di Gabriele Santoro
«Una venditrice, seduta con la schiena
contro un muro, davanti una decina di manghi. È il suo lavoro. Per
lei niente è cambiato. Questa gente è talmente abituata a
procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la
speranza perfino all'inferno». Dany Laferrière assembla, con la
musicalità che gli è propria, in tanti scatti la lacerazione
consumata nel tempo di una manciata di secondi. Un evento che non ha
frammentato la fierezza del popolo haitiano resistente. Il terremoto,
quanto il ritorno da un esilio forzato, rappresentano lo spazio
ideale per l'autore, che nella narrazione riesce a costruire un io
collettivo.
Le case editrici Nottetempo e
66thand2nd hanno appena pubblicato due testi dello scrittore, nato a
Port-au-Prince nel 1953 e riparato a Montreal nel 1976, recentemente
entrato all'Academie française nel seggio dello scomparso Héctor
Bianciotti. Paese senza cappello (Nottetempo, 265 pagine,
16.50 euro, traduzione di Cinzia Poli) è una sponda senza soste fra
il paese reale e quello sognato. Da esule, in fuga dalla dittatura
Duvalier, al desiderio primitivo di riappropriarsi dello scrivere
della propria terra, parlare di Haiti a Haiti: «Sistemo la mia
Remington in questo quartiere popolare, in mezzo alla folla sudata.
Folla urlante. E dire che questa continua cacofonia, questo disordine
permanente negli ultimi anni mi sono mancati». Una scrittura a cielo
aperto che si alimenta della vita. Tutto si muove intorno a me
(66thand2nd, 133 pagine, 16 euro, traduzione di Giuseppe
Girimonti Greco e Francesca Scala) è qualcosa di più e soprattutto
diverso dalla cronaca della scossa tragica che il 12 gennaio 2010
uccise circa trecentomila persone, deturpando il volto di
Port-au-Prince.
Laferrière è a Roma, dove stasera
alle 21 interverrà al Festival Internazionale Letterature leggendo
un bellissimo inedito, dal titolo Sono una macchina da presa. A
fargli compagnia sul palco Binyavanga Wainaina e Concita De Gregorio,
con la colonna sonora della kora di Madya Diebatè e delle
percussioni di Vittorino Naso.
Dignità è una parola antica, alla
quale lei fa sovente ricorso, sottraendola alla funzione passiva,
consolatoria, del nostro tempo. Che cos'è la dignità ad Haiti?
«È
la parola più diffusa nella resistenza di un popolo indomito. Si
resta impressionati dalla serenità, dalla forza e dalla dignità
attiva delle persone. La vita si impone col suo ritmo, malgrado
nell'ultimo mezzo secolo non abbia risparmiato dittature ereditarie,
colpi di Stato militari, cicloni e inondazioni devastanti. Gente
dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia. Gioia e sofferenza
che trasformano in canto e danza. Un nostro proverbio recita così:
“Un haitiano forse non ti offrirà da mangiare, ma sarà sempre
disposto a parlarti”».
È ormai radicata una certa
letteratura critica sull'industria internazionale dell'aiuto
umanitario. Quale segno ha lasciato nell'isola?
«Innanzitutto
bisognerebbe affrontare l'argomento con serietà, senza
generalizzare. C'è chi svolge bene il proprio mestiere. Il problema
principale è che spesso chi dirige le Ong è distante dal terreno
d'azione. Stabiliscono regole strette che impediscono quasi il
contatto tra il proprio personale e la popolazione. La premessa
dell'aiuto sta nella condivisione. Non si può pretendere di aiutare
qualcuno che non conosci. Non si può aiutare, quando si prova
diffidenza. Qualora si ritenga che non sussistano condizioni di
sicurezza, ostative all'incontro con l'altro, l'intervento perde di
significato. Chi dirige deve stare sul campo, e non limitarsi alla
lettura dei rapporti redatti. Ricevo spesso la domanda: "A chi
dobbiamo inviare soldi, senza correre il rischio che vengano
sperperati?" Rispondo di verificare in prima persona. Usate quei
soldi per acquistare un biglietto aereo. Fate l'esperienza che vi
trasformerà. Non illudetevi di cambiare la vita delle persone,
rinunciando allo scambio umano, emotivo».
A chi giova la logica della
stampella internazionale?
«Gli haitiani sono rimasti sorpresi
della reazione provocata dal terremoto nel resto mondo ed emozionati
per l'empatia globalizzata. Il governo spinge per l'assistenzialismo
dall'estero. Abbiamo sempre saputo vivere con poco e siamo ben
consapevoli che per ogni aiuto c'è qualcosa da corrispondere. Nulla
è gratuito. L'idea di Haiti mendicante è funzionale ai disegni
delle élites politiche ed economiche. Gli haitiani sono
sopravvissuti, perché non si sono mai aspettati di essere aiutati.
Questo Paese già dopo quattro mesi, tifando in modo forsennato e
gioioso Brasile ai Mondiali, ha mostrato la struttura individuale che
regge all'impatto. Per la ricostruzione materiale serviranno almeno
trent'anni, nel migliore dei casi. Il tempo di un'altra generazione
dopo quella che ha resistito alla dittatura. Ognuno dovrebbe avere il
diritto di dire la sua sul tipo di città in cui vorrebbe vivere.
Dovrebbe avere il diritto di partecipare all'elaborazione del
progetto della nuova città. E immaginare una nuova città che ci
costringa a entrare in una nuova vita».

La storia dell'indipendenza di
Haiti, agli albori dell'Ottocento, è un simbolo di redenzione assai
significativo. Incarnò una sfida radicale al colonialismo, alla
schiavitù e al razzismo, e aveva il carattere di una rivoluzione
sociale. Resiste quella traccia?
«Resta che quella è la
vicenda fondante dell'identità haitiana. In Occidente ascolto spesso
dibattiti sulla problematica ricerca di un'identità, che in taluni
paesi è divenuta questione politica. Ad Haiti invece l'identità è
ben marcata, anche troppo. La gente è affamata, si dibatte
nell'estrema povertà, ma pensa che può rivoluzionare il Paese.
Pensa che il proprio figlio possa divenire presidente. Oggi in
Francia il figlio di un operaio farà l'operaio. Non che questo sia
disonorevole. Ma c'è una cultura che dice al figlio di essere fiero
di percorrere le strade del padre. In Francia non si ritiene più
credibile la mobilità sociale. Haiti permane globalmente
politicizzata, perché la lotta coinvolse tutte le zone dell'isola.
Gli schiavi erano ovunque. La mia infanzia è stata cullata dalle
storie di schiavi che non avevano altre armi se non il loro desiderio
di libertà e un folle coraggio. Non è come quando si espugna e
rivolta solo il centro politico nella capitale. Alla periferia del
cuore politico statunitense potrete incontrare cittadini che
discorrono di agricoltura e commentano delle tasse da versare a
Washington. Nelle campagne di Haiti sentirete accalorarsi per la
sorte dell'Iraq e della Palestina. Sbalordisce la generale
politicizzazione della società haitiana, che è dovuta alla
partecipazione di massa alla battaglia per l'indipendenza».
Lei restituisce questa realtà con
l'immagine letteraria della reazione popolare alla notizia del crollo
del palazzo presidenziale.
«Ciò ha costituito una rottura
con la concezione propria della sinistra internazionale, che
associava quella caduta alla fine dell'epicentro della corruzione. Di
quel luogo invece gli haitiani hanno sempre preservato il senso
dell'istituzione, che hanno nutrito perché conquistata con
l'indipendenza. Non hanno fatto confusione fra gli uomini e le
istituzioni, perché non intendevano semplicemente essere uomini
liberi, bensì cittadini. Anche sulle macerie materiali e morali di
quel palazzo, crollato durante il sisma, l'hanno identificato quale
ancoraggio dell'esigenza di cittadinanza. Non c'è minuto in cui
abbiano smesso di sognare un giorno senza corruzione, lo Stato
immaginato dai padri».
La tragedia del terremoto ha acceso
il sentimento nazionalistico?
«No, forse alla radio e nei
discorsi televisivi. Nelle ore successive al sisma ha prevalso la
solidarietà umana, un sentimento di fraternità. Per una volta in
questa città (Port-au-Prince) irta di barriere sociali, tutti hanno
circolato alla stessa velocità. Nei quartieri ho visto i poveri, ai
quali sfuggiamo sfrecciando in macchina, accogliere il dolore degli
altri, di una madre benestante che aveva appena perso la propria
creatura».
È possibile descrivere il
linguaggio di un terremoto?
«Il linguaggio si riduce
all'essenziale. Poi quel silenzio indimenticabile. Sdraiati sul
suolo, sentiamo nella nostra fibra più intima ogni sussulto della
terra. Siamo tutt'uno con lei. Non è possibile prendere le distanze
da un momento eternamente presente. Nei dieci secondi del terremoto
non ero il prodotto di nessuna cultura. Sono stati i dieci secondi
più preziosi della mia vita. Il cemento che si oppone viene
frantumato, i fiori più fragili dondolano e sopravvivono. Il romanzo
è stato già scritto dalla natura».
Spiccano le figure femminili della
sua famiglia. Sembrano personaggi per lei irrinunciabili. La
letteratura come intimità tradotta in parole. Non ha ipotecato lo
spazio letterario all'esilio, alla dittatura subita. In che modo
convivono nei suoi libri pubblico e privato? È un suo compito
ricucire la distanza tra il paese reale e quello sognato?
«Sì,
ciò è molto bello. È vero che esiste un paese collettivo e poi
l'individuo, l'io. Tuttavia credo che l'io scrittore sia un essere
collettivo. Lei ha trovato una bella metafora nel legare questo
spazio intimo a quello pubblico. Può darsi che sia nella mia natura
haitiana la ricerca costante di uno spazio riservato alle cose
interiori, che poi nutriranno i libri rivolti al mondo esterno.
Soltanto la scrittura o la lettura possono rendere il mondo
circostante più tangibile o cancellarlo. Quando si proviene da una
nazione secondaria sullo scacchiere internazionale, stiate sicuri che
non vi lasceranno mai parlare di letteratura. Hanno tutti una
curiosità, che oscilla fra la circostanza disinteressata e la
morbosità, sull'attualità politica, economica delle persone. Una
battaglia, dalla quale temo non usciremo mai, per evadere dalla
nostra riserva. Haiti dovrebbe diventare una superpotenza».
S'interroga sui metodi
dell'osservazione, che traspare vivida nei suoi testi come l'urgenza
del modo di concepire il mestiere dello scrittore. L'intervento che
terrà stasera è eloquente in tal senso. Lei è una macchina da
presa?
«Ho scritto senza sapere di scrivere un libro, durante
il terremoto di Port-au-Prince. Troppo spesso cerchiamo di scrivere
invece di consentire agli eventi di imprimersi sulla retina dei
nostri occhi o scorrerci nelle vene. La mia vita di uomo divora la
mia vita di scrittore. Ritengo che l'osservazione per me determinante
risalga all'infanzia, quando mi sedevo accanto a mia nonna mentre
sorseggiava il caffè e l'offriva ai passanti sulla strada. C'è un
unico modo per trovare pace: far affiorare dall'infanzia più
profonda il volto sorridente di mia nonna. L'osservazione contiene
tutte le arti. Questa osservazione mi ha permesso di scrivere e
intendere la scrittura come un'arte totale. A tal proposito ricordo
un passaggio di Hemingway. Sosteneva che la gente leggesse molto i
giornali. E sarebbe stato interessante creare un libro che
assomigliasse a un articolo di giornale senza svanire nel tempo.
Qualcosa che la gente possa leggere e rileggere. Mi attrae sempre
l'idea di toccare tutti con uno stile primitivo, essenziale, prossimo
al giornalismo che dura».
Qual è l'orizzonte della
letteratura?
«La letteratura deve trovare nuovi lettori ed
entrare nel paesaggio di chi non legge mai. E lo si può realizzare,
facendo sapere loro che dentro ai libri ci sono anche le loro vite da
andare a cercare».
Perché sostiene che la cultura sia
l'unica cosa che Haiti abbia prodotto?
«Non si tratta di una
cultura necessariamente insegnabile. I nostri migliori scrittori sono
dei narratori notturni. La nostra scrittura scaturisce anche da
quella oralità. Gli haitiani possono essere analfabeti e al contempo
acculturati. L'Haitian Vodou è complesso e come religione richiede
una ginnastica intellettuale enorme. Malgrado tutto la nostra cultura
popolare è ricchissima, basta fare riferimento all'inestimabile
patrimonio poetico dei proverbi, che si abbina a quella officiale.
L'unica sovvenzione sotto il regime dei Duvalier consisteva nel
riuscire a non farsi incarcerare. Da poco tempo è stato istituito un
ministero culturale, ma questa è un'altra storia».
Quanto conta la musicalità nella
sua scrittura?
«Nessuno può insegnarti a scrivere una frase
che suoni bene. È scrivendo che si impara a scrivere. Ci sono due
aspetti fondamentali che non bisogna mai perdere di vista: la musica
e il ritmo. Non si può rendere la scrittura una sorta di
elucubrazione intellettuale, perché nella vita tutto è ritmo.
Oggigiorno mi sembra tutto decisamente troppo inquadrato. Non si
balla abbastanza. Mi piace sentire che dietro al libro c'è qualcuno.
Per arrivarci non basta il talento, ci vuole carattere. Conservare la
spontaneità che ne costituisce il vero fascino. Nella quotidianità
bisognerebbe tradurre la musica che esiste nella cultura popolare,
ossessionata dalla bellezza del ritmo e dall'emozione propria dei
grandi poeti. Una poesia dovrebbe riprendere i canti e i movimenti
dei contadini durante la semina del riso: Tre foglie/tre radici
oh/colui che getta, dimentica/colui che raccoglie, ricorda. Quando si
perde il ritmo evapora l'energia vitale di un testo. La ricerca del
contagio della bellezza, che non ha nulla a che fare con
l'aristocrazia, è il cuore della mia attività. Nel Vodou ci sono
dei canti così belli, rapidi e vitali che darei tutti i miei libri
per uno di essi. Nella letteratura francese tale ritmo e sonorità è
riscontrabile solo in François Villon».
Qual è stata la prima reazione alla
notizia dell'ingresso all'Academie française?
«Non ho
percepito emozioni particolari, poiché appreso il fatto, Haiti mi ha
rubato l'emozione. Persino mia madre, che non si interessa di questi
argomenti, mi ha detto: “Deve essere un affare grosso, no?” Haiti
aspetta tutti i giorni notizie del genere, lo ritiene normale. Si
sogna, non importa di cosa. All'aeroporto parigino Charles De Gaulle
ho incontrato un congolese, che mi ha strappato un sorriso: “Sappi,
fratello mio, che noi africani sogniamo tutti di divenire presidenti,
mai accademici!” L'emozione vera è stata tornare in incognito a
Petit Goâve, dove sono cresciuto. Subito hanno scoperto però della
mia presenza. Si è presentato un dodicenne, cominciando a recitare
un elenco di nomi. Quando ha pronunciato Montesquieu, ho compreso che
aveva imparato a memoria la lista di quelli che avevano occupato la
sedia numero due all'Academie. “Dany Laferrière da Petit Goâve”,
ha aggiunto. In quel momento sono stato nominato ufficialmente
all'Academie».