Visualizzazione post con etichetta Add editore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Add editore. Mostra tutti i post

domenica 9 dicembre 2018

Più libri più liberi, l'America protagonista


di Gabriele Santoro

L’America del Nord e il suo racconto sono i protagonisti della giornata conclusiva di Più libri più liberi. La cosiddetta piccola e media editoria, con quella romana in prima fila, continua a comporre con la pubblicazione di libri e voci d’oltreoceano rilevanti il nostro immaginario americano. Autori come Lionel Shriver, Gary Younge, William Tanner Vollman e Grace Paley consentono al lettore di immergersi in storie potenti, che aiutano a interpretare questioni critiche del nostro tempo.

A Roma esiste una casa editrice che porta il nome dell’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, a Manhattan, dove gli editori hanno creato il primo nucleo del progetto di 66thand2nd. Nella Nuvola all’Eur presenteranno Lionel Shriver, di cui hanno pubblicato I Mandible. Una famiglia 2029-2047 (traduzione di Emilia Benghi, 20 euro, pagine 496).

Il romanzo ci pone dinnanzi alla prospettiva della progressiva perdita dell’egemonia economica e culturale degli Stati Uniti, raffigurata dalla caduta in disgrazia di una famiglia agiata. Precipita il valore del dollaro, alla presidenza giunge Alvarado, primo latinoamericano alla Casa Bianca, e la terra dell’abbondanza lascia spazio al deserto. Shriver si conferma una coscienza critica con una domanda semplice e decisiva: quale mondo lasceremo alle future generazioni?

«Con l’opera di Shriver ho trovato ciò che cercavo: il racconto della grande crisi deflagrata negli Stati Uniti dieci anni fa – sottolinea l’editrice Isabella Ferretti –. La scrittrice, che rifugge qualsiasi inquadramento politico, non si limita alla cronaca, ma guarda alle conseguenze a lungo termine della recessione sulle famiglie americane. La sua distopia tematizza nodi fondamentali dell’agenda mondiale, dall’emergenza ambientale alle migrazioni su scala globale».

Negli Stati Uniti ogni giorno sette ragazzi sotto i vent’anni perdono la vita per colpa di un’arma da fuoco. Gary Younge, il corrispondente del Guardian negli Usa, ci mostra il dolore intimo che questa violenza quotidiana produce. Younge ha scelto una data, il 23 novembre 2013. E dal resoconto dell’uccisione, ma soprattutto della vita, di dieci bambini e ragazzini vittime quel giorno di un’arma da fuoco è nato Un altro giorno di morte in America (Traduzione di Silvia Manzio, 352 pagine, 16 euro), pubblicato da Add editore.

«Il libro di Younge racconta un’America che non solo noi europei non conosciamo davvero, ma anche l’America stessa non vuole vedere – sostiene Stefano Delprete, editor di Add –. Younge ci descrive come la disattenzione, la mancanza di scelte politiche coraggiose e l’assuefazione alla violenza siano le peggiori nemiche della democrazia. Il suo è un libro straordinariamente umano. È come se restituisse la vita a dieci ragazzi, che ci stanno insegnando qualcosa».

Minimum fax per ora pubblicherà sette titoli di William Tanner Vollman, puntando sulla potenza travolgente della lingua e delle sue storie. Nello stand della casa editrice romana, i visitatori della fiera possono già trovare I fucili (Traduzione di Cristiana Mennella, 498 pagine, 16 euro), che è il sesto dei Sette Sogni, la serie di romanzi dedicati da Vollman alla colonizzazione del continente nordamericano, dai vichinghi fino alle guerre indiane.

«Abbiamo scelto di pubblicare Vollmann, perché insieme a David Foster Wallace e a pochi altri ha saputo rilanciare un’idea di letteratura come scommessa e rischio, che il lettore è chiamato a condividere in un’esperienza immersiva e totalizzante – spiega l’editor Luca Briasco – . Vollmann estremizza e porta a livelli di radicalità senza precedenti la massima hemingwayana, e non solo, in base alla quale si scrive solo di ciò che si sa e si sperimenta in prima persona, fino a fumare crack o a rischiare il congelamento nell’Artico per raccontare il gelo e gli stenti di chi cercava il mitico Passaggio a Nord-ovest».

Le short stories di Grace Paley ci fanno ascoltare il cuore periferico di New York. L’ambientazione dei racconti è quasi sempre il Bronx: storie condominiali, la vita dei comitati di quartiere, le lotte di Paley che s’intrecciano con le vicende personali e la commistione fra culture. I protagonisti sono quasi tutte famiglie d’immigrati, come d’altra parte era Paley, figlia di ebrei russi, emigrata a New York all’inizio del Novecento. Einaudi aveva pubblicato la raccolta di racconti scritti nell’arco di trent’anni. La nuova traduzione delle quarantacinque storie, che compongono Grace Paley. Tutti i racconti (Sur, 516 pagine, 24 euro), è stata affidata a Isabella Zani con un’introduzione di George Saunders.


«Non credo ci sia oggi tema più forte dell’integrazione culturale – conclude Marco Cassini, editore di Sur – . Paley è una voce inconfondibile degli Stati Uniti del secondo Novecento. Ebbe grande successo negli anni Ottanta. Era stata accostata a Carver. Nei suoi racconti ogni personaggio e avvenimento tendono a raccontare l’universale. Paley ha sempre alternato la produzione letteraria a una ferventissima attività sociale. I testi non hanno mai un messaggio dichiaratamente politico, ma attingono a quelle esperienze. Ogni storia è come se fosse un solco tracciato non solo nella lingua, nella storia della letteratura, ma anche nella vita del lettore».

lunedì 15 ottobre 2018

Bussole. L'atlante delle frontiere


Lettura dell'intervista a Pagina 3 Rai Radio3


https://www.raiplayradio.it/audio/2018/10/PAGINA-3-68228d97-7821-4a68-ad02-ce6ef71d3fc2.html?fbclid=IwAR2NaY3i_ttiH4v5GmI9S77GfBwOgFr3JJNVt0K5-CShs1MJn3I3tWv2pQ0

di Gabriele Santoro

L’Atlante delle frontiere (Add editore, 140 pagine, 25 euro, traduzione di Marco Aime), scritto e disegnato da Bruno Tertrais e Delphine Papin, è una bussola che orienta e illumina la complessità del nostro tempo, in cui assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia.


In apertura della propria analisi geopolitica Tertrais, diplomatico francese direttore della Fondazione per la ricerca strategica, fissa una nozione spesso confusa: tutte le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini. Per esempio Cina e Russia hanno impiegato quarant’anni a dividersi 2444 isole fluviali. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita del mondo moderno e comincia nel XVII secolo. Dalla metà del XIX secolo al 1914 il mondo è stato diviso parallelamente alla costruzione degli stati. Solo alla fine della Guerra Fredda sono comparsi sulla terra ventottomila chilometri di frontiere e il 10% delle attuali è successivo al 1990.

Oggi esistono 323 frontiere terrestri su circa 250mila chilometri. Il Continente europeo, che è culturalmente un insieme fluido dai confini incerti, conta circa cento frontiere per una lunghezza di 37mila chilometri. L’Atlante è davvero ricco di informazioni e mappe intellegibili con molte curiosità: la frontiera più antica risale al 1278 tra Andorra, Francia e Spagna. La più lunga, 8991 chilometri, delimita Canada e Stati Uniti. La più attraversata è quella tra Messico e Stati Uniti con 200mila persone al giorno.

 Tertrais, che cos’è una frontiera internazionale moderna?
«È una linea che delimita lo spazio di sovranità di uno Stato».

Qual è la situazione dopo il boom delle frontiere sorte nel 1990?
«Oggi non si tracciano quasi più frontiere terrestri. Innanzitutto perché non ci sono più “zone bianche” sugli atlanti, se si eccettua il continente antartico conteso. Più passa il tempo, più le frontiere esistenti vengono accettate. Siamo in una chiara fase di consolidamento delle frontiere».

E quando nasce un nuovo Stato?«Sistematicamente si riprendono dei tracciati esistenti di province, regioni e stati federali. Non siamo più al tempo in cui vecchi diplomatici con barbe bianche si appoggiavano sulla carta con una matita e dicevano: la frontiera va tracciata qui. La grande stabilità delle frontiere terrestri è qualcosa di poco conosciuto».


Ci sono delle eccezioni e non mancano le contese dall’ex Jugoslavia all’Ucraina.
«Potremmo assistere alla creazione di una frontiera, con la conseguente apertura di un vaso di pandora, in caso di uno scambio significativo di territori tra Serbia e Kosovo, su cui si registra la freddezza della comunità internazionale. Nel 2014 il tracciare con la forza da parte della Russia in Crimea una frontiera è stato un avvenimento molto significativo. Ma è impossibile per l’Europa e gli Stati Uniti riconoscere e accettare la secessione della Repubblica di Doneck, sarebbe un effetto domino».

Quando prevale il principio di intangibilità delle frontiere?
«È più facile accettare lo status quo, pur ingiusto e imperfetto, che ridisegnare da capo una frontiera. Un principio che è già antico, perché semplifica la vita internazionale. È stato adottato per esempio nella Carta dell’Unione Africana, perché era più conveniente mantenere le frontiere coloniali non del tutto soddisfacenti in luogo di sprofondare in uno stravolgimento».

È ormai sparita l’illusione di un mondo senza confini.
«Questa idea aveva in sé stessa il germe della propria fine. Il mondo senza frontiere a molti fa paura, mentre per altri è un ideale. Non è sorprendente che esista un desiderio e una rivalorizzazione della frontiera. Lo sviluppo delle frontiere è legato alla nascita dello Stato moderno, ma non sono mai state precise come oggi. Non abbiamo mai demarcato e sorvegliato così i confini».

Anche il mare è destinato a essere sempre più delimitato?
«Al contrario di quelle terrestri, le frontiere marittime sono ancora poco contrassegnate: solo 160 su 450 potenziali. Il mare costituisce il nuovo orizzonte della frontiera. Siamo entrati in una fase di messa in opera della Convenzione Onu sul diritto del mare, che incita gli Stati a delimitarlo. È un cantiere ancora aperto in cui convergeranno o confliggeranno interessi per le risorse naturali e ragioni di principio nazionaliste».

E l’Artico?
«Ha acquisito un’importanza nuova, perché è divenuto economicamente più semplice sfruttare le sue risorse: la pesca, il petrolio e il gas. E poi a causa del riscaldamento climatico c’è l’utilizzazione di rotte commerciali del Mare del Nord col passaggio a nordovest più semplice. Oggi c’è la volontà di un paese in particolare, la Russia, di affermare la propria sovranità su molti spazi della regione artica. Si pone una questione di sovranità destinata a divenire sempre più rilevante».

Che cosa rappresentano le frontiere esterne, quando si verifica l’implosione e frammentazione di entità statuali come la Libia?
«Mi colpisce nei paesi falliti, come nel caso citato della Libia o della Somalia, la persistenza delle frontiere esterne. Si resta attaccati alla frontiera esistente. Nel caso della Libia può darsi che un giorno avvenga una separazione tra la Tripolitania e la Cirenaica, ma ciò che ancora stupisce è la resilienza della frontiera. Occorre ricordare che in Medio Oriente spesso si parla di frontiere artificiali, ma spesso a rimetterle in discussione non sono i cittadini ma una piccola parte dell’élite».


Quale futuro immagina per Schengen, spazio di circolazione unico al mondo?
«L’accordo originale di Schengen è stato concepito per facilitare il movimento dei lavoratori transfrontalieri. Era un progetto molto interessante, nato non come un elemento fondamentale dell’integrazione europea e poi percepito dagli europei come una conquista. Una piena cooperazione tra forze di polizia e dogane sarebbe più efficace e meno costosa della sorveglianza statica di posti fissi sulla frontiera».

Vede uno spazio in Europa per gli aneliti indipendentisti che ridisegnerebbero i confini?
«Negli ultimi venticinque anni è cambiato ben poco, a dispetto delle previsioni secondo cui con l’Unione Europea sarebbe stato più semplice separarsi dallo Stato centrale. Nessun desiderio indipendentista si è concretizzato. E non credo sia uno scenario probabile a venire».

 Perché definisce la demarcazione intercoreana l’ultimo vero Muro di Berlino esistente?
«Il Muro di Berlino era stato ideato per impedire alle persone di uscire. Oggi i muri e le barriere che sorgono in Europa sono per evitare l’ingresso. La frontiera intercoreana ha la medesima funzione politica e istituzionale: esiste per impedire alle persone di andarsene. Non credo che l’incontro tra Trump e Kim Jong-un altererà in maniera fondamentale la situazione frontaliera nella penisola coreana. È possibile che il dialogo separato, che esiste tra Nord e Sud, conduca a visite più frequenti, ma questo regime ha bisogno intrinsecamente della chiusura: sopravvive così».

sabato 7 giugno 2014

Il buon ladro e la storia della migrazione italiana nelle Americhe

La recensione del libro Il buon ladro di Andrea Schiavon in uscita per Add editore

di Gabriele Santoro

ROMA - Albert Camus, incuriosito dalle cronache giornalistiche, volle incontrare quel recidivo irrecuperabile in carcere. Il tempo di un'intervista che narrò per prima la vicenda di un emigrante italiano, figlio di una miseria antica. Gino Amleto Meneghetti, classe 1878, si congedò dall'ospite inatteso con una richiesta: «Un buon sigarillo sarebbe sufficiente. Nient'altro, grazie». Beppe, il nonno pescatore, con la dignità propria dei poveri provò fin dall'infanzia a tirarlo fuori dai guai. «All'ingiustizia sociale non si reagisce rubando», gli diceva. Il nipote cercava la giustizia, ma trovò sempre la legge. 
Nel decennio successivo all'unificazione due italiani su tre non disponevano della quantità di calorie necessarie a vivere in salute. Solo il 26% era alfabetizzato. Tra il 1861 e il 1915 trentanove milioni di europei, un quinto del totale era italiano, raggiunsero le Americhe, sognando le terre dell'abbondanza. Il governo italiano riconobbe ufficialmente l'emigrazione solo il 28 aprile del 1876, sottraendo il fenomeno alla clandestinità. La prima globalizzazione, quanto il precario equilibrio nel Vecchio continente tra economia e demografia, pose le fondamenta di un'emigrazione proletaria di massa. Se nel 1867 occorrevano in media quarantaquattro giorni per raggiungere gli Stati Uniti, nel 1880 ne bastavano dieci. La navigazione a vapore: una rivoluzione per la mobilità intercontinentale; ma in terza classe si viaggiava parecchio stretti. E all'arrivo sovente si piangevano figli, mogli o amici morti durante la traversata oceanica. «Noi lavoratori/Allegri andiamo nel Brasile/E voialtri d'Italia signori/Lavorate il vostro badile»; cantavano i braccianti veneti, benedetti dai preti di paese, prima di raggiungere il porto di Genova e smarrirsi nei numeri della massa.
La vita di Gino fu una fuga costante, come racconta Andrea Schiavon ne Il buon ladro (Add editore, 14 euro, 160 pagine). Schedato appena adolescente. Dopo lo svezzamento in riformatorio, la scelta di cercare migliore fortuna altrove. Nel giugno del 1913 dal porto della città ligure salpò a bordo del piroscafo Tomaso di Savoia destinazione Santos. In realtà stava tramontando un'epoca: con la deflagrazione della prima Guerra Mondiale si arrestò un immane flusso di esseri umani. Dal 1900 al 1913 circa tre milioni di cittadini italiani entrarono negli States; un milione tra il 1887 e il 1907 in Brasile, senza dimenticare l'Argentina. Meneghetti aveva una morale tutta sua; un po' alla Robin Hood: «Tolgo ai ricchi il superfluo; ciò che soddisfa solo la vanità». Niente pistole, niente droga. Accusato di ricettazione. Impiegò relativamente poco ad ambientarsi in Brasile. Il debutto con una rissa da bar, per vendicare le contumelie degli indigeni: «Sporco italiano». Soprattutto nel periodo a cavallo tra fine Ottocento e l'inizio del Novecento, le condizioni di vita di chi immaginava di giungere nell'eldorado furono difficilissime.
Foto segnaletica di Gino Amleto Meneghetti
I preziosi resoconti, consultabili presso la biblioteca romana della Società Geografica, datati 1922, dell'inviato governativo Filippo Peviani ne offrono una lucida testimonianza: «(...) Cacciati fuor d'Italia dalla fame e dalla disperazione a turbe innumerevoli i nostri emigranti si riversavano nelle Americhe, coperti di cenci e abbandonati a tutte le ingiurie del tempo e degli uomini. Scesi nei porti brasiliani essi venivano intruppati, come pietose mandrie, fra gli scherni degli indigeni. Essi venivano poi caricati sui vagoni bestiame e scaricati, secondo il bisogno, senza garanzie contrattuali, fino a che gli avidi mercanti se ne impadronivano per aggiogarli al loro crudo lavoro sotto l'incontrollata prepotenza dei fazendieros (...)». Intonavano litanie per ottenere l'acqua borica, lenitiva per le irritazioni da campo. La Locaçao dos servicos poneva il destino del colono straniero nelle mani del padrone: una servitù della gleba legalizzata nelle piantagioni di caffè, dalla quale poi si emanciparono.
Gino non ne voleva sapere di sottostare agli ordini, tanto più ai soprusi. Con fughe spettacolari divenne l'incubo della polizia brasiliana, collezionando diciassette evasioni. Spodestò Pelé dalle prime pagine dei giornali. Conobbe la durezza della galera. Quanto la violenza della tortura dietro le sbarre di Avenida Tiradentes, dove poi toccò la medesima sorte all'attuale presidenta Dilma Roussef, allora ventiduenne oppositrice alla dittatura. «Sarò sempre un uomo libero», urlava. Nella biblioteca carceraria si appassionò alla lettura. L'amata Concetta, anch'ella migrante, onesta tessitrice, morì di crepacuore per quell'antieroe osannato dal popolo dei sobborghi, soggiogato dalla schiavitù fino al 1888 e poi relegato nelle favelas. Le sue ceneri furono sparse nel vento. Dove venne arrestato per l'ultima volta una targa ricorda "O bom ladrão".
Il libro di Schiavon rappresenta l'occasione per riscoprire la storia, il dolore e il coraggio di generazioni migranti. Cambiarono il destino personale e quello economico-sociale del Brasile. Affrontarono la solitudine e l'alienazione: le statistiche ci dicono che tra il 1903 e il 1923 oltre duemila connazionali vennero rimpatriati affetti da malattie mentali. Costruirono comunità tenute insieme da un forte sentimento religioso. Si affermarono i self-made men, protagonisti del processo di industrializzazione brasiliano. Gli operai d'origine italiana furono al contempo l'anima delle lotte sindacali. Come disse un'ignota bracciante veneta al Peviani: «Manco mal che finalmente i scominsia a ricordarse anco de noaltri».

domenica 15 dicembre 2013

La via italiana al cricket: la sfida del cosmopolitismo parte da Roma

Il Messaggero, sezione Macro pag. 21,
15 dicembre 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

IL FENOMENO
Alfonso Jayarajah l’aveva detto agli amici inglesi, scettici: «Gli italiani sono troppo impazienti per il cricket? Vedrete, impareranno a giocarlo e ad amarlo». Lui, insieme al presidente della Federcricket Simone Gambino, è il pioniere nel nostro Paese di uno sport elitario diventato cosmopolita. Il gioco affonda le radici nei valori del puritanesimo dell’Inghilterra vittoriana, appassionando oggi tre miliardi di esseri umani. E continua a diffondersi nel villaggio globale, attraverso le rotte dell’emigrazione. L’essenza del gioco ha contagiato anche il Belpaese. Un piccolo boom denso di storie, raccolte nel libro Italian cricket club (Add editore, 183 pagine, 14 euro), che fotografano la complessità dei fenomeni migratori, e parlano al presente e al futuro dell’Italia. Gli azzurri e le azzurre con la pelle scura sono campioni d’Europa.

Nella penisola il cricket arrivò a fine Ottocento. E rinacque nel secondo dopoguerra nello spazio verde della romana Villa Doria Pamphilj, dove si incontrarono ambasciatori, cardinali, nobiluomini e immigrati delle ex colonie britanniche amanti del cricket; tra i quali Jayarajah. Nel 1968, ventunenne, aspirante ingegnere, approdò con una borsa di studio all’Università La Sapienza. Pensava di tornare in Sri Lanka; Roma, invece, non l’ha più lasciata. Ha costruito una famiglia con Franca. Ha lavorato come consulente finanziario per i progetti della Fao.

LABORATORIO SOCIALE
Non ha mai tradito la passione per il pitch: «Dall’inizio ci siamo posti una sfida culturale: trovare la via italiana al cricket - spiega Jayarajah - Questa disciplina è un laboratorio sociale. Dal 1978, quando fondammo all’ippodromo il Capannelle Club, ci siamo sempre rifiutati di assemblare formazioni monoetniche. Nella squadra convivono tante lingue e culture, creando una comunità complessa. La diffusione non dipende semplicemente dall’immigrazione o dall'importazione selettiva di talenti. Lavoriamo sul territorio, coinvolgendo migranti e ragazzi di seconda generazione».

Roma rappresenta tuttora un epicentro di questa crescita illuminata: il Capannelle Club è campione d’Italia e conta sessanta tesserati; un numero che sale costantemente. L’avviamento e il reclutamento parte dalle scuole. All’attività della massima serie si affianca quella spontanea di base. Nei parchi il nostro sguardo curioso si posa sempre più spesso su pitch improvvisati, dove si affrontano indiani, pachistani, srilankesi e italiani. E quella nuova generazione di italiani che attende di essere accolta.

L’APPRODO A SCUOLA
A Piazza Vittorio, nel cuore multietnico della Capitale, è nato un esperimento, che funziona e attrae ragazzi di molti quartieri: dall’Eur a Torpignattara. «Dal 2007 siamo aumentati esponenzialmente, aprendo la sezione cricket nel circuito Uisp - racconta Edoardo Gallo, uno dei due allenatori del Piazza Vittorio Cricket Club - Questo sport abbatte le barriere; propizia il dialogo. L’abbiamo insegnato a scuola: un’esperienza meravigliosa alla Pisacane, a Torpignattara, dove il 90% dei bambini è di origine straniera».

Il diciottenne Fernando Cittadini, studente del liceo Machiavelli, è cresciuto nella piazza disegnata da Gaetano Koch. «Prima mi ha incuriosito vedere molti compagni di classe cimentarsi per strada con uno sport estraneo alla nostra tradizione. Poi mi sono appassionato, e sono entrato a far parte di un gruppo speciale. Il cricket ha un linguaggio universale. È rigido, complesso e spettacolare». La struttura classica richiede tempi lunghissimi: cinque giorni per una partita; tanto impensabili per lo show-business, quanto accattivanti per i risvolti psicologici della competizione. Il formato, che rivoluziona i dettami tecnici della disciplina e ha creato un sistema mondiale, televisivamente commercializzabile, si esaurisce in tre ore.

ARBITRO INTOCCABILE
La pallina da battere viaggia anche a centosessanta chilometri orari: il gioco diventa esplosivo, aggressivo, consumabile, producendo ricchi guadagni. Il codice di comportamento non ha smarrito lo spirito puritano originario di compostezza e sportività. L’arbitro è intoccabile: a fine contesa si celebra il rito rugbistico del terzo tempo. Il cricket compie il miracolo dell’apertura mentale al diverso: alla conversazione nel senso di coesistenza. Pone la sfida del cosmopolitismo: sentirsi legati alle proprie radici, senza dimenticare di appartenere a una comunità più ampia: l’umanità.

© RIPRODUZIONE RISERVATA  

martedì 2 aprile 2013

Mar del Plata, quei "drop" di coraggio contro la dittatura

Il Messaggero, sezione Macro pag. 19,
2 aprile 2013

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Raulito calcia forte e con precisione la palla ovale. Un drop che non mira ai pali, cerca il cielo. La partita è finita. La dittatura militare ha strappato uno a uno i fiori di campo, ribelli, della squadra di rugby La Plata. I torturatori si sono accaniti con ferocia vana sui corpi e i cuori resistenti dei campioni. Ma i bravi ragazzi del burbero sciancato Hugo Passarella alla fine hanno vinto, scrivendo il riscatto dell’Argentina. Dal campionato non si sono ritirati; non sono scappati: per ogni titolare ucciso entrava una promessa del vivaio fino alla sconfitta del regime.

A Raul Barandarian è toccato il destino di chi sopravvive. L’esistenza stravolta, il senso di solitudine e il dovere di raccontare la storia. Claudio Fava in Mar del Plata (Add editore, 127 pagine, euro 13) esplora con passione una vicenda emersa, dopo un quarto di secolo d’oblio, con gli articoli firmati nel 2004 dal cronista di Pagina 12 Gustavo Veiga. «È la storia di una ribellione giovanile straordinaria - dice l’autore - Lo sport diventa un momento di testimonianza civile altissimo. Avevano vent’anni, erano studenti o semplici operai con gli stessi sogni in tasca. E amavano il rugby come la libertà».


Una resistenza apparentemente passiva, perpetuata con atti simbolici. Che cosa temevano gli ufficiali dell’Esma da un gruppo di giovani che giocava a rugby?
«Sì, prima del fischio d’inizio della gara sbattono gli scarpini sul prato verde come in una marcia muta sul posto. I minuti di silenzio per ricordare il primo dei tanti amici ammazzati si dilatano con una forza rivoluzionaria dentro a uno stadio stracolmo e attonito. Una ferita insopportabile inferta all’immagine del regime. Danno il segno della vita che non si piega; sorridono con coraggio. Sono parte integrante di una comunità sportiva, che non si estrania dalla realtà. Rifiutano la fuga all’estero e sfidano la Giunta».

Dai pugni neri alle Olimpiadi di Messico 1968 alla maglietta rossa di Panatta durante la Coppa Davis cilena del ’76. Lo sport è inevitabilmente intrecciato alla politica?

«Nel 1978 l’Argentina visse entrambi i volti. Da una parte il Mundialito, una grande messinscena architettata dal dittatore Videla con la complicità di chi volse lo sguardo altrove. Dall’altra quello stadio pieno e silenzioso che non abbandonava i rugbisti di La Plata. Lo sport all’essenza più pura. Andrebbe inteso così: una competizione pulita e leale».

Con le presidenze dei coniugi Kirchner l’Argentina ha intrapreso un percorso di verità e giustizia. La ricerca però non si è esaurita, come la lotta delle nonne di Plaza de Mayo rinvigorita dai nipoti ritrovati.
«Un popolo senza memoria non ha anima. L’identità collettiva si costruisce anche sulla narrazione di questa stagione molto dolorosa, a lungo rimossa con la legge del Punto Finale. La testimonianza, se non è liturgia pigra, getta semi fertili. I percorsi della memoria sono spesso tortuosi, ma la verità prima o poi tracima. Venticinque anni dopo alcuni responsabili della mattanza della squadra sono stati giudicati da un tribunale».


Nel compiere un viaggio in questo dolore è stato mosso anche da ragioni personali?
«In Italia un’altra guerra e un altro nemico che non facevano prigionieri si sono portati via, assieme a tanti altri, anche mio padre. Pensarla storta, fuori dal coro, era un peccato imperdonabile. A Buenos Aires come a Catania. In fondo Peppino Impastato era un ragazzo come loro: vent’anni non è l’età della rassegnazione».