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giovedì 14 dicembre 2017

I soldi della 'ndrangheta nell'economia. Intervista Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Il fatturato annuo della ‘ndrangheta ammonterebbe a circa 43 miliardi di euro e per almeno tre quarti questa somma è reinvestita nell’economia legale. Nel saggio Fiumi d’oro (Mondadori, 180 pagine, 18 euro) Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, e il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Catanzaro, raccontano come i soldi del traffico di cocaina siano ormai parte integrante del sistema economico su scala globale.


Come nella pubblicazione precedente, Padrini e padroni, che ricostruiva il farsi classe dirigente della ‘ndrangheta mediante la corruzione e la commistione con la massoneria deviata, le mafie incombenti sono il convitato di pietra della nostra democrazia. Nicaso e Gratteri evidenziano tutti gli ostacoli, a cominciare dalla differenza dei sistemi giuridici, e i ritardi che impediscono un contrasto realmente transazionale del riciclaggio planetario di denaro sporco, che rappresenta il cuore dei rapporti esogeni delle mafie. Una rinnovata, seria ed efficace azione repressiva non può che mirare al mondo dei professionisti, attiguo e sensibile al richiamo dei capitali illegalmente accumulati.

«Dalla stagione dei sequestri non ci siamo più ripresi», dice Gratteri, dando un’immagine precisa della trasformazione stessa della pubblica amministrazione, degli sconvolgimenti economici, del corpo sociale, degli effetti sull’emigrazione e dunque sulla composizione demografica in Calabria. La narrazione parte proprio dal 1945, anno del primo rapimento, per descrivere la costruzione dell’egemonia criminale ‘ndranghetista nel secondo dopoguerra mondiale.

Nicaso, Fiumi d’oro si apre con una riflessione sulla lunga stagione dell’Anonima sequestri calabrese, un’industria che, in trent’anni di riscatti pagati, ha fatto confluire nelle casse della ‘ndrangheta circa ottocento miliardi di lire. Documentate il rapporto complementare tra spesa pubblica e sequestri con la formazione di imprese con capitale misto. Quella dei sequestri di persona della mafia calabrese è una storia ancora tutta da scrivere?
«È una storia che deve essere valutata in funzione degli investimenti della ‘ndrangheta nel traffico internazionale di cocaina. Sono stati i soldi dei sequestri di persona a consentire i primi acquisiti di droga, ma soprattutto gli investimenti in paesi come Germania, Canada e Australia. Inoltre, i sequestri di persona non sono stati soltanto rapimenti pensati e gestiti da pastori per estorcere denaro ai familiari degli ostaggi, ma anche uno strumento per radicarsi lontano dai territori di origine e creare le opportune basi logistiche che oggi fanno della ‘ndrangheta l’organizzazione criminale più radicata al Centro-Nord».

«Toronto sembra una succursale della Locride», scrivete. Nella metropoli canadese sono sette i locali di ‘ndrangheta con centinaia di affiliati. Perché dagli anni Settanta la ‘ndrangheta ha investito i soldi accumulati in Canada e l’ha scelto quale proprio salvadanaio?
«Agli inizi degli anni Duemila, il Canada è stato l’ultimo paese del G7 a porre un limite sull’introduzione di denaro contante. Per decenni, familiari di ‘ndranghetisti, ma non solo loro, hanno fisicamente trasportato, soprattutto in Ontario, decine di miliardi di vecchie lire, senza incorrere in alcuna sanzione».

Come è avvenuto in Italia negli anni del terrorismo di matrice politica, oggi la minaccia jihadista distoglie pericolosamente uomini e sottrae mezzi al contrasto della criminalità organizzata?
«Purtroppo molti paesi non riescono a gestire i due fronti contemporaneamente. Si investe poco in intelligence e, in molti casi,  le risorse inizialmente destinate alla lotta alle mafie vengono “stornate” per combattere il terrorismo. Oggi, la sicurezza nazionale è diventata la mamma di tutte le priorità. In Paesi dove le mafie si muovono sotto traccia, senza fare uso di violenza, l’attenzione soprattutto politica si è abbassata di molto».

Il riciclaggio, che innanzitutto richiede la separazione del denaro dalla fonte illecita, ha radici antiche. L’economia criminale si regge sul lavaggio di denaro sporco. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine, i flussi di denaro riciclato ogni anno oscillano tra il 2% e il 5% del Pil globale, quasi duemila miliardi di dollari; in Italia corrisponde al 10% del Pil. Qual è il raggio d’azione del riciclaggio?
«Quello della contiguità tra due mondi solo apparentemente diversi. Il mondo di sopra e quello di sotto, legati insieme da interessi economici con professionisti, bancari, consulenti finanziari che non disdegnano i soldi del narcotraffico. Anzi, potremmo dire, senza tema di smentita, che i soldi della droga fanno gola a tanti. Cambiano solo le tecniche di riciclaggio con l’utilizzo di strumenti sempre più sofisticati e che, in molti casi, prevedono triangolazioni finanziarie con paesi off shore e l’utilizzo delle nuove tecnologie».

Nel saggio sottolineate come questo sistema si fondi sulla disponibilità di professionisti, in grado di fare quel che gli ‘ndranghetisti ancora non sono capaci di realizzare. È quel che sta testimoniando nel processo Aemilia il collaboratore di giustizia Antonio Valerio: un vorticoso giro di false fatturazioni con alcuni elementi, compiacenti o comunque poco solleciti dinnanzi a operazioni sospette, interni a istituti di credito.
«È questo il nodo principale della lotta al riciclaggio. La difficoltà a risalire ai prestanome e ai colletti bianchi che lo favoriscono. I mafiosi non ne sono capaci. Possono al massimo limitarsi ai piccoli investimenti immobiliari, all’apertura di ristoranti e, in qualche caso, alla costruzione di centri commerciali, sempre tramite società di comodo e prestanome. Sarebbe opportuno colpire con maggiore severità le collusioni che costituiscono l’ossatura di quasi tutte le principali operazioni di riciclaggio».

Tra il 2001 e il 2004 il riciclaggio di denaro in Italia è aumentato del 70%. Qual è stato in questo senso l’impatto dell’euro e perché per i narcotrafficanti è più funzionale del dollaro?
«Con l’introduzione del Patriot Act nel 2001, gli Usa hanno cominciato a monitorare tutte le transazioni in valuta americana effettuate nel mondo. Per paura di vedersi i fondi congelati, gli investitori arabi e musulmani hanno portato via i loro soldi dagli Stati Uniti e li hanno investiti in Europa. Sono gli anni del passaggio all’euro. I narcotrafficanti hanno visto nella valuta europea un mezzo per facilitare le operazioni di riciclaggio e di pagamento delle partite di droga. La banconota da 500 euro ha finito per spazzare via quella da 100 dollari, grazie alla capacità di ridurre di oltre il 70% il volume di trasporto».

Con l’attuale stima del fatturato annuo, la ‘ndrangheta sarebbe la quarta azienda italiana. Come osservate, la mafia calabrese segue alla lettera le logiche del capitalismo liberista, le cui regole non sono incompatibili con i capitali illegali.
«L’economia legale non scaccia quella illegale. C’è una sorta di corrispondenza di amorosi sensi».

Che cosa si intende per domanda di mafia?
«La voglia smaniosa di scendere a patti con gli ‘ndranghetisti. Di legittimarli, di riconoscerli socialmente. Di ricorrere in modo sistematico ai voti e ai soldi della ‘ndrangheta».

Dal 1992 al 2016 sono stati sciolti 248 consigli comunali italiani per infiltrazioni mafiose, 91 dei quali riconducibili alla ‘ndrangheta. È stato compiuto un ulteriore salto di qualità nella corruzione, è possibile stabilire delle differenze nel rapporto instaurato dalla mafia siciliana con la politica rispetto a quello della ‘ndrangheta?
«Nel 2010 un esponente di spicco di una famiglia di ‘ndrangheta viene intercettato mentre trascorre la propria latitanza di Irlanda. Al suo interlocutore dice di essere felice di trovarsi all’estero in concomitanza con le elezioni amministrative nel suo paese d’origine. Dice chiaramente che se fosse stato in Calabria la sua abitazione sarebbe stata un andirivieni di persone che lo avrebbero cercato per chiedergli il sostegno elettorale. Ormai lo fanno in tanti. Durante le campagne elettorali, le case dei boss vengono letteralmente prese di mira da tantissimi candidati, senza discriminazioni ideologiche. A differenza di Cosa nostra, per la ‘ndrangheta queste scene si ripetono anche al centro-nord. Il dato che emerge è che non si può parlare solo di infiltrazione in un tessuto socio-economico, come se fosse un attacco dall’esterno nei confronti di una realtà che prova a resistere. La realtà è diversa e più cruda: le investigazioni dimostrano che l’imprenditoria e la classe politica non si limitano a subire la ‘ndrangheta, ma fanno affari e accordi con essa e spesso prendendo l’iniziativa».

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giovedì 10 novembre 2016

Come la 'ndrangheta è diventata classe dirigente. Intervista ad Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, nel breviario Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro), pubblicato qualche mese fa, ribadiva che fin dal tardo Ottocento la mafia non è una degenerazione patologica della società, ma è strettamente integrata e intellegibile solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che ha sviluppato con il potere politico ed economico.


Da questa constatazione ineludibile al fine di comprendere la longevità delle mafie, si muove il nuovo studio Padrini e padroni (Mondadori, 18 euro, 205 pagine), elaborato con l’amico di una vita, il magistrato Nicola Gratteri. Il saggio, già in vetta alle classifiche di vendita e lettura, tratteggia con la consueta capacità divulgativa degli autori, che non banalizza temi complessi, come la ‘ndrangheta abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. Dall’Ottocento non era ritenuto sconveniente, da chi era interessato a mantenere o conquistare il potere, accompagnarsi con la picciotteria, poi con gli ‘ndranghetisti per la gestione del consenso mediante meccanismi clientelari. Già nel 1869 il prefetto di Reggio Calabria Achille Serpieri fu costretto a sciogliere il consiglio comunale appena eletto, a causa dei brogli e del condizionamento mafioso, motivando così al ministro dell’Interno la decisione: «Le elezioni amministrative dovettero essere annullate per difetti che dimostrarono gare di partito, fino all’avere i componenti dei seggi alterato lo stato delle urne coll’introdurvi schede false».

Risulta di particolare interesse la presentazione con le evidenze investigative e giudiziarie emerse nel tempo della cosiddetta massomafia, un’élite criminale in grado di affiancarsi a pezzi di classe dirigente, di mimetizzarsi e mettersi nella cabina di regia per il conseguimento degli affari di una holding mondiale del crimine che conserva una costante forte dimensione territoriale. «La ‘ndrangheta è un convitato di pietra della nostra democrazia, presenza incombente ma invisibile. È servita a molti, nata come patologia del potere, è servita alle classe dirigenti che con la violenza hanno mantenuto il potere. È economia più che cultura», scrivono Nicaso e Gratteri.

La ‘ndrangheta «che semina più tossine nell’economia che cadaveri nelle strade» ha compreso la lezione, l’errore di una strage come quella di Duisburg, che ha acceso i riflettori sull’espansione delle mafie nella prateria europea.

Sulla commistione tra ‘ndrangheta e massoneria è significativo un passaggio, nel quale vengono riportate le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo, interrogato dal pm Lombardo durante le indagini sull’operazione Mammasantissima: «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza, mio vice nel GOI, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia che indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia». E oggi il «coso» sarebbe un nuovo livello della ‘ndrangheta, invisibile e sconosciuto ai più: una componente riservata, alla quale spettano compiti di direzione strategica.

Padrini e padroni ricostruisce dal cuore dell’Ottocento il sistema di compravendita del voto e il condizionamento mafioso del sistema democratico. Quale debolezza permane nella repressione dello scambio elettorale politico-mafioso, reato disciplinato dall’articolo 416 ter recentemente modificato?
«Nell’ipotesi di utilità in cambio di voti, con la recente modifica normativa, i politici rischiano meno dei mafiosi. Sarebbe stato certamente più opportuno punire con maggiore severità i politici, che – in virtù del mandato elettorale – dovrebbero rappresentare gli interessi del cittadino».

La ‘ndrangheta non ha mai fatto distinzioni ideologiche, tra l’altro oggi sempre più sfumate, per la costruzione di comitati d’affari imprenditoriali – politici criminali. Torniamo al punto fondamentale, la mafia è un fenomeno di classi dirigenti, una patologia del potere.
«La ‘ndrangheta non ha mai avuto discriminazioni ideologiche. L’unico interesse della ‘ndrangheta è e rimane il potere».

Nel libro ricordate ciò che ha significato nel 1908 il terremoto a Messina e Reggio Calabria, che provocò centomila morti. Col denaro pubblico, prima per il soccorso e poi per la ricostruzione, si creò una sorta di istituzionalizzazione del sottosviluppo meridionale. Questa calamità naturale segnò l’anno zero di una commistione tuttora irrisolta, che prospera nell’emergenza?
«C’erano state avvisaglie anche prima. Dopo l’unificazione territoriale dell’Italia, la classe dirigente del Sud ha utilizzato la violenza, garantita da organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta, per reprimere ogni minaccia endemica della reazione popolare. È però dopo l’arrivo della Legge Pro Calabria del 1905 e delle successive integrazioni a seguito di altre calamità naturali, che la borghesia agraria accentua la sua natura parassitaria. Da allora è cambiato poco con una commistione tra mafie, corruzione e malaffare che prospera anche nell’emergenza, come dimostrano i terremoti dell’Abruzzo e dell’Emilia».

L’irruzione nel ramo delle infrastrutture consentì il salto nella categoria imprenditoriale di numerosi ‘ndranghetisti e l’incesto con gli apparati burocratici amministrativi. Oggi, che il business della cocaina garantisce il 60% del fatturato annuale della ‘ndrangheta, che cosa rappresenta il controllo degli appalti?
«Ci sono ancora oggi boss e prestanome della ‘ndrangheta che gestiscono alcuni importanti settori dell’edilizia, forniscono manodopera a basso costo, trasporto d’inerti e sversamento di detriti senza alcun rispetto dei protocolli ambientali. Ma il grande riciclaggio di denaro viene spesso realizzato all’estero con investimenti immobiliari e turistici, grazie a operazioni che passano anche da paesi off shores».

Parliamo del malavitoso Michele Campolo, che sfruttò il post terremoto per intessere rapporti con la Reggio bene. Era un analfabeta, nulla tenente, senza mestiere, criminale che presiedeva la riunione annuale della élite ‘ndranghetista al Santuario di Polsi. Dalla fine della prima guerra mondiale divenne l’arbitro della vita sociale di Reggio Calabria. Come sostenete, senza il concorso esterno la ‘ndrangheta non esiste?
«Campolo era furbo, intelligente. E a lui ricorrevano politici importanti, professionisti molto conosciuti. A lui e ad altri boss le richieste di sostegno elettorale arrivavano addirittura su carta intestata. Un analfabeta che doveva restare ai margini, è stato legittimato e riconosciuto socialmente per il suo ruolo di mediatore e di capo-elettore. Non è stato l’unico, purtroppo, nella lunga storia della ‘ndrangheta. Il dramma è che a legittimare gente come Campolo sono stati uomini importanti a cui sono state intitolate strade e piazze».


È grande il rischio giudiziario che si corre con la mimetizzazione della ‘ndrangheta, e il venir meno dell’uso della forza di intimidazione del vincolo associativo, di una negazione dell’esistenza della mafia stessa?
«Il rischio c’è. Oggi, in certe realtà, soprattutto fuori dalla Calabria, la minaccia percepita è più efficace di quella praticata. Spesso non c’è più bisogno di usare la violenza. La corruzione è diventata un’arma più sicura. Anche sul piano normativo tante cose andrebbero riviste. Ma manca la volontà politica. O forse non c’è mai stata».

Dalla Famiglia Montalbano, narrata efficacemente da Saverio Montalto, in poi chi non aveva dimestichezza con la politica era messo ai margini dell’organizzazione. Il sistema relazionale assicura la riproduzione del medesimo, antico, elementare modello organizzativo ‘ndranghetista capace di coniugare la struttura unitaria e i “locali” periferici. La vastità ramificata del vincolo associativo come ha resistito alle guerre interne?
«Le faide sfuggivano al controllo della ‘ndrangheta. Il sangue chiamava sangue. Poi con il tempo, l’organismo di coordinamento della ‘ndrangheta, il cosiddetto crimine, è riuscito ad avere sempre più voce in capitolo soprattutto nelle guerre intestine, costringendo spesso famiglie di ‘ndrangheta a porre fine alle ostilità, come è successo dopo la strage di Duisburg, da molti considerata una sorta di boomerang, visto che ha acceso i riflettori del mondo sulla ‘ndrangheta».

Dall’inizio degli anni Settanta con la generazione della Santa, riservata all’élite criminale calabrese,  comincia a mutare il rapporto di forza con la politica, si garantisce la doppia affiliazione con l’ingresso degli ‘ndranghetisti nelle logge massoniche per una cogestione del potere con politici, imprenditori e professionisti. Quella urgenza della ‘ndrangheta di ribaltare la subalternità con la politica è definitivamente scemata?
«Con la Santa, la ‘ndrangheta ha sovvertito la subalternità che aveva nei confronti della politica. Con l’arrivo in Calabria dei fondi della Cassa del Mezzogiorno, la ‘ndrangheta ha cominciato a sedersi al tavolo di chi prendeva le decisioni su appalti e subappalti. Negli ultimi tempi, tanti politici sono stati visti bussare con maggiore frequenza alle porte degli ‘ndranghetisti».

Per spiegare l’evoluzione di questo rapporto e la crescente confluenza del vertice ‘ndranghetista nella massoneria più o meno deviata, partiamo dall’omicidio eccellente del magistrato Francesco Ferlaino. Perché fu ucciso il 3 luglio 1975?
«Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Ferlaino, magistrato massone, ostacolava il nuovo progetto massonico-affaristico, che cominciava ad attecchire specialmente al Sud sotto la regia di Licio Gelli e che prevedeva l’accaparramento di ogni affare vantaggioso lecito o illecito che fosse. In sostanza, Ferlaino si opponeva alla degenerazione della struttura massonica, da organismo lecito e illecito».

Oggi stiamo arrivando alla conferma dell’esistenza di quella componente cosiddetta insospettabile della ‘ndrangheta?
«Forse c’è sempre stata. E non l’abbiamo vista. Alcuni dei cosiddetti invisibili emersi durante l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria erano già stati condannati in passato. Una cosa però è certa: la ‘ndrangheta sta diventando sempre più selettiva e alcuni dei suoi esponenti oggi fanno parte di sistemi criminali in cui il confine tra lecito e illecito è estremamente vago».

Che cosa comporta un nuovo livello della ‘ndrangheta, è la quarta gamba del tavolo che si è sempre retto su tre?
«Mi piace la sua metafora. Purtroppo, al momento, non ci sono riscontri giudiziari o sentenze definitive. Ma la quarta gamba che forse c’è sempre stata, si comincia a intravedere con contorni meno sfumati».

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lunedì 18 aprile 2016

«Le mafie non hanno diritto ad avere voce». Intervista a Nicola Gratteri


di Gabriele Santoro

Il magistrato Nicola Gratteri dice di commettere sempre lo stesso sbaglio a tavola: promettere di rinunciare ai peccati di gola prima di partire per l’Emilia Romagna. A Correggio dagli uomini della scorta torna indietro una portata di patate al forno, e lui non si fa pregare. Gerace dista cento chilometri da Catanzaro, e Gratteri non si trasferirà all’eventuale ratifica da parte del Plenum del Csm della nomina a Procuratore capo della nevralgica direzione distrettuale di Catanzaro, che cambia la geografia giudiziaria calabrese. Ama il profumo della sua campagna, il legame con la terra da coltivare e i frutti che essa genera da condividere con gli uomini, le famiglie della scorta che nelle ultime settimane si è alzata di livello.


Gratteri, come detto in corsa per la nomina a capo della Procura della Repubblica di Catanzaro, ha trascorso la vigilia di un passaggio professionale cruciale insieme ad Antonio Nicaso, l’amico di una vita. A Reggio Emilia, e dintorni, hanno animato la sesta edizione della rassegna Noi contro le mafie, patrocinata dalla Regione e dalla Provincia emiliana. Qui la domanda vetusta sulla presenza o meno della ‘ndrangheta, delle mafie, non è più all’ordine del giorno. Si è tenuta la prima udienza del maxi processo Aemilia, che vede coinvolti 147 imputati con la contestazione anche del reato di associazione di stampo mafioso, dentro all’aula speciale costruita nel cortile del tribunale di Reggio Emilia, considerata quale epicentro regionale del radicamento ‘ndranghetista.

Le aperture dei giornali locali, le locandine sono dedicate al possibile scioglimento per mafia del Comune di Brescello. Già martedì il Consiglio dei ministri potrebbe dare seguito alla relazione prefettizia concernente le infiltrazioni mafiose all’interno dell’apparato amministrativo.
Gratteri ha incontrato soprattutto i giovani, trasmettendo la consueta determinazione. I due sono stati i primi a denunciare l’assenza di anticorpi economici all’influenza del potere ‘ndranghetista anche nella terra dei Fratelli Cervi, permeabile al contagio mafioso. Minimizzare i costi, massimizzare i profitti con i servizi e la manodopera a basso costo offerti dalla ‘ndrangheta, un invito che alcuni imprenditori non hanno saputo respingere.

Gratteri e Nicaso lavorano a un nuovo libro dopo Oro bianco, che tratterà la connessione fra la corruzione e la ‘ndrangheta. O più precisamente come quest’ultima abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. «La corruzione è sempre stata una strategia ed è stata anche la corruzione che ha portato la ‘ndrangheta ad affermarsi nel nord Italia. La ‘ndrangheta, grazie ai soldi del traffico di cocaina, è riuscita a corrompere pubblici funzionari, a fare eleggere propri rappresentanti e in sostanza a riprodurre gli stessi modelli che avevano garantito il potere ‘ndranghetista in Calabria», dice Nicaso. Nel breviario dal titolo essenziale Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro) lo studioso canadese di origine calabrese osserva e spiega in maniera precisa come la corruzione sia diventata uno strumento di espansione delle mafie, integrate e intellegibili solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che hanno sviluppato con il potere politico ed economico. La corruzione apre i varchi. Non c’è mafia senza corruzione e senza l’appoggio della politica.

Gratteri, molti, di fronte al dilagare della corruzione, rievocano la stagione mai sopita di Tangentopoli. All’epoca l’incesto appariva grosso modo riservato alla politica e all’imprenditoria. In che modo le mafie hanno scalato il mercato della corruzione?
«Nel corso dei decenni le mafie sono diventate sempre più ricche e quindi sempre più arroganti, soprattutto con i soldi provenienti dal traffico di cocaina. Questa grande disponibilità economica le ha portate a entrare, a occupare la cosa pubblica. Trent’anni fa i mafiosi andavano dai politici a chiedere favori. Oggi i politici vanno a chiedere i pacchetti di voti alle mafie. Questo vuol dire che le mafie nel panorama nazionale sono più credibili, più forti rispetto ai politici. Questa doppia combinazione le rende molto più forti rispetto ad alcuni decenni fa».

Quando la mafia è silenziosa vuol dire che si alza il livello della permeabilità?
«Le mafie, in particolar modo la ‘ndrangheta, hanno grande disponibilità di denaro soprattutto come abbiamo detto proveniente dal traffico di droga. Con questi soldi anziché sparare possono benissimo corrompere. Nell’ultimo ventennio c’è stato un abbattimento della morale, dell’etica. Oltre all’avvento del consumismo, oltre al dato che tutti tendiamo a vivere al di sopra delle nostre possibilità. Combinazione di fattori portano a rendere la corruttela molto più facile. La ‘ndrangheta preferisce corrompere l’impiegato pubblico anziché minacciarlo, bruciargli la macchina o sparargli. Corrompendolo fa meno rumore e ottiene lo stesso beneficio. Si tende a porsi il problema della mafia solo quando spara. Purtroppo bisognerebbe rendersi conto che le mafie esistono e prosperano anche quando non si fanno notare, ma continuano a fare affari».

È quel che avviene anche nel resto d’Europa?
«L’élite della polizia giudiziaria italiana è la migliore al mondo. Lo dico perché ho potuto fare indagini con tutti i paesi delle Americhe e in Europa. Non siamo compratori di notizie, c’è ancora la cultura dell’investigazione. In Europa non c’è la cultura del controllo del territorio, non c’è una legislazione antimafia. Pur con le critiche che muoviamo il punto di partenza dovrebbe essere la legislazione antimafia italiana, la nostra cultura dell’investigazione che preserviamo. Purtroppo l’idea di cosa non c’è ce l’hanno ben presente le mafie, perché i paesi europei sono pieni di ‘ndranghetisti, camorristi e uomini di Cosa nostra.

Compiono soprattutto due tipologie di reati che non destano allarme sociale, che non richiedono il morto a terra o lo sparo sulla saracinesca, e dunque non incalzano la politica: vendono la cocaina e con quei soldi comprano immobili, attività commerciali. Per tutto ciò che è in vendita loro sono presenti. Andare e costituire locali di ‘ndrangheta cloni di quelli della provincia di Reggio Calabria. Nelle ultime indagini che ho coordinato in un’ambientale due capi locali in Svizzera: siamo qui da 40 anni. In Svizzera, sottolineo. La strage di Duisburg è stata un errore. Consumata il 15 agosto del 2007, il 2 settembre in occasione della festa della Madonna di Polsi nella montagna di San Luca, l’élite della ‘ndrangheta ha chiamato le quattro famiglie, divise su due fronti e coinvolte nella faida, imponendo la pace».

Negli ultimi vent’anni, osservando la media nazionale, nel distretto della Corte d’Appello di Reggio Calabria ci sono state due sole condanne per corruzione. Non esiste una ricetta contro la corruzione?
«No, esiste una ricetta per far funzionare il processo penale, per contrastare le mafie. Intanto dovremmo creare un sistema processuale che consenta di celebrare i processi, per evitare che tutti i reati contro la pubblica amministrazione si prescrivano nella fase delle indagini preliminari o in primo grado, in appello, molti raramente arrivano in Cassazione. Risolvere il problema della celebrazione del processo penale, informatizzandolo al massimo. Pensare a tutte quelle modifiche delle quali spesso abbiamo parlato per velocizzarlo. Archiviare il problema della prescrizione. In questo modo avremmo molte più condanne e saremmo molto più credibili, diverrebbe molto meno conveniente delinquere».

Nei giorni di Mafia capitale abbiamo ascoltato la politica argomentare la sostanziale ingovernabilità della macchina burocratica amministrativa. È così?
«C’entra più la burocrazia che la politica. Il politico cambia, il burocrate è lì da vent’anni come un convitato di pietra. Ha costruito nel suo ufficio una macchina da guerra, mangiasoldi. Viene prima la corruttela, lo sfascio, il degrado della pubblica amministrazione, rispetto a quello della politica».

Piercamillo Davigo, che lei stima, in una lectio dal titolo Corruzione, anticamera della mafia al Nord ha messo in discussione l’utilità delle autorità amministrative, dell’autorità nazionale anti corruzione. Lei è d’accordo?
«L’Autorità anti corruzione è anche importante. È presieduta da Raffaele Cantone, che è un magistrato molto serio, preparato e che si impegna. Sta dando il suo contributo ad accendere i riflettori sulla piaga della corruzione. Ovviamente non basta. La necessità corrisponde all’avere la contemporaneità di modifiche a tutto il sistema penale, processuale e detentivo».

Oggi come si tengono insieme la ricchezza della mafia e la povertà dei territori che presidia?
«La maggiore presenza delle mafie sul territorio produce una maggiore povertà. Solo l’élite, pochi mafiosi si arricchiscono veramente, la ricchezza non è uniformemente distribuita fra i membri. Benessere di pochi non si traduce in economia prodotta. Dove ci sono le mafie non c’è sviluppo. C’è parassitismo, al massimo riciclaggio che non è la stessa cosa che produrre, fare impresa. E le mafie quando si muovono sul territorio cercano di investire da Roma in su, in Europa per mimetizzarsi meglio. È ovvio che le mafie qui tendono a comprare tutto ciò che è in vendita e quindi drogano il mercato. Saltano le regole della libera concorrenza e quindi della democrazia. Penso che se questa gente oltre a comprarsi l’albergo, il ristorante, la pizzeria o le azioni societarie si mette a comprare pezzi di un giornale o di televisione è preoccupante. Comincia a controllare l’informazione e dunque a indirizzare il modo di pensare della gente attraverso i mass media».

Isaia Sales, fra le molte cose interessanti che scrive in Storia dell’Italia mafiosa, dice che il radicamento delle mafie al nord deve essere una presa d’atto del loro essere il prodotto di una comune e complessa storia nazionale: «Le mafie non sono isolabili in una dimensione periferica della costruzione della nazione».
«Concordo con quanto sostiene Sales, che è uno studioso molto serio e produce analisi altrettanto serie. Da decenni il problema mafia non riguarda più l’Italia meridionale, ma l’Europa, gli Stati Uniti, l’Australia e il Sudamerica. Quando le mafie, calabresi in particolare, si sono presentate, a esempio qui in Emilia Romagna, la classe imprenditoriale, la collettività non era attrezzata. Non c’erano gli anticorpi economici. Lo ‘ndranghetista offre servizi ed è quello che arriva vestito esattamente come noi, con una macchina di lusso piena di soldi e che compra tutto ciò che è in vendita. Se uno ‘ndranghetista è venuto qui con tanti soldi da investire qualcuno gli ha aperto la porta, qualcuno lo ha accolto. Non può dire non sapevo. Quando in un momento di crisi, in cui nessuno ha soldi, ti arriva un tizio, che non è il figlio di un industriale, con così tanta liquidità».

L’economia del vizio è Pil, parte integrante dell’economia nazionale. I nostri quartieri si riempiono, si macchiano di macchinette succhia soldi ed esistenze. Anche questo è un monopolio della criminalità organizzata?
«Sono preoccupato dal gioco d’azzardo, considerando che la collettività è debole. Percepisco la fragilità sociale. Vedo in giro poco carattere, poca personalità. Facilmente si cade e quindi avere la disponibilità di queste macchinette a ogni angolo di strada, di bar porta alla perdizione. Rovina queste persone, le rispettive famiglie, e crea una dipendenza come quella della droga. Questo business sta diventando ad appannaggio della ‘ndrangheta, di Cosa nostra e della camorra. Andiamo a ingrassare ulteriormente le mafie».

L’espressione zona grigia sembra fuori tempo massimo. Che cosa è oggi la borghesia mafiosa?
«Parlerei di laureati, di professionisti che fanno parte della ‘ndrangheta. Ci sono molti figli di capimafia. Si sono laureati negli anni Settanta e Ottanta. Spesso sono incensurati: medici, ingegneri, avvocati e al contempo sono ‘ndranghetisti. Gestiscono la cosa pubblica in modo mafioso. Questa categoria di persone non sta più nella definizione di zona grigia, ma sono pienamente organici all’organizzazione ‘ndranghetista».

Le polemiche sull’utilizzo delle intercettazioni si ripresentano ciclicamente. Sulla strada non ci sono più i Cassarà, i Giuliano e i Montana. Esiste uno strumento d’indagine alternativo?
«L’intercettazione è uno strumento fondamentale e indispensabile senza il quale non è possibile fare nulla. Non abbiamo più gli uomini per fare i pedinamenti o per altri tipi di indagini, ma anche avendoli ci sarebbe il grosso rischio magari di essere scoperti durante un pedinamento, quando  basta essere bravi a intercettare un telefono cellulare o inserire una microspia in un luogo dove ci si incontra».

Un mezzo rapido, economico e ad alto valore di prova. Quali i suoi limiti che lo mettono in discussione?
«Sì, intanto è il mezzo più economico. Consente di seguire tutti i movimenti di un indagato a un prezzo conveniente. È prezioso e richiede prudenza agli investigatori nelle fasi delle indagini per non esporre alla gogna mediatica l’intercettato soprattutto quando risultasse estraneo alle stesse. Il problema sostanziale è l’uso strumentale delle parti di intercettazioni che nulla hanno a che vedere con il corpo del capo di imputazione».

Che cosa pensa dell’attuale rappresentazione cinematografica, televisiva e mediatica in generale delle mafie e della droga?
«Il più grande favore che la cinematografia mondiale abbia potuto fare alle mafie resta Il padrino. La storia de Il padrino non esiste, è stata inventata di sana pianta. Non è che esista una famiglia che possa venire rappresentata ne Il padrino. Il linguaggio delle fiction televisive sul genere, riguardanti per esempio Riina o Provenzano, è una rovina soprattutto per i più giovani perché non gli si fa vedere quanto siano vigliacchi, che sparano solo alle spalle, che sanno solo creare falsità, disvalori, tradimenti fra di loro. Le regole che ci sono nelle mafie servono affinché gli altri le osservino, non il capo mafia. Come scriviamo in Oro bianco, al rafforzamento delle mafie con il traffico di droga non corrisponde una risposta della società, dell’intellighenzia culturale. Il narcotraffico si moltiplica, mentre la condanna della cultura si affievolisce. Il dramma della droga non si racconta quasi più o lo si anestetizza. La droga patinata de La grande bellezza, dove sono finite pellicole me Christiane F., Noi i ragazzi dello zoo di Berlino o Trainspotting? Nel mondo globalizzato del perbenismo neoborghese cocaina ed eroina sono i vizi dei ricchi o la condanna dei poveri. Di droga si muore ancora. E tanto».

L’ha fatta arrabbiare l’ospitata di Salvo Riina a Porta a Porta?
«Mi ha contrariato questa intervista al figlio di Riina, perché ovunque non penso sia il caso di dare voce alla filosofia criminale delle mafie. Non ritengo che le mafie abbiano diritto ad avere voce, a difendersi attraverso una televisione, dando la parola a un mafioso. È ovvio che ha trasmesso un messaggio giustificazionista per quello che hanno commesso i suoi accoliti, suo padre prima di tutto. Sono morte centinaia, migliaia di persone innocenti. Ci sono figli che non vedono più il padre, perché ucciso da Riina e si consente ancora, dai quel proscenio a uno come il figlio di Riina: a quale scopo, quale contributo culturale alla crescita dell’Italia vuoi dare? Non è possibile che passino di questi messaggi».

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