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giovedì 31 maggio 2018

Bob Kennedy, la lezione ignorata: l'America spara ancora

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 1-21

di Gabriele Santoro



Lettura dell'intervista a Pagina 3 Rai Radio3


di Gabriele Santoro

«Il senatore Robert Francis Kennedy è deceduto all'una e 44 di oggi, 6 giugno 1968, all'età di quarantadue anni». Frank Mankiewicz, suo portavoce dal 1966, annunciò al mondo la conseguenza fatale dell'attentato della notte precedente, quando nel corridoio delle cucine dell'Hotel Ambassador a Los Angeles Sirhan Sirhan, statunitense di origine giordana, sparò al candidato che aveva appena vinto le primarie in California, una tappa decisiva nella lunga corsa verso la Casa Bianca.


L'assassinio del settimo dei nove figli di Joseph e Rose Kennedy assomiglia a una ferita mai rimarginata. È la malinconia di una stagione politica drammaticamente incompiuta per una nuova generazione di americani, come la definì il presidente John F. Kennedy nel discorso d'insediamento a Washington. A cinquant'anni dalla morte le parole di Bobby Kennedy risuonano nelle marce degli studenti negli Stati Uniti contro la violenza e la proliferazione delle armi. Con il suo contributo, ma solo dopo la morte, nel 1968 il Congresso approvò il Gun Control Act, legislazione poi resa evanescente dalle pressioni della tuttora influente National Rifle Association.

Le parole dell'anima politica dei Kennedy danno un volto agli attuali 41 milioni di poveri americani, difendono i diritti delle minoranze e animano la nostalgia per un'idea alta e collettiva del fare politica, che pure non fu esente da incongruenze, errori e ambizioni di potere legate alla famiglia. La lungimiranza di Bob continua a stupire. Il 4 gennaio del 1967 decise di inaugurare a New York una delle prime conferenze nazionali sul rapporto tra economia e inquinamento, denunciando i rischi del degrado ambientale.

La politica era la passione di famiglia: il nonno Fitzgerald sindaco di Boston e parlamentare; il discusso padre Joseph primo presidente della Sec e poi dal 1938 Ambasciatore in Gran Bretagna; infine il fratello John Fitzgerald, il 35° e più giovane presidente degli Stati Uniti. E ancora oggi 35 membri della famiglia svolgono attività politica. Come ricordava il più introverso fra i Kennedy, classe 1925, nell'incipit della raccolta di scritti del 1962 The Pursuit of justice durante l'infanzia «difficilmente c'è stato un pasto in cui la conversazione non fosse dominata da cosa facesse Franklin D. Roosevelt o da quel che stava accadendo nel mondo. La vita pubblica sembrava un'estensione di quella familiare, il servizio nelle istituzioni era il modo per riempire di senso l'esistenza».

L'esperienza determinante per comprendere la natura dell'impegno di Kennedy è il periodo nel quale appena trentacinquenne ricoprì il ruolo di Ministro della giustizia. Dal dicembre del 1960 al 22 novembre del 1963, quando uccisero il fratello a Dallas, articolò una battaglia senza precedenti al crimine organizzato e rivoluzionò il Dipartimento, rendendolo con una squadra di prim'ordine l'avanguardia della Nuova Frontiera. Il Procuratore Generale più rilevante nella storia degli Stati Uniti d'America prefigurò perfino il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, fattispecie penale di cui l'Italia si è dotata solo dopo la morte di Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa e resta un unicum nel panorama internazionale.


I suoi collaboratori più stretti hanno sempre sottolineato che Kennedy possedeva una capacità straordinaria organizzativa nel mobilitare e galvanizzare le persone. E sapeva ascoltare. Visse con passione il proprio tempo, interpretandolo, e conosceva il coraggio di cambiare.

Robert, nato dalla parte del privilegio, provò a far capire cosa significasse vivere nella società più ricca della storia senza un minimo di speranza e la radicalità del cambiamento necessario. Nel 1967, dopo un lungo viaggio fra i ghetti dei neri d'America, Kennedy confidò a Mankiewicz i pensieri e le esigenze che l'assillavano e che avrebbero caratterizzato l'agenda, orientata soprattutto alla working-class, degli ottantadue giorni delle primarie presidenziali. Il contrasto alla discriminazione razziale e alla povertà s'intrecciarono in modo inestricabile.

Nei sedici anni di vita pubblica, cominciata nel 1952 con la conduzione della campagna elettorale che consentì al fratello John di conquistare uno scranno al Senato, Bobby Kennedy maturò con costanza e riuscì nell'opera più complessa per un politico: chiedere al proprio paese di guardarsi dentro in un decennio tumultuoso segnato dalle crescenti disuguaglianze, dalle ombre della Guerra Fredda, dalla segregazione razziale e dalla lacerante guerra in Vietnam di cui si assunse la propria parte di responsabilità per gli esiti disastrosi della dottrina della controinsurrezione nel conflitto vietnamita.

«Questa guerra divisiva ha provocato una profonda crisi di fiducia in noi stessi come nazione – affermò il 18 marzo '68 davanti agli studenti dell'Università del Kansas –. Sono stato coinvolto nelle prime scelte sul Vietnam, decisioni che hanno contribuito a produrre la situazione attuale. Gli errori del passato non perdonano che li si perpetui. La distruzione del Vietnam, il prezzo che paghiamo noi e il mondo non è di alcuna utilità. La guerra deve finire».

Nel 1948 appena laureatosi in giornalismo ad Harvard, Kennedy partì per il Medio Oriente in qualità di inviato del Boston Post. Poi non smise mai di occuparsi degli affari internazionali come nella questione cubana.


Nel giugno de1 1966 Bob compì in Sudafrica, in veste di senatore dello Stato di New York, il viaggio forse più significativo ispirando la lotta di liberazione. L'icona del difficile processo sudafricano di riconciliazione Desmond Tutu ricorda ancora la centralità di quella visita nel cammino verso la libertà. Si immerse senza scorta insieme alla moglie Ethel nella township di Soweto, riverberando con Mandela già in carcere la parola vietata del presidente dell'African National Congress, Albert Lutuli. Kennedy volle incontrarlo nel confino riservatogli dal governo segregazionista e ruppe la solitudine internazionale degli oppressi.

Appena atterrato in Sudafrica, prima di denunciare il durissimo regime di apartheid, riconobbe quello che subivano gli afroamericani di cui conquistò la fiducia. In questo senso è paradigmatico il rapporto con Martin Luther King Jr. Da Ministro della giustizia assecondò l'attività spionistica dell'FBI, preoccupato degli effetti della disobbedienza civile del leader del Movimento per i diritti civili, poi difese sul campo gli attivisti noti come “freedom riders”. King e Kennedy s'incontrarono lunga la strada della lotta alla povertà e dello smantellamento della segregazione razziale, che costituì la battaglia più dura e meritoria dell'amministrazione Kennedy.

Trasfigurato dal dolore e dall'angoscia per il paese, come quando ammazzarono il fratello, fu il primo a mettersi a disposizione della vedova Coretta Scott King. Nella giornata successiva all'uccisione di Martin Luther King Jr. scoppiarono sollevazioni in oltre cento città americane con 46 morti e 2500 feriti sulla strada. L'unico luogo risparmiato dall'onda distruttrice fu Indianapolis, dove intervenne Kennedy, che amava il poeta Eschilo e pronunciò uno dei discorsi più rilevanti del Novecento, quasi una preghiera: «Dedichiamoci a perseguire quello che i greci scrissero tanti anni fa: domare la natura selvaggia dell'uomo e rendere gentile la vita in questo nostro mondo».

lunedì 26 marzo 2018

Luther King, il sogno è ancora in marcia

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 17

di Gabriele Santoro






di Gabriele Santoro

La sera del 4 aprile 1968, il trentanovenne Martin Luther King Jr, guida carismatica e decisiva per l'affermazione del Movimento per i diritti civili in America, era a Memphis per sostenere uno sciopero dei lavoratori neri della nettezza urbana e vi trovò la morte, ucciso a colpi d'arma da fuoco da James Earl Ray sul balcone del Lorraine Motel.

Cinquant'anni fa scompariva così non solo l'uomo che condusse molte campagne di disobbedienza civile, ma il principale stratega, teorico, interprete e icona della lotta al razzismo e alla disuguaglianza negli Stati Uniti. La vedova Coretta Scott King ci ricorda che il marito, divenuto quello che voleva, un predicatore battista in una grande congregazione urbana nel Sud degli Stati Uniti, trasmise agli afroamericani soprattutto una nuova e più alta considerazione della propria dignità e la coscienza di un potere politico fino ad allora sconosciuto ai neri. E King Jr sapeva parlare anche ai bianchi come il 28 agosto del 1963, quando animò duecentomila persone nella Marcia su Washington per la libertà e per il lavoro, che come auspicava è passata alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nel proprio paese che sognava unito.

Martin Luther King Jr aveva maturato in tenerissima età consapevolezze politiche e sociali grazie all'esempio dei genitori, che aborivvano la segregazione nel solco di una resistenza radicata già nel contrasto al razzismo delle leggi Jim Crow. Il padre, Martin Luther King Sr, anch'egli pastore battista, di cui il figlio ammirava l'autentico spirito cristiano, fu presidente della National Association for the Advancement of Colored People di Atlanta.

«Sappiamo per dolorosa esperienza che la libertà non viene mai accordata spontaneamente dagli oppressori, ma che deve essere reclamata dagli oppressi», scrisse il pastore Martin Luther King Jr nel documento fondamentale che è la Lettera dal carcere di Birmingham. Nell'aprile del 1963 King Jr, incarcerato per aver violato l'ordinanza che vietava manifestazioni di protesta a Birmingham, la più grande città industriale del Sud e simbolo di lotte durissime, disse al proprio Paese e al mondo che il tempo dell'attesa era finito: «Abbiamo aspettato per più di trecentoquaranta anni i nostri diritti naturali garantiti dalla Costituzione». Usò questa lettera per rispondere a chi lo rimproverò per l'azione: «La giustizia troppo ritardata è giustizia negata». Anche dopo la morte violenta un giornale come il Washington Post, pur riconoscendone la grande umanità, lo descrisse come «un uomo pacifico ma impaziente, tuttavia l'impazienza e l'indignazione si sposavano con la compassione e la gentilezza».

King Jr nella natia Atlanta, in cui vigeva un severo regime di segregazione, appena quattordicenne se non fosse stato per la preoccupazione dell'insegnante Bradley con cui viaggiava di ritorno da Dublin, ben prima di Rosa Parks non avrebbe ceduto il posto sul bus a un bianco. Era furibondo per quel torto: il conducente li costrinse a restare in piedi nel corridoio del pullman per centoquaranta chilometri.

Nel cinquantesimo anniversario dell'omicidio di King Jr, assassinato quattro anni dopo il conferimento del premio Nobel per la pace, le ragioni della lotta per il sogno di piena eguaglianza politica, economica e sociale che animarono il Movimento per i diritti civili non sono esaurite. Il razzismo è vivo. Il 4 aprile si terranno moltissime celebrazioni con l'evento commemorativo principale proprio al Lorraine Motel, che oggi è il National Civil Rights Museum. Questa rievocazione è particolarmente attesa nell'attuale clima sociale turbolento, segnato dal risveglio del suprematismo bianco e da forme di discriminazione e tensioni razziali mai del tutto sopite. Scrive a ragione Teju Cole: «Selma è uno specchio spaventoso dell'America bianca che fu. Ma diciamolo: che è. Selma oggi è povera, segregata e depressa». A Baltimora nascere in due quartieri che distano tre miglia equivale a una differenza di diciannove anni nell'aspettativa di vita: 84 a Roland Park, 65 a Downtown/Seton Hill. Il medesimo abisso che divide il Giappone dallo Yemen.

Come accaduto a Birmingham, il primo febbraio 1965 King Jr, appena insignito del Nobel e dopo l'approvazione nel 1964 della legge sui diritti civili, finì in carcere insieme ad altre duecento persone a Selma, nell'Alabama, dove la protesta verteva sul diritto di voto sostanzialmente negato. Nei giorni di Selma il presidente emerito Harry S. Truman definì King Jr sulla stampa americana come un “troublemaker”, dubitando dell'efficacia delle dimostrazioni di protesta. E ai giornalisti che lo incalzavano sul riconoscimento del Nobel rispose: «Non gliel'ho assegnato io». Torna così alla mente un altro passaggio della Lettera dal carcere di Birmingham: «Devo confessare che in questi ultimi anni sono stato gravemente deluso dai bianchi moderati. Ho quasi raggiunto l'amara conclusione che il principale ostacolo per il nero, nella sua marcia verso la libertà, non è l'uomo del Consiglio dei Cittadini Bianchi, né quello del Ku-Klux-Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all'«ordine» che alla giustizia; che preferisce una pace negativa a quella positiva, che è la presenza di giustizia».

Oltre un anno dopo il martirio di King Jr, sulle colonne del New York Times un noto professore della Columbia School of Law si dichiarò scioccato a causa della notizia, apparsa sul quotidiano il giorno precedente, della sorveglianza elettronica di cui fu vittima il pastore battista, pedinato e intercettato illegalmente almeno dal 1961 dall'FBI in quanto sovversivo. Hoover, il gran capo dell'FBI dal 1924, non esitò a etichettare in pubblico King Jr come il più famoso bugiardo degli Stati Uniti.

L'avvocato Burke Marshall, assistente di Bobby Kennedy nel Dipartimento di giustizia
nella sezione Diritti civili, raccontò in un'intervista rilasciata nel gennaio del 1970 per il Robert F. Kennedy Oral History Program della biblioteca John Kennedy: «Quando King immaginava di andare a Birmingham, cinquanta spie della polizia si preparavano a viaggiare con lui. Sempre, in qualunque città andasse al Nord e al Sud. A Hoover non piaceva e l'FBI alimentava questa attività spionistica per condizionare il nostro rapporto con King o per convincerci che il Movimento per i diritti civili fosse una pessima idea».

Malcolm X sosteneva che la causa principale del pregiudizio razziale fosse in larga parte dipendente dal sistema scolastico americano concepito per educare alla segregazione. Durante l'infanzia il principale compagno di giochi di King Jr era un coetaneo bianco. E nell'autobiografia, curata dallo studioso Clayborne Carson, ritroviamo proprio nella scuola il momento di rottura: «Ci eravamo sempre sentiti liberi di condividere tutti i nostri svaghi infantili. All'età di sei anni tutti e due cominciammo la scuola: s'intende, in due scuole separate. Ricordo che la nostra amicizia cominciò a guastarsi proprio da allora. Il momento culminante giunse il giorno in cui mi disse che il padre gli aveva ordinato di non giocare più con me. Non dimenticherò mai il trauma violento».

Come poter amare qualcuno che l'odiava e segregava fin da bambino per il colore differente della pelle? In questa domanda c'è il lascito del Reverendo che, usando le sue parole, negli anni della formazione trovò nella filosofia della resistenza non violenta propugnata da Gandhi quell'appagamento intellettuale e morale che non ero riuscito a trarre altrove. King Jr, ostile a qualsivoglia forma di totalitarismo politico, la definì un'odissea intellettuale verso la non violenza, che è forza di amare. È ineludibile la dimensione religiosa, spirituale della figura di King Jr, con un aspetto molto interessante: educato in una tradizione di fondamentalismo dogmatico religioso piuttosto rigoroso, da uomo libero seppe coltivare e interrogare il dubbio durante e dopo il seminario Crozer, dove l'otto maggio 1951 si laureò in teologia. Esortava e sollecitava la Chiesa contemporanea a non sostenere lo status quo, a non avere «una voce debole e inefficace dal suono incerto».

La fede di King Jr era incrollabile ed era felice del tempo in cui gli era dato di vivere: «Affrontiamo i problemi che gli uomini hanno cercato di risolvere lungo tutta la storia». Sapeva riconoscere i limiti dell'azione dinnanzi a sfide complesse, sapeva elaborare la sconfitta, ma un sogno che si infrangeva o una battaglia persa non equivalevano mai alla resa. Lo testimonia un suo intenso sermone, intitolato Sogni irrealizzati e pronunciato un mese prima della morte, il 3 marzo del 1968 nella chiesa battista di Ebezener ad Atlanta: «Tanti fra i nostri antenati cantavano canti di libertà. E sognavano il giorno in cui sarebbero potuti uscire dalla schiavitù, dalla lunga notte dell'ingiustizia. Pensavano a giorni migliori e accarezzavano il loro sogno. E cantavano così perché avevano un sogno grande e potente; ma molti di loro sono morti senza vederlo realizzato. La lotta c'è sempre. Ogni tanto ci fa perdere di coraggio. Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare».

Lui era il figlio di una cultura negata, quella dei neri d'America, ma anche di un popolo messosi ormai in cammino nonostante la schiavitù e il sopruso: «La meta dell'America è la libertà. Per quanto ci maltrattino e ci disprezzino, il nostro destino è legato a quello dell'America. Prima che i pellegrini sbarcassero a Plymouth, noi eravamo qui; prima che la penna di Jefferson tracciasse sulle pagine della storia le maestose parole della Dichiarazione d'Indipendenza, noi eravamo qui. Se le crudeltà indicibili dello schiavismo non hanno potuto fermarci, l'opposizione che affrontiamo adesso cadrà certamente».

venerdì 10 marzo 2017

La lotta permanente dei Pugni neri di Città del Messico 1968

di Gabriele Santoro

Quei due pugni chiusi erano una preghiera di solidarietà, una preghiera di speranza per un paese separato che presumeva di essere un’entità univoca. Tommie Smith e John Carlos non sono nati solo per correre più veloci degli altri, avevano qualcosa da dire al mondo immersi in una lotta permanente, che a quasi cinquant’anni dalle Olimpiadi di Città del Messico 1968 non è finita. «Grazie allo studio, – scrive Lorenzo Iervolino in Trentacinque secondi ancora (66thand2nd, 288 pagine, 23 euro) – Tommie si era accorto di essere solo un puntino nel disegno più vasto della lotta che i neri stavano portando avanti».


Il racconto della progressiva presa di coscienza di non essere solo corpi dentro a un movimento aerobico è forse l’aspetto più interessante che emerge dal lavoro dell’autore, che ha compiuto un viaggio negli Stati Uniti sulle tracce di un gesto, addentrandosi nell’intreccio qui davvero inscindibile tra politica, società e sport. Tommie e John si accorgono che nella propria infanzia e nell’adolescenza non c’è stato nulla normale, è dunque necessario porre le domande taciute anche dentro casa. È necessario non abituarsi all’assenza di libertà.

«Se torno vivo da Memphis» aveva detto Martin Luther King, «prepareremo una grande marcia il giorno dell’inizio delle Olimpiadi, a Città del Messico».
«Perché torna laggiù?» gli aveva chiesto John, superando un’insolita timidezza.
«Lo sciopero dei netturbini va avanti, devo essere là con loro» aveva risposto King.
«Intendevo: perché torna laggiù dopo che hanno promesso di ucciderla?».
«Ci torno per sostenere chi non può esserci. E anche per sostenere chi non vuole esserci».

Nel 1968 il Progetto olimpico per i diritti umani era ormai parte integrante delle lotte per il riconoscimento dei diritti civili e aveva ricevuto tanto il pieno supporto del Reverendo King jr., quanto quello del Black Panther Party. Il 4 aprile 1968, quando hanno ammazzato la forza dell’amore, Carlos si trovava in tournée a Trinidad, la seconda della sua carriera e discusse con il capo delegazione della squadra statunitense: «King non era un presidente né un eroe degli Stati Uniti. Non c’è motivo di abbassare la bandiera in suo onore», asserì quest’ultimo. John raggiunse l’asta bianca, tirò le cordicine e fece scendere la Star Spangled Banner tra gli applausi del pubblico.

Sulla pista di Città del Messico Smith incise il record del mondo, 19.83, sulla distanza dei duecento metri. Carlos, anni dopo, disse di averlo lasciato vincere, perché il compagno teneva particolarmente alla medaglia d’oro. Sull’argomento i due non si metteranno mai d’accordo, ma la storia l’hanno scritta insieme: la bandiera statunitense è stata issata assecondando il tempo dei loro due pugni neri sospinti verso il cielo. Smith, Carlos e Norman, velocista australiano, proletario dall’anima nobile che si associò all’essenza della ribellione, rivendicano l’intuizione del Black power salute, sono tre pezzi di verità sovrapponibili sulla genesi del gesto che scosse il mondo ed è tuttora rievocato come uno dei momenti in cui lo sport diventa qualcosa di più.

Il razzismo pretendeva di allontanare Tommie, John e Peter, la pista li ha resi inseparabili. Il 16 ottobre 1968, alle ore 20.41 circa, la solitudine, che assomigliava alla paura, nel tunnel verso il podio olimpico divenne solidarietà e amicizia. Quel paio di guanti e di calzini neri con le scarpe tenute in mano non sono dissociabili dalla moltitudine di giovani in giacca e cravatta e dalle giovani sull’Edmund Pettus Bridge a Selma, assiepati con il volto scoperto davanti alla polizia con le maschere antigas e manganelli. Norman, a chi gli ricordava quanto la sua solidarietà sul podio avesse oscurato la singolare impresa sportiva e compromesso l’apice della carriera, confessò che l’orgoglio di esserne stato parte l’avrebbe accompagnato fino all’ultimo giorno della propria vita.

Le medaglie pesano nella geopolitica sportiva, dunque non le hanno sottratte al medagliere, ma hanno pensato di potersi prendere con l’oblio le esistenze di chi aveva disobbedito. Il Progetto olimpico per i diritti umani, organizzazione che trovava ragione nell’opposizione al razzismo anche nello sport, era andato allo scontro con il presidente del Cio Avery Brundage. Non era bastato arruolare Jesse Owens, velocista nero, quattro medaglie d’oro a Berlino nel 1936 sotto lo sguardo accigliato del Führer Hitler che al rientro in patria non gli valsero neanche una stretta di mano alla Casa Bianca, per tenere sotto controllo i ragazzi.

Tommie, John e Peter, per anni assediati, accusati, disconosciuti, hanno pagato un prezzo alto per la propria scelta. Resta una fotografia iconica, che in fondo esprime l’ispirazione del potere più significativo, quello di non rinunciare mai alla propria parola.

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venerdì 18 novembre 2016

Dal Congresso alle primarie democratiche, storia di Shirley Chisholm


Pubblichiamo la seconda parte del pezzo che racconta la storia di Shirley Chisholm. Qui la prima puntata: buona lettura.

di Gabriele Santoro

Si trattava di una svolta epocale. Da quella vittoria nacque la Bedford Stuyvesant Political League che segnerà l’ascesa di Shirley. La novità costituita da quella giovane attivista instancabile, che sapeva parlare non alla gente ma con la gente, attivò i meccanismi di assimilazione della politica quando si trova spiazzata, quando deve gestire una mina vagante. L’esigenza di rompere gli schemi condusse Shirley, ribelle con fiuto politico, anche a dolorose rotture. Non esitò ad affrontare il mentore Holder per la leadership della BSPL, confermando che non faceva difetto alla voce determinazione, e perse.

Rosa Parks con Shirley Chisholm
Nell’inverno del 1960 Shirley rientrò ufficialmente nell’ambiente politico di Brooklyn. Con altre sei persone formò una nuova organizzazione interrazziale The Unity Democratic Club. Tra le missioni spiccava l’educazione della cittadinanza al processo politico, occorreva spiegare quanto incidesse sulle loro vite, spingendo le persone a registrarsi e a votare. Crearono qualcosa di più di una base elettorale solida. Nel quartiere lentamente si modificava l’equilibrio del potere elettorale. Dopo Flagg, Shirley conquistò un altro segnale storico del cambiamento con l’elezione di quattro neri fra i ventidue membri del County Committee, noto come Kings County a Brooklyn, il livello più locale della governance del partito democratico a New York.

Chisholm era convinta che negli anni Sessanta le sfide poste nel decennio precedente al segregazionismo avrebbero proseguito a scuotere il paese. Aderì all’atto fondativo del movimento femminista National Organization for Women. Nel 1954 la sentenza della Corte Suprema sul caso Brown versus Board of Education of Topeka, che dichiarava incostituzionale la segregazione scolastica, aveva riacceso la lotta. Il primo febbraio del ’60 quattro giovani afroamericani, violando le leggi del Sud razzista, si sedettero per consumare il pranzo al Woolworth’s Store a Greensboro e rifiutarono di andarsene, prima di essere serviti come il cliente bianco. L’esempio che diede coraggio alla moltitudine degli oppressi nel nome di Emmett Till. Rosa Parks aveva già detto di essere stanca di cedere il posto e guardava lontano fuori dal finestrino.

La nonna di Ella Baker da schiava non aveva accettato di sposare l’uomo scelto dal padrone. La nipote è stata una delle principali protagoniste della battaglia contro la legislazione Jim Crow nel profondo Sud: «Occorreva far comprendere alle persone che avevano un potere da utilizzare nel solo caso in cui avrebbero preso coscienza di quel che stava avvenendo e che i gruppi di azione, la collettività era in grado di controbattere alla violenza», diceva Ella. Milioni di americani ispirati dalla militanza politica degli attivisti per i diritti civili credettero che le iniziative collettive potessero aprire le porte esclusive dei club politici e influenzarne l’agenda. La mobilitazione di massa, combinata alla disobbedienza civile, assumeva un’importanza indissociabile dalla presenza al voto e dalla candidatura dei neri. La lotta per i diritti civili al Nord, specialmente a Brooklyn, era abbastanza diversa dal Sud. La popolazione nera di Brooklyn pativa la segregazione de facto, che incideva dal lavoro al diritto all’abitare, con l’esclusione dalla rappresentanza politica, ma non sperimentava la brutalità dello stato di apartheid, violenza e morte del Sud.

Nel 1964 la disponibilità di un posto presso la Corte Civile di Brooklyn spinse Shirley al grande balzo. L’avvocato Tom Jones, dopo un mandato nell’Assemblea dello Stato di Nyc ad Albany, decise di correre come giudice. Dopo una lunga e fruttuosa gavetta decennale Shirley non diede attenzione a voci ostili o contrarie e si candidò senza riserve per quel seggio lasciato vacante. Shirley autofinanziò, 4mila dollari in totale, una durissima campagna elettorale estiva strada per strada con un messaggio chiave: voglio servire la mia comunità da dove si giostra il comando. Shirley vinse, raccogliendo 18151 voti, con un margine ampio nella corsa a tre contro il candidato liberale e quello repubblicano. Il 1964 fu uno spartiacque per lo Stato di New York e non solo: eletta Chisholm, il reverendo Martin Luther King Jr vinceva il Nobel.

In realtà dietro alla vittoria ad Albany c’è anche un uomo. Andrew Cooper lasciò un segno permanente nel panorama politico locale e nazionale, intentando una causa per la ridefinizione dei confini dei distretti elettorali di Brooklyn. La sua causa come altre (Baker v. Can; Reynolds v. Sims) tra il 1962 e il 1964 affrontarono il nodo della natura geopolitica della rappresentanza congressuale. L’impatto di queste sentenze e la conseguente redistribuzione incrementarono la rilevanza e il potere politico delle aree urbane. A Brooklyn la causa Cooper v. Power produsse la creazione del New York Twelfth Congressional District che nel 1968 elesse Chisholm al Congresso.

Fu stretto il rapporto di Chisholm con il senatore dello Stato di New York, Robert Francis Kennedy. Un prodotto di quella politica è stato ed è la Bedford-Stuyvesant Restoration Corporation, il primo modello di associazione no profit negli Stati Uniti, che a dicembre compirà quarant’anni di attività, per lo sviluppo di una comunità, per migliorare le condizioni di vita e le opportunità di occupazione in quell’area depressa di Brooklyn.

Shirley continuerà sempre a danzare dentro e fuori dal sistema. L’ampia base elettorale e il consenso costruito nel tempo le consentivano di non subire le ritorsioni, l’esclusione riservata a chi non si allineava al partito. Essere dissidente non comportava alcuna deroga al ruolo legislativo. All’assemblea di Albany presentò cinquanta progetti di legge, otto quelli approvati: un numero sopra la media.

A quarantacinque anni dal primo progetto di legge sul tema, firmato Chisholm, la categoria professionale dei lavoratori e delle lavoratrici domestiche nello Stato di New York ha conquistato il Domestic Workers Bill of Rights, che nel contesto giuridico del New York State Human Rights Law mette nero su bianco le tutele invocate da Chisholm. I programmi del suo Seek (Search for Education, Elevation, Knowledge) sono componenti integranti della vita accademica della City University of New York e della State University of Nyc. Sempre vigile sulle materie di propria competenza, la scuola su tutte, si segnalò per un’accesa battaglia contraria al finanziamento statale delle scuole private. Shirley si spese invano per un progetto di legge, che mantiene la propria attualità. Voleva rendere obbligatorio per diventare poliziotti la frequenza accademica di corsi sui diritti e sulle libertà civili per una cultura del rispetto delle minoranze e dei rapporti interrazziali.

Fino alla metà degli anni Sessanta a New York la mappa elettorale per il Congresso privava dell’efficacia il diritto di voto delle minoranze. La sentenza della Corte Suprema, che decretò che i distretti fossero di eguale misura, compatti e contigui senza dividere e disperdere il voto nero, consentì a Chisholm di immaginare la strada verso Washington.


Superate le ruggini, ottenne il sostegno indispensabile del mentore Holder, mancò invece quello di Kennedy, propenso al contendente Thompson. Nel 1968 vedevano a portata di mano un traguardo storico. Furono dieci mesi di campagna elettorale durissima trascorsa a raccontare la storia di una giovane donna figlia di immigrati, emigrata a propria volta, che aveva deciso di sfidare e battere intanto il proprio grande partito. Shirley coniò lo slogan: «Fighting Shirley Chisholm – Unbought and Unbossed». Un manifesto vincente per dire due cose essenziali: il mio voto non è in vendita e più in profondità sono emancipata dalla schiavitù e dal colonialismo; sono una donna forte che non si fa comandare tanto a casa quanto nell’organizzazione politica.

Dopo la vittoria alle primarie Shirley si sentì male. O è incinta o è un cancro, sentenziò il medico alla prima visita. La biopsia scongiurò la malignità del fibroma. Dopo l’intervento riuscito e il decorso post operatorio tornò a casa emaciata, ma decisa a riprendere la strada: «Questa è la combattente Shirley Chisholm. Sono in piedi, in giro, a dispetto dei mormorii della gente».

La questione di genere fu utilizzata dagli avversari, mentre lei non caratterizzò la propria campagna congressuale in chiave femminista. Holder studiò a fondo l’elettorato e un dato deponeva a loro netto favore: per ogni uomo registrato nelle liste del distretto c’erano 2.5 donne, era il tallone d’Achille dei repubblicani. Nel quartiere le famiglie, le case erano guidate soprattutto dalle donne che si registrarono in massa per votare. Erano attive nei club politici, dunque occorreva coinvolgerle, fare rete. Un fattore determinante ignorato dagli avversari. «Le donne sono considerate cittadine di seconda classe come i neri. Una quantità immensa di talenti è sprecata dalla nostra società solo perché quel talento indossa una gonna. Voglio che giunga il tempo nel quale non vedremo più le differenze in base al sesso e al colore della pelle. La discriminazione contro le donne in politica è particolarmente ingiusta, perché non ho visto nessuna organizzazione funzionare senza di loro. Per anni sono rimasta dietro le quinte e ho lavorato per piazzare gli uomini negli uffici politici, scrivendo i loro discorsi e suggerendo come rispondere alle domande».

Il contendente, un afroamericano da Harlem, Farmer, era un leader del movimento per i diritti civili dalla comprovata qualità oratoria, che non tentennò nello scaricare Nixon inviso ai neri di Brooklyn, annunciando il voto per Hubert Humphrey. Farmer ricevette l’endorsement da celebrità quali Nina Simone. Le due candidature erano il segno dei tempi, travolti però in quel cruciale 1968 dalla violenza assassina che fece ripiegare il Paese. La campagna di Farmer, sposato con una donna bianca, si distinse per il maschilismo, ma non era una novità. Le donne erano marginalizzate anche dentro al movimento per i diritti civili. Nella grande marcia dell’agosto 1963 a Washington, Dorothy Height, al vertice del National Council of Negro Women, fu l’unica fra i leader delle maggiori organizzazioni a non parlare dal palco.

Nei dibattiti e confronti diretti Chisholm sbaragliò Farmer tanto quanto nelle urne: 34.885 voti a 13.777. Un trionfo che le diede la ribalta nazionale e le prime pagine dei giornali, ormai era bombardata dalle richieste di interviste. È interessantissimo in questo senso il lavoro di analisi sui media di Erika Falk: Women fot President, Media Bias in Eight Campaigns. Chisholm era spesso etichettata dalla stampa con lo stereotipo della femminista arrabbiata.

Shirley si è sempre presentata in anticipo sulla Storia. All’apertura della novantunesima sessione del Congresso degli Stati Uniti arrivò invece con un po’ di ritardo e infranse una delle tradizioni venerate della casa, prima di procedere al giuramento, entrando con il cappotto e il cappello ancora indosso. I deputati le chiedevano: «Che cosa ne pensa tuo marito dell’elezione?».

Non allestì uno staff personale all black, misurando invece la scelta sulla competenza, l’esperienza e la lealtà. Si distinse subito in una battaglia feroce riguardante l’assegnazione nelle commissioni. La destinarono alla Commissione agricoltura e alla subcommissione Forestale, mentre lei chiedeva quella dedicata a Educazione e lavoro. Affrontò, cosa inedita per un debuttante al Congresso, lo speaker McCormack riuscendo a variare l’indicazione iniziale. Vinse anche questa battaglia con l’insolita approvazione della stampa newyorchese. La spostarono alla Commissione per i Veterani di guerra. «Nel mio quartiere ci sono molti più reduci che alberi», commentò soddisfatta.

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http://lnx.66thand2nd.com/storia-di-shirley-chisholm-prima-donna-nera-eletta-al-congresso-usa/

giovedì 8 ottobre 2015

«Organizzarvi è un vostro dovere». L'eredità di Padre Óscar Romero


di Gabriele Santoro

A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

Imperato, in qualità di vice postulatore, ha svolto un ruolo chiave nella complessa causa di beatificazione. Ora lavora alla pubblicazione integrale, inedita per l’Italia, delle omelie dalla Quaresima del 1977, quando Romero venne nominato arcivescovo di San Salvador, alla Quaresima del suo martirio. Le omelie indicano la strada maestra per comprendere le peculiarità di un sacerdozio rivoluzionario nella fedeltà alla radicalità del Vangelo e nella violenza dell’amore nei confronti degli oppressi, dei senza voce, in cui si è incarnato. Saranno pubblicati tre volumi. Ciascuno dei quali conterrà circa settanta omelie, tradotte dall’originale trascrizione delle registrazioni radiofoniche, che propagavano in tutto il Paese il messaggio del primate.

Le prime settanta omelie, delle duecentodieci registrate, già ultimate per l’uscita, sono in fase di revisione critica. Per il secondo volume previsto è stata praticamente portata a conclusione la traduzione, mentre per il terzo è agli inizi. Padre Mariano si commuove durante la lettura dei testi, ché uniscono il cielo a una terra rigogliosa, ostaggio dell’oligarchia, violentata dal privilegio che fa scandalo. Romero vide l’oppressione del proprio popolo, che amava, udì le grida di dolore dei suoi figli, e andò in loro aiuto per liberarli. Come ha scritto Papa Francesco nella bolla della beatificazione: «Rendiamo grazie a Dio, perché ha concesso al vescovo martire la capacità di vedere e udire la sofferenza del suo popolo».


In ogni omelia Romero spiegava il Vangelo calato nella realtà concreta del proprio Paese. Parlava finanche oltre le due ore, perché forniva l’informazione negata dalla stampa assoggettata al potere. Denunciava le sparizioni, le torture, le ingiustizie. Aggiornava sugli scioperi, sulle lotte dei lavoratori. Fedele al papa, alla Chiesa di Roma, dove si era formato e della quale ricordava il mistero di ineffabile dolcezza della primavera romana, sapeva cogliere l’anelito di liberazione latinoamericano. «Nella nostra America Latina la croce è una realtà ogni giorno maggiore. Farcene carico e darle il suo vero senso, affinché le sofferenze e le lotte del nostro popolo siano unite alla croce redentrice di Cristo e se ne scopra così il vero senso, è il nostro compito», da una lettera di risposta alle inquietudini di un sacerdote, Padre Pablo G., datata 21 marzo 1979.

Sentir con la iglesia sintetizzava il suo attaccamento alla Chiesa. Da una parte c’è il pastore che vuole nutrire del Vangelo il popolo, dall’altra si avverte la responsabilità di un’informazione civile, indispensabile. Il vescovo, per stessa definizione di Romero, è essenzialmente un pastore, che va facendo il cammino con gli uomini, seminando la speranza sul suo sentiero, condividendo il suo dolore e la sua gioia, impegnandosi per la pace, nella giustizia e nell’amore.

«La lettura delle omelie consente di sottrarsi alle contrapposizioni ideologiche, dando la dimensione propria della sua personalità, che era sacerdotale – dice Imperato – . Viene fuori in maniera chiarissima il suo essere un pastore. È stato accusato di essere comunista, “Marxnulfo”. Un’accusa mossa da destra, perché faceva comodo. Anche in Vaticano pervenivano dossier atti a descriverlo come uno legato al comunismo. La sua rivoluzione è nella bellissima pastorale. La lettura politica, ideologica, devia dal cuore della questione. Lo si guardava con le lenti della Guerra Fredda. Emerge con ogni evidenza che in America Latina, dove dominava una religiosità popolare fatta più di devozione, di pratiche religiose, anche buone, lui si è messo di punta a comunicare i contenuti del Concilio Vaticano II, verso il quale ancora oggi permangono resistenze, dunque una fede che si basa sulla parola di Dio. Arricchiva tale religiosità attraverso i documenti propri della dottrina cattolica».

La modernità del figlio di un telegrafista di Ciudad Barrios si esprimeva pure nella capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Sempre attento alle sollecitazioni dei giornalisti, spesso asserviti, sfruttando al massimo le potenzialità della radio diocesana YSAX, assumeva la supplenza di una mediazione giornalistica indipendente. Quando la voce non giungeva nelle case con i transistor, veniva portata da lui nelle lunghissime peregrinazioni a bordo della jeep dotata di altoparlanti. La radio esaltava le sue doti di predicatore e oratore, già spiccate in giovane età. Nelle campagne le sue trasmissioni raggiungevano i picchi di ascolto più alti. I fedeli, quanto i laici, riponevano in lui la massima fiducia. Lo giudicavano diverso dai vertici ecclesiastici a lungo distanti dalle urgenze popolari. Impressiona la corrispondenza disponibile nel suo archivio, oltre cinquemila lettere. Rispondeva a tutti. Quanta attenzione anche all’ultimo degli alcolisti che voleva uscirne. Affidò alla segretaria il compito di fare una copia di ogni risposta epistolare. Hanno cercato spesso di mettere a tacere la radio. Tutti l’ascoltavano. Si potrebbe scrivere una storia non solo religiosa, ma civile, di quegli anni grazie a questa sua preziosa eredità.

Le dita battevano forte sui tasti dell’inseparabile Remington. La Chiesa non può stare zitta. «Monsignor Romero sapeva che bisognava pronunciare un mea culpa per il silenzio degli ecclesiastici che per molto tempo, divinizzati dai privilegi e dalle prebende dei fedeli ricchi, avevano adottato l’atteggiamento idolatrico di avere occhi e non vedere, avere bocca e non parlare», annota Jesús Delgado, postulatore diocesano della causa, che ritroveremo più avanti.

Il quadro sociopolitico polarizzato nel quale operava Romero era compromesso da una democrazia formale, svilita dall’assenza di una classe politica, da elezioni costantemente truccate. Dagli anni Trenta i militari reprimevano le insorgenze d’ispirazione comunista, controllavano il paese istmico per conto delle famiglie, d’origine europea, dell’oligarchia, che consideravano El Salvador come una proprietà privata. La crescita economica, impetuosa negli anni Sessanta, non aveva prodotto alcun criterio di equa redistribuzione della ricchezza e favorito lo sviluppo della democrazia. Le urgenti richieste di trasformazione venivano represse nel sangue. Dall’estero cresceva la pressione e l’ingerenza degli Stati Uniti, interessati a fare di quel lembo di terra un avamposto di resistenza all’avanzata comunista. «L’oligarchia aveva sostenuto il cattolicesimo, aveva mantenuto il clero, aveva dato denaro per costruire le chiese. Il cattolicesimo, in cambio, aveva sostenuto l’ordine costituito e aveva garantito la stabilità dei regimi», scrive Roberto Morozzo della Rocca, nella biografia che ha il respiro dell’indagine storica.

Romero diventò arcivescovo con l’appoggio determinante degli oligarchi, che confidavano nella sua mitezza, nella conservazione dello status quo. Lui invece rinunciò all’agio del fastoso palazzo vescovile offerto da quest’ultimi, andando a vivere nelle due stanzette del portiere di un presidio per malati terminali, l’Hospitalito de la Divina Providencia. «Lo diceva esplicitamente: la ricchezza va condivisa. Toccava il nodo dolente della distribuzione più giusta delle ricchezze e dei beni. Nel rapporto Stato-Chiesa non chiedeva privilegi di sorta. Reclamava la giustizia, il rispetto dei diritti per i braccianti vessati nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero, non vantaggi economici per la Chiesa. “Non siamo padroni, siamo amministratori”», spiega Imperato.

Romero, uomo del dialogo, inteso come ricerca dell’altro, di ciò in cui manchiamo, disertava gli appuntamenti pubblici, invitando con fermezza il governo a cessare qualunque forma di persecuzione. Dall’altare implorava la disobbedienza dei militari agli ordini. Il dialogo doveva essere il metodo per giungere a una pacificazione figlia della giustizia sociale. «Il terrorismo si sconfigge promuovendo giustizia legale, economica e sociale. Il rispetto per l’imperio della legge promuove la giustizia ed elimina i semi della sovversione».

D’altra parte nel documento conciliare Gaudium et Spes, a lui particolarmente caro, si legge: «(…) Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica e tuttavia una grande parte degli uomini è tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociali e psichiche. (…) Le troppe diseguaglianze economiche e sociali tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana suscitano scandalo e sono contrarie all’equità, alla dignità della persona umana nonché alla pace sociale e internazionale». Vincenzo Paglia, postulatore della causa, non esita a definirlo come il primo martire del Concilio Vaticano II. Un assassinio per far tacere il rinnovamento e il progresso che animò il Concilio. Una sorta di avvertimento alla Chiesa scomoda interpretata da Romero. Nelle oltre duecento omelie appaiono 298 citazioni riferibili ai documenti conciliari.

La difesa della dignità umana attraverso il lavoro è al centro della sua pastorale, mirata sulla periferia, nel suo senso globale, generata da un’irresponsabile gestione della terra. Il mondo dei poveri quale criterio teologico, storico, della condotta della Chiesa. «Il lavoratore non è una mercanzia, soggetta agli alti e bassi dell’economia, ma una persona umana, che per il solo fatto di essere tale ha diritto a un giusto salario», affermava Romero, sconcertato dal trattamento riservato ai braccianti del caffè, le cui paghe da fame erano soggette alla variazione del prezzo mondiale della materia prima.
Non si limita all’opzione preferenziale per i poveri. «Fa un’affermazione molto forte – evidenzia Imperato – Il povero che non si dà da fare per uscire dalla condizione di schiavitù commette peccato. Una cosa fortissima. Tu devi risvegliarti. Devi uscire da questo sonno, mentre loro ti dicono accetta, rassegnati. Questa non è la volontà di Dio. Questa pigrizia è un peccato. Ha appoggiato molto gli scioperi che facevano per la conquista di diritti inesistenti. “Organizzarvi è un vostro dovere”. Ciò ricorre frequentemente nelle sue omelie. Impastava il Vangelo con la vita».

Romero riconosce la dimensione politica insopprimibile che la giustizia richiede, ma la liberazione non può esaurirsi nella dimensione terrena. La Chiesa è escatologica, non può perdere il valore escatologico. La lotta svanirebbe nella sola immanenza. La rivendicazione cristiana della giustizia è però parte integrante della predicazione del Vangelo di pace. La rottura è dirompente, ma non troviamo mai nelle sue parole tracce di odio.

Nell’ufficio parrocchiale di Padre Imperato c’è un solo manifesto. Óscar Arnulfo Romero ha il microfono in mano, il braccio sinistro sembra vibrare, come il volto accennare un sorriso. Poco sotto alla cornice c’è scritto: Vive. Il parroco mi mostra l’allegato di una mail di Jesús Delgado, all’epoca segretario di Romero, mandata l’indomani della beatificazione a San Salvador. È una fotografia scattata durante la lettura della bolla papale. La giornata era dominata da un sole caldo. All’improvviso una nuvola lo oscura, al centro del sole appare un foro dal quale si irradia un raggio. Una suggestione, un’impressione, niente di più, che ha scosso la piazza come a dire non uccidi il sole se gli spari addosso.

Delgado è un testimone diretto di questa storia. Il 24 marzo 1980 avrebbe dovuto celebrare la messa al posto di Romero, per proteggerlo da eventuali attentati. Così avevano concordato, poi il presule insistette per non cedere alla paura, sentimento con cui ha convissuto. Nei trentacinque anni che ci separano dal delitto, Delgado si è speso in modo decisivo per la raccolta di testimonianze, scritti, ricerche, documenti per sostenere il difficile itinerario processuale per la beatificazione. Un eccezionale approfondimento storico e teologico, lo cataloga Paglia, per superare i numerosi ostacoli frapposti e non consegnare Romero all’oblio che molti hanno accarezzato.

«La notizia della morte di questo vescovo ci colpì nel profondo – racconta Imperato – . Sapevamo che era stato ucciso, perché difendeva i poveri in un paese dove erano i ricchi, le quattordici grandi famiglie al potere, a comandare. Nel 1982 la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a Santa Maria in Trastevere, invitò il vescovo successore Rivera y Damas che, nonostante nella precedente nomina fosse stato scalzato da Romero, gli aveva sempre dimostrato vicinanza, un’amicizia fraterna, mentre gli altri vescovi si preoccupavano di preparare dossier con accuse destituite di fondamento. Impossibilitato a raggiungerci, mandò Delgado. In quell’incontro abbiamo scoperto un mondo. Ci ha fatto conoscere realmente chi era Romero».

Da San Salvador, dopo la prima fase del processo diocesano, la causa approdò a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi. Rivera y Damas sollecitò la Comunità: «Vincenzo Paglia mi propose di occuparmi della parte del processo a livello centrale, col mandato di vice postulatore. Accettai l’incarico. Disdissi il corso d’inglese che avevo appena cominciato, e partii immediatamente destinazione Madrid per studiare lo spagnolo». Imperato, insieme al biografo Morozzo della Rocca, ha trascorso tempo importante nell’archivio e nella biblioteca personale di Romero.
Avversario pugnace del percorso intrapreso nel 1996 è stato l’influente cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, per tre decadi ispiratore della linea vaticana sulla chiesa latinoamericana, strenuo oppositore dei teologi della liberazione. Trujillo, ordinato nel 1960, espresse la propria opposizione all’opzione per i poveri elaborata nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin nel 1968, al progressismo medellinista. Romero, come esterna anche in numerose lettere, voleva mettere in pratica il Vaticano II e Medellin, che sono stati fra le cause della persecuzione. Medellin denunciava il peccato sociale della violenza istituzionalizzata, che s’instaura in una situazione d’ingiustizia permanente e strutturata.

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mercoledì 14 gennaio 2015

L'America dei Maravich: non è facile essere Pistol Pete


di Gabriele Santoro

Sugli spalti della palestra della Daniel High School sedevano meno di novanta spettatori, quando il dodicenne Pete Maravich iniziò a mettere in scena il proprio destino. Non fu un contropiede banale. In campo aperto la palla viaggiò al ritmo di una vita che avrebbe riscritto le regole del gioco. Calcolò l'infinitesimale frazione di tempo esatta per scagliare un passaggio da dietro la schiena che, dopo aver beffato la fessura fra le gambe del difensore, si concretizzò in un appoggio morbido al tabellone del compagno.

Toni Kukoc si domandava se non fosse meglio ammirare da fuori Dražen Petrović, anziché distrarsi dallo spettacolo correndo al suo fianco. Donna Sibenka, che generò il Mozart di Sebenico, si emoziona, mentre ricorda i risvegli all'alba del figlio per lunghissime, solitarie sedute di allenamento. Danny Ainge, che l'affrontò nell'esibizione di lusso Jugoslavia - Boston Celtics (torneo targato McDonald's, dicembre 1988), ha ragione: «È un atleta esaltante. Posso compararlo soltanto al mio idolo Pistol Pete. Ho incrociato la mia strada con quella di Larry Bird. Conosciamo Michael Jordan. Ma nessuno è stato in grado di concepire le magie del giocatore più puro, Maravich». Il Muro di Berlino doveva ancora crollare, portando con sé la disgregazione balcanica. Era quasi estate a Zagabria. Le individualità della generazione d'oro dell'ultima Jugo, forgiata da Dušan Ivković, divennero corpo e anima della squadra campione d'Europa, e poi mondiale. Lo showtime non era una prerogativa americana. Vlade Divac, Dino Radja e Dražen Petrović lo illustrarono al mondo.

L'altra sponda dell'Atlantico non era mai stata così vicina. «È lunga la strada da Belgrado a Hollywood. L'America è la terra delle opportunità anche per questo pivot jugoslavo», disse il giornalista Craig Sager, qualche settimana dopo la consacrazione continentale a proposito dell'approdo di Divac ai Lakers. Agli albori del Novecento Vajo Maravich e Sarah Radulovich coprirono invece, come milioni di altri europei, la medesima distanza per la sopravvivenza. Partirono dal villaggio serbo di Drežnica direzione Pennsylvania, dove la vorace industria dell'acciaio e le miniere richiedevano masse di lavoratori instancabili.

Abitarono in una baracca ad Aliquippa, sobborgo industriale di Pittsburgh, che dalla collina s'affacciava sull'acciaieria. Il cielo, color arancio, dipinto dalle polveri sbuffate dalle ciminiere. Vajo non ancora quarantenne morì sulla via del loro progresso, vittima di un terribile incidente in fabbrica. A causa di un'epidemia influenzale devastante, dei dieci figli dati alla luce ne sopravvisse uno. Chiamarono Press l'energico Petar Maravich: un visionario, fra i padri rivoluzionari della meraviglia ideata da James Naismith. Non ne voleva sapere di suonare il banjo. Sbarcava il lunario come strillone: «Pittsburgh Press, Pittsburgh Press!», urlava. Convinse il presbitero ortodosso ad appendere un canestro sull'albero antistante la chiesa di riferimento dell'enclave di migranti. Fu nient'altro che il prologo della storia di una passione infantile, che si trasformò in emancipazione.

Il basket gli avrebbe consentito l'accesso altrimenti precluso al college. La guerra, servendo da aviatore l'esercito americano sullo scenario del Pacifico, gli sottrasse però gli anni della vigoria fisica. S'aprì un varco da maestro - allenatore innovativo. Teorizzò il moderno sistema di scouting dei cestisti con una pubblicazione scientifica sul tema. Il suo staff per il reclutamento contava già su uno psicologo e sul dietologo. «La componente decisiva del talento è il desiderio. Sono l'uomo del contropiede. Mi aspetto che Clemson mostri una pallacanestro interessante, capace di attirare la gente», spiegò. Quelle idee si sarebbero dovute incarnare nel figlio maschio, Pete Maravich.

Il 22 giugno 1947, in una stanza del Jewickley Valley Hospital, la giovane moglie Helena, sulla quale torneremo più avanti, partorì un essere speciale, che per tutta l'esistenza ricercò la felicità. «Milioni di persone s'interrogano sul senso profondo di un obiettivo. Sono fra loro. Con i trofei, i soldi e la fama non ho mai trovato la pace con la mia essenza». Un po' come quella volta a Houston quando, dopo aver messo a referto 35 punti all'intervallo, Pete mandò in subbuglio tutti con la minaccia di non rientrare sul parquet. «Che cosa sto facendo qui?», arringò sovente davanti alle ipocrisie del gran carrozzone che lo stressava. È l'amata Jackie a riportarlo con i piedi sulla terra. Jackie che a notte fonda lo recuperava nei bar, dove con il fratello Ronnie scolavano bottiglie fino all'ultima goccia. Uno per distrarre l'ombra dei vuoti, l'altro, un reduce, per esteriorizzare l'orrore del Vietnam.

Dopo un dissidio in culla (lui voleva la trombetta, il padre gli diede un pallone) le due vite corsero in parallelo con frizioni fisiologiche per quell'ossessione. In età prescolare gli fece respirare l'aria dello spogliatoio e della palestra, dove palleggiare e dribblare ostacoli per giornate intere. La fantasia caratterizzò il metodo di allenamento dell'anticonformista Press. Il quaderno Homework Basketball conteneva quarantaquattro esercizi, quarantaquattro figure da creare con l'arancia in mano: ogni particella del talento di Pete andava coltivata con un'estenuante applicazione quotidiana.
Al più vincente dei coach della vecchia scuola, e non solo, non piacevano le invenzioni del ragazzino. «Qualunque fra i miei giocatori si azzarda a pensare un passaggio dietro la schiena, o immagini di schiacciare, si accomoda in panchina. Non intendo vedere quella roba», ammoniva John Wooden. «Lo sai, insegnandogli queste stravaganze, lo rovinerai. Sono principi contrari alla disciplina», così Wooden criticava l'ambizione dell'amico Press, verso cui però nutriva stima sincera. «Aspetta e vedrai. Sarà un professionista milionario», la risposta. Qualche anno dopo Red Auerbach sentenzierà: «Molti atleti sovvertono le leggi della gravità. Pete ruppe quelle della fisica».

L'America della segregazione razziale non contagiò Press, che mai deviò dai propri obiettivi. Negli anni Cinquanta, quando allenò all'High school (Aliquippa, Baldwin) la maggioranza degli atleti a cui impartire i fondamentali aveva la pelle nera. Li preferiva, poiché interpretavano l'utopia di una pallacanestro intensa che abbandonava la staticità. Il 28 agosto 1963 il reverendo King pronunciò la frase I have a dream. Giù, al Sud, nel 1966 si accese un bagliore di luce alla prestigiosa università di Vanderbilt. Immatricolarono Perry Wallace: il primo cestista afroamericano nella Southeastern Conference. Sfidò l'ostilità nei ginnasi del profondo sud per un trattamento egualitario nel campus, fino all'elezione quale studente più rappresentativo.

Al Civil Rights Act del 1964, l'NCAA reagì con la messa al bando delle schiacciate. Un tentativo vano di arginare il fiume in piena: l'epoca della modestia atletica di Bill Bradley della bianca Princeton era al tramonto. L'ultimo canestro della carriera al college del pioniere Wallace fu proprio una schiacciata liberatoria. Nel 1966 coach Don Haskins con un quintetto di afroamericani trascinò Texas Western Miners al trionfo nella finale NCAA contro i quotati “Wildcats” di Kentucky. Imporranno la rotta: «Eravamo la miglior difesa opposta all'attacco più prolifico. E prevalemmo. Il successo contribuì a velocizzare i tempi dell'integrazione scolastica senza barriere. Ciò mi inorgoglisce», dice Haskins. Press, durante la presentazione alla stampa in veste di capo allenatore, annunciò la volontà di arruolare, per gettare le fondamenta del nuovo progetto di Louisiana State University, diversi prospetti senza badare alla pelle. A stretto giro giunse la smentita del rettore: «È stato evidentemente frainteso».

Louisiana State University vendeva non più di quaranta abbonamenti per la stagione dei canestri. L'intuizione di Jim Corbett, direttore della divisione sportiva universitaria, fu lungimirante. Press Maravich, che a Clemson pur di compiere un salto di qualità professionale accettò un ingaggio da 96 dollari al mese, era intenzionato a monetizzare l'esperienza a North Carolina State nell'ACC, dove raccolse il testimone dall'icona Everett Case. Ma soprattutto intendeva riunire la famiglia, allenando direttamente il figlio ormai maggiorenne. LSU, monopolizzata dalla passione per il football, aveva già pianificato la costruzione di una nuova arena. Corbett accontentò le richieste esose (quinquennale al doppio dell'ingaggio di NC) a una condizione: Pete, di cui si parlava già molto, sarebbe dovuto divenire il perno del progetto. All'esordio Pete portò gli abbonamenti a quota quattromila.

Nell'estate del 1966 i Maravich si stabilirono dunque a Baton Rouge. Dopo una stagione interlocutoria per questioni d'anagrafe, nel 1967-'68 Pete si presentò con 48 punti nella retina di Tampa. «Lasciatelo tirare», ripeteva Press. Nei tre anni a Louisiana State combinerà ciò che su un campo di basket non si era mai visto. Era veloce. Fosse mano destra o sinistra maneggiava con assoluta padronanza la palla. L'impatto più eclatante che si ricordi in questo sport. Fece registrare il tutto esaurito in qualunque campo, mille autografi a sera da evadere. Dalle sneakers ai floppy socks si distingueva nell'abbigliamento. Un pomeriggio sprovvisto dei calzettoni, che diverranno una moda, li rubò dall'armadietto del compagno Bob Sandorf. Erano ampi, tanto da mitigare l'aspetto di quei piedi così lunghi, e poi divennero un fattore psicologico.

Resiste il suo record di 3667 punti (44.2 la media a serata nel triennio LSU); 28 partite oltre i 50. Solo Oscar Robertson e Larry Bird segneranno almeno 900 punti in ciascuna delle tre annate NCAA. Curiosità: l'8% dei tiri sarebbero stati da 3 punti (l'arco non era stato delineato). Quando gli avversari frustrati passavano alle cattive maniere, come nella caccia all'uomo di Oregon State, lui era perfetto dalla lunetta: 30 su 31 nell'occasione. Il 21 febbraio 1970, contro Kentucky, lo showtime penetrò nell'immaginario collettivo grazie alla trasmissione televisiva.

Per capire qualcosa di Maravich forse dobbiamo partire dalla fine. Dall'autopsia effettuata in seguito all'infarto che lo uccise a Pasadena nel 1988, all'età di quaranta anni. Il dottor Joseph H. Choi rivelò che l'arteria sinistra di un cuore apparentemente sano non si era mai formata, per colpa di una rarissima malformazione congenita complessa da diagnosticare. Nel dna dei Maravich è inscritto il dolore, quanto la capacità di reazione. L'organismo di Pete rispose alla malformazione vascolare, costituendo dall'arteria coronarica destra dei circoli collaterali particolarmente resistenti per il nutrimento e l'ossigenazione dell'area. Una neoangiogenesi in grado di sostenere incredibilmente vent'anni di sforzo fisico al livello massimo. In due occasioni gli riscontrarono delle anomalie cardiache. Evitò ulteriori indagini strumentali: lui e il gioco erano indivisibili.

Non sappiamo quanta gioia animasse la rincorsa alla perfezione tecnica ed estetica del gesto. La pallacanestro era un atto di esistenza e resistenza: «Smettere è stato come disintossicarsi dall'eroina». Il manifesto politico del ragazzo era chiaro: osare per inventare ciò che l'establishment politico sportivo allora temeva. Gliela fecero pagare con un'ingenerosa esclusione dalla squadra olimpica. I puristi impazzivano fin dal riscaldamento, quando li scherniva con gli appunti dello showtime. L'altra politica, i palazzinari e le televisioni fiutarono l'affare della prima rock star in canotta e calzoncini. Il presidente Nixon, in piena crisi di consenso soprattutto fra i giovani, si sperticò in elogi per la Great Hope bianca. Il governatore della Louisiana John McKeithen si scoprì tifoso fervente. E le pratiche burocratiche per la costruzione di un impianto in grado di soddisfare la Maravich mania viaggiarono su corsie preferenziali.

«Nei quattro anni trascorsi all'Università della Georgia ho assistito a una partita. Non ne capisco nulla, ma se c'è un'opportunità, voglio quel Pete», disse il proprietario Tom Cousins al management degli Atlanta Hawks. Per l'immobiliarista l'auditorium municipale, classe 1906, era un reperto archeologico, quanto insoddisfacenti gli ottomila posti a sedere del Georgia Tech's Alexander Memorial Coliseum. Acquistò la squadra con un cantiere pronto a brulicare. Alla Cousins Properties Inc. l'amministrazione cittadina assegnò l'appalto da diciassette milioni di dollari per un'arena da oltre sedicimila posti. Come per l'Assembly Center di LSU e l'immenso Superdome di New Orleans, dove ritroveremo l'autostrada politica McKeithen, a riempirli di tifosi ci avrebbe pensato la star.

Ad Atlanta, terza scelta nel Draft Nba 1970, spiegò a coach Richie Guerin che era qualcosa di più di un «good business». Guerin avrebbe voluto piuttosto un centro dominante, di quelli che non vendono i biglietti, ma vincono i campionati. Appena ventitreenne si avverò la profezia di Press. Pete firmò il contratto (quinquennale da 1.5 milioni di dollari complessivi) sportivo professionistico più ricco dell'epoca. Dai produttori di calzini a quelli di gelati se lo contesero per gli spot pubblicitari. Pete rappresentò un investimento a lungo e breve termine: nell'anno da rookie i ricavi della franchigia schizzarono del 50%. L'emittente ABC, che nel 1971 quadruplicò il valore dell'accordo (17 milioni di dollari) sui diritti di trasmissione dell'Nba, si fiondò sul giovane fenomeno con un assegno da 75mila dollari per l'esclusiva del debutto con gli Hawks. La crescita del movimento era ormai intrinsecamente dipendente dall'evento televisivo. Dal 1965 al 1970, mentre l'Aba indebitata affogava, le squadre Nba aumentarono da 9 a 17.

Alla Daniel High School i compagni di tre, quattro anni più grandi lo tenevano ai margini. Quando gli regalò due vittorie con altrettanti canestri allo scadere, cambiarono opinione. Agli Hawks la situazione si ripropose. Stavolta il problema era razziale: come inserirlo, con uno stile così fuori regime, negli equilibri di una squadra all black con due stelle già rodate? Assaggiò tanta panchina: «Senza la palla le mani si raffreddano». Archiviò comunque l'annata da debuttante con 23 punti di media, 33 nell'ultimo mese.

Quattro anni dopo fu oggetto di uno scambio con New Orleans, landa inospitale per lo sport business: pochi spettatori e non appetibile per il mercato televisivo. Lì anche Pistol Pete suonò il jazz. Tanto quanto Petrović il suo movimento era musicale. Come al college eseguì uno spartito sconosciuto ai più: il faro in formazioni prive dell'adeguato cast di supporto. «Datemi Jabbar o Baylor. Qua manca la materia umana per vincere. Mi ferisce stare dal lato scuro della storia», incalzò il front office Jazz. «Onestamente, ora, che cosa importa in quale squadra militi o se vinca o perda Maravich? Lui si esibisce. È la ventunesima franchigia dell'Nba», chiosò il giornalista Curry Kirkpatrick.

Lo definirono un talento perdente e individualista. Oppure Peter Pan. Pat Riley e Jerry Colangelo, personaggi tutt'oggi influenti, lo bocciarono senza appello. L'ex Lakers: «Lo considero la star più sopravvalutata. Qualsiasi guardia dell'Nba lo manderebbe a prendere con una limousine all'aeroporto per affrontare la sua difesa morbida». Il secondo: «L'eccentricità nella gestione della palla distrae i compagni. È un attentato all'unità della squadra». Ci vengono in soccorso le statistiche Nba del perdente: 15.948 punti (24.2 di media), miglior marcatore nel 1976-'77 (31.1 a uscita, i Knicks rammentano i 68 del 25 febbraio 1977), davanti a Michael Jordan e Allen Iverson nella percentuale di vittorie consegnate alla propria squadra mettendo nel cesto più di 40 punti.

«Julius Erving è il più creativo. Con lui tutto è semplice. Devo disegnare un piccolo arcobaleno, e lo intuisce». Erving contraccambia: «Pete? Genius». Agli Hawks dialogarono col linguaggio comune ai fuoriclasse solo qualche settimana per beghe contrattuali e pastoie burocratiche avverse. Con Doctor J avrebbe zittito le penne avvelenate? Ai Jazz diede in solitudine il secondo miglior record vittorie/sconfitte per una franchigia esordiente, sopportando il macigno della morte della madre. Helena Gavor si sparò in testa. Da anni il sorriso della bella cheerleader, figlia di operai serbi, che nella primavera del 1946 ad Aliquippa incontrò Press al Bill Green's Nightclub per poi sposarlo, era sfumato nella depressione e nell'alcool.

Il nome Maravich di per sé nobilitava l'impresa del padrone dei New Orleans Sam Battistone, titolare di una catena di fast food. I tifosi ululavano “French fries, French fries” al Superdome. Qualora i Jazz avessero raggiunto i 100 punti, il tagliando d'ingresso si sarebbe tramutato in uno sconto valido per il burger king. Immaginiamo lo sguardo e il conflitto interiore del vegetariano e poi vegano Pete, che accusò l'industria alimentare statunitense di essere la principale causa di malattia della popolazione. Sul web si può leggere la copia del contratto siglato il 19 dicembre 1975 con la Pepsi-Cola (Gulf South Beverages, Inc). Diecimila dollari per associare quella capigliatura rassicurante, da Beatles, al soft drink. Poi non lo rinnovò: «Le bevande gassate e zuccherate sono dannose per i bambini».

Sports Illustrated, che il 4 marzo 1968 lo promosse in copertina (Lsu's Pistol Pete – The Hottest shot), dieci anni dopo (4 dicembre 1978) intonò il de profundis: «Per coloro che misurano il trascorrere del tempo con le icone della cultura pop, è difficile realizzare che Pete Maravich, quello dei floppy socks, dei tiri e dei passaggi oltraggiosi, l'uomo dei record, della gioia, colui che ha reso il basket divertentissimo per molti di noi, ha ormai compiuto trent'anni. E non si diverte più». Un grave incidente al ginocchio destro, per uno con quel primo passo e con quei cambi direzione, fa la differenza. Come nei bilanci dei Jazz che per l'infortunio registrarono un calo drastico dell'affluenza di tifosi.

Red Auerbach, che il senso per la vittoria lo ebbe sempre ben presente, lo volle ai Celtics per la coppia da sogno con l'astro nascente Larry Bird. Il 22 gennaio 1980 Pete ammise: «Da dieci anni provavo ad arrivare qui». Coach Fitch in quintetto gli preferì però Chris Ford. Maravich non può partire dalla panchina. Dopo i playoff le scarpette rimasero nello spogliatoio. Rinunciò all'agognato titolo e si congedò laconicamente dalla compagnia per telefono: «Ho tirato una volta di troppo a canestro, Red». Ritiratosi dall'agonismo si affidò alla fede, svelando a Jackie di aver udito la voce di Gesù Cristo: «Sii forte e innalza il tuo cuore». Numerose biografie (la prima addirittura stampata nel 1969) si sono soffermate sulla depressione, tradita dagli occhi, e sull'abuso di alcool. In campo, la sua patria vera, era il sole e obbediva a un istinto vitale. Lontano da esso spesso prevalse il buio. Dall'High School all'Nba l'amarono per la sfrontata coerenza di essere con il proprio stile la voce contro, dentro al sistema.

Press, stroncato dal cancro, non riuscì per poche settimane ad assistere all'ingresso del figlio nella Basketball Hall of Fame. Correva l'anno 1987. “Sweet-Lou” Hudson, a chi vinceva i campionati, sussurrava: «Tranquillo, non sarai mai abbastanza bravo quanto me». Da star designata degli Hawks convisse con lo scomodo ragazzo prodigio. Poi nella vita, oltre al jump shot, è riuscito anche in altro: nel 1993 è il primo afroamericano eletto nello Stato di Utah. Attingendo alla propria profonda umanità, forse è lui ad aver trovato le parole giuste: «Non è mai sembrato facile essere Pete Maravich».

                                

Dedicato a Piero Santonastaso e a Joe Ryan.

lunedì 11 novembre 2013

Lo spirito indomabile di Muhammad Ali nel ring invisibile di Lefranc

Il Messaggero, sezione Macro pag. 17, 
11 novembre 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

LA STORIA
A Louisville l’aspettavano. L’aspettava il tredicenne nero Emmett Till, massacrato di botte a causa di uno sguardo proibito rivolto a una donna bianca. Lo invocava la moltitudine delle anime umiliate dallo schiavismo e dalla segregazione razziale. In fondo alla notte, Cassius Clay Senior, davanti all’ennesimo bicchiere di rabbia svuotato, sapeva che dal proprio seme sarebbe nato il riscatto. Un giovane pugile nero. Un prodigio di velocità capace di riscrivere i princìpi della boxe, stravolgere le ipocrisie mediatiche e scuotere la società americana.

Alban Lefranc, in un corpo a corpo letterario, immagina “Il ring invisibile” (questo il titolo del libro, 66thand2nd, 153 pagine, 15 euro) del tre volte campione del mondo dei pesi massimi e icona dello sport moderno. Una biografia visionaria della vita futura del giovane Cassius Clay, che ne tratteggia lo spirito indomabile e la costruzione della presa di coscienza, tanto fisica quanto linguistica. Lo scrittore francese raffigura con intensità la genesi di un'energia travolgente.

L’ADOLESCENZA
Illumina la scoperta del corpo e della parola. Quella tagliente e vincente, sussurrata con l’aria calda del soffio nell’orecchio dell’avversario; o urlata prima del match. “You like it bitch”: un linguaggio sessuale esplicito, per l’uomo che prima di Sonji evitò la distrazione del vellutato corpo di donna. La sua parola s’impadroniva dello strumento di diffusione. L’adolescente Emmett li aveva affrontati a viso aperto quei ragazzotti, eredi dell’aristocrazia terriera sudista, ma non conosceva la giusta distanza: lo spazio vitale da proteggere. Clay gliel’ha promesso: «Darò la mia faccia, ma non permetterò a nessuno di avvicinarsi». La medaglia d’oro olimpica a Roma ’60, l’obiettore di coscienza, la bandiera dei diritti civili danzava. Una manciata di minuti di appoggi leggeri, avanti e indietro, a destra e a sinistra. Lui esponendo il mento, senza mai distogliere lo sguardo da loro, che colpivano il vuoto del corpo in movimento.

LE OLIMPIADI
Roma ha rappresentato l’apprendistato alla gloria. Il diciottenne incontra il lusso inutile di Manhattan, che lo annoia. Non sarebbe stato uno dei tanti, perché possedeva il sogno, la visione e il desiderio che contraddistinguono i campioni. La meravigliosa, e priva di violenza cieca, interpretazione della nobile arte non era sufficiente. La boxe sfila su un piano parallelo. «Una sera, dopo tre giorni di maturazione e silenzio, Cassius va a prendere suo padre seduto davanti alla tv e lo porta nel suo bar preferito a quattro isolati da lì, paga un giro per tutti, «quello che volete», provoca suo padre su Emmett Till («che se l’è cercata»), provoca un altro gruppo su Malcolm X («un vero profeta»), un altro ancora sul reverendo King («venduto ai bianchi»), un terzo su J.F.K. («bianco cicalante in fregola»), un quarto su Sonny Liston («grosso orso lento»). Il bar si riempie subito, le parole schizzano per ogni dove, Cassius beve a piccoli sorsi la sua limonata.

LA CONVERSIONE
Seguirà la predicazione di Malcom X; si convertirà all’Islam fino a diventare ministro di culto. Dopo aver steso Foreman davanti ai microfoni consegnò l’impresa ad Allah: «Questa sera sul ring non so se l’abbiate visto; ma ciò che avete visto era soprannaturale. George non era mai stato battuto. Deve essere stato Allah». Coincide il ring invisibile con quello visibile; la realtà entra nelle corde e i pugni assumono un valore inestimabile. Muhammad Ali, esiste e resiste oltre al talento pugilistico. La sua gestualità è diventata patrimonio dell’umanità, perfino nelle mani tremolanti. Nella narrazione del mito, Lefranc intuisce ed evita la confusione che disperderebbe il senso di un’esistenza preziosa. Accantona l’effimero, che distrae la folla. Il protagonista sfuma nel pieno della carriera, per ritrovarsi denudato dal Parkinson. E, chiudendo gli occhi, sembra rivolgerci una delle sue frasi indelebili: «Io so dove sto andando, e conosco la verità. E non devo essere chi volete che io sia. Sono libero di essere ciò che voglio».


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