». 

La questione è anche filosofica.
«Osservare i buchi neri distanti che cadono uno dentro l'altro ci insegna qualcosa di fondamentale sullo spazio e sul tempo, su questioni che hanno un risvolto filosofico importante, discusse dalla filosofia da anni. Lo scambio è reciproco. Einstein quando ha scritto la teoria della relatività generale studiava i filosofi, leggeva Kant da ragazzo, e vedere direttamente l'effetto del movimento dei buchi neri ha significato confermare la previsione di Einstein, non nel regime in cui l'avevamo sempre vista finora, che sono le piccole deformazioni dello spazio rispetto alla struttura dello spazio usuale, ma nel regime dove lo spazio è diverso. È la prima volta che veramente andiamo a vedere che lo spazio e il tempo sono profondamente diversi da quelli usuali intorno a noi. Si tratta di un sostegno empirico forte alla struttura concettuale che Einstein ci ha permesso di comprendere, chiudendo un grande arco che va da Aristotele a Newton».

L'”Ordine del tempo” in fondo mette insieme la fisica, una prospettiva filosofica, il suo lavoro di ricerca e una personale cifra letteraria. Ha capito la ragione della relazione speciale che ha costruito col lettore con questo tipo di impostazione e di scrittura?
«No, non l’ho capito, ma sono infinitamente grato ai miei lettori per questa relazione.  Forse è proprio l’aver voluto cercare, per quello che posso, di tessere una prospettiva unitaria, che non trascuri quello né quello che di fatto sappiamo nel mondo, né la nostra umanità. Nessuna conoscenza specialistica ha senso, se non come componente di una visione generale del mondo in cui le cose stanno insieme».  

Fare divulgazione scientifica, riuscendo a conquistare i lettori non solo in Italia, l'ha portata a ridefinire il ruolo dello scienziato nella società al tempo della Rete?
«Sì. Non è stato merito mio, è stato merito di diversi amici. Da ragazzo ho condiviso con una generazione il sogno di migliorare il mondo e la delusione di capire quanto è difficile; poi ho lasciato perdere e per la maggior parte della mia vita mi sono tenuto le mie idee per me, pensando che in fondo a nessuno interessavano, e che comunque non cambiavo certo le cose.  Poi a un certo punto degli amici, e anche dei miei studenti, hanno cominciato a dirmi: ci sono persone che ti ascoltano, hai una possibilità di dare un piccolo contributo di idee, se non lo fai te ne prendi la responsabilità. Mi hanno convinto.  Penso che gli scienziati prima di essere scienziati siano cittadini, coinvolti nel dibattito pubblico e nei problemi comuni. E questa è una responsabilità». 

C'è spazio per il sapere scientifico nella struttura dialettica spesso aggressiva dei social network?
«Sono uno strumento nuovo, con tutte le opportunità e le insidie delle novità. Non abbiamo ancora imparato ad usarli. Lo faremo. Ci vorrà del tempo. Le racconto un piccolo episodio. Mi ritengo una persona accorta e con senso critico; ma quest’estate mi sono commosso e indignato per un piccolo servizio visto su YouTube su una questione politica molto calda. Il video ha non poco orientato le mie opinioni. Solo più tardi, messo sull’allarme da un commento trovato in rete, mi sono reso conto che si trattava di propaganda russa falsa».