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giovedì 10 novembre 2016

Come la 'ndrangheta è diventata classe dirigente. Intervista ad Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, nel breviario Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro), pubblicato qualche mese fa, ribadiva che fin dal tardo Ottocento la mafia non è una degenerazione patologica della società, ma è strettamente integrata e intellegibile solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che ha sviluppato con il potere politico ed economico.


Da questa constatazione ineludibile al fine di comprendere la longevità delle mafie, si muove il nuovo studio Padrini e padroni (Mondadori, 18 euro, 205 pagine), elaborato con l’amico di una vita, il magistrato Nicola Gratteri. Il saggio, già in vetta alle classifiche di vendita e lettura, tratteggia con la consueta capacità divulgativa degli autori, che non banalizza temi complessi, come la ‘ndrangheta abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. Dall’Ottocento non era ritenuto sconveniente, da chi era interessato a mantenere o conquistare il potere, accompagnarsi con la picciotteria, poi con gli ‘ndranghetisti per la gestione del consenso mediante meccanismi clientelari. Già nel 1869 il prefetto di Reggio Calabria Achille Serpieri fu costretto a sciogliere il consiglio comunale appena eletto, a causa dei brogli e del condizionamento mafioso, motivando così al ministro dell’Interno la decisione: «Le elezioni amministrative dovettero essere annullate per difetti che dimostrarono gare di partito, fino all’avere i componenti dei seggi alterato lo stato delle urne coll’introdurvi schede false».

Risulta di particolare interesse la presentazione con le evidenze investigative e giudiziarie emerse nel tempo della cosiddetta massomafia, un’élite criminale in grado di affiancarsi a pezzi di classe dirigente, di mimetizzarsi e mettersi nella cabina di regia per il conseguimento degli affari di una holding mondiale del crimine che conserva una costante forte dimensione territoriale. «La ‘ndrangheta è un convitato di pietra della nostra democrazia, presenza incombente ma invisibile. È servita a molti, nata come patologia del potere, è servita alle classe dirigenti che con la violenza hanno mantenuto il potere. È economia più che cultura», scrivono Nicaso e Gratteri.

La ‘ndrangheta «che semina più tossine nell’economia che cadaveri nelle strade» ha compreso la lezione, l’errore di una strage come quella di Duisburg, che ha acceso i riflettori sull’espansione delle mafie nella prateria europea.

Sulla commistione tra ‘ndrangheta e massoneria è significativo un passaggio, nel quale vengono riportate le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo, interrogato dal pm Lombardo durante le indagini sull’operazione Mammasantissima: «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza, mio vice nel GOI, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia che indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia». E oggi il «coso» sarebbe un nuovo livello della ‘ndrangheta, invisibile e sconosciuto ai più: una componente riservata, alla quale spettano compiti di direzione strategica.

Padrini e padroni ricostruisce dal cuore dell’Ottocento il sistema di compravendita del voto e il condizionamento mafioso del sistema democratico. Quale debolezza permane nella repressione dello scambio elettorale politico-mafioso, reato disciplinato dall’articolo 416 ter recentemente modificato?
«Nell’ipotesi di utilità in cambio di voti, con la recente modifica normativa, i politici rischiano meno dei mafiosi. Sarebbe stato certamente più opportuno punire con maggiore severità i politici, che – in virtù del mandato elettorale – dovrebbero rappresentare gli interessi del cittadino».

La ‘ndrangheta non ha mai fatto distinzioni ideologiche, tra l’altro oggi sempre più sfumate, per la costruzione di comitati d’affari imprenditoriali – politici criminali. Torniamo al punto fondamentale, la mafia è un fenomeno di classi dirigenti, una patologia del potere.
«La ‘ndrangheta non ha mai avuto discriminazioni ideologiche. L’unico interesse della ‘ndrangheta è e rimane il potere».

Nel libro ricordate ciò che ha significato nel 1908 il terremoto a Messina e Reggio Calabria, che provocò centomila morti. Col denaro pubblico, prima per il soccorso e poi per la ricostruzione, si creò una sorta di istituzionalizzazione del sottosviluppo meridionale. Questa calamità naturale segnò l’anno zero di una commistione tuttora irrisolta, che prospera nell’emergenza?
«C’erano state avvisaglie anche prima. Dopo l’unificazione territoriale dell’Italia, la classe dirigente del Sud ha utilizzato la violenza, garantita da organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta, per reprimere ogni minaccia endemica della reazione popolare. È però dopo l’arrivo della Legge Pro Calabria del 1905 e delle successive integrazioni a seguito di altre calamità naturali, che la borghesia agraria accentua la sua natura parassitaria. Da allora è cambiato poco con una commistione tra mafie, corruzione e malaffare che prospera anche nell’emergenza, come dimostrano i terremoti dell’Abruzzo e dell’Emilia».

L’irruzione nel ramo delle infrastrutture consentì il salto nella categoria imprenditoriale di numerosi ‘ndranghetisti e l’incesto con gli apparati burocratici amministrativi. Oggi, che il business della cocaina garantisce il 60% del fatturato annuale della ‘ndrangheta, che cosa rappresenta il controllo degli appalti?
«Ci sono ancora oggi boss e prestanome della ‘ndrangheta che gestiscono alcuni importanti settori dell’edilizia, forniscono manodopera a basso costo, trasporto d’inerti e sversamento di detriti senza alcun rispetto dei protocolli ambientali. Ma il grande riciclaggio di denaro viene spesso realizzato all’estero con investimenti immobiliari e turistici, grazie a operazioni che passano anche da paesi off shores».

Parliamo del malavitoso Michele Campolo, che sfruttò il post terremoto per intessere rapporti con la Reggio bene. Era un analfabeta, nulla tenente, senza mestiere, criminale che presiedeva la riunione annuale della élite ‘ndranghetista al Santuario di Polsi. Dalla fine della prima guerra mondiale divenne l’arbitro della vita sociale di Reggio Calabria. Come sostenete, senza il concorso esterno la ‘ndrangheta non esiste?
«Campolo era furbo, intelligente. E a lui ricorrevano politici importanti, professionisti molto conosciuti. A lui e ad altri boss le richieste di sostegno elettorale arrivavano addirittura su carta intestata. Un analfabeta che doveva restare ai margini, è stato legittimato e riconosciuto socialmente per il suo ruolo di mediatore e di capo-elettore. Non è stato l’unico, purtroppo, nella lunga storia della ‘ndrangheta. Il dramma è che a legittimare gente come Campolo sono stati uomini importanti a cui sono state intitolate strade e piazze».


È grande il rischio giudiziario che si corre con la mimetizzazione della ‘ndrangheta, e il venir meno dell’uso della forza di intimidazione del vincolo associativo, di una negazione dell’esistenza della mafia stessa?
«Il rischio c’è. Oggi, in certe realtà, soprattutto fuori dalla Calabria, la minaccia percepita è più efficace di quella praticata. Spesso non c’è più bisogno di usare la violenza. La corruzione è diventata un’arma più sicura. Anche sul piano normativo tante cose andrebbero riviste. Ma manca la volontà politica. O forse non c’è mai stata».

Dalla Famiglia Montalbano, narrata efficacemente da Saverio Montalto, in poi chi non aveva dimestichezza con la politica era messo ai margini dell’organizzazione. Il sistema relazionale assicura la riproduzione del medesimo, antico, elementare modello organizzativo ‘ndranghetista capace di coniugare la struttura unitaria e i “locali” periferici. La vastità ramificata del vincolo associativo come ha resistito alle guerre interne?
«Le faide sfuggivano al controllo della ‘ndrangheta. Il sangue chiamava sangue. Poi con il tempo, l’organismo di coordinamento della ‘ndrangheta, il cosiddetto crimine, è riuscito ad avere sempre più voce in capitolo soprattutto nelle guerre intestine, costringendo spesso famiglie di ‘ndrangheta a porre fine alle ostilità, come è successo dopo la strage di Duisburg, da molti considerata una sorta di boomerang, visto che ha acceso i riflettori del mondo sulla ‘ndrangheta».

Dall’inizio degli anni Settanta con la generazione della Santa, riservata all’élite criminale calabrese,  comincia a mutare il rapporto di forza con la politica, si garantisce la doppia affiliazione con l’ingresso degli ‘ndranghetisti nelle logge massoniche per una cogestione del potere con politici, imprenditori e professionisti. Quella urgenza della ‘ndrangheta di ribaltare la subalternità con la politica è definitivamente scemata?
«Con la Santa, la ‘ndrangheta ha sovvertito la subalternità che aveva nei confronti della politica. Con l’arrivo in Calabria dei fondi della Cassa del Mezzogiorno, la ‘ndrangheta ha cominciato a sedersi al tavolo di chi prendeva le decisioni su appalti e subappalti. Negli ultimi tempi, tanti politici sono stati visti bussare con maggiore frequenza alle porte degli ‘ndranghetisti».

Per spiegare l’evoluzione di questo rapporto e la crescente confluenza del vertice ‘ndranghetista nella massoneria più o meno deviata, partiamo dall’omicidio eccellente del magistrato Francesco Ferlaino. Perché fu ucciso il 3 luglio 1975?
«Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Ferlaino, magistrato massone, ostacolava il nuovo progetto massonico-affaristico, che cominciava ad attecchire specialmente al Sud sotto la regia di Licio Gelli e che prevedeva l’accaparramento di ogni affare vantaggioso lecito o illecito che fosse. In sostanza, Ferlaino si opponeva alla degenerazione della struttura massonica, da organismo lecito e illecito».

Oggi stiamo arrivando alla conferma dell’esistenza di quella componente cosiddetta insospettabile della ‘ndrangheta?
«Forse c’è sempre stata. E non l’abbiamo vista. Alcuni dei cosiddetti invisibili emersi durante l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria erano già stati condannati in passato. Una cosa però è certa: la ‘ndrangheta sta diventando sempre più selettiva e alcuni dei suoi esponenti oggi fanno parte di sistemi criminali in cui il confine tra lecito e illecito è estremamente vago».

Che cosa comporta un nuovo livello della ‘ndrangheta, è la quarta gamba del tavolo che si è sempre retto su tre?
«Mi piace la sua metafora. Purtroppo, al momento, non ci sono riscontri giudiziari o sentenze definitive. Ma la quarta gamba che forse c’è sempre stata, si comincia a intravedere con contorni meno sfumati».

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sabato 13 aprile 2013

Le telecamere di History Channel nei bunker della mafia

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 31,
13 aprile 2013

di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro

IL DOCUMENTARIO

ROMA Negli ultimi vent’anni la caccia e la cattura dei latitanti storici ai vertici di Cosa nostra, camorra e ’ndrangheta hanno costituito lo snodo centrale della strategia repressiva del fenomeno mafioso. Nell’immaginario collettivo sono rimasti impressi i fotogrammi degli arresti, degli arrivi in questura a sirene spiegate con le poche parole sussurrate dai boss che riconoscono la vittoria dello Stato. Insieme a quel mistero che avvolge i covi militarizzati custodi della latitanza.

Le telecamere di History Channel,
guidate dalla voce narrante dello scrittore britannico John Dickie, hanno intrapreso un viaggio esclusivo in questi luoghi surreali, concepiti come trame di labirinti tra sistemi di videosorveglianza, pareti scorrevoli e tunnel per la fuga collegati alla rete fognaria. Un documentario di novanta minuti, ideato da Simona Ercolani e nato da una coproduzione internazionale, che unisce materiale d’archivio inedito e riprese live registrate durante operazioni di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza tra Casal di Principe e la Calabria (Gioia Tauro, Platì, Polsi e Rosarno). Si passa dalle perquisizioni nella villa di un malavitoso alla scoperta di un bunker ”freddo”, utilizzato in un periodo della fuga da Michele Zagaria primula rossa dei Casalesi, in un’abitazione apparentemente normale a Casapesenna. Mafia bunker andrà in onda sul canale tematico (407 di Sky) il 16 aprile alle 21 e in replica dalla mezzanotte su Skytg 24 Rassegne (505).

Vedremo dall’interno le roccaforti,
situate inevitabilmente nelle zone d’influenza del boss, che ritraggono il simulacro di un potere privo di luce e un ponte di comando protetto irrinunciabile per il controllo di traffici miliardari. La ricostruzione narrativa si affida anche alle parole di alcuni dei principali protagonisti della lotta ai clan.

LO STORICO

«I latitanti rappresentano una particolarità delle mafie nostrane - spiega Renato Cortese, attualmente dirigente della squadra mobile della questura di Roma e autore di arresti fondamentali come quello di Provenzano e Giovanni Strangio - e questo lavoro riconosce l’abnegazione di uomini e donne dello Stato, che dal 1992 ha dispiegato uno sforzo investigativo notevole per stanarli. In precedenza i processi si svolgevano con le gabbie vuote. Nel 1996 quando catturammo Brusca eravamo soli: in questura ci aspettavano solo i colleghi. All’arresto di Bernardo Provenzano, invece, ad attenderci c’erano centinaia di persone. Successo dopo successo si è potuto conquistare un senso di fiducia verso le istituzioni. Solo una migliore qualità complessiva dello Stato, credibile e coerente, può sottrarre il consenso di cui si nutrono i latitanti».

Dickie, autore di bestseller sull’argomento,
posa uno sguardo straniero su una storia italiana con il rigore metodologico dello storico, allontanando gli stereotipi che banalizzano questa realtà. «In tutti gli uffici e i commissariati in cui sono entrato ho visto un’icona di Falcone con Borsellino. La memoria è viva e si sono compiuti molti passi in avanti, anche se non siamo vicini alla sconfitta della mafia. Questi nascondigli sono così strani e stimolano la curiosità di conoscere quale potere si celi dietro. Ci raccontano dell’oppressione esercitata nei territori e l’assurdità di una vita destinata alla prigionia».

lunedì 18 marzo 2013

L'Italia quaggiù, le donne contro l'ndrangheta

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 25, 
18 marzo 2013

di Gabriele Santoro

di Gabriele Santoro

LA DENUNCIA
«Lo so che per la vostra mentalità sto sbagliando, ma voglio avere la possibilità di fare una vita diversa». La giovane Denise racchiude nello spazio di un sms rivolto ai parenti il senso di una ribellione culturale, che nasce dall’anima di una donna coraggiosa quale era sua madre. Lea Garofalo, rompendo con i codici arcaici e maschilisti del potere ‘ndranghetista, ha disegnato un futuro di libertà per la propria figlia e per tutti i figli della Calabria, oppressa dal sistema dei clan alimentato da molteplici connivenze. Una terra aspra e bellissima che nel colpevole disinteresse generale rischia di abdicare a un oblio violento.

L’Italia quaggiù,
 raccontata dal giornalista Goffredo Buccini in un viaggio ricco di incontri, però cerca di muoversi verso un cambiamento faticoso, doloroso e potenzialmente rivoluzionario. Una strada intrapresa da
un gruppo di lucide visionarie che, unendo vissuti e condizioni sociali distanti, non si arrende all’ineluttabilità di un destino d’infelicità. «Sì, io ci spero che la rivolta delle donne possa distruggere i clan. In Calabria è fortissimo il ruolo della donna e, nei valori che trasmettono ai figli, tutto passa attraverso le mamme», confida Maria Carmela Lanzetta.

IMPEGNO POLITICO
La narrazione della sindaca di Monasterace, vittima più volte di atti intimidatori a causa del proprio impegno politico, s’intreccia con altre esperienze (dal lavoro della collega rosarnese Elisabetta Tripodi alla vicenda triste della testimone di giustizia Maria Concetta Cacciola, per arrivare al magistrato di Locri Katy Capitò) e offre le chiavi di lettura del riscatto sognato. Il rispetto delle regole, a partire dalla riscossione delle tasse per i servizi. Un’amministrazione della cosa pubblica efficiente e trasparente. Una scuola che funzioni, perché l’istruzione rappresenta lo strumento fondamentale per aprire le menti e i cuori.

La costruzione di un tessuto economico alternativo
 a quello criminale. Uno Stato che tuteli chi si emancipa attraverso la denuncia lacerante dei delitti di padri, fratelli o mariti, destrutturando famiglie malavitose. Una lotta che non ammette deroghe e affonda le radici nell’esempio di uomini come Peppe Valarioti. «Mi vedono come un simbolo, ma la nostra gente non campa di simboli, qua ci servono strade, scuole, ospedali (…). Vede, se perdiamo a Monasterace, perdiamo tutti assieme. Perdete anche voi, l’Italia è una sola».