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venerdì 28 dicembre 2018

«Così la Brexit ha lacerato il Regno Unito». Intervista ad Anthony Cartwright

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 29

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Da Martin Amis ad Ali Smith, attraversando la Middle England di Jonathan Coe, le questioni sociali, politiche e i sentimenti sollecitati dalla Brexit sono già materia narrativa per gli scrittori d’oltremanica.

Alla fine di gennaio, la casa editrice 66thand2nd porterà in Italia il nuovo romanzo di Anthony Cartwright, classe 1973, dal titolo evocativo e di successo The Cut (Il taglio), che immerge il lettore nella terra di mezzo inglese incarnata dalla Brexit. Sono due i protagonisti della storia creata dall’autore. Cairo Jukes, originario di Dudley, città natia di Cartwright, è un ex boxeur simbolo della working class in crisi d’identità. Grace Trevithick, una documentarista affermata, si allontana dalla Londra cosmopolita e benestante per cercare di comprendere nelle viscere del Black Country le ragioni della Brexit. Nonostante le diversità d’estrazione e condizione socioeconomica, riesce a costruire con Cairo un dialogo interessante. «Pensate che il voto sia legato solo all’immigrazione e che siamo tutti razzisti. Vi assicuro che è molto più complesso di così», dice Cairo.

L’opera non è estemporanea, ma s’inserisce in un percorso letterario e di ricerca ben strutturato da Cartwright, capace di raccontare le contraddizioni della Gran Bretagna contemporanea impoverita a causa della deindustrializzazione. I personaggi dei suoi romanzi, da Heartland a Iron Towns, ritraggono lo smarrimento della società britannica dinnanzi alla progressiva erosione delle sicurezze acquisite nel tempo e le reazioni che manifestano paure profonde.



Cartwright, c’è già una fessura tra il prima e dopo Brexit?
«Sì, credo si avverta il senso profondo di una frattura. Il voto ha acuito ed esposto le divisioni e i rancori preesistenti. La situazione è resa molto instabile dalla rottura della tradizionale lealtà all’appartenenza politica. Sulla Brexit il frazionamento interno ai partiti è trasversale. Siamo piombati in una trincea di visioni politiche di scarso respiro, animate dai pregiudizi. Nutro la sola speranza che si affrontino le diseguaglianze sociali ed economiche, capaci di generare risentimenti aspri».

Chi sono i cosiddetti “Brexiteers”?
«È una coalizione bizzarra composta dall’ala più intransigente del Partito Conservatore, degli estremisti dell’UKIP, da elementi del vecchio establishment britannico ancora ossessionati dai sogni dell’Impero. Ma è più cruciale il sostegno di una parte significante della classe operaia inglese e gallese. La maggioranza delle persone, che hanno sostenuto la Brexit, non sono espressione dell’estrema destra. Questo è stato un grande e costante abbaglio dei commentatori e politici schierati per l’Europa. Invece di costruire un dialogo con gli elettori scettici e disillusi, si è preferito chiamare circa diciotto milioni di persone razzisti o fascisti».

Quali paure e speranze hanno condizionato il referendum?
«La paura, che ha influenzato gli elettori, è il prodotto di quarant’anni di crescente divario sociale e di un senso d’impotenza diffuso nella popolazione. Le speranze provenivano dall’idea errata, ma effettivamente persuasiva, di riprendere il controllo sui politici, sulle élite dominanti che hanno servito così male il paese. Con queste paure e speranze il voto sull’Unione Europea è ciò che potremmo definire il “danno collaterale”. Non credo che i cittadini siano entrati nelle urne col pensiero rivolto integralmente all’Europa. Si è trattato più di una questione insulare di divisioni parrocchiali. Questo è stato uno degli errori più gravi commessi da chi ha deciso d’indire il referendum».

I giovani hanno votato per l’Europa. Lei ritiene sia anche uno scontro tra generazioni?
«La Gran Bretagna è un paese ancora molto ricco, in cui un bambino su quattro vive in condizione di povertà. Questo dato, citando le parole del recente report del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla materia, non è semplicemente una disgrazia, ma una calamità sociale e un disastro economico. È evidente che per i giovani ci siano molte meno opportunità rispetto ai genitori ma anche ai nonni. La diseguaglianza mai così ampia nei livelli di benessere resta la spaccatura più pericolosa delle nostre società».

Che cosa ha rappresentato la Brexit per la working class britannica?
«Una certezza è che sulla classe operaia graverà l’impatto più forte, qualunque sia l’esito di questo processo. Un governo oltranzista e l’assenza di un accordo con l’UE sono le cose più pericolose per noi e per i popoli europei. Il voto è stato un ultimo lancio di dadi, un azzardo. Viviamo in un paese in cui molte persone sono disperate; un paese ricco in cui le persone sono sempre più povere».

Quanto può resistere il pensiero obliquo del Partito Laburista sul tema?
« In questo contesto frammentato il partito laburista è apparso cauto, danzando come un equilibrista. Nonostante la maggioranza dei laburisti abbia votato per restare nell’Unione Europea, è anche il partito di riferimento della classe operaia delle regioni industriali dell’Inghilterra e del Galles, che si è espressa a favore della Brexit. La rabbia, in quella che una volta era il cuore della nostra industria e dei laburisti, è reale e assolutamente giustificata».

Qual è l’impatto sul lavoro culturale di questa stagione politica e sociale turbolenta?
«È vero che la Brexit ha generato una reazione artistica soprattutto nella narrativa. Penso che la letteratura possa offrire meglio della politica un senso di apertura. Consente di porre le questioni irrisolte ed è attenta alle sfumature, alla complessità, quando la politica e soprattutto gli attuali politici sembrano intenti a dare risposte riduttive e categoriche a questioni di difficile soluzione».

domenica 9 dicembre 2018

Più libri più liberi, l'America protagonista


di Gabriele Santoro

L’America del Nord e il suo racconto sono i protagonisti della giornata conclusiva di Più libri più liberi. La cosiddetta piccola e media editoria, con quella romana in prima fila, continua a comporre con la pubblicazione di libri e voci d’oltreoceano rilevanti il nostro immaginario americano. Autori come Lionel Shriver, Gary Younge, William Tanner Vollman e Grace Paley consentono al lettore di immergersi in storie potenti, che aiutano a interpretare questioni critiche del nostro tempo.

A Roma esiste una casa editrice che porta il nome dell’incrocio tra la Sessantaseiesima Strada e la Seconda Avenue, a Manhattan, dove gli editori hanno creato il primo nucleo del progetto di 66thand2nd. Nella Nuvola all’Eur presenteranno Lionel Shriver, di cui hanno pubblicato I Mandible. Una famiglia 2029-2047 (traduzione di Emilia Benghi, 20 euro, pagine 496).

Il romanzo ci pone dinnanzi alla prospettiva della progressiva perdita dell’egemonia economica e culturale degli Stati Uniti, raffigurata dalla caduta in disgrazia di una famiglia agiata. Precipita il valore del dollaro, alla presidenza giunge Alvarado, primo latinoamericano alla Casa Bianca, e la terra dell’abbondanza lascia spazio al deserto. Shriver si conferma una coscienza critica con una domanda semplice e decisiva: quale mondo lasceremo alle future generazioni?

«Con l’opera di Shriver ho trovato ciò che cercavo: il racconto della grande crisi deflagrata negli Stati Uniti dieci anni fa – sottolinea l’editrice Isabella Ferretti –. La scrittrice, che rifugge qualsiasi inquadramento politico, non si limita alla cronaca, ma guarda alle conseguenze a lungo termine della recessione sulle famiglie americane. La sua distopia tematizza nodi fondamentali dell’agenda mondiale, dall’emergenza ambientale alle migrazioni su scala globale».

Negli Stati Uniti ogni giorno sette ragazzi sotto i vent’anni perdono la vita per colpa di un’arma da fuoco. Gary Younge, il corrispondente del Guardian negli Usa, ci mostra il dolore intimo che questa violenza quotidiana produce. Younge ha scelto una data, il 23 novembre 2013. E dal resoconto dell’uccisione, ma soprattutto della vita, di dieci bambini e ragazzini vittime quel giorno di un’arma da fuoco è nato Un altro giorno di morte in America (Traduzione di Silvia Manzio, 352 pagine, 16 euro), pubblicato da Add editore.

«Il libro di Younge racconta un’America che non solo noi europei non conosciamo davvero, ma anche l’America stessa non vuole vedere – sostiene Stefano Delprete, editor di Add –. Younge ci descrive come la disattenzione, la mancanza di scelte politiche coraggiose e l’assuefazione alla violenza siano le peggiori nemiche della democrazia. Il suo è un libro straordinariamente umano. È come se restituisse la vita a dieci ragazzi, che ci stanno insegnando qualcosa».

Minimum fax per ora pubblicherà sette titoli di William Tanner Vollman, puntando sulla potenza travolgente della lingua e delle sue storie. Nello stand della casa editrice romana, i visitatori della fiera possono già trovare I fucili (Traduzione di Cristiana Mennella, 498 pagine, 16 euro), che è il sesto dei Sette Sogni, la serie di romanzi dedicati da Vollman alla colonizzazione del continente nordamericano, dai vichinghi fino alle guerre indiane.

«Abbiamo scelto di pubblicare Vollmann, perché insieme a David Foster Wallace e a pochi altri ha saputo rilanciare un’idea di letteratura come scommessa e rischio, che il lettore è chiamato a condividere in un’esperienza immersiva e totalizzante – spiega l’editor Luca Briasco – . Vollmann estremizza e porta a livelli di radicalità senza precedenti la massima hemingwayana, e non solo, in base alla quale si scrive solo di ciò che si sa e si sperimenta in prima persona, fino a fumare crack o a rischiare il congelamento nell’Artico per raccontare il gelo e gli stenti di chi cercava il mitico Passaggio a Nord-ovest».

Le short stories di Grace Paley ci fanno ascoltare il cuore periferico di New York. L’ambientazione dei racconti è quasi sempre il Bronx: storie condominiali, la vita dei comitati di quartiere, le lotte di Paley che s’intrecciano con le vicende personali e la commistione fra culture. I protagonisti sono quasi tutte famiglie d’immigrati, come d’altra parte era Paley, figlia di ebrei russi, emigrata a New York all’inizio del Novecento. Einaudi aveva pubblicato la raccolta di racconti scritti nell’arco di trent’anni. La nuova traduzione delle quarantacinque storie, che compongono Grace Paley. Tutti i racconti (Sur, 516 pagine, 24 euro), è stata affidata a Isabella Zani con un’introduzione di George Saunders.


«Non credo ci sia oggi tema più forte dell’integrazione culturale – conclude Marco Cassini, editore di Sur – . Paley è una voce inconfondibile degli Stati Uniti del secondo Novecento. Ebbe grande successo negli anni Ottanta. Era stata accostata a Carver. Nei suoi racconti ogni personaggio e avvenimento tendono a raccontare l’universale. Paley ha sempre alternato la produzione letteraria a una ferventissima attività sociale. I testi non hanno mai un messaggio dichiaratamente politico, ma attingono a quelle esperienze. Ogni storia è come se fosse un solco tracciato non solo nella lingua, nella storia della letteratura, ma anche nella vita del lettore».

mercoledì 18 luglio 2018

Nelson Mandela, cent'anni di battaglie

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-23

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Cent'anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l'emancipazione che non è ancora concluso. 

Il Sudafrica, e il mondo, hanno celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente  nel 1994 in un paese ancora lacerato dall'oppressione dell'apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un'altra.

Barack Obama ha conquistato lo stadio di Johannesburg, stracolmo per il Mandela Day, nel discorso più importante da quando non è più il Presidente degli Stati Uniti d'America. Mandela e Obama si sono incontrati una sola volta, nel 2005 a Washington, poi quest'ultimo nel 2013 ha salutato la scomparsa «dell'ultimo grande liberatore del secolo scorso». Invitato a Johannesburg dalla Nelson Mandela Foundation, Obama è stato osannato col coro, “Yes we can”, che ha contraddistinto la sua campagna elettorale. 

«Viviamo in tempi molto strani e molto incerti – ha scandito Obama – . Ogni giorno sentiamo notizie estremamente inquietanti. Per capire come siamo arrivati qui dobbiamo capire che cosa è successo cento anni fa. Le politiche della paura, del risentimento e dell'arretramento iniziano ad avere presa, e questo tipo di politiche ora sono in crescita». E su Mandela: «È il simbolo delle lotte di tutti i diseredati nel mondo. Non erano solo gli oppressi a essere liberati, ma gli oppressori hanno ricevuto un enorme dono: l’opportunità di contribuire agli sforzi per costruire un mondo migliore».

La ricorrenza della nascita di Mandela, festeggiata annualmente, è l'occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze, che tuttora segnano la società sudafricana. Da poco sono usciti in Italia tre libri, che consentono di compiere un viaggio nella memoria, proiettandosi verso il futuro: Il reattivo (Pidgin edizioni) di Masande Ntshanga, La signora della porta accanto di Yewande Omotoso (66thand2nd) e Terra di Sangue di Karin Brynard (e/o). Si tratta di importanti voci non solo letterarie sudafricane, che non evadono le questioni politiche.


«Mandela è stato e resterà una figura immensa nella storia del Sudafrica: l'eroe della liberazione, che ci ha salvato dalla guerra civile e ci ha insegnato il perdono – dice Omotoso –. È un periodo interessante per il paese. C'è la generazione nata libera in democrazia, che senza eresie interroga il mito, i suoi compromessi e la fallibilità propria di ogni essere umano. Questa generazione ha dinnazi lotte altrettanto complesse, che non prescindono dall'eredità di Mandela».

Masande Ntshanga ci porta a Città del Capo, una città moderna e globale di per sé, ma in molti modi ancora definita dalle divisioni di razza e classe del passato. Lo scrittore rafforza le considerazioni di Omotoso: «I giovani continuano ad avere difficoltà a trovare accesso all'educazione e al lavoro. Negli ultimi anni c’è stata una crescente sfiducia nel governo, seguita da un aumento dell’attivismo, nonché una pressione per avere leader politici più giovani. In un primo momento il passato è stato definito dall’ottimismo, che poi si è trasformato in disillusione. Ora il presente è definito da un aumento del coinvolgimento politico, con molti giovani uniti dall’imperativo culturare di costruire una società inclusiva ed equa».

Tra un anno il Sudafrica tornerà al voto in quadro politico in movimento dopo il tramonto della discussa stagione dell'ex presidente Jacob Zuma con l'African National Congress, il movimento e partito politico nato l’8 gennaio 1912 per combattere l’apartheid guidato da Mandela, in piena transizione. «La presidenza Zuma è stata spesso considerata disastrosa; un qualcosa che la gente non vuole che si ripeta. Siamo curiosi di vedere se l’ANC perderà la sua presa o se acquisirà nuovamente la sua forza. La crisi del partito ha prodotto però una reazione con una rinnovata partecipazione delle persone alla sua vita».

Una questione sempre centrale nel dibattito pubblico sudafricano, e lo diventerà sempre più in vista delle elezioni, è la proprietà terriera, che rimane uno dei simboli della diseguaglianza. Il thriller di Karyn Brynard illumina il tema, toccando quello della violenza che ancora domina i rapporti sociali: «La polizia non considera la violenza brutale degli assalti alle fattorie, che non colpisce solo i proprietari bianchi, per bottini esigui con una propria specificità, la derubrica a criminalità comune; i gruppi politici bianchi invece non esitano a definirlo un genocidio. L'agricoltura in Sudafrica non è mai stata semplice; ha profonde implicazioni storiche e politiche. La terra conserva tutto il retaggio ingombrante del passato coloniale e delle ferite dell'apartheid».

E poi c'è il razzismo, male endemico ancora da debellare: «È difficile raccontare una storia sudafricana senza affrontare la questione razziale – conclude Brynard –. Siamo uno degli ultimi paesi al mondo in cui il razzismo è stato soppresso in modo formale dalla legge e dichiarato un crimine contro l'umanità. Non abbiamo pienamente fatto i conti col pregiudizio culturale che ci attanaglia. Ma l'intera società umana è ancora alle prese con il razzismo. Il Sudafrica con il suo difficile processo di riconciliazione post apartheid insegna al mondo quanto il razzismo danneggi sia le vittime sia chi lo perpetra».

domenica 3 giugno 2018

Winkler: «Vi racconto gli hooligan la gioventù bruciata dalla rabbia»

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 19

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Philipp Winkler, classe 1986, studiava scrittura creativa all'Università di Hildesheim, quando iniziò cinque anni fa a immaginare Hool (66thand2nd, 285 pagine, 18 euro, traduzione di Riccardo Cravero), che nel 2016 in Germania nel solo primo mese in libreria ha venduto 25mila copie ed è entrato nella lista del più importante premio letterario tedesco, il Deutscher Buchpreis.

Winkler ha ambientato l'esordio narrativo nella città in cui è cresciuto, Hannover. Il protagonista Heiko, trentunenne e della stessa estrazione sociale operaia dello scrittore, che però non è mai stato un hooligan, ci trascina nel microcosmo di un gruppo di sostenitori dell'Hannover 96. Winkler raffigura un universo maschile violento, costringendo il lettore a interrogarsi sull'origine di scontri fisici scrupolosamente premeditati e insensati. C'è tanta vita nel disincanto disperato della banda di hooligans, che odiano i naziskin.

Il lavoro del traduttore restituisce la capacità dello scrittore di non tradire il linguaggio duro di chi ha deciso raccontare. Come i ragazzi dell'ex Repubblica Federale Tedesca narrati da Clemens Meyer, autore simbolo della generazione post 1989, quelli di Winkler sembrano muoversi in una terra di nessuno. E se non possono sognare una nuova società e con essa una vita nuova, restano loro l'amicizia e il sogno di un amore.

Winkler, quali sono le caratteristiche essenziali dell'hooliganismo in Germania?
«Oggi si concretizza soprattutto nello scontro, ognuno con le proprie insegne, a mani nude fuori dallo stadio al riparo dai riflettori e dalla polizia. Esiste una sorta di codice comportamentale, che per esempio prevede di non colpire chi è già per terra o di non usare alcun tipo di arma. Continuano a combattere anche in età avanzata; è quasi un meccanismo di socializzazione che asseconda l'istinto».

Il calcio è un elemento accessorio nelle loro azioni?
«È fondamentale nella quotidianità delle loro vite, ma quando si avvicinano all'hooliganismo in sé il calcio è una sorta di iniziatore, una bandiera sotto la quale riunirsi, una fonte di identificazione. L'atto violento invece non ha nulla a che fare con il calcio».

Qual è la risposta degli hool alla commercializzazione dello stadio?
«Scommetto che alcuni di loro non hanno nessuno scrupolo nel portare i figli all'arena “Red Bull Leipzig” o in altre simili. Ognuno difende la propria idea di purezza del gioco. Per altri è una ragione per rifiutare e recludersi ancora di più nella propria campana di vetro esistenziale».

L'importante è che ci sia da menare, dicono gli hool.
«Ma poi vivono come gli altri, sommersi nella società. Nel loro ambiente però tutto è in funzione della preparazione della rissa e delle sensazioni di adrenalina che si vivificano negli istanti della lotta».

Qual è il contenuto espresso dal loro conflitto, oltre all'estetica della violenza?
«È difficile generalizzare, ma due elementi cardine sono la lealtà e il cameratismo. E spesso è anche una forma di libertà: fare qualcosa che non è accettato dalla società e dalla legge».

I gruppi che animano le curve degli stadi sembrano spostarsi verso l'estrema destra o sono sempre più apolitiche. Il declino delle ideologie riguarda anche gli hool?
«Heiko disprezza i neonazisti, che popolano questo ambiente, credendo che l'hooliganismo e la lotta dovrebbero essere apolitiche. Lui stesso come moltissimi altri hool è apolitico. L'unica sua certezza è l'antinazismo. Tuttavia talvolta inconsapevolmente replica pensieri e comportamenti in qualche modo sessisti o razzisti propri di atteggiamenti violenti».

Il mondo degli hool è identificabile con un'unica classe sociale, la working class; la Germania degli esclusi?
«No. L'hooliganismo è diffuso in tutti gli strati sociali, dal più basso al vertice. Molti si arrangiano sul confine della legalità, vivono alla giornata nelle periferie della deindustrializzazione, ma la rabbia non è identificabile solo con la marginalità sociale».

La banda diventa quasi una famiglia?
«L'amicizia è il loro valore più prezioso, specialmente per Heiko. Il padre lo portava allo stadio, lo zio era un hooligans anni Novanta. Lui costruisce la propria identità, rifondando una sorta di nucleo familiare, basato sulla condivisione di una passione, nel quale ogni componente riempie i vuoti intimi». 

Davvero questa gioventù dominata dalla rabbia non ha sogni?
«Certo che li hanno, tuttavia per molte circostanze, nella maggior parte dei casi indipendenti dalla loro volontà, sono opachi. Si sentono paralizzati e non trovano alcuna strada per realizzarli».

mercoledì 6 dicembre 2017

«Negroland, dove i neri sono ancora pedine». Intervista a Margo Jefferson

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-25

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

«Ci piace pensare che la storia sia un libro, e quindi di poter girare pagina, muovere il culo e andare avanti. Ma la storia non è la carta su cui viene stampata. È la memoria, e la memoria è tempo, emozioni, e canto. La storia sono le cose che ti rimangono dentro», ha scritto Paul Beatty ne Lo Schiavista, che gli è valso il Man Booker Prize.

In queste parole ritroviamo il lavoro di ricerca sulla memoria e sulla lingua che Margo Jefferson, classe 1947, ha concretizzato nel potente Negroland (66thand2nd, 270 pagine, 16 euro, traduzione di Sara Antonelli); un'opera che riesce a unire il saggio storico alla classica autobiografia. Docente alla Columbia University, Jefferson ha scritto per anni di letteratura e teatro per Newsweek e The New York Times, vincendo nel 1995 il Premio Pulitzer per la critica. L'autrice è fra gli ospiti internazionali più attesi a Più libri Più liberi e interverrà sabato alle 15 (Sala Sirio). Stamattina la Fiera Nazionale della Piccola e Media Editoria sarà inaugurata dal Ministro Dario Franceschini nella nuova sede del Roma Convention Center La Nuvola.

Lei, figlia dell'alta borghesia nera di Chicago, ha intrecciato in questo memoir il lessico familiare, le vicende biografiche con quelle politiche e sociali, il movimento per i diritti civili e quello femminista che hanno segnato il Novecento americano. Negroland rappresentava l'élite nera afroamericana: «Una piccola regione dell'America Negra i cui abitanti erano protetti da un certo grado di benessere e privilegi». A livello politico, educativo e sociale i membri di questa comunità immaginaria erano molto consapevoli del proprio lascito culturale come avanguardia degli afroamericani, seppure i percorsi individuali fossero in larga parte tracciati dalle discriminazioni.

Jefferson, Negroland, la sorta di terra natia nella quale lei è cresciuta, oggi mantiene gli stessi confini?
«Quel mondo è ancora profondamente cosciente della propria storia e delle tradizioni. Ha accesso a molti più privilegi e opportunità rispetto al passato, ma non creiamo equivochi: non viviamo in una società post-razziale. Il razzismo è vivo e prospera negli Stati Uniti. Il suprematismo bianco, la misoginia e l'omofobia sono tre delle identità settarie fondative degli Stati Uniti. Dico che la struttura di potere bianca procura un accresciuto, ma ancora limitato, numero di opportunità ai neri e alle altre minoranze.  Gli appartenenti a questo mondo relativamente avvantaggiato hanno accesso economico, sociale e culturale a privilegi un tempo riservati ai bianchi. Per quale ragione? Perché i loro antenati hanno lottato con forza, usando la legge, la politica e la cultura, tutti gli strumenti del Movimento per i diritti civili, affinché queste opportunità fossero più disponibili».

Il significato e dell'utilizzo della parola Negro come si sono evoluti dal 1947 a oggi?
«“Negro”, con la prima lettera maiuscola era una parola politicamente consapevole e progressista. In quale modo sono chiamati gli oppressi dai loro oppressori e come scelgono di chiamarsi a propria volta? È una questione assai complessa. Non molto tempo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Negro era vista come parola più assertiva, risoluta, in fondo in lingua spagnola significa nero, orgogliosa, meno raffinata. Oggi negli Stati Uniti è una parola insidiosa, poiché come ha sostituito “colored people”, a sua volta negli anni Sessanta è stata soppiantata dalla più funzionale “nero”, e infine da quella globalizzata Afro Americano. Nel mio libro ho deciso di usarla come un segno e simbolo storico molto preciso».

Qual è stato l'impatto del femminismo nel suo riconsiderare le questioni di razza, genere e classe in America? Nel libro sembra impossibile scinderle.
«Il femminismo è stato cruciale! Concepisco razza, classe e genere come la nostra trinità secolare. Certamente dobbiamo analizzare i dettagli di ogni ambito, ma se vogliamo un'analisi completa della condizione delle persone è impossibile; è irrealistico e bugiardo separarli uno dall'altro. Essi si contagiano e coniugano a vicenda, danno forma alle nostre vite e alla psiche, al modo in cui guardiamo al mondo. Ora si parla di intersezionalità: razza, classe e genere sono gli esempi perfetti di come identità multiple modellino e siano modellate dalla discriminazione e dall'oppressione. E, allo stesso modo, da preziose tradizioni culturali e sociali».

È ancora vivo negli Stati Uniti il mito di una società senza classi?
«Direi che esiste ancora un potente e sleale mito della mobilità di classe nel Paese. Resiste la fantasia che chiunque sia dotato di sufficiente ambizione e che lavori duramente possa avere successo, possa farcela. Ma quel chiunque è quasi sempre in partenza un uomo bianco ed eterosessuale. È evidente che il nostro sistema politico ed economico ricompensa sempre meno le persone povere o appartenenti alla working class, anche quando sono maschi, bianchi ed eterosessuali. Ma per molti, come dimostra chiaramente l'elezione di Trump, il bisogno di credere nel mito è tuttora più forte di questa preoccupante realtà».

Qual è il ruolo dell'élite nera negli Stati Uniti?
«Ora è stata integrata più che mai nella struttura di potere bianca. Tuttavia i neri al vertice della piramide di potere sono ancora pedine, e coloro che hanno venduto i propri principi per arrivare in quella posizione non meritano la nostra ammirazione o il desiderio di emulazione. Vorrei che il ruolo dell'élite nera corrispondesse all'idea di sfidare le regole ingiuste e le conseguenze prodotte da tali strutture».

Lei è diventata una critica di successo in un ambiente professionale difficile, anche il giornalismo incarnava la segregazione. Poche persone nere hanno vinto il Premio Pulitzer. In quale modo ha vissuto la pressione dell'ambizione e l'urgenza di affermarsi in questo tipo di società?
«Innanzitutto devo rendere omaggio ai giornalisti neri e alle giornaliste che negli anni Sessanta hanno contribuito all'integrazione razziale nella professione, quando ero ancora una studentessa. Loro mi hanno consentito di assecondare l'ambizione e hanno reso possibile la mia carriera. Le pressioni, che oltrepassano l'ambizione, e si orientano verso un'idea di perfezione interiorizzata sono intense. Mi confronto con esse condividendo le paure, i sogni e la scrittura con gli amici e i colleghi che più o meno si trovano nella medesima posizione».

domenica 20 novembre 2016

Jonah Lomu, il figlio del vento che cambiò il rugby

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 20
20 novembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

All'inizio del 1989 l'uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell'ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po' più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l'allenatore del Wesley College. Nei cinque anni successivi Jonah Lomu, ala classe 1975, ha colto di sorpresa il mondo e ha cambiato il gioco con la palla ovale, divenendone la prima icona globale.


Nel 1995 Nelson Mandela tentava di ridisegnare le linee di confine e infrangere le convenzioni anche nel rugby, disciplina ad appannaggio dei bianchi, tenendo però insieme il Sudafrica. E c'era una Coppa del mondo per mostrare la reificazione dell'idea di un paese oltre la lacerazione dell'apartheid. Laurie Main, l'allenatore degli All Blacks, la selezione nazionale, si accorse di quel talento che inanellava record di velocità e lo scatto fu breve: «Nel 1994 sapevamo che c'era un potenziale straordinario in Lomu per realizzare qualcosa di spettacolare e inatteso già nella Coppa del mondo del 1995». L'ultima domenica del mese di giugno 1994 a Christchurch, Lomu, appena diciannovenne, divenne l'All Black numero 941.

Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, non ha mai nascosto la propria predilezione per i gregari. Ora con L'uragano nero. Vita, morte e mete di un All black (66thand2nd,185 pagine, 18 euro) torna a misurarsi con un uomo dall'esistenza più larga della vita e, seguendo i passi dell'anima del campione scomparso nel 2015, ci guida in tanti luoghi italiani del rugby.

Un italiano, Vittorio Munari, cacciatore di talenti per il Petrarca Padova, rimase subito abbagliato dal giovanissimo Lomu. Era bello come Cassius Clay, al quale verrà simbolicamente associato per l'impatto mediatico, all'Olimpiade di Roma nel Sessanta: centodiciotto chili senza un'oncia di grasso, sempre pronto, seppure di carattere riservato. Il rugby l'aveva conosciuto sulla strada, dove mitigava il dolore di una famiglia segnata dalla violenza paterna.

Pastonesi ci ricorda che il rugby è forza, non violenza, e questo sport tirò fuori dai guai l'adolescente Lomu, invischiato in pessime compagnie. La madre lo iscrisse al Wesley College, che dal 1884 ha accolto e formato studenti fondamentali per la storia degli All Blacks. Nessuno come lui era in grado di abbinare quella velocità a quella stazza. Da studente fermò a 10”89 il tempo sui centro metri piani: un figlio del vento che distruggeva i placcaggi.

Venticinque passi, tre placcaggi evitati, sette secondi di tempo per la meta più celebrata: così in Sudafrica, durante la semifinale mondiale contro l'Inghilterra, e nonostante la sconfitta in finale contro gli organizzatori del torneo, Lomu assurse al ruolo di icona nella cultura di massa. La storia di Jonah abbaglia per come ha resistito già dal 1996 alle rovine, alla malattia: sindrome nefrosica. Prima e dopo il trapianto di rene è stata questione di andate e ritorni coraggiosi sul campo. Gioca, risorge, per poi doversi arrendere. Muore poco più che quarantenne.

C'è una bella fotografia, scattata nel 1994. Lomu, nello spogliatoio di Christchurch, stringe la prima maglia All Black della sua carriera e sembra assorto in preghiera. Il rugby è un elemento culturale inscindibile dalla nazione neozelandese, sono cresciute insieme, in una relazione del tutto particolare con i colonizzatori, gli inglesi.

lunedì 4 luglio 2016

I giorni selvaggi del Pulitzer Finnegan: «Il surf è un giardino segreto, una struggente ragione di vita»


di Gabriele Santoro

Il surf può essere una struggente ragione di vita, fisicamente estenuante e intrisa di gioia. Lo testimoniano le pagine dell'appassionante memoir Giorni selvaggi (66thand2nd, 25 euro, 496 pagine) del giornalista e scrittore William Finnegan, dal 1987 staff writer al The New Yorker. È appena arrivato in libreria, ma è un progetto letterario che ha alle spalle una gestazione lunga vent'anni. L'autore, cresciuto tra Los Angeles e le Hawaii, dà ai lettori la misura di un'ossessione, di un incanto, di una fede assoluta per la tavola e per le onde che rappresentano un modo di stare, rapportarsi e al contempo fuggire dal mondo.


Finnegan ha cominciato a surfare all'età di dieci anni, alle Hawaii dove il padre trasferì la famiglia, conquistando in acqua il rispetto dei coetanei nativi e cavalcando poi da grande viaggiatore le onde migliori nel Sud del Pacifico, in Australia, Asia e Africa. «In natura le onde non sono oggetti stazionari come le rose o i diamanti. Al contrario sono contemporaneamente l'oggetto del più profondo desiderio, dell'adorazione e anche il tuo avversario, la tua nemesi, finanche al tuo nemico mortale. Cavalcarle è una soluzione teoretica all'impossibilità di un problema complesso», dice lo scrittore.

L'autobiografia, che è anche storia sociale e una straordinaria esplorazione tanto fisica quanto intellettuale on the road, è stata insignita del Premio Pulitzer 2016 per il genere. Il surf è anche la costruzione di un linguaggio, di mappe ancora non disegnate: ed è esattamente quel che ci restituisce Finnegan, protagonista martedì alle 21 di un nuovo appuntamento del Festival Letterature, curato da Maria Ida Gaeta, presso la Basilica di Massenzio. Sul palco saliranno anche i cinque candidati al Premio Strega Europeo, giunto alla terza edizione: Mircea Cartarescu, Annie Ernaux, Kerry Hudson, Ralf Rothmann e Ricardo Menendez Salmon. Tutti gli autori leggeranno un proprio testo inedito sul tema della memoria, accompagnati dalla musica di Enrico Pierannunzi.

Finnegan, quali sfide le ha posto la scrittura di un memoir?
«Da giornalista è strano indagare le proprie memorie, e parlare della propria vita privata. D'abitudine il lavoro consiste nell'investigare, nel porre domande fuori di me. Si attinge a quello che restituiscono gli archivi dei giornali, ai diari e alle lettere per ricercare una verità storica. Ed è scioccante constatare quante lacune abbia la nostra memoria. Allora vai a rintracciare gli amici, i nemici e provi a negoziare tra quello che ricordano loro e quello che ricordi tu. The New Yorker Magazine, dove lavoro, è un dipartimento formidabile per il fact checking. Ho provato a fare lo stesso con la memoria. I momenti condivisi con gli amici, le persone amate, i familiari ovviamente erano fuori di registrazione. Li ho incisi per chiunque legga, raffigurando tutto ciò. Scegliere cosa mettere e cosa lasciare nella sfera della privacy è un processo creativo complesso».

Il surfista utilizza un linguaggio vernacolare vivido. In che modo ha reso accessibile quel lessico al lettore neofita?
«Questa è stata un'altra sfida decisiva: non rinunciare ai termini tecnici del lessico surfista senza inficiare la struttura e la leggibilità del testo. Ho fatto molte prove, sottoponendo spesso lo scritto al mio editor, a mia moglie, persone del tutto distanti dal surf: chiedevo loro di indicarmi i passaggi poco comprensibili, ed era una frustrazione. Credo sia una possibilità per avvicinare, educare il lettore generalista al linguaggio dell'oceano, delle onde e del mestiere del surfista. Già dopo i primi due capitoli si familiarizza con le descrizioni e penso si apprezzi la ricchezza del linguaggio. Era un'esigenza irrinunciabile per entrare nelle scene, per capire cosa significhi, cosa importi e le ragioni che animano la ricerca errante della cresta d'onda perfetta. La costruzione dell'aspetto psicologico nel rapporto con l'oceano è un processo lungo».

La ricezione di un enorme pacco di lettere, inviate da un amico d'infanzia, alimenta l'inizio del libro. Che cosa hanno rappresentato?
«L'arrivo di questo pacco è stato il punto di rottura, che in qualche modo mi ha costretto a misurarmi con quell'esperienza senza il timore dello stereotipo del surfista. Hanno avuto l'effetto della madeleine in Proust. Non avrei potuto archiviare l'apparizione di tutte queste lettere, relative all'adolescenza, così ricche di dettagli, centinaia di pagine. Quando ho pensato a come organizzare il testo, ho deciso che sarebbero state la spina dorsale del primo capitolo».


Che cosa vuol dire leggere un'onda e in che modo si sviluppa il lavoro intellettuale del surfista?
«Significa essere in qualche modo un oceanografo, avere memoria dell'acqua e delle onde in un posto specifico e negli altri luoghi esplorati, una sorta di mappa mentale. Si sviluppa una libreria immensa, un archivio di esperienze con l'oceano per comprendere che cosa farà l'onda in termini specifici, quanto sarà veloce, quanto potenza avrà, tutti i differenti angoli dell'acqua e sapere come verrà, dunque come surfare. Questa è la principale occupazione di un surfista, tutto sta nel pensare a che cosa farà poi l'oceano: essere nel posto giusto, sulla costa giusta al momento giusto. Ma anche nel punto esatto in acqua. Guardando i surfisti migliori ti domandi come sappiano, come prendano decisioni così velocemente. Essere i migliori equivale a comprendere il posto, le onde in generale prima e meglio di chiunque altro. L'ambiente diventa quasi un'estensione anatomica dei surfisti».

venerdì 1 luglio 2016

Frammenti di Africa, tra calcio e felicità

Il Venerdì di Repubblica, numero 1476, sezione Cultura pag. 89,

1 luglio 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Leggendo l'antologia La felicità degli uomini semplici (66thand2nd, 192 pagine, 18 euro), curata da Alain Mabanckou su un'idea dell'editrice Isabella Ferretti, l'immagine pura di un rettangolo di gioco polveroso, che continua a nutrire sogni, storie e speranze, si mischia alla vita fuor di metafore stanche.

Il letterato di Pointe-Noire ha coinvolto quindici scrittori per tessere un mosaico di racconti brevi, che non tradiscono l'ambizione di narrare, osservando il calcio, frammenti intimi e politici della complessità africana. In un passaggio della lezione inaugurale, nel giorno dell'insediamento al Collège de France nella cattedra di Creazione artistica, Mabanckou ha detto: «Accogliendomi, dimostrate la vostra determinazione nel combattere l'oscurantismo e nell'assumere la diversità della conoscenza. Non avrei accettato la cattedra di Creazione artistica, qualora fosse dipesa dalle mie origini africane. Ho saputo che l'elezione è singolare, in quanto per la prima volta la cattedra è stata affidata a uno scrittore».

Sessant'anni dopo il Congresso degli scrittori e degli artisti neri, evidenzia Mabanckou, la Francia s'interroga ancora sulla doppia nazionalità, incapace di pensare una nazione molteplice, dunque ricca e grande. Dalle lettere al calcio, questo libro è utile a ricordare anche che, con tutte le implicazioni culturali del caso, agli Europei partecipano trentacinque calciatori di origine africana.

Jean Bofane apre La felicità degli uomini semplici con un racconto nel quale ritroviamo gli elementi del suo romanzo polifonico Congo Inc, che denuncia le forme varie della neocolonizzazione. Perché il dittatore Mobutu si affida solo ad allenatori bianchi, dunque a una sorta di neocolonizzazione? Blagoja Vidinic non ha l'estro di Bora Milutinovic, e allo Zaire manca quel genio di Jay-Jay Okocha. La scrittura brillante di Noo Saro-Wiwa ci porta nell'adolescenza di Kwame. La sua passione per il calcio rifugge il machismo e il dovere dell'appartenenza. Nella Soweto ebbra per l'assegnazione dei Mondiali del 2010, Mhlongo penetra l'oscurità di una famiglia, che ha atteso il nascituro albino per dirsi una qualche verità. Couao-Zotti e Helon Habila confermano quanto la dimensione del campetto sia quel che resta dell'infanzia, dove giocare a calcio vuol dire ridere, ma anche piangere.

Mabanckou ci riporta nella sua Pointe-Noire, inizio e fine di tutto, nella disillusione delle promesse mancate dell'indipendenza, raffigurata dal raccomandato Mayalama, l'attaccante senza talento dei Diavoli verdi. Ebodé non fa indossare il velo alla centravanti Fantamady, che tratta con la gioia degli eletti l'oggetto del desiderio in cuoio. Boualem Sansal giunge infine alla meta di Eduardo Galeano: spiegare la felicità a un bambino consiste nel dargli un pallone per farlo giocare.

giovedì 18 giugno 2015

La letteratura deve entrare nel paesaggio di chi non legge. Intervista a Dany Laferrière


di Gabriele Santoro

«Una venditrice, seduta con la schiena contro un muro, davanti una decina di manghi. È il suo lavoro. Per lei niente è cambiato. Questa gente è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all'inferno». Dany Laferrière assembla, con la musicalità che gli è propria, in tanti scatti la lacerazione consumata nel tempo di una manciata di secondi. Un evento che non ha frammentato la fierezza del popolo haitiano resistente. Il terremoto, quanto il ritorno da un esilio forzato, rappresentano lo spazio ideale per l'autore, che nella narrazione riesce a costruire un io collettivo.

Le case editrici Nottetempo e 66thand2nd hanno appena pubblicato due testi dello scrittore, nato a Port-au-Prince nel 1953 e riparato a Montreal nel 1976, recentemente entrato all'Academie française nel seggio dello scomparso Héctor Bianciotti. Paese senza cappello (Nottetempo, 265 pagine, 16.50 euro, traduzione di Cinzia Poli) è una sponda senza soste fra il paese reale e quello sognato. Da esule, in fuga dalla dittatura Duvalier, al desiderio primitivo di riappropriarsi dello scrivere della propria terra, parlare di Haiti a Haiti: «Sistemo la mia Remington in questo quartiere popolare, in mezzo alla folla sudata. Folla urlante. E dire che questa continua cacofonia, questo disordine permanente negli ultimi anni mi sono mancati». Una scrittura a cielo aperto che si alimenta della vita. Tutto si muove intorno a me (66thand2nd, 133 pagine, 16 euro, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala) è qualcosa di più e soprattutto diverso dalla cronaca della scossa tragica che il 12 gennaio 2010 uccise circa trecentomila persone, deturpando il volto di Port-au-Prince.

Laferrière è a Roma, dove stasera alle 21 interverrà al Festival Internazionale Letterature leggendo un bellissimo inedito, dal titolo Sono una macchina da presa. A fargli compagnia sul palco Binyavanga Wainaina e Concita De Gregorio, con la colonna sonora della kora di Madya Diebatè e delle percussioni di Vittorino Naso.

Dignità è una parola antica, alla quale lei fa sovente ricorso, sottraendola alla funzione passiva, consolatoria, del nostro tempo. Che cos'è la dignità ad Haiti?
«È la parola più diffusa nella resistenza di un popolo indomito. Si resta impressionati dalla serenità, dalla forza e dalla dignità attiva delle persone. La vita si impone col suo ritmo, malgrado nell'ultimo mezzo secolo non abbia risparmiato dittature ereditarie, colpi di Stato militari, cicloni e inondazioni devastanti. Gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia. Gioia e sofferenza che trasformano in canto e danza. Un nostro proverbio recita così: “Un haitiano forse non ti offrirà da mangiare, ma sarà sempre disposto a parlarti”».

È ormai radicata una certa letteratura critica sull'industria internazionale dell'aiuto umanitario. Quale segno ha lasciato nell'isola?
«Innanzitutto bisognerebbe affrontare l'argomento con serietà, senza generalizzare. C'è chi svolge bene il proprio mestiere. Il problema principale è che spesso chi dirige le Ong è distante dal terreno d'azione. Stabiliscono regole strette che impediscono quasi il contatto tra il proprio personale e la popolazione. La premessa dell'aiuto sta nella condivisione. Non si può pretendere di aiutare qualcuno che non conosci. Non si può aiutare, quando si prova diffidenza. Qualora si ritenga che non sussistano condizioni di sicurezza, ostative all'incontro con l'altro, l'intervento perde di significato. Chi dirige deve stare sul campo, e non limitarsi alla lettura dei rapporti redatti. Ricevo spesso la domanda: "A chi dobbiamo inviare soldi, senza correre il rischio che vengano sperperati?" Rispondo di verificare in prima persona. Usate quei soldi per acquistare un biglietto aereo. Fate l'esperienza che vi trasformerà. Non illudetevi di cambiare la vita delle persone, rinunciando allo scambio umano, emotivo».

A chi giova la logica della stampella internazionale?
«Gli haitiani sono rimasti sorpresi della reazione provocata dal terremoto nel resto mondo ed emozionati per l'empatia globalizzata. Il governo spinge per l'assistenzialismo dall'estero. Abbiamo sempre saputo vivere con poco e siamo ben consapevoli che per ogni aiuto c'è qualcosa da corrispondere. Nulla è gratuito. L'idea di Haiti mendicante è funzionale ai disegni delle élites politiche ed economiche. Gli haitiani sono sopravvissuti, perché non si sono mai aspettati di essere aiutati. Questo Paese già dopo quattro mesi, tifando in modo forsennato e gioioso Brasile ai Mondiali, ha mostrato la struttura individuale che regge all'impatto. Per la ricostruzione materiale serviranno almeno trent'anni, nel migliore dei casi. Il tempo di un'altra generazione dopo quella che ha resistito alla dittatura. Ognuno dovrebbe avere il diritto di dire la sua sul tipo di città in cui vorrebbe vivere. Dovrebbe avere il diritto di partecipare all'elaborazione del progetto della nuova città. E immaginare una nuova città che ci costringa a entrare in una nuova vita».

La storia dell'indipendenza di Haiti, agli albori dell'Ottocento, è un simbolo di redenzione assai significativo. Incarnò una sfida radicale al colonialismo, alla schiavitù e al razzismo, e aveva il carattere di una rivoluzione sociale. Resiste quella traccia?
«Resta che quella è la vicenda fondante dell'identità haitiana. In Occidente ascolto spesso dibattiti sulla problematica ricerca di un'identità, che in taluni paesi è divenuta questione politica. Ad Haiti invece l'identità è ben marcata, anche troppo. La gente è affamata, si dibatte nell'estrema povertà, ma pensa che può rivoluzionare il Paese. Pensa che il proprio figlio possa divenire presidente. Oggi in Francia il figlio di un operaio farà l'operaio. Non che questo sia disonorevole. Ma c'è una cultura che dice al figlio di essere fiero di percorrere le strade del padre. In Francia non si ritiene più credibile la mobilità sociale. Haiti permane globalmente politicizzata, perché la lotta coinvolse tutte le zone dell'isola. Gli schiavi erano ovunque. La mia infanzia è stata cullata dalle storie di schiavi che non avevano altre armi se non il loro desiderio di libertà e un folle coraggio. Non è come quando si espugna e rivolta solo il centro politico nella capitale. Alla periferia del cuore politico statunitense potrete incontrare cittadini che discorrono di agricoltura e commentano delle tasse da versare a Washington. Nelle campagne di Haiti sentirete accalorarsi per la sorte dell'Iraq e della Palestina. Sbalordisce la generale politicizzazione della società haitiana, che è dovuta alla partecipazione di massa alla battaglia per l'indipendenza».

Lei restituisce questa realtà con l'immagine letteraria della reazione popolare alla notizia del crollo del palazzo presidenziale.
«Ciò ha costituito una rottura con la concezione propria della sinistra internazionale, che associava quella caduta alla fine dell'epicentro della corruzione. Di quel luogo invece gli haitiani hanno sempre preservato il senso dell'istituzione, che hanno nutrito perché conquistata con l'indipendenza. Non hanno fatto confusione fra gli uomini e le istituzioni, perché non intendevano semplicemente essere uomini liberi, bensì cittadini. Anche sulle macerie materiali e morali di quel palazzo, crollato durante il sisma, l'hanno identificato quale ancoraggio dell'esigenza di cittadinanza. Non c'è minuto in cui abbiano smesso di sognare un giorno senza corruzione, lo Stato immaginato dai padri».

La tragedia del terremoto ha acceso il sentimento nazionalistico?
«No, forse alla radio e nei discorsi televisivi. Nelle ore successive al sisma ha prevalso la solidarietà umana, un sentimento di fraternità. Per una volta in questa città (Port-au-Prince) irta di barriere sociali, tutti hanno circolato alla stessa velocità. Nei quartieri ho visto i poveri, ai quali sfuggiamo sfrecciando in macchina, accogliere il dolore degli altri, di una madre benestante che aveva appena perso la propria creatura».

È possibile descrivere il linguaggio di un terremoto?
«Il linguaggio si riduce all'essenziale. Poi quel silenzio indimenticabile. Sdraiati sul suolo, sentiamo nella nostra fibra più intima ogni sussulto della terra. Siamo tutt'uno con lei. Non è possibile prendere le distanze da un momento eternamente presente. Nei dieci secondi del terremoto non ero il prodotto di nessuna cultura. Sono stati i dieci secondi più preziosi della mia vita. Il cemento che si oppone viene frantumato, i fiori più fragili dondolano e sopravvivono. Il romanzo è stato già scritto dalla natura».

Spiccano le figure femminili della sua famiglia. Sembrano personaggi per lei irrinunciabili. La letteratura come intimità tradotta in parole. Non ha ipotecato lo spazio letterario all'esilio, alla dittatura subita. In che modo convivono nei suoi libri pubblico e privato? È un suo compito ricucire la distanza tra il paese reale e quello sognato?
«Sì, ciò è molto bello. È vero che esiste un paese collettivo e poi l'individuo, l'io. Tuttavia credo che l'io scrittore sia un essere collettivo. Lei ha trovato una bella metafora nel legare questo spazio intimo a quello pubblico. Può darsi che sia nella mia natura haitiana la ricerca costante di uno spazio riservato alle cose interiori, che poi nutriranno i libri rivolti al mondo esterno. Soltanto la scrittura o la lettura possono rendere il mondo circostante più tangibile o cancellarlo. Quando si proviene da una nazione secondaria sullo scacchiere internazionale, stiate sicuri che non vi lasceranno mai parlare di letteratura. Hanno tutti una curiosità, che oscilla fra la circostanza disinteressata e la morbosità, sull'attualità politica, economica delle persone. Una battaglia, dalla quale temo non usciremo mai, per evadere dalla nostra riserva. Haiti dovrebbe diventare una superpotenza».

S'interroga sui metodi dell'osservazione, che traspare vivida nei suoi testi come l'urgenza del modo di concepire il mestiere dello scrittore. L'intervento che terrà stasera è eloquente in tal senso. Lei è una macchina da presa?
«Ho scritto senza sapere di scrivere un libro, durante il terremoto di Port-au-Prince. Troppo spesso cerchiamo di scrivere invece di consentire agli eventi di imprimersi sulla retina dei nostri occhi o scorrerci nelle vene. La mia vita di uomo divora la mia vita di scrittore. Ritengo che l'osservazione per me determinante risalga all'infanzia, quando mi sedevo accanto a mia nonna mentre sorseggiava il caffè e l'offriva ai passanti sulla strada. C'è un unico modo per trovare pace: far affiorare dall'infanzia più profonda il volto sorridente di mia nonna. L'osservazione contiene tutte le arti. Questa osservazione mi ha permesso di scrivere e intendere la scrittura come un'arte totale. A tal proposito ricordo un passaggio di Hemingway. Sosteneva che la gente leggesse molto i giornali. E sarebbe stato interessante creare un libro che assomigliasse a un articolo di giornale senza svanire nel tempo. Qualcosa che la gente possa leggere e rileggere. Mi attrae sempre l'idea di toccare tutti con uno stile primitivo, essenziale, prossimo al giornalismo che dura».

Qual è l'orizzonte della letteratura?
«La letteratura deve trovare nuovi lettori ed entrare nel paesaggio di chi non legge mai. E lo si può realizzare, facendo sapere loro che dentro ai libri ci sono anche le loro vite da andare a cercare».

Perché sostiene che la cultura sia l'unica cosa che Haiti abbia prodotto?
«Non si tratta di una cultura necessariamente insegnabile. I nostri migliori scrittori sono dei narratori notturni. La nostra scrittura scaturisce anche da quella oralità. Gli haitiani possono essere analfabeti e al contempo acculturati. L'Haitian Vodou è complesso e come religione richiede una ginnastica intellettuale enorme. Malgrado tutto la nostra cultura popolare è ricchissima, basta fare riferimento all'inestimabile patrimonio poetico dei proverbi, che si abbina a quella officiale. L'unica sovvenzione sotto il regime dei Duvalier consisteva nel riuscire a non farsi incarcerare. Da poco tempo è stato istituito un ministero culturale, ma questa è un'altra storia».

Quanto conta la musicalità nella sua scrittura?
«Nessuno può insegnarti a scrivere una frase che suoni bene. È scrivendo che si impara a scrivere. Ci sono due aspetti fondamentali che non bisogna mai perdere di vista: la musica e il ritmo. Non si può rendere la scrittura una sorta di elucubrazione intellettuale, perché nella vita tutto è ritmo. Oggigiorno mi sembra tutto decisamente troppo inquadrato. Non si balla abbastanza. Mi piace sentire che dietro al libro c'è qualcuno. Per arrivarci non basta il talento, ci vuole carattere. Conservare la spontaneità che ne costituisce il vero fascino. Nella quotidianità bisognerebbe tradurre la musica che esiste nella cultura popolare, ossessionata dalla bellezza del ritmo e dall'emozione propria dei grandi poeti. Una poesia dovrebbe riprendere i canti e i movimenti dei contadini durante la semina del riso: Tre foglie/tre radici oh/colui che getta, dimentica/colui che raccoglie, ricorda. Quando si perde il ritmo evapora l'energia vitale di un testo. La ricerca del contagio della bellezza, che non ha nulla a che fare con l'aristocrazia, è il cuore della mia attività. Nel Vodou ci sono dei canti così belli, rapidi e vitali che darei tutti i miei libri per uno di essi. Nella letteratura francese tale ritmo e sonorità è riscontrabile solo in François Villon».

Qual è stata la prima reazione alla notizia dell'ingresso all'Academie française?
«Non ho percepito emozioni particolari, poiché appreso il fatto, Haiti mi ha rubato l'emozione. Persino mia madre, che non si interessa di questi argomenti, mi ha detto: “Deve essere un affare grosso, no?” Haiti aspetta tutti i giorni notizie del genere, lo ritiene normale. Si sogna, non importa di cosa. All'aeroporto parigino Charles De Gaulle ho incontrato un congolese, che mi ha strappato un sorriso: “Sappi, fratello mio, che noi africani sogniamo tutti di divenire presidenti, mai accademici!” L'emozione vera è stata tornare in incognito a Petit Goâve, dove sono cresciuto. Subito hanno scoperto però della mia presenza. Si è presentato un dodicenne, cominciando a recitare un elenco di nomi. Quando ha pronunciato Montesquieu, ho compreso che aveva imparato a memoria la lista di quelli che avevano occupato la sedia numero due all'Academie. “Dany Laferrière da Petit Goâve”, ha aggiunto. In quel momento sono stato nominato ufficialmente all'Academie».


lunedì 14 luglio 2014

Le luci di Pointe-Noire, l'Africa ritrovata di Alain Mabanckou


di Gabriele Santoro

Roma – Le luci di Pointe-Noire (66tha2nd, 246 pagine, traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco) è qualcosa di più di un reportage intimo sulla strada del ritorno a casa. Alain Mabanckou restituisce con leggerezza ed emozione tutta la complessità di una vita africana. Tornato dopo molti anni nella sua città natale, su invito dell’Institut Français per un ciclo di conferenze, si dedica alla scrittura di un libro che scava nelle memorie dell’infanzia congolese. 

Avvertiamo la solitudine e il senso di straniamento dell’anima migrante: «Sono una cicogna nera le cui peregrinazioni sono talmente lunghe che ormai superano la durata media della vita umana. Mi sforzo di trovare qualche buona ragione per amare questa città, pur così scomposta e deformata. E intanto lei, vecchia amante, fedele come il cane di Ulisse, mi tende le sue lunghe braccia stanche, mi mostra giorno dopo giorno le sue profonde ferite, come se potessi sanarle con la bacchetta magica».

Oggi docente di letteratura francofona a Ucla (Los Angeles), poeta e romanziere (tra gli altri Domani avrò vent’anni) mostra le radici di un’ispirazione che frantuma le frontiere: «Io non stacco gli occhi dalla baracca. Ci giro attorno e inciampo nelle pietre che stanno davanti alla porta d’ingresso. Sì, io dormivo lì dentro. Ma i miei sogni non erano angusti. Anzi, quando chiudevo gli occhi, il sonno mi regalava possenti ali da viaggiatore».

Mabanckou, apre il romanzo descrivendo il legame immortale con sua madre. Racconta il ritorno all’origine della vita con un omaggio indiretto alla dignità e al dinamismo della donna africana. Oggi quale ruolo ricopre nella società?
La società africana poggia sulle spalle delle donne. Sottovalutiamo spesso questo dato chiave. Della mia infanzia custodisco il ricordo vivido della presenza materna, dell’indipendenza di mia madre, delle sue inquietudini riguardo il mio futuro. Credo che l’Africa sia così mal governata anche perché non valorizziamo le preziosissime risorse femminili. E soprattutto concepiamo il potere ancora come un territorio riservato agli uomini.

Nel quaderno del viaggio a Pointe-Noire, in che modo rimescola l’universo di significati della sua infanzia con la trasformazione dei luoghi e il peso delle assenze?
Mi sono affidato all’amore per la poesia. Nella mia cultura la realtà non si scinde dal mito e dalle leggende. La mia infanzia si perpetua come un velo di mistero, c’è la magia, le credenze che ho conservato: ciò mi permette di scrivere oggi nella condizione di spaesamento intimamente connessa al ritorno. La nostalgia è un elemento centrale del libro; ho cercato di trasformarla in creatività.

Lei sembra consentirci di entrare nel processo creativo che scaturisce dalla riscoperta delle radici.
In effetti questa opera mi ha permesso di riscoprire le mie radici. Non è un processo semplice, poiché occorre saper separare l’emozione dalla vera creazione che richiede la giusta distanza. Ho compiuto l’impresa?

Quale tipo di influenza mantiene la tradizione orale? Ci trasporta anche nel lato fantastico e magico della vita in Africa.
La tradizione orale mi ha donato il senso del ritmo, la maniera di raccontare letterariamente le mie storie. Ma è limitativo e fuorviante ridurre il patrimonio culturale del continente all’oralità. A lungo, a torto, è stata considerata come una forma di esotismo, una pura curiosità. In realtà è l’anima del popolo, della letteratura popolare. Cerco sempre di non disperderla nel mio spirito. Faccio letteratura perché vengo dal popolo, dalle strade congolesi dove tutto è letteratura.

Che cosa significa essere figlio unico, come lei, negli equilibri sociali e familiari africani?
È una situazione delicata, quando l’unità di misura della ricchezza di una famiglia corrisponde al numero di figli. Ne ho sofferto, prendendone coscienza e facendo ricorso all’immaginario nel quale ricostruire un nucleo familiare.

L’incontro con la reggia di sua madre, nient’altro che una baracca, è estremamente evocativo. Lei non è uno scrittore a causa dell’emigrazione. In quello spazio minimo, la sua immaginazione appariva aver già trovato diritto d’asilo.
Rendere un luogo piccolo un regno sconfinato è stato uno stimolo creativo straordinario. Da bambino percepivo immensa la mia casupola. Tornato, a distanza di ventitré anni, mi si presentava minuscola. Nei miei libri ho sempre sognato grandi spazi liberi; l’emigrazione mi ha restituito la giusta misura delle cose.

Qualifica come anarchica l’urbanizzazione di Pointe-Noire, capitale economica del Congo-Brazzaville. Entro il 2030, 730 milioni di africani vivranno in città (oggi sono circa la metà). Ciò rappresenta una delle nuove sfide per il continente. 
Sì, l’urbanizzazione è in piena deflagrazione. Quando arrivi a Lagos, Kinshasa o Johannesburg comprendi quanto la città abbia creato delle culture, che ormai vanno prese in considerazione. Ho avuto la fortuna di vivere bene sia nel villaggio sia nell’agglomerato urbano. Ciò mi aiuta a differenziare le cose. In città si gioca la sfida cosmopolita. Si sta affermando una lingua urbana, che ben ritroviamo negli autori africani della nuova generazione.

Nel romanzo svela la passione per il cinema italiano. Ma oggi quel luogo mistico della sala Rex non c’è più a Pointe-Noire.
Amiamo il vostro cinema. Allora però non sapevamo neanche da dove provenissero le pellicole. Andavamo in sala, dicendoci che avremmo viaggiato in Europa. Oggi sono triste, perché moltissimi giovani non godranno di questo piacere. Stanno sparendo i cinema in Congo, con le chiese pentecostali a occupare il loro posto!

Le cronache giornalistiche ci restituiscono ormai quasi quotidianamente il dramma dei migranti che non sopravvivono al viaggio. Che cosa raffigura ancora questa Europa indifferente?
Tuttora affascina gli africani, quale terra promessa di benessere e felicità. Per questa ragione assistiamo al dramma della diaspora di cui è vittima un’altra generazione promettente. Senza governo, la situazione rischia di aggravarsi. Non dimentichiamo che se i giovani africani mettono a repentaglio la propria esistenza, è anche per l’incessante depredazione delle ricchezze del continente, messa in atto dai grandi potentati economici sovranazionali.

La facciata del suo vecchio liceo manifesta tutta la contraddittorietà del periodo post coloniale. La questione dell’identità, anche linguistica, è sempre d’attualità. Come d’altra parte lo sono i conflitti etnici e d’interesse geopolitico, la fragilità culturale delle entità statuali, la corruzione, l’influenza di vecchi e nuovi colonizzatori.
Le tracce della colonizzazione sono ben riconoscibili dagli edifici, dai nomi delle strade. È la nostra storia, e non vorrei che fosse banalmente rimossa. Richiede invece comprensione e analisi, al fine di cogliere come le vecchie potenze coloniali siano tuttora presenti nel continente. Lottiamo affinché il patrimonio linguistico africano sia valorizzato. E che la storia dell’Africa sia scritta e studiata dagli africani. Un processo fondamentale frenato anche dall’interno. È deplorevole l’attitudine delle classi dirigenti africane a comportarsi da monarchi, dittatori, instaurando regimi fondati sulla corruzione.

Esistono davvero modelli di società e sviluppo economico importabili? 
Scordiamoci d’imporre dall’alto un modello all’Africa. Abbiamo perso molti eroi, per la paura di tornare all’essenziale: società libere e autonome. Sankara, Lumumba Nkrumah, mantengono la forza dirompente dell’esempio. L’Africa ha bisogno di riappropriarsi della conoscenza delle proprie radici e della trasparenza nella gestione economica.

L’elezione di Barack Obama aveva suscitato speranze anche nella terra del padre. Tuttavia la relazione è rimasta molto fredda e labile il segno politico.
Obama è un americano, non africano come l’hanno sognato per errore molti africani, che credevano che questo presidente avrebbe aggiustato i guasti dell’Africa. È finito il tempo di valutare le relazioni tra esseri umani nella prospettiva del colore della pelle. Tocca ai presidenti africani rendere felici i rispettivi popoli. Obama non è che un presidente americano, come tutti quelli che l’hanno preceduto.

A Pointe-Noire ha ritrovato la gioia, gli sprazzi di luce che i bambini sanno scovare anche in mezzo alle più aspre difficoltà. 
L’accumulazione delle ricchezze non garantisce libertà e indipendenza. Eravamo bambini felici con il poco a disposizione. L’unico consiglio che mi sento di dispensare ai giovani africani: la felicità è in Africa, bisogna ricercarla e riconquistarla là.

domenica 25 maggio 2014

Quel genio di Sόcrates, la libertà in campo

Il Messaggero, sezione Macro pag. 20,
25 Maggio 2014

di Gabriele Santoro

Sόcrates su Il Foglio


di Gabriele Santoro


IL CAMPIONE
Ai dirigenti del Botafogo
, che gli proposero il primo contratto professionistico, rispose senza tentennamenti: «Voglio diventare un medico, e fare la mia parte per un Brasile democratico». Lo stipendio era funzionale al pagamento dell’università, e si laureò. Quel ragazzino, alto e magro, illuminava il gioco del calcio, che era una questione di ribellione, allegria, passione e fratellanza. Il gioco degli inglesi reinventato come attività artistica. Disegnava, con il pensiero e poi con il piede, traiettorie inimmaginabili per gli altri; dotato di un’intelligenza e una coscienza critica fuori dal comune, trasmessa dal padre. Leggeva, e amava, i grandi pensatori e filosofi greci quanto le opere di Jorge Amado e Gabriel Garcia Marquez. «Dovrebbe giocare di schiena con quel tacco che ha», sosteneva Pelé. Lui: «Colpivo la palla di tacco per farvi innamorare, mai un colpo inutile perché la bellezza è un bene necessario».

Joào Sebinho, il suo primo massaggiatore a Ribeirào Preto, ogni santa domenica va a deporre un fiore al cimitero e si commuove: «Sόcrates non aveva bisogno di allenarsi: era un fenomeno. Magrao era uno spettacolo. È rimasto fedele a sé stesso. Mi ha spinto a laurearmi: si batteva per l’istruzione, quale strumento di emancipazione». O Doutor trattava di princìpi non di soldi. Lorenzo Iervolino con Un giorno triste così felice (66thand2nd, 343 pagine, 16 euro) ci fa viaggiare nei luoghi e nelle idee di un’epoca alimentata da un’energia gioiosa e sovversiva. Il risultato della sua ricerca, durata un anno, è la riscoperta del senso profondo di un’esperienza unica nella storia dello sport. Il futebol socratico non poteva essere irreggimentato tanto dalla dittatura militare, quanto dall’esasperata geometria della tattica. La tecnica prevale sull’atletismo.

LA RIVOLUZIONE
I giornalisti gli domandavano: «State combinando la rivoluzione?». «No, stiamo rimettendo le cose a posto». Non gli interessava parlare di calcio. Responsabilità, non anarchia, è la parola che ricorre maggiormente nella stagione della democrazia corinthiana, che incontrò non poche ostilità. Un modello di partecipazione e un processo politico che, nato nello spogliatoio del Corinthians, si saldò con le oppresse aspirazioni di libertà di una nazione. I cittadini-giocatori dovevano essere coinvolti nelle scelte della società. Rappresentò un laboratorio della democrazia da riconquistare.

La simbolica battaglia contro i ritiri prepartita assunse una rilevanza nel dibattito nazionale antiautoritario. Fu anche una lezione di marketing culturale: il club vendeva una lotta per il cambiamento; un prodotto sociale affine alla maturazione di un sentimento popolare. Sulle maglie alvinegro ecco apparire l’invito al voto; brillava la scritta Democracia. Spiato dai colonnelli, come Senna e Pelé, affermò: «Il governo è proprietario irresponsabile delle nostre libertà», aggiungendo: «Già nel 1970 i campioni della Seleçao erano considerati dèi; avrebbero dovuto denunciare».

Timido, carismatico, stile inconfondibile, a testa alta come quando impostava le azioni. Lento nello scatto, imprendibile nelle progressioni. Capitano del Brasile più forte di sempre: Zico-Cerezo-Falcao-Sόcrates. Il goal all’Urss; quello a Zoff dopo un’invenzione di Zico. La bruciante sconfitta al Mundial 1982 contro l’Italia di Bearzot che non confutò una filosofia: «Noi siamo il Brasile, attaccheremo sempre, fino all’ultimo minuto». Il suo genio incantò tutti. Centosettantadue reti in circa trecento incontri, dal 1978 al 1984, e tre campionati paulisti vinti con il Corinthians.

Firenze ricorda il suo sorriso potente, lo sguardo triste e l’eleganza. Dopo aver a lungo rifiutato offerte dall’estero; accettò l’esilio fiorentino. Un’annata sportivamente difficile. «Vado in Italia perché voglio crescere culturalmente. Non sono come gli altri, che vogliono conquistarsi il loro angolo di pace. Mai accetterò una vita di accomodamento». Insomma scelse la Viola per il patrimonio culturale della città. Iervolino ha raccolto numerose testimonianze di quell’esperienza, tra le quali quella toccante e spassosa di Giancarlo Antognoni: «Era stravolto dalla preparazione estiva in montagna, e mi disse: “Antogno, se dico in Brasile quello che faccio qui, nessuno mi crede. Ma in Italia i campi sono in salita?».

La cerveja è stata una compagna di strada fino alla morte prematura, connessa all’abuso di alcool, nel 2011. Ma fino all’ultimo non ha smarrito la capacità di analisi. L’autore riannoda un’interessante serie di riflessioni recenti del Doutor sull’ormai vicina edizione del Mondiale e sui mali del calcio contemporaneo. Colse con lungimiranza opportunità e contraddizioni, oggi alla luce del sole. Alle ambizioni globali del Brasile infatti si affiancano il malessere per le persistenti marcate diseguaglianze e le crescenti aspettative di qualità della vita dell’emergente classe media. Le tensioni, già manifestate durante la Confederations Cup 2013, rischiano di riaffiorare durante i Mondiali.


La potenza calcistica brasiliana pone interrogativi. La maggior parte dei cartellini dei calciatori del Brasilerao è in mano a fondi d’investimento che, a differenza dei club indebitati, possono sostenere le spese della principale fabbrica di talenti del pianeta. Gli stadi appaiono spesso semivuoti, a causa del costo dei biglietti, della violenza ultras e della carenza delle infrastrutture per il trasporto.

Iervolino costruisce un confortante congedo letterario dal fuoriclasse anticonformista che indossava la maglia numero otto: «Le mie sono parole pronte a rinascere in altre voci. Perché se il mio corpo si è fermato, le mie idee possono continuare a fluire come il vento, che permette alla gioia e al dolore di condividere lo stesso spazio. E farci capire che le lacrime sono, o dovrebbero essere, i semi della felicità».


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