ROMA - In Italia circa cinquanta bambini in età compresa tra zero e tre anni iniziano a conoscere il mondo nello spazio ristretto di una cella al seguito delle madri detenute. Attualmente a Roma nella casa circondariale femminile di Rebibbia vivono dodici donne e altrettanti figli. «Oggi la sezione nido non è in sovraffollamento in quanto i posti disponibili sono proprio dodici - spiega Lucia Zainaghi, direttrice del carcere - In
Secondo i dati del Garante dei detenuti del Lazio per il 2011 il budget destinato al funzionamento del nido ha subìto dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria un taglio del 58%, passando da 475mila a 200mila euro. Una realtà importante e complessa della regione è la casa circondariale di Rebibbia Femminile situata nella periferia Nord-Est della Capitale. La struttura costruita negli Anni ’50 ospita la maggioranza delle 460 donne recluse nel Lazio e presenta i problemi strutturali del sistema carcerario italiano come il sovraffollamento, la scarsezza di agenti di polizia penitenziaria e di altre figure professionali a partire dagli psicologi.
L’articolo 11 della legge n° 354/75, che regola l’ordinamento penitenziario, al fine di salvaguardare il rapporto madre-figli consente alle detenute di tenere con sé in carcere la prole fino all’età di tre anni. Dopo una lenta gestazione la Camera ha approvato con un voto bipartisan e l’astensione dei Radicali la legge che consentirà, a meno di esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, alle madri detenute con figli fino all’età di sei anni di scontare la pena in istituti a custodia attenuata o in case famiglie protette. Ora la discussione del testo unificato approda al Senato, ma resta il nodo della copertura finanziaria. Dal Piano Carceri si dovranno attingere i fondi per la costruzione delle Icam.
«Lo slogan “mai più bambini in carcere” è destinato a rimanere lettera morta - sostiene la deputata Rita Bernardini - Per la tipologia di detenute coinvolte (soprattutto rom, ndr) esisterà sempre l’esigenza cautelare di eccezionale rilevanza o il pericolo di reiterazione di ulteriori delitti. Anche nei suoi aspetti positivi questo provvedimento rischia di non poter essere pienamente applicato a causa della scarsa copertura finanziaria».
In realtà non sarebbe necessaria neanche una legge se le istituzioni coinvolte si facessero carico della situazione com’è avvenuto a Milano. Dall’aprile 2007, grazie all’impegno di Francesca Corso (ex assessore ai diritti e alle tutele sociali della Provincia) e all’accordo tra Ministero della Giustizia, Regione Lombardia, Provincia e Comune, nella centrale via Macedonio Melloni è partita la prima sperimentazione europea dell’Icam che dipende dalla Direzione della casa circondariale di San Vittore. È una casa attrezzata di 420 metri quadri di proprietà della Provincia in cu
i i servizi garantiti (corsi di alfabetizzazione, educazione all’alimentazione, corsi professionali, attività ludiche) e la gestione della struttura, dove gli agenti di polizia vestono in borghese, creano un ambiente familiare e le condizioni per il reinserimento sociale mediante una detenzione attiva. Anche a Venezia dai primi mesi del 2012 sarà disponibile un’Icam in un apposito appartamento con entrata autonoma nella casa di reclusione femminile Giudecca .Roma solidale. La sinergia tra la direzione dell’Istituto di Rebibbia e diverse associazioni di volontariato introduce elementi di normalità in una realtà di infanzia negata. L’associazione “A Roma Insieme”, guidata dalla tenace e infaticabile Leda Colombini, svolge un ruolo di assistenza e progettualità fondamentale in sostegno di bambini ai margini della società. Da diciassette anni i volontari dell’associazione garantiscono ai piccoli libere uscite settimanali con i “sabati di libertà”. Da dieci anni con il consenso delle madri i bambini frequentano dalla mattina al pomeriggio un asilo nido esterno. All’interno del penitenziario “A Roma Insieme” finanzia due laboratori di arte e musica terapia. Quando arriva la bella stagione vengono portati al mare in uno stabilimento a Fregene che offre tutti i servizi necessari. Quando si rende necessario un ricovero ospedaliero per un bambino i volontari fanno i turni per assisterlo.
«Abbiamo costruito un rapporto di fiducia - racconta Leda Colombini - con le madri e l’istituzione carcere. I bambini non devono stare dietro le sbarre. Soprattutto in questa fase delicata della loro esistenza necessitano di stimoli, di giocare e di sviluppare la propria creatività. Chi si farà carico dei danni che l’esperienza di detenzione produce? Si alimenta solo un circolo vizioso di marginalità sociale. È necessario costruire una rete d’integrazione virtuosa che garantisca i diritti dell’infanzia».
È sabato mattina davanti ai cancelli di Rebibbia femminile il pullman, messo a disposizione dal Comune, con a bordo i volontari di “A Roma insieme” ha appena portato fuori nove bambini per una giornata di festa. A bordo del pullman il breve percorso dal penitenziario verso la sede dell’associazione culturale Torraccia, che ha ospitato una giornata di festa per il Natale, si consuma tra i sorrisi, la voglia di giocare o semplicemente di dormire dei piccoli, perché negli spazi stretti della cella sono tante le notti insonni. Alicia è la prima volta che scopre il mondo lontano dalle sbarre: lancia oltre il finestrino uno sguardo tra lo stupito e l’incredulo indicando le insegne al neon dei negozi. La giornata trascorrerà con la felicità della scoperta di Babbo Natale e dei suoi regali, rincorrendo un pallone o dondolando sull’altalena alla ricerca del sole che in cella non riscalda mai. Nel tardo pomeriggio è già tempo di rientrare e il piccolo Jonathan (nome di fantasia) si addormenta dolcemente sul pullman.
Nel V Municipio, dove è situata la casa circondariale, la rete d’integrazione invocata da Leda Colombini è diventata realtà. Negli ultimi quattro anni la collaborazione tra il servizio sociale del Municipio, l’associazione “A Roma Insieme” e l’autorità giudiziaria ha favorito l’affido temporaneo di alcuni bambini, che una volta compiuti i tre anni vengono separati dal genitore recluso, a famiglie del quartiere. Un modo per migliorare le loro condizioni materiali consentendogli di mantenere il legame affettivo con chi li ha messi al mondo. «Dalla metà di giugno è iniziata questa bellissima storia d’amore - racconta emozionata Annamaria, genitore affidatario - La domanda più difficile a cui rispondere è stata “ma tu chi sei?” Non ho mai mancato a un incontro in carcere con la madre. Ha capito che si tratta di una possibilità importante per il futuro di Ivana. Sono bambini ricchi di potenzialità, reattivi e pieni di una socialità trascurata».
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