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giovedì 5 gennaio 2017

L'alfabeto di Gonçalo M. Tavares


di Gabriele Santoro

«Lavori lì da sei mesi e ancora non ti sei abituato?»
Matteo non risponde. Solo un no con la testa.
«Nessuno si abitua a quella roba», dice al suo amico Guzi.


È difficile, forse superfluo, il tentativo di classificare Matteo ha perso il lavoro (nottetempo, 150 pagine, 16 euro, traduzione a cura di Marika Marianello), che ne limiterebbe la potenza espressiva, valorizzata dal controllo che Gonçalo Manuel Tavares mostra sulla scrittura. L’esistenza di Matteo, l’unico che Tavares chiama per nome nel libro, costituisce il corpo centrale di un testo costruito in tre parti, che lo scrittore sostiene di tenere insieme con la ricchezza della cosa più preziosa: l’alfabeto. Nella prima parte leggiamo microstorie concatenate in rigoroso ordine alfabetico, da Aaronson fino a Levy, poi c’è la M, ed entriamo nella vita del personaggio nucleare.

Tra le figure precedenti nessuna lascia indifferenti, colpisce la maestria nel narrare il rapporto tra il cieco Goldstein e il suo amante, il prostituto Gottlieb, che per lui si è fatto tatuare sulla schiena la tavola periodica di Mendeleev in Braille. Colpisce il maestro Diamond che insegna, in una scuola sempre più assediata dall’immondizia, ai propri studenti a cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. Matteo ci interroga sul dialogo con la realtà, sulla sua accettazione: «Comunque Matteo adesso aveva un lavoro. Tutto il resto era, malgrado tutto, secondario». Il libro si chiude con una postfazione, che è una riflessione aperta dell’autore sulla propria opera.

Tavares, di stanza a Lisbona, è nato nel 1970 in Angola, a Luanda, perché il padre lavorava lì. Da
adolescente amava il calcio e le scienze: «A diciotto anni ho veramente esitato sull’idea di diventare un calciatore professionista. O un matematico, la geometria mi ha sempre appassionato», ha raccontato. È diventato professore e scrittore, tra le principali della letteratura contemporanea non solo “portoghese”. Per molti anni ha scritto senza pubblicare nulla, fino al 2001, permettendo ai testi di sedimentarsi. Gli piace tradurre la sua scrittura in disegni, la considera una prova. Quando la trasmissione dei segni fallisce, significa che si è mosso troppo in là nell’astrazione e deve ricollocare i piedi nella realtà.

Tavares, che dice di scrivere per assecondare innanzitutto un bisogno fisico, in questo libro non afferma niente di perfetto, conclusivo sul mondo sospeso tra logica e assurdo, ma riesce nell’intento di investigarlo con una lingua chiara e intensa, restituita dalla traduttrice, che dà il piacere fine a se stesso della lettura.

Tavares, da scrittore, qual è il suo rapporto con le influenze della realtà?
«Mi piace pensare allo scrittore come a un personaggio strabico, un personaggio di un libro di Kurt Tucholsky talmente strabico che il mercoledì riusciva a guardare allo stesso tempo le due domeniche. Credo che lo scrittore debba essere un po’ questo, un personaggio strabico, che il mercoledì guarda sia la domenica passata, ovvero la storia della letteratura, sia la domenica successiva, l’offenen Tür, quello che voglio fare. Ha pertanto due occhi: uno che guarda la domenica passata e l’altro quella seguente, ma è sempre con i piedi piantati nel mercoledì, ossia con i piedi nella realtà, nell’attualità. Ritengo lo scrittore sempre immerso nella realtà, che da una parte legge, conosce la storia della letteratura e dall’altra vuole fare qualcosa di nuovo. Quindi la realtà è sempre presente per uno scrittore».

Qual è il valore aggiunto della short story in termini di intensità, struttura del testo e chiarezza nei confronti del lettore?
«L’intensità deve essere massima indipendentemente da quanto il testo sia grande o piccolo. Scrivere deve essere esigere l’intensità della frase, del testo o della storia. Non mi piace molto pensare in termini di differenze strutturali o di generi letterari, perché la letteratura comincia a partire dall’alfabeto. È importante non in quanto scritta avendo distinzioni nei generi letterari; credo che si scriva per testi e i testi devono essere densi, intensi e devono avere idee».

Gonçalo Manuel Tavares
Ci racconta il lavoro di tessitura che ha concepito per il mosaico di storie e protagonisti che si legano in Matteo ha perso il lavoro?
«È una storia pensata in ordine alfabetico. In primo luogo avevo un insieme di immagini funerarie con nomi e cognomi di origine ebraica: Aaronson, Baumann etc. Queste fotografie erano di un commerciante di lapidi funerarie in differenti formati con appunto cognomi di origine ebraica ed è stata la linea di partenza. Il libro è una specie di finzione in cui i personaggi fanno il loro ingresso in ordine alfabetico, in cui un personaggio si esclude con l’altro, ma chiaramente qui è in gioco una questione fondamentale, molto forte, perché ha a che fare con l’importanza dell’alfabeto e delle iniziali del nome delle persone. In Portogallo gli alunni della scuola primaria, fino ai dieci anni, siedono in ordine alfabetico, ossia: António, Anna siedono nelle prime file, mentre Zakaria e Frinos stanno in fondo. Quindi l’iniziale del primo nome determina il posto dove sedersi e la persona vicino a noi, la cui iniziale del nome è la stessa del nostro».

Che cosa rappresenta l’ordine alfabetico?
«Tale questione a proposito dei nostri nomi ha un ruolo fondamentale anche in situazioni tragiche come nei campi di concentramento. Alcune persone erano chiamate dai loro ghetti per andare nei campi di concentramento o da lì in altri posti persino peggiori in ordine alfabetico. E quindi molto spesso morte o salvezza dipendevano dall’iniziale del nome. L’alfabeto non è pertanto una questione semplice, bensì può determinare la vita delle persone: non è un simbolo né un segno, ma un qualcosa che ha a che vedere con la vita delle persone».

Lei dice che la pubblicazione è secondaria soprattutto per un giovane. Quando ha percepito di avere il controllo sulla propria scrittura che mostra qui e può spiegare il processo creativo col quale ha ripreso in mano e lavorato su testi scritti, poi lasciati sedimentare a lungo?
«Il mio metodo di scrittura è davvero un po’ strano: scrivo la cosiddetta brutta copia molto velocemente; poi, dopo aver terminato mi fermo, metto da parte il testo e lo dimentico, a volte per anni, anche sei; dopodiché torno al testo, una volta che me ne sono dimenticato, con lo spirito di un lettore che può interferire nel testo, e lì correggo, taglio, pulisco e solo più tardi lo pubblico. Per esempio Matteo ha perso il lavoro fu pubblicato nel 2010, ma devo averlo scritto nel 2004, 2005 o giù di lì. Ossia passano sempre molti anni dal momento della stesura a quello della pubblicazione. La mia idea di poter interferire in quanto lettore nel mio stesso testo e di dare tempo al testo deriva dal fatto che in qualche modo il testo è natura, è un tema organico».

Riprendendo le parole del personaggio di Cohen, l’uomo dei tic, la scrittura è il luogo dove sentirsi protetti dalla menomazione: quanto conta la scrittura in rapporto al proprio corpo e all’esperienza fisica?
«Scrivere ha molto a che vedere con il corpo. La considero un’esperienza fisica. Scrivere è un verbo simile a correre, camminare, saltare: un verbo fisico, non un verbo intellettuale, è un atto fisico quello di scrivere. Ovvio poi che scrivere coincide con il pensiero. Mi piace scrivere, sono totalmente sincronizzato con il pensiero: scrivere è il lavoro manuale del pensiero, sono le mani che pensano, ma è un lavoro fisico».

In che senso la letteratura è uno spazio dalle infinite possibilità e c’è un legame con la sua passione per la scienza, i numeri e la matematica?
«Tutto mi interessa: la scienza, sì, i numeri, la matematica; la logica, insomma. A otto anni pensavo molto in termini matematici, e in qualche modo conservo questa mia inclinazione per la matematica. Direi che nel Bairro dei signori [Lor signori, Nottetempo 2014, traduzione di Marika Marianello], la questione matematica è molto presente. Forse in Matteo ha perso il lavoro questa inclinazione logica non viene confermata da nessuna storia, ma direi che spesso quello che pervade il testo è un misto tra assurdo e logica».

L’acuirsi di un lungo ciclo economico recessivo ha cambiato la nostra percezione della disoccupazione?
«Direi che è un libro dove la questione, fondamentale da decenni se non da secoli, della disoccupazione è molto presente. Una persona disoccupata da tempo potrebbe accettare di fare qualsiasi cosa: questo è il pericolo. E abbiamo tante testimonianze: persone disoccupate da troppo tempo che accettano condizioni di lavoro sconcertanti. In questo caso Matteo, dopo un lungo periodo di disoccupazione, accetta di lavorare per una donna senza braccia per aiutarla nelle faccende domestiche e non solo, e in qualche modo c’è l’idea di questa violenza che troppo spesso viene esercitata sui disoccupati. La questione della disoccupazione, dell’angoscia a essa collegata, è millenaria, e quindi non è nuova né smetterà mai di essere attuale, purtroppo».

Quali sono le paure della contemporaneità che ritiene più interessanti investigare in qualità di scrittore?
«Ci sono molte paure contemporanee che mi interessano: la paura della disoccupazione è realmente una di queste; le paure create dall’eccitazione degli altri; le paure create dal disagio degli oggetti strani. Insomma: mi interessano paure contemporanee che sono anche paure antiche. Nel senso che spesso il mio studio sugli esseri umani è uno studio quasi animalesco: cercare di studiare le paure animalesche che persistono nell’uomo. Quasi tutte le paure degli esseri umani sono ancora paure animali».

Lei ha scritto anche per il cinema. Perché, a parte qualche pellicola ispirata, si fatica sempre più a raccontare il mondo del lavoro?
«Non so perché il cinema non faccia molti più film che trattino il tema del lavoro. Forse oggi il lavoro non è il tema centrale dell’arte, e forse è davvero un’astrazione dell’arte e del cinema. Se pensiamo al momento della rivoluzione industriale, alle grandi macchine, a Chaplin nei Tempi moderni, ci rendiamo conto che si trattava di una fase in cui la questione del lavoro era centrale. Stranamente oggi ci troviamo in tempi molto più moderni di quelli di Charlot, ossia oggi abbiamo molte più macchine che invadono il lavoro delle persone; tuttavia, stranamente, non ci sono molti film come quello di Chaplin: realmente c’è bisogno dei Tempi moderni del ventunesimo secolo. Un nuovo Chaplin che faccia film forti come allora».


La catena di montaggio dell’automobile è forse l’emblema della progressiva automatizzazione dei processi produttivi.
«Trovo che la grande tragedia del ventunesimo secolo consista nelle macchine che stanno soppiantando il lavoro umano. È un qualcosa che sta avvenendo in tutto il mondo e che diventa più grave nella misura in cui il tempo passa: è una grande invasione delle macchine, su questo non c’è dubbio. C’è un tipo di progresso tecnologico che non è progresso umano; quando la macchina sottrae posti di lavoro. Pertanto una delle grandi illusioni del nostro tempo circa il progresso tecnologico è che questo coincida con quello umano. Senza voler essere conservatore, dobbiamo guardare l’invasione delle macchine come fosse quella di un popolo che sembra più arrabbiato del peggiore degli eserciti – una rabbia contenuta e fredda, ma comunque rabbia – e che a poco a poco sta conquistando il nostro spazio».

Qual è l’importanza di dire NO? Nel libro sembra ambivalente: chi cambia il senso di marcia muore, mentre Kashine riesce a sottrarsi alle scelte imposte.
«NO è una parola forte. Per esempio Nietzsche dice che la nostra vita è determinata dai SÌ e dai NO, ma essenzialmente dai NO che segnano di volta in volta le nostre strade. Ed è interessante: molto spesso penso che nella mia vita fondamentalmente ci sono molti NO e due o tre SÌ: SÌ ad alcuni scritti e SÌ a determinate questioni familiari, mentre tutto il resto è NO. E realmente se avessimo due o tre SÌ tutto sarebbe più semplice. Ma concludendo: la parola è molto forte e ambigua: Kashine dice e scrive NO in vari punti e cambia il mondo, un po’ a causa, diciamo, dell’interpretazione che le persone fanno della parola NO. E ciò mi interessava in Matteo ha perso il lavoro, ovvero che il NO non è una parola esatta: può essere suscettibile di molte interpretazioni. Nella storia di Kashine c’è questo: ci sono le interpretazioni e le analisi del NO, le conseguenze, le diverse conseguenze del NO sparso ovunque».

In città tutto si consuma nell’istante, la democrazia come può resistere alla velocità?«Se la democrazia resisterà alla velocità: è una bella domanda. Penso che realmente la velocità sia uno dei nemici della democrazia, intendo persino in termini informativi. Oggi nelle democrazie non c’è censura nel senso classico del termine, di non voler mostrare qualcosa, ma da un altro punto di vista c’è chiaramente censura ed è messa in atto dalla velocità. Quando si mostra qualcosa che è molto importante ma lo si mostra rapidamente, a grande velocità, quando un telegiornale consuma ed esaurisce un tema rilevante in un minuto e poi in modo fugace passa allo sport e altri temi di varietà, quello che si sta facendo è una forma di censura: la velocità è una forma di censura. Quando acceleriamo in qualche modo nascondiamo qualcosa, un po’ come quando viaggiamo in un treno ad alta velocità: se il treno è molto rapido non riusciamo a vedere il paesaggio dal finestrino, giusto? Nessuno copre o nasconde il paesaggio: è la velocità a farlo. Così nelle democrazie la velocità assume in tutta evidenza il ruolo della censura».

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giovedì 2 aprile 2015

Globalizzazione, sfruttamento, alienazione, pace rispettosa e partecipazione. Intervista a Pietro Ingrao (Roma, 10 maggio 2002)

Con tutta l'ingenuità e la spensieratezza dei miei diciassette anni.

A cura di Gabriele Santoro

Roma, 10 maggio 2002

Quale pensa sia la definizione più appropriata della parola globalizzazione?
Il significato più proprio della parola “globalizzazione” mi sembra quello che si riferisce ad una forte mutazione avvenuta nell’ultimo trentennio del Novecento, nelle forme del capitalismo mondiale.
Il secolo che è appena finito già si era aperto con una profonda innovazione nel sistema di produzione capitalistico: fu il “fordismo”, e prese questo nome dal ruolo grande che un grande industriale americano, Ford, ebbe nell’introdurre, nei sistemi industriali, i metodi di produzione tayloristici che qui possiamo richiamare ricordando ciò che è nell’industria fordista la catena di montaggio, quel metodo di lavoro in cui gli operai “montano” insieme, ciascuno un pezzo sulla catena che scorre, l’oggetto da produrre, per esempio (com’era per Ford) l’automobile. E ciò secondo ritmi rigorosi. Per dare un’idea di ciò che era il taylorismo-fordismo, e i metodi che usava nella costruzione di un oggetto si potrebbe proiettare lo splendido film di Charlie Chaplin “Tempi moderni”, che appunto evocava, in termini acuti ed esilaranti i modi in cui il fordismo usava plasmare gli operai e le operaie nella produzione di un bene, secondo calcoli e sistemi di lavoro frantumati e al tempo stesso connessi rigorosamente.

Il fordismo dette luogo -con le sue concentrazioni produttive- alle grandi città industriali del Novecento: ad esempio Chicago e Detroit, o, in Italia, Torino con la FIAT. Queste città e queste industrie concentrate divennero una specie di bandiere per le nazioni, e anche luogo e simbolo di grandi conflitti sociali e lotte di classe. Verso la fine del Novecento invece i metodi di produzione cambiano radicalmente, prima di tutto a seguito della nuova trasformazione che nei sistemi produttivi introduce la trama dei computer, e le rivoluzioni produttive che essa reca con sé. Si frantumano e si disseminano quelle che erano state grandi concentrazioni industriali. L’oggetto di consumo adesso sgorga dall’assemblaggio di prodotti (più esattamente: pezzi di prodotti) costruiti anche a grande distanza l’uno dall’altro, laddove la produzione di quello specifico pezzo appare più conveniente e meno costoso. E quindi, nel giro di alcuni decenni, le grandi città “cattedrali” industriali del Novecento hanno vissuto un gigantesco processo di “decentramento”, mediante il quale l’imprenditore capitalista frantumava e rimodellava, secondo i suoi bisogni e le sue convenienze, organizzazione del lavoro e figure produttive. Si realizzava spesso, così, un trascinante processo di precarizzazione della mano d’opera di dimensioni mondiali.

E’ stato così possibile al padrone capitalista di indebolire la forza collettiva di contrattazione che faticosamente sindacati e altre organizzazioni di classe avevano costruito nelle varie nazioni durante il secolo fordista, ed anche dislocare momenti e parti della produzione in luoghi e terre in cui la mano d’opera era a costo più basso e spesso era priva di organizzazione e di strumenti e tradizioni di difesa sociale. Inoltre da contratti a tempo pieno e di lunga durata si è passati a contratti di breve durata, diversi nei modi e nei luoghi, e si è potentemente allargata la massa di mano d’opera priva di certezza del proprio lavoro, con i deboli strumenti di tutela. La parola “globalizzazione”, a mio avviso evoca prima di tutto a queste straordinarie modificazioni che si sono compiute nella dislocazione e nei modi di lavoro, e quindi nelle retribuzioni e nei sistemi di vita di milioni e milioni di esseri umani.
Di fronte a queste sconvolgenti mutazioni dell’agire lavorativo un aspetto della nostra vita -la formazione- è diventato ancor più importante, perché dai saperi (e dei saperi in continua mutazione) vengono, ancora più di prima, dipendere le possibilità di trovare lavoro e di evitare che si aggravi drammaticamente lo sfruttamento prima di tutto del mondo proletario.

E’ da sottolineare che la nuova dimensione globale di cui stiamo parlando rende ancor più acuto e manifesto il problema della sorte di miliardi esseri umani, che oggi nascono e vivono in quelli che chiamiamo i continenti della fame, in quel “Sud del mondo”, da cui così spesso partono verso le coste d’Europa, nelle mani di negrieri, quei battelli disperati, carichi di esseri umani che fanno la fame nei loro paesi d’origine e sperano di trovare un lavoro e un tozzo di pane nell’Occidente euro-americano. E’ da aggiungere però che la parola “globalizzazione” è anche termine che allude in generale alle innovazioni grandiose che ci consentano di giungere rapidamente, nei più lontani angoli della terra, e anche di incontrare nella via prossima alla nostra casa gente di continenti estremi: e così in un certo modo ci fanno sentire ormai cittadini del mondo. A dilatare questo significato della parola “globalizzazione” contribuisce l’espansione nel mondo di una lingua: l’inglese, che è diventata così una sorta di Koinè, e in ogni caso lo strumento di comunicazione adottato nella stragrande maggioranza degli incontri e convegni di ricerca scientifica, e di confronto dei saperi.

Cosa si può fare per bloccare il meccanismo perverso che lega guerra ed economia?
Che le industrie di guerra, sorte in Europa e in America negli ultimi due secoli, siano state spesso dei focolai di conflitto e sostenitori diretti e riconosciuti di avventure belliche è fenomeno clamoroso e ricostruito scientificamente nella storia del Novecento (ci sono persino nomi che in questo senso sono diventati un simbolo mondiale: Krupp, per esempio). Ma io metterei in guardia da una lettura troppo meccanica delle cose. Certo: ci sono i mercanti di cannoni e quanto hanno pesato negli urti che hanno insanguinato la storia degli ultimi due secoli. Ma la guerra è fenomeno complesso: chiama in causa chiaramente gli Stati, e quindi la politica, i rapporti fra le classi, e anche – e molto- i sistemi di pensiero, le ideologie socio-politiche e le strutture cresciute negli ultimi due secoli, come i partiti e i sindacati. E hanno pesato tragicamente le convinzioni religiose e i conflitti tra i credi: quanti conflitti armati furono chiamati “guerra santa”, e combattute in nome di Dio (ricordate la frase famosa: “Dio lo vuole…”)!

E veniamo all’oggi. Io ho espresso critiche aspre alle guerre che hanno insanguinato l’ultimo decennio del Novecento. E ho molte riserve anche nei confronti della guerra recente condotta sotto la guida degli Stati Uniti, in Afganistan, anche se ho un’idea pessima di Bin Laden e dei talebani. Ma non credo a una lettura degli Stati Uniti come “l’impero del male” (per usare una frase che un presidente americano usò per qualificare il nemico sovietico). C’è un imperialismo americano che di certo è duramente presente oggi nella politica di Bush e nella strategia dei suoi più stretti collaboratori (da Cheney a Condoleezza Rice). E senza alcun dubbio gli USA sono alla testa nella produzione degli strumenti di guerra e i capofila nelle guerre che hanno segnato sanguinosamente l’ultimo decennio del Novecento. Questa supremazia americana ha trovato nuovi sviluppi, dopo il clamoroso attacco terroristico che ha frantumato quei grattacieli di New York, e secondo strategie non ancora del tutto chiare ed univoche.

Per fare solo un esempio: quando è diventato presidente George junior Bush è parso che egli volesse mettere da canto la NATO, l’alleanza con gli Stati europei, che l’ex-presidente Clinton invece aveva rilanciato. Almeno io, ma non solo, ebbi l’impressione che in politica estera la nuova presidenza americana volesse mantenere una alleanza stretta solo con il governo inglese guidato da Blair.
Successivamente invece Bush ha rimesso in campo la NATO: per usarla -mi sembra- come attore del nuovo patto con il russo Putin, sancito settimane or sono in terra italiana a Pratica di Mare. Quindi anche il sistema di relazioni mondiali a direzione americana, è più complicato di quanto possa sembrare a una prima analisi sommaria. Se posso dirlo con una frase breve, la politica mondiale e anche quella del gigante americano è più complessa di quello che può apparire ad un esame sommario. E’ un consiglio che mi permetto di dare ai miei giovani interlocutori io che pure in qualche modo ho lottato nella parte avversa al capitalismo euro-americano.

Quanto ai modi con cui misurarsi con il possente imperialismo americano, ho cercato di ragionare a lungo su questo tema arduo e delicato in una intervista uscita ai primi di giugno sul quotidiano “Liberazione”, ed ad essa rimando. In quell’intervista sostengo che le azioni bellissime di minoranze pacifiste generose non possono bastare a fermare il ritorno terribile della guerra nella vita degli esseri umani. Anzi -questo sostengo io- oggi siamo di fronte a una cupa e grave “normalizzazione” della guerra, e alla triste scomparsa della parola “disarmo” dal vocabolario delle élites politiche dell’Occidente. Se può interessare, in quella intervista cerco di ragionare sulla portata delle innovazioni drammatiche che stanno avvenendo in questo pianeta, e sottolineo la necessità di uno schieramento pacifista che costruisca una lotta di massa di forze politiche e di Stati contro questa normalizzazione dell’uccidere di massa.

E’ da dire che il tema della guerra non riparte soltanto dalle sponde euroatlantiche. Sono in atto due eventi tragici che si svolgono ai bordi dell’Europa: la guerra fra Israele e il disperso e disperato popolo palestinese, da cui sgorga ormai da anni sangue e devastazione umana, e c’è il timore che un conflitto possa scoppiare anche tra Pakistan e India sulla questione del Kashmir. E India e Pakistan sono ambedue potenze atomiche. Questo è il quadro drammatico che si presenta oggi nel globo. Sono in campo temi ardenti e questioni che riguardano la vita di milioni di esseri umani. Ciò che accadrà in questa era della “globalizzazione” dipende per tanta parte da ciò che faranno e vorranno i giovani che adesso si aprono alla storia del mondo, e dal modo con cui nelle aule di scuola ragionano sull’oggi e su ciò che accadde nel cuore del Novecento alla mia generazione.

Che cosa resta del pacifismo?
La mia critica al capitalismo non è solo fondata sulla questione bellica. A me premeva ribadire che la critica al capitalismo non stesse solo in questo, che cioè la critica al capitalismo sia fondata solo sulla questione bellica e cioè sulle catastrofi provocate dalla guerra,che però questo sia un punto di critica del capitalismo è fondamentale. Gli eventi più grandi che si sono compiuti nell’ultimo quarto di secolo e nell’ultimo decennio riguardano secondo me lo sviluppo terribile che ha avuto l’azione armata. C’è stato un ritorno sul campo della guerra e della valorizzazione persino della guerra nella forma della “guerra giusta” che secondo me è impressionante, la parola che invece nella mia generazione ha avuto un ruolo importante cioè la parola disarmo, è completamente scomparsa. Della parola disarmo non si parla più e si è arrivati ormai a una moltiplicazione delle forme di armi e a sviluppi che dovrebbero essere fermati. La parola “meccanismo” a me non piace perché può dare una idea secca, schematica, io insisto nella convinzione che il capitalismo è molto più complicato, astuto, più complesso, ad ogni modo questa è una mia osservazione.

Certo parlare di questo significa sottolineare che il problema della pace, la questione della lotta per la pace, prende un'urgenza che forse non ha mai avuto come oggi la terza guerra mondiale è una cosa che spaventa, io mi ricordo come abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale, quanto ci ha fatto paura, e quante lacrime e quanto sangue, eppure noi uscimmo da quella esperienza la lotta antifascista e la guerra contro Hitler e Mussolini, con una forte sensazione che fosse avvenuto qualcosa che doveva cambiare le nostre vite. C’è un libro che per la mia generazione è stato molto importante “Lettere dei condannati a morte per la resistenza”, sono lettere di persone che vanno a morire, non solo c’è tutto il pathos di che cosa vuol dire la lotta, la morte, in molti casi la tortura, le cose terribili che abbiamo vissuto, i campi di sterminio, la morte di massa. Noi avevamo l’impressione che era accaduto qualcosa che non si poteva più ripetere, che il mondo aveva capito o che avrebbe dovuto capire.

Come io vedo l’oggi è impressionante, quella questione che dentro la mia generazione c’è stata in quegli anni, oggi se io guardo Giuliano mio nipote, probabilmente non c’è come noi l’abbiamo sentita allora e come poi è venuta fuori centuplicata con la questione dell’atomica e il livello delle armi che è stato raggiunto. Io mi ricordo nel ’38 che maturai prima che scoppiasse la guerra come antifascista e la vedevo come un modo per ritrovare la libertà, poi non ho esitato a dirmi pacifista, il pacifismo come convinzione e opposizione alle armi. Nei prossimi giorni ci sarà ancora una marcia per la pace ad Assisi, evento importante per uomini della mia generazione, ho di la le foto, ci ho portato i miei figli, poteva sembrare una cosa patetica, però veniva da questo problema, cosa erano diventate le armi e che cosa si poteva fare.

Pensa che allo stato attuale delle cose si possa raggiungere, oltre a una pace possibile, una pace giusta tra Israele e il popolo palestinese?
Questo è un conflitto terribile, perché io non posso scordarmi quello che hanno passato gli ebrei cosa è stato la loro sorte sotto il nazi-fascismo, ho anche familiari che si sono trovati a vivere questo problema in modo molto duro e quindi insomma comprendo la passione con cui si difendono dopo quello che hanno patito nella vita dei secoli, però contemporaneamente i palestinesi sono un popolo, io ho fatto la lotta perché l’Italia fosse padrona nel suo territorio. Stiamo vivendo una cosa terribile da cui si esce solo con un riconoscimento reciproco, la questione ebraica è stata una questione costituente nella vita delle persone e contemporaneamente i palestinesi per quello che sono come popolo ma anche come simbolo di tutto un mondo che oggi sta in ginocchio, perché quando parliamo dei palestinesi parliamo anche di tutta la popolazione del mondo arabo, l’Africa, zone dell’Asia, parti dell’America Latina cioè di miliardi di persone che sono un gradino sotto rispetto a noi.

Una osservazione la vorrei fare su questa espressione; tu parli di una pace giusta, ho un dubbio sulla parola giusto, giustizia, non ti vede sembrare strano è una parola su cui ho dei dubbi: esiste davvero giustizia? E’ molto relativo il concetto di giustizia, io non lo farei mai il giudice, perché al momento in cui dovrei dare la condanna mi verrebbe in mente: quello che io sto condannando, che guai ha passato, io da fuori riesco a vedere quello che è giusto o non è giusto per lui. Non saprei fare il giudice, per dire come è difficile dire cose giuste, figurati la pace giusta, chi la sa trovare? In alcune cose che ho scritto faccio riferimento alla Cappella Sistina, Michelangelo e la rappresentazione che fa del Cristo che con la mano alzata manda all’inferno o al paradiso, è un Cristo terribile, grande opera d’arte, quel Cristo lì non mi piace, ma che sappiamo quando condanniamo un assassino, quindi credo che la pace giusta sia difficile mentre è possibile una pace rispettosa.

In conclusione può dare un consiglio a quei ragazzi che non credono che il mondo che ci stanno vendendo sia così perfetto e cercano di costruire un'alternativa possibile?
Che consiglio dare? Ma io sono in una età in cui uno dovrebbe smettere di dare consigli, voi siete un'altra storia e di conseguenza molto diversi da noi. Avete già tanti maestri in cattedra, che vi danno consigli, per cui mettermi anch’io, in ogni modo se proprio un consiglio lo vogliamo dare io direi uno, partecipare, stare in campo non stare alla finestra, questo mi sento di consigliarlo a voi con l’esperienza di tutta una vita. Quella di attendere lo svolgimento degli avvenimenti senza partecipare è un' illusione poiché i problemi sono talmente invasivi e siete tutti talmente nelle cose che come vi salvate stando alla finestra, quindi il consiglio è partecipare e partecipare in tempo.

Attenti che io mi sono trovato di fronte a una situazione, quando avevo venti anni, in cui eravamo già molto in ritardo, abbiamo dovuto correre in fretta per rimediare. Adesso faccio l’esempio della Francia chi avrebbe mai pensato, che uno come Le Pen avrebbe raggiunto quei risultati, state attenti a non accorgervi troppo tardi che bisogna partecipare. Certo poi i livelli possono essere molto diversi, quelli che ho vissuto io sono stati ossessivi, la politica prendeva tutta la giornata veniva prima di tutto e facevamo politica in ogni momento forse commettevamo degli sbagli. Non si può dimenticare che a questa attività politica hanno partecipato milioni e milioni di persone e non era vero che eravamo servi di Mosca, fossimo stati servi la spiegazione sarebbe stata molto più semplice, fu tutto un errore? Ma no, facevamo delle cose importanti per il paese, certo molti errori di valutazione furono fatti sull’Unione Sovietica, ma io ho visto tante persone, che si alzavano la mattina per andare sul posto di lavoro e dopo andavano in sezione e stavano lì fino alle nove, dieci di sera e poi c’era la riunione della cellula e si finiva a mezzanotte, guadagnavano quattro soldi, ne ho conosciuti tanti uomini e donne.

Insomma però nonostante tutti gli errori, siamo stati dentro la lotta, state attenti voi della vostra generazione, perché adesso è ancora più difficile la politica, noi agivamo su scala della nazione e poi su scala europea, ora l’arena s’è allargata; dovessi dirla semplicemente con un’espressione: non ti salvi, non ti fare illusioni o stai dentro alla lotta politica oppure alla fine la paghi anche tu.