Visualizzazione post con etichetta Mondadori. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Mondadori. Mostra tutti i post

giovedì 10 novembre 2016

Come la 'ndrangheta è diventata classe dirigente. Intervista ad Antonio Nicaso


di Gabriele Santoro

Antonio Nicaso, giornalista, saggista e docente universitario canadese di origine calabrese, nel breviario Mafia (Bollati Boringhieri, 137 pagine, 10 euro), pubblicato qualche mese fa, ribadiva che fin dal tardo Ottocento la mafia non è una degenerazione patologica della società, ma è strettamente integrata e intellegibile solo nel quadro delle relazioni, delle cointeressenze interclassiste che ha sviluppato con il potere politico ed economico.


Da questa constatazione ineludibile al fine di comprendere la longevità delle mafie, si muove il nuovo studio Padrini e padroni (Mondadori, 18 euro, 205 pagine), elaborato con l’amico di una vita, il magistrato Nicola Gratteri. Il saggio, già in vetta alle classifiche di vendita e lettura, tratteggia con la consueta capacità divulgativa degli autori, che non banalizza temi complessi, come la ‘ndrangheta abbia utilizzato la corruzione per diventare classe dirigente. Dall’Ottocento non era ritenuto sconveniente, da chi era interessato a mantenere o conquistare il potere, accompagnarsi con la picciotteria, poi con gli ‘ndranghetisti per la gestione del consenso mediante meccanismi clientelari. Già nel 1869 il prefetto di Reggio Calabria Achille Serpieri fu costretto a sciogliere il consiglio comunale appena eletto, a causa dei brogli e del condizionamento mafioso, motivando così al ministro dell’Interno la decisione: «Le elezioni amministrative dovettero essere annullate per difetti che dimostrarono gare di partito, fino all’avere i componenti dei seggi alterato lo stato delle urne coll’introdurvi schede false».

Risulta di particolare interesse la presentazione con le evidenze investigative e giudiziarie emerse nel tempo della cosiddetta massomafia, un’élite criminale in grado di affiancarsi a pezzi di classe dirigente, di mimetizzarsi e mettersi nella cabina di regia per il conseguimento degli affari di una holding mondiale del crimine che conserva una costante forte dimensione territoriale. «La ‘ndrangheta è un convitato di pietra della nostra democrazia, presenza incombente ma invisibile. È servita a molti, nata come patologia del potere, è servita alle classe dirigenti che con la violenza hanno mantenuto il potere. È economia più che cultura», scrivono Nicaso e Gratteri.

La ‘ndrangheta «che semina più tossine nell’economia che cadaveri nelle strade» ha compreso la lezione, l’errore di una strage come quella di Duisburg, che ha acceso i riflettori sull’espansione delle mafie nella prateria europea.

Sulla commistione tra ‘ndrangheta e massoneria è significativo un passaggio, nel quale vengono riportate le dichiarazioni dell’ex Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia Giuliano Di Bernardo, interrogato dal pm Lombardo durante le indagini sull’operazione Mammasantissima: «Ettore Loizzo, ingegnere di Cosenza, mio vice nel GOI, nel corso di una riunione della Giunta del Grande Oriente d’Italia che indissi con urgenza nel 1993 dopo l’inizio dell’indagine del dottor Cordova sulla massoneria, a mia precisa richiesta, disse che poteva affermare con certezza che in Calabria, su 32 logge, 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta. Io feci un salto sulla sedia». E oggi il «coso» sarebbe un nuovo livello della ‘ndrangheta, invisibile e sconosciuto ai più: una componente riservata, alla quale spettano compiti di direzione strategica.

Padrini e padroni ricostruisce dal cuore dell’Ottocento il sistema di compravendita del voto e il condizionamento mafioso del sistema democratico. Quale debolezza permane nella repressione dello scambio elettorale politico-mafioso, reato disciplinato dall’articolo 416 ter recentemente modificato?
«Nell’ipotesi di utilità in cambio di voti, con la recente modifica normativa, i politici rischiano meno dei mafiosi. Sarebbe stato certamente più opportuno punire con maggiore severità i politici, che – in virtù del mandato elettorale – dovrebbero rappresentare gli interessi del cittadino».

La ‘ndrangheta non ha mai fatto distinzioni ideologiche, tra l’altro oggi sempre più sfumate, per la costruzione di comitati d’affari imprenditoriali – politici criminali. Torniamo al punto fondamentale, la mafia è un fenomeno di classi dirigenti, una patologia del potere.
«La ‘ndrangheta non ha mai avuto discriminazioni ideologiche. L’unico interesse della ‘ndrangheta è e rimane il potere».

Nel libro ricordate ciò che ha significato nel 1908 il terremoto a Messina e Reggio Calabria, che provocò centomila morti. Col denaro pubblico, prima per il soccorso e poi per la ricostruzione, si creò una sorta di istituzionalizzazione del sottosviluppo meridionale. Questa calamità naturale segnò l’anno zero di una commistione tuttora irrisolta, che prospera nell’emergenza?
«C’erano state avvisaglie anche prima. Dopo l’unificazione territoriale dell’Italia, la classe dirigente del Sud ha utilizzato la violenza, garantita da organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta, per reprimere ogni minaccia endemica della reazione popolare. È però dopo l’arrivo della Legge Pro Calabria del 1905 e delle successive integrazioni a seguito di altre calamità naturali, che la borghesia agraria accentua la sua natura parassitaria. Da allora è cambiato poco con una commistione tra mafie, corruzione e malaffare che prospera anche nell’emergenza, come dimostrano i terremoti dell’Abruzzo e dell’Emilia».

L’irruzione nel ramo delle infrastrutture consentì il salto nella categoria imprenditoriale di numerosi ‘ndranghetisti e l’incesto con gli apparati burocratici amministrativi. Oggi, che il business della cocaina garantisce il 60% del fatturato annuale della ‘ndrangheta, che cosa rappresenta il controllo degli appalti?
«Ci sono ancora oggi boss e prestanome della ‘ndrangheta che gestiscono alcuni importanti settori dell’edilizia, forniscono manodopera a basso costo, trasporto d’inerti e sversamento di detriti senza alcun rispetto dei protocolli ambientali. Ma il grande riciclaggio di denaro viene spesso realizzato all’estero con investimenti immobiliari e turistici, grazie a operazioni che passano anche da paesi off shores».

Parliamo del malavitoso Michele Campolo, che sfruttò il post terremoto per intessere rapporti con la Reggio bene. Era un analfabeta, nulla tenente, senza mestiere, criminale che presiedeva la riunione annuale della élite ‘ndranghetista al Santuario di Polsi. Dalla fine della prima guerra mondiale divenne l’arbitro della vita sociale di Reggio Calabria. Come sostenete, senza il concorso esterno la ‘ndrangheta non esiste?
«Campolo era furbo, intelligente. E a lui ricorrevano politici importanti, professionisti molto conosciuti. A lui e ad altri boss le richieste di sostegno elettorale arrivavano addirittura su carta intestata. Un analfabeta che doveva restare ai margini, è stato legittimato e riconosciuto socialmente per il suo ruolo di mediatore e di capo-elettore. Non è stato l’unico, purtroppo, nella lunga storia della ‘ndrangheta. Il dramma è che a legittimare gente come Campolo sono stati uomini importanti a cui sono state intitolate strade e piazze».


È grande il rischio giudiziario che si corre con la mimetizzazione della ‘ndrangheta, e il venir meno dell’uso della forza di intimidazione del vincolo associativo, di una negazione dell’esistenza della mafia stessa?
«Il rischio c’è. Oggi, in certe realtà, soprattutto fuori dalla Calabria, la minaccia percepita è più efficace di quella praticata. Spesso non c’è più bisogno di usare la violenza. La corruzione è diventata un’arma più sicura. Anche sul piano normativo tante cose andrebbero riviste. Ma manca la volontà politica. O forse non c’è mai stata».

Dalla Famiglia Montalbano, narrata efficacemente da Saverio Montalto, in poi chi non aveva dimestichezza con la politica era messo ai margini dell’organizzazione. Il sistema relazionale assicura la riproduzione del medesimo, antico, elementare modello organizzativo ‘ndranghetista capace di coniugare la struttura unitaria e i “locali” periferici. La vastità ramificata del vincolo associativo come ha resistito alle guerre interne?
«Le faide sfuggivano al controllo della ‘ndrangheta. Il sangue chiamava sangue. Poi con il tempo, l’organismo di coordinamento della ‘ndrangheta, il cosiddetto crimine, è riuscito ad avere sempre più voce in capitolo soprattutto nelle guerre intestine, costringendo spesso famiglie di ‘ndrangheta a porre fine alle ostilità, come è successo dopo la strage di Duisburg, da molti considerata una sorta di boomerang, visto che ha acceso i riflettori del mondo sulla ‘ndrangheta».

Dall’inizio degli anni Settanta con la generazione della Santa, riservata all’élite criminale calabrese,  comincia a mutare il rapporto di forza con la politica, si garantisce la doppia affiliazione con l’ingresso degli ‘ndranghetisti nelle logge massoniche per una cogestione del potere con politici, imprenditori e professionisti. Quella urgenza della ‘ndrangheta di ribaltare la subalternità con la politica è definitivamente scemata?
«Con la Santa, la ‘ndrangheta ha sovvertito la subalternità che aveva nei confronti della politica. Con l’arrivo in Calabria dei fondi della Cassa del Mezzogiorno, la ‘ndrangheta ha cominciato a sedersi al tavolo di chi prendeva le decisioni su appalti e subappalti. Negli ultimi tempi, tanti politici sono stati visti bussare con maggiore frequenza alle porte degli ‘ndranghetisti».

Per spiegare l’evoluzione di questo rapporto e la crescente confluenza del vertice ‘ndranghetista nella massoneria più o meno deviata, partiamo dall’omicidio eccellente del magistrato Francesco Ferlaino. Perché fu ucciso il 3 luglio 1975?
«Secondo alcuni collaboratori di giustizia, Ferlaino, magistrato massone, ostacolava il nuovo progetto massonico-affaristico, che cominciava ad attecchire specialmente al Sud sotto la regia di Licio Gelli e che prevedeva l’accaparramento di ogni affare vantaggioso lecito o illecito che fosse. In sostanza, Ferlaino si opponeva alla degenerazione della struttura massonica, da organismo lecito e illecito».

Oggi stiamo arrivando alla conferma dell’esistenza di quella componente cosiddetta insospettabile della ‘ndrangheta?
«Forse c’è sempre stata. E non l’abbiamo vista. Alcuni dei cosiddetti invisibili emersi durante l’ultima indagine della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria erano già stati condannati in passato. Una cosa però è certa: la ‘ndrangheta sta diventando sempre più selettiva e alcuni dei suoi esponenti oggi fanno parte di sistemi criminali in cui il confine tra lecito e illecito è estremamente vago».

Che cosa comporta un nuovo livello della ‘ndrangheta, è la quarta gamba del tavolo che si è sempre retto su tre?
«Mi piace la sua metafora. Purtroppo, al momento, non ci sono riscontri giudiziari o sentenze definitive. Ma la quarta gamba che forse c’è sempre stata, si comincia a intravedere con contorni meno sfumati».

Continua a leggere qui...

domenica 25 gennaio 2015

«Guardatevi dalle certezze». Intervista a Simon Critchley

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 23,
25 gennaio 2015

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

L’INTERVISTA
Il padre di Simon Critchley, un lattoniere, sognava per il figlio un posto di lavoro sicuro in fabbrica, in quella terra desolata che era il sobborgo proletario di Letchworth Garden City, trenta miglia a nord di Londra. Ha scoperto un filosofo, oggi docente presso la New School for Social Research di New York, che si è avvicinato alla materia a causa di un brutto incidente nell'azienda farmaceutica dove era impiegato. Tornato sui banchi di scuola ventenne, ha poi intrapreso una rapida e brillante carriera accademica dall'Università di Essex.

Mondadori pubblica ora Come smettere di vivere e iniziare a preoccuparsi (132 pagine, 12 euro). Un saggio intervista con il collega Carl Cederström, nel quale Critchley intreccia il vissuto personale con la propria riflessione filosofica. «Sì, non è possibile separare lo spirito della filosofia dal corpo del filosofo. La filosofia era un modo di vivere e i filosofi oggetti stessi di studio. Nel mio caso la vita si confonde completamente con l'opera. Per molti professori rappresenta invece una forma di protezione spesso fittizia. Io prediligo l'esposizione e il rischio che questo linguaggio mette a disposizione», dice. Ha tenuto una lectio magistralis, «Il pericolo delle certezze», nell'ambito del Festival delle scienze presso l'Auditorium Parco della musica. 

In un'epoca in cui anche la distinzione tra paura e angoscia sembra svanire e si coagula su scala globale in una grande inquietudine forse sarebbe utile recuperare una lezione dei filosofi antichi riassumibile nel smetti di preoccuparti e inizia a vivere. Lei invece, ribaltando il titolo di un manuale di auto-aiuto, indica la strada opposta?

«Nel 1948, quel primo libro del genere ebbe un successo incredibile: l'autore dava consigli per una vita felice. Oggi definirei quella del benessere una maschera ideologica. È vero siamo impauriti da moltissime minacce, ma evitiamo accuratamente di capire fino in fondo le cose. Sfuggiamo dall'analisi delle ragioni della paura».

L'attentato terroristico a Charlie Hebdo ha acceso un dibattito sull'eventuale limite della satira. Lei ha dedicato un ampio lavoro allo humour, asserendo che la cosa più difficile da comprendere in una società è la sua struttura umoristica. In quale delle categorie in cui articola lo humour rientra il giornale satirico parigino?
«È una domanda molto difficile. Parlerò della pericolosità delle certezze e della presunta superiorità di alcune verità, da quella religiosa a quella politica o razziale. Ciò può permettere di giustificare qualsiasi tipo di azione e d'intolleranza verso gli altri. La certezza di possedere la verità assoluta è spesso basata sull'ignoranza, che è un viatico alla manipolazione. Gli assassini di Charlie Hebdo probabilmente avevano una propria certezza, che li ha spinti a un'azione violenta intollerabile. Mi dispiace che la stampa anglosassone in larga parte non abbia ripreso quelle vignette. La satira non ha limiti e nel loro humour non ho mai intravisto cattiveria. Quando inizi a proibire qualcosa, poi non sai dove fermarti. E rilevo però una certa ipocrisia occidentale sulla promozione a cadenza alternata della libertà d'espressione».

Il mondo si caratterizza sempre più dalla disuguaglianza. Ritorna l'attualità di Rousseau, a cui lei sovente si rifà.

«Credo che il Discorso sull'ineguaglianza di Rousseau sia il più rilevante dell'era moderna. Racconta la storia dell'essere umano nei termini della crescita della disuguaglianza, che culmina in uno stato di guerra. Oggi la disparità fra ricchi e poveri sta aumentando. Il problema è capire quanta ne possiamo sopportare. Non vogliamo e sappiamo più rispondere a questa domanda: quanta disuguaglianza è legittima?»

Se come sostiene la filosofia è una pratica finalizzata alla messa in discussione dell'attuale status-quo socio-politico, il filosofo mantiene il dovere di produrre crisi, intesa come una trasformazione decisiva della vita sociale?

«Per come intendo la filosofia, è un'attività che tenta di destabilizzare certezze acquisite. Socrate induceva alla crisi il proprio interlocutore, lo induceva a porsi delle domande. Ciò che pensavano fosse vero in realtà non lo era. La crisi propriamente intesa è un'esperienza di responsabilità, richiede di assumere una scelta. Il filosofo dovrebbe stimolare questa attitudine. L'effetto che la filosofia può produrre è emancipatorio a livello individuale ma anche collettivo. Nel mito della caverna di Platone l'uomo liberato dalla conoscenza torna nella grotta per liberare anche gli altri».

© RIPRODUZIONE RISERVATA  

lunedì 5 gennaio 2015

Fantasy, la risposta italiana

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 18,
5 gennaio 2015

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«La fantasia è un ponte che riesce a collegare l'irrealtà con la realtà. Ti consente di esteriorizzare sentimenti e idee. È una visione del mondo, che sfugge all'osservatore che vi è troppo immerso per riuscire a percepirne le sfumature. Ricordo di aver iniziato a intuire le infinite possibilità della scrittura fantastica dalle prime pagine de Le notti bianche di Dostoevskij», dice il giovanissimo Filippo Torrini.

All'età di otto anni si è cimentato con racconti brevi. A dodici ha mandato un manoscritto all'editore Polistampa, che decise di investire sul primo episodio del fantasy La Porta dei misteri - La Leggenda. Con oltre cinquemila copie vendute è divenuto un piccolo caso editoriale. Da qualche giorno, il quindicenne fiorentino è di nuovo in libreria con un volume (La Porta dei Misteri - I colori della Magia e Ai confini del bene, Polistampa, 360 pagine, 18 euro) che completa la trilogia.

Torrini evade mediante la scrittura dalle sicurezze della bellissima casa in cui abita, immersa nel verde, che mira dall'alto la cattedrale Santa Maria del Fiore. Nell'avventura di un gruppo di amici, che devono salvare la Terra da un disastro incombente, riconsidera la plastica contrapposizione bene/male. «La storia è un'occasione per costruire e raccontare il mio punto di vista adolescenziale sulla vita - spiega -. Frey con i propri compagni propone un'idea di futuro del mondo, le cui sorti dipendono dalla capacità della mia generazione di prendersene cura».

Si misura con l'ombra della solitudine,
immedesimandosi nel personaggio principale, Frey (diminutivo di Ferrante, secondo nome dell'autore). «La solitudine è il suo grande nemico - sottolinea -. Uno stato d'animo che avverto molto diffuso tra i miei coetanei. Alimentiamo l'illusione di essere uniti tramite i mezzi di comunicazione e socializzazione, per renderci poi conto che non è così vero. La condizione della solitudine è connaturata all'essere umano, ma non l'individualismo imperante». Riscopre il valore dell'amicizia e della solidarietà, che da piccoli gesti origina orizzonti di senso con una potenza fuori dalle norme.

Tenendo presente l'età, la scrittura è audace, onesta e mostra un bagaglio di creatività ricco. Nel testo rintracciamo molteplici riferimenti (da Platone ai 25 lettori di Manzoni con atmosfere del Piccolo Principe), che testimoniano letture importanti già sedimentate. È interessante il legame di un nativo digitale, consumatore accanito di videogames, con l'oggetto libro cartaceo e la scuola novecentesca, lavagna e gessetto. «Il libro mantiene un fascino incredibile - aggiunge -. L'aspetto ha qualcosa di magico: soltanto a vederlo sembra già un'avventura. Colpisce una persona nel profondo come poche altre cose. Siamo sempre più proiettati verso l'immagine. La rappresentazione del reale si ferma però alla superficie. Il libro riesce ad arrivare dove le immagini non possono. La scuola? Ci lascia troppo poco tempo, però schiude universi inesplorati e segna l'evoluzione del linguaggio».

La novità e promessa Torrini s'inserisce in un quadro di interesse crescente verso il fantasy. Benché nella storia della letteratura italiana si rinvengano tracce caratteristiche del genere (pensiamo a come Rustichello da Pisa ne Il Milione adattò le narrazioni di Marco Polo, all'Orlando innamorato e all'Orlando furioso, alla fiaba barocca, al Pinocchio di Collodi fino alla trilogia I nostri antenati di Calvino), non si è mai radicato nella nostra matrice culturale. Il successo è dovuto all'importazione, anche tardiva, e ai vasi comunicanti con cinema (le trasposizioni di Peter Jackson, Harry Potter, Hunger Games), televisione (Il trono di spade) e del ludico. Solo nel 1970 il fantasy moderno irruppe in Italia con l'editore Rusconi, che pubblicò il primo romanzo della trilogia Il signore degli anelli.

«È indubbio che i lettori preferiscano gli autori stranieri - spiegano dalla casa editrice specializzata Asengard -. Ciò rende ancora più difficile promuovere nel panorama editoriale autori del nostro Paese. Questo spiega anche lo squilibrio tra titoli italiani e tradotti. Ma i nostri lettori sanno riconoscere un talento. La difficoltà sta nel trovarlo». La romana Licia Troisi, classe 1980, regina del fantasy nostrano nella scuderia Mondadori, è l'eccezione. Con le avventure dell'eroina Nihal ha venduto tre milioni di copie in venti Paesi.

Il saggio Difendere la Terra di Mezzo
(Odoya, 275 pagine, 18 euro), niente a che spartire con il Mondo di mezzo fasciomafioso emerso dalle intercettazioni di Carminati, suggerisce spunti significativi di riflessione sullo stato dell'arte e sull'eredità tolkieniana. «Molto del fantasy che vende, anche in Italia, è fatto di narrazioni abbastanza convenzionali - evidenzia l'autore Wu Ming 4 (all'anagrafe Federico Guglielmi) -. Gli editori e gli autori non si pongono il problema di fare uscire il fantasy dalla nicchia e trattarlo per quello che è o dovrebbe essere, cioè letteratura. Tendono piuttosto a dare a un certo tipo di lettori quello che vogliono. Di conseguenza lo standard tende a livellarsi verso il basso e a dare ragione ai critici snob».

Il fantasy in Italia sconta anche l'appropriazione simbolica e la strumentalizzazione politica dell'opera di Tolkien, cominciata nel cuore degli anni Settanta. «L'estrema destra italiana prese a leggere Tolkien in chiave ideologica, mentre i critici letterari e gli studiosi rimanevano a guardare perché non consideravano Tolkien degno di nota. La verità è che Tolkien è sempre stato letto da milioni di persone, dei più svariati orientamenti politico-culturali. Il racconto tolkieniano affronta alcuni temi universali, come fa la grande letteratura: la morte, la scoperta di sé, il coraggio, l'amicizia, il potere. Declina quei temi all'interno del proprio tempo, confrontandoli con le grandi questioni etiche ed estetiche della contemporaneità», conclude.

© RIPRODUZIONE RISERVATA  

giovedì 30 ottobre 2014

«Chi spezza er pane dell'istruzione». Intervista a Eraldo Affinati


di Gabriele Santoro


La scuola d'italiano per migranti Penny Wirton, che ha trovato la nuova sede romana presso l’Acrobax, è il luogo ideale dove incontrare Eraldo Affinati. I figli dell'emigrazione arrivano lì da tutta la città per prendere in mano libri e penna. Lo scrittore e i tanti volontari, che animano la struttura, riescono ad attirare l'attenzione di fanciulli esuberanti, fiori di campo sradicati dalla propria terra, e la lezione può cominciare.

Il vulcano interiore di questi adolescenti feriti costituisce il corpus della letteratura di Affinati. Nel romanzo Vita di Vita (Mondadori, 168 pagine, 16 euro) si spinge fino in Gambia per non tradire la necessità del proprio studente Khaliq, che intende ritrovare la relazione primigenia con la madre. «A professo', che cce vai a ffà! Lì so' tutti negri e so' pure poveracci!», incalza Kenan, alunno congolese di Acilia. 

Nel viaggio il professore mette in gioco anche il proprio vissuto, fa i conti con la memoria quale opportunità di conoscenza. Rivela nell'atto concreto e vitale della scrittura le motivazioni che l’hanno avvicinato al mestiere. Nel testo, come osserva l'autore, si rimescolano paternità, maternità, libero arbitrio, pedagogia, bene e male, i sogni perduti e rinati nella voglia di esistere e resistere di Khaliq. Il profugo, originario della Sierra Leone, oggi è diventato un eccellente barista. La strada polverosa non ha scalfito la sua innocenza. «Vita compra vita, vita costa troppo, vita bela, no devi butare via», dice il giovane.


Affinati, questo romanzo, che trae valore dall'essenzialità, è una promessa mantenuta. Ha portato a ulteriore maturazione la sua esigenza letteraria e sociale di autenticità, di ricerca delle radici. Ci presenta Khaliq?
«L'avevo incontrato sui banchi di scuola, alla Città dei Ragazzi. Quando leggevo Jack London in classe, lui alzava i suoi occhioni grandi, stupefatto nel sentire le avventure del cane Buck. A un certo punto mi disse: "Porof, quel cane sono io! Però non ho conosciuto i ghiacci dell’Alaska, ma la sabbia del deserto!" Siamo diventati amici, come può esserlo chi, come me, è figlio di due orfani e fa l’insegnante e chi, come lui, fu costretto ad abbandonare sua madre a soli sette anni e del padre conserva soltanto un debole ricordo. Veniva dalla Sierra Leone. Era sopravvissuto a esperienze estreme. Stava imparando l’italiano. Non sapeva se sua madre fosse ancora viva. Decidemmo insieme che, se lui l’avesse ritrovata, io sarei andato a conoscerla. E così è stato».

Lei stravolge le regole della scena dialettica. Reinventa la distanza pedagogica maestro-allievo. È un equilibrio che, tra successi e sconfitte, chiede di essere costruito e decostruito di volta in volta?
«Credo sia proprio così. Ogni rapporto umano è un evento nuovo, perché entrano in gioco le nostre sensibilità. Storie che non appartengono soltanto a noi stessi, ma di cui noi siamo il frutto. In particolare nell'incontro fra maestro e allievo viene chiamata in causa la tradizione culturale, il senso che dobbiamo attribuire al passato. È come se tutta la storia umana tornasse a rivivere ogni volta che un professore parla coi suoi scolari. Si attraversano mondi: prati fioriti e paludi infestate».

I registri linguistici adottati e la struttura del testo ci consentono di entrare con intimo rispetto nell'esistenza complessa dei suoi studenti.

«In questo romanzo ce ne sono tre: la lingua sporca di Khaliq, il dialetto romanesco dei miei alunni italiani che mi telefonavano durante il viaggio africano e la lingua, diciamo letteraria, alla quale affido il diario e la riflessione. Era una scelta obbligata, perché non avrei mai potuto trasformare la potenza del racconto orale di Khaliq in un belletto, in una cosmesi. Dovevo lasciare il suo resoconto così come lui me lo aveva consegnato: alla medesima stregua di un diamante grezzo».

Già in passato si era preso la briga di narrare la spaventosa libertà degli orfani. In Vita di vita intravediamo un esplicito atto di denuncia della condizione dell'infanzia contemporanea, a cominciare da quella delle migliaia dei giovani migranti in fuga. L'indignazione consapevole per le iniquità non è dunque passata di moda?
«Hemingway diceva che la campana del morto suona sempre per tutti noi. Di fronte a quello che sta succedendo nel Mar Mediterraneo è difficile non sentirsi coinvolti. Per un Khaliq che è riuscito non solo a salvarsi, ma a capire il senso di quello che gli è accaduto, quanti ragazzi, morti lungo il cammino, distrattamente dimentichiamo?»
Via Tasso, le Fosse Ardeatine: la Roma resistente e il Novecento penetrano nella pelle di Khaliq e degli altri. Quale legame, tra il disagio dei ragazzi di allora e di oggi, saldano le lettere dal fronte e dalle prigioni nazifasciste che ha scelto di inserire nella narrazione?
«L’insegnante protagonista del romanzo, prima di partire per il viaggio in Gambia, insieme a lui e a Gerry, l’amico avvocato che si era prodigato per ritrovare la madre del ragazzo, aveva assegnato ai suoi scolari italiani una serie di letture sui giovani martiri della Prima e della Seconda guerra mondiale: adolescenti morti per la causa della democrazia. Queste lettere tornano come un refrain durante l’avventura africana: secoli di gioventù, per usare un altro mio titolo. Gli scolari, secondo le intenzioni del loro insegnante, sarebbero dovuti andare da soli alle Fosse Ardeatine (e a via Tasso, alla stazione Tiburtina). Ma loro aspettano che lui torni dall'Africa. E così ci vanno tutti insieme, compreso Khaliq. Come se il cielo sopra l’ingiustizia, la morte, ma anche la voglia di riscatto delle nuove generazioni, fosse sempre lo stesso».
Ha mai avvertito il rischio di raffigurare la consueta Africa con il cappello in mano?
«Ho cercato di superare gli stereotipi, concentrando lo sguardo sui dettagli, senza visioni precostituite».
La destinazione del viaggio per entrambi i protagonisti si vivifica nella scrittura?
«Sì, rappresenta la stazione finale di tutti i miei viaggi. Soltanto scrivendo si dà senso all'esperienza. E questa penso sia anche la ragione profonda per cui Khaliq ha voluto che andassi in Africa: per rendere vera la sua vita. Ai suoi occhi dovevo essere colui che ripristina la fede nella realtà nell'unico modo possibile: raccontando ad altri ciò che gli era capitato. Scrivere è certificare la verità. Apporre il timbro di conferma. I giovani, non è la prima volta che lo scopro, sono molto più tradizionalisti dei loro padri. Vogliono certezze. Hanno bisogno di punti saldi. Altrimenti non potrebbero andare avanti».
La bestemmia di Santino ricorda quelle di Peppino nella Città dei ragazzi. La potente drammaturgia della bocciatura manifesta un fallimento, che chiama in causa tutti a raccogliere i cocci con una visione più lungimirante.
«Quella bestemmia finale richiama il senso del prologo. Mia nonna Rosina diceva che bisogna vivere a fondo perduto. Così anche l’insegnante, ma riguarda tutti noi, deve riuscire a poter fare a meno del riscontro, perlomeno immediato, della sua azione. Lo so che è difficile, ma chi ce la fa alla fine vive meglio. Agire senza pensare al beneficio che potremmo ottenere. E soprattutto bisogna restare con le tasche vuote. Senza conservare neppure uno spicciolo».
Nelle scorse settimane le cronache giornalistiche, riguardanti l'ennesima riforma della scuola, hanno abusato spesso della parola rivoluzione, di carta almeno per il momento. Lei sostanzia una rifondazione possibile del patto educativo. «Chi spezza er pane dell'istruzione», per dirla alla Kenan?
«È vero: se riuscissimo a rifondare il patto educativo, avremmo fatto la vera rivoluzione. Cosa significa in concreto? Ci sono una serie di passaggi che, nell'Italia di oggi, assomigliano a cerchi di fuoco: ridare entusiasmo ai docenti, fiducia ai genitori, nuovi stimoli agli studenti. Si dice spesso che mancano i soldi. Ma per spezzare il pane dell’istruzione bisogna prima accendere le passioni».

lunedì 16 settembre 2013

L'elogio del ripetente, la sfida dei prof

Il Messaggero, sezione Macro pag. 1-15, 
16 settembre 2013

di Gabriele Santoro
 



di Gabriele Santoro

IL CASO
Eraldo Affinati ama profondamente il mestiere d’insegnante.
Lo interpreta come una missione che rifiuta orari standardizzati, registri e sistemi di valutazione esclusivi. Vive il rapporto con gli studenti in una forma di corpo a corpo, con il quale conquistare quotidianamente la loro fiducia. E rompe la finzione pedagogica dei ruoli, stimolando la creatività. «La scuola è l’unica vera trincea etica italiana contemporanea - sostiene Affinati - In un momento di passaggio epocale, i professori si trovano soli a superare l’anacronismo di adolescenti cresciuti sugli schermi e una scuola ottocentesca che non si fa carico degli ultimi della classe».

Nella sede distaccata dell’Istituto professionale Carlo Cattaneo,
situata all’interno dell’isola felice della Città dei ragazzi, lo scrittore romano incontra le storie difficili e le ferite dei ripetenti, dei quali celebra la ricchezza interiore e ne esalta la sfida educativa nel libro “Elogio del ripetente” (Mondadori, 128 pagine, 10 euro). «Sono ragazzi speciali, che hanno rifiutato il meccanismo valutativo che li ha bocciati. Spesso sono stati delusi, ingannati e traditi dagli adulti. Ti provocano, ti mettono alla prova, ma poi ti lasciano il segno. Il percorso insieme a loro, pieno di sconfitte, ti ferisce e arricchisce».

Nelle pagine dell’Elogio del ripetente
si avverte forte il richiamo alla Scuola di Barbiana: «Don Lorenzo Milani voleva una scuola efficace. Era selettivo, puntando però sull’eguaglianza delle condizioni di partenza. È un riferimento culturale per me fondamentale».

L’INVESTIMENTO
Un impegno che s’inserisce nel solco dell’esperienza italiana dei maestri di strada.
Ogni ragazzo salvato, sottratto alla strada, è un investimento per il Paese. Da Napoli, sull’esempio del maestro Cesare Moreno, alla Calabria, molti giovani, adeguatamente preparati, si spendono sul fronte della lotta alla dispersione scolastica. «In due anni abbiamo creato otto postazioni didattiche Penny Wirton - racconta Marco Gatto, trentenne assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria - dislocate nella regione. Decine di studenti universitari e docenti fanno attività di doposcuola uno-a-uno per tutte le fasce di età e i migranti. Siamo sentinelle sul territorio, fronteggiando il crescente disagio sociale».

RABBIA E APATIA
Affinati, assumendo questo punto di vista, disegna un modo alternativo di stare in cattedra.
Nell’aula crea un ambiente che attrae e si fa carico delle differenze socioculturali individuali. Nell’atteggiamento di rifiuto, nella rabbia o apatia del ripetente trasandato legge una richiesta d’aiuto ineludibile. «Dobbiamo cambiare, altrimenti rischiamo di perdere due o tre generazioni. Lo snodo vero è la relazione umana da instaurare: servono competenza, affettività e regole. Girando l’Italia noto il ritardo della politica, e l’intraprendenza di professori coraggio, presidi che il tablet a scuola lo portano loro. C’è una vivacità di base, di sperimentazioni, per esempio sul fronte digitale, che prova a rimediare a ritardi istituzionali gravi e non va dispersa».

Giuseppe Ciancaglini, maestro di religione cinquantatreenne, è uno di questi pionieri artigianali.
In pochi anni ha trasformato la scuola primaria Fratelli Cervi, nel cuore della periferia romana a Corviale, in una scuola digitale. Gli alunni oltre a penne e quaderni, sui banchi imparano a maneggiare e studiare con i tablet. L’innovazione nasce da un’attività di raccolta fondi efficace e dalla formazione. Il maestro con la passione per l’informatica ha trascinato i colleghi nel cambiamento. «La mia proposta didattica così si è ampliata - spiega Ciancaglini - Rendo più attrattivi gli argomenti trattati. I piccoli sono molto recettivi, imparano a gestire strumenti complessi e colmiamo il divario digitale. Ci siamo incamminati verso la nuova frontiera».


© RIPRODUZIONE RISERVATA  

L'elogio del ripetente, con Eraldo Affinati la scuola non è ancora finita

di Gabriele Santoro


ROMA – Eraldo Affinati ama profondamente il mestiere d’insegnante. Lo interpreta come una missione che rifiuta orari standardizzati, registri e sistemi di valutazione esclusivi. Vive il rapporto con gli studenti in una forma di corpo a corpo, con il quale conquistare quotidianamente la loro fiducia. E rompe la finzione pedagogica dei ruoli, stimolando la creatività. «La scuola è l’unica vera trincea etica italiana contemporanea - sostiene Affinati -. In un momento di passaggio epocale, i professori si trovano soli a superare l’anacronismo di adolescenti cresciuti sugli schermi e una scuola ottocentesca che non si fa carico degli ultimi della classe».


Nella sede distaccata dell’Istituto professionale Carlo Cattaneo, situata all’interno dell’isola felice della Città dei ragazzi, lo scrittore romano incontra le storie difficili e le ferite dei ripetenti, dei quali celebra la ricchezza interiore e ne esalta la sfida educativa nel libro Elogio del ripetente (Mondadori, 128 pagine, 10 euro). «Sono ragazzi speciali, che hanno rifiutato il meccanismo valutativo che li ha bocciati. Spesso sono stati delusi, ingannati e traditi dagli adulti. Ti provocano, ti mettono alla prova, ma poi ti lasciano il segno. Con loro ogni piccolo traguardo rappresenta una conquista. Il percorso insieme a loro, pieno di sconfitte, ti ferisce e arricchisce». 

Nelle pagine dell’Elogio del ripetente
si avverte forte il richiamo alla Scuola di Barbiana: «Don Lorenzo Milani voleva una scuola che creasse condizioni di partenza eguali. È un riferimento culturale per me fondamentale.
Quel tavolo di Barbiana, dove lui si metteva gomito a gomito con i ragazzi, è una chiamata in causa per tutti noi professori».

Un impegno che s’inserisce nel solco dell’esperienza italiana dei maestri di strada.
Ogni ragazzo salvato, sottratto alla strada, è un investimento per il Paese. Da Napoli, sull’esempio del maestro Cesare Moreno, alla Calabria molti giovani, adeguatamente preparati, si spendono sul fronte della lotta alla dispersione scolastica. «In due anni abbiamo creato otto postazioni didattiche Penny Wirton - racconta Marco Gatto, trentenne assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria - dislocate in tutta la regione. Decine di studenti universitari e docenti fanno attività di doposcuola uno-a-uno per tutte le fasce di età e i migranti. Siamo presidi sul territorio, fronteggiando il crescente disagio sociale».

Affinati, assumendo questo punto di vista, disegna un modo alternativo di stare in cattedra.
Nell’aula crea un ambiente che attrae e si fa carico delle differenze socioculturali individuali. Nell’atteggiamento di rifiuto, nella rabbia o apatia del ripetente trasandato legge una richiesta d’aiuto ineludibile. «Dobbiamo cambiare, altrimenti rischiamo di perdere due o tre generazioni. Lo snodo vero è la relazione umana da instaurare: servono competenza e affettività. Girando l’Italia noto il ritardo della politica, e l’intraprendenza di professori coraggio, presidi, che il tablet a scuola lo portano loro. C’è una vivacità di base, di sperimentazioni per esempio sul fronte digitale, che prova a colmare ritardi istituzionali gravi e non va dispersa».
Eraldo Affinati

I
l programma ministeriale si trasforma in esperienza conoscitiva concreta.
La letteratura entra nella vita dei futuri elettricisti, idraulici o meccanici, che non hanno mai letto un libro. Si esce dai banchi per andare in libreria ad acquistare, per poi leggere insieme, Se questo è un uomo. «È stato stupendo vederli accanto agli scaffali, guardinghi come felini in soggiorno, e poi tutti in fila alla cassa col volumetto in una mano e i dieci euro nell’altra. Il fatto stesso di staccarli dalle borgate in cui abitano si è rivelato rivoluzionario».
Poi si realizzano anche piccoli miracoli. Giulio, prossimo ad abbandonare anche il professionale, accetta la sfida del prof: cambia prospettiva, e come volontario insegna i fondamentali della lingua italiana ai migranti nella scuola Penny Wirton a San Saba. E non lascia più la sua scuola.


© RIPRODUZIONE RISERVATA  

venerdì 10 maggio 2013

Il segnalibro, Io e l'Avvocato Agnelli di Mimmo Calopresti



di Gabriele Santoro

ROMA - Una famiglia povera calabrese e la dinastia Agnelli. Due destini uniti dalla Fabbrica Italiana Automobili Torino. Il regista Mimmo Calopresti esordisce con il romanzo autobiografico Io e l’Avvocato, costruendo un dialogo immaginario con il padre Emilio, operaio Fiat emigrato negli anni del boom economico, e Gianni, icona dell’industria novecentesca. Due storie parallele che arrivano a toccarsi e mischiarsi con l’incontro tra i due figli: Mico e il fragile Edoardo. Calopresti racconta le aspirazioni di riscatto sociale mediante il lavoro alla catena di montaggio, la rottura generazionale della contestazione studentesca e lo smarrimento identitario che ha accompagnato l’automatizzazione progressiva dei processi industriali. Ed esplora in un corpo a corpo l’ascesa e le cadute della famiglia più influente d’Italia.