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mercoledì 25 novembre 2015

«Ridare la parola all'impossibile per ottenere il possibile» conversazione con Alfredo Reichlin

http://www.minimaetmoralia.it/wp/ridare-la-parola-allimpossibile-per-ottenere-il-possibile-conversazione-con-alfredo-reichlin/

di Gabriele Santoro

Il trenta settembre a Piazza Montecitorio, a pochi passi dal feretro di Pietro Ingrao, la voce di Alfredo Reichlin si è incrinata, rievocando la più grande passione laica, la politica come storia in atto. L’assillo del come non lasciare gli uomini soli davanti alla potenza inaudita del denaro condiviso con “la mente libera, cocciuta e assetata di conoscenza” dell’amico, che ora riposa nella sua Lenola.

La vita del novantunenne Reichlin è stata appassionata e piena. La passione per la vita sta ancora nel cucchiaino di zucchero per il caffè, che mi chiede di riempire per bene, non a metà, e nella pila di libri nuovi da leggere appoggiati sul divano. Qui ci interessa relativamente se è una storia di vinti o vincitori. Nato a Barletta nel 1925, si trasferì bambino a Roma, complice la crisi del ‘29 che aveva travolto la grande fabbrica chimica del nonno. Papà dannunziano, lui si scoprì l’eretico di famiglia. Al liceo divenne comunista. «Farai la fine di Cafiero mi diceva angosciata mia madre alludendo a quel suo parente anarchico, l’amico di Bakunin, di cui non sapeva niente, tranne che era morto pazzo, dopo aver regalato le sue terre ai contadini», ricorda. Non è andata così.


S’iscrisse al Pci dopo la liberazione. Nel 1945 iniziò a lavorare all’Unità, per poi diventarne direttore nel 1956, appena trentenne. Dissidi con Togliatti produssero il cambio alla direzione e il ritorno in Puglia quale segretario regionale. Eletto deputato nel 1968, dal 1973 fece parte della direzione del partito e della segreteria Berlinguer. Ha provato a dare il proprio contributo ideale, valoriale nella complessa mutazione Pci-Pds-Ds-Pd. «Non appartengo a quelli che si pentono del loro passato. Sì, sono stato comunista. Peggio, sono stato uno dei massimi dirigenti del Pci e non è che non veda errori e orrori e non li senta sulla mia pelle. Il fatto è che accanto a questi io ho la piena consapevolezza della parte che i comunisti hanno avuto nella lotta per la democrazia. Non era Stalin, ma la patria che ci chiamava. Lo stesso partito che però per il suo legame con l’Urss ha contribuito a rendere incompiuta la democrazia italiana», dice.

La necessità di mettere in campo una forte idea di ricostruzione del paese, ma inseparabile dalla lotta per il riscatto sociale. Questa è la storia di una democrazia difficile e di un’unità incompiuta. È il Pci che spiega la storia d’Italia oppure è la storia d’Italia che spiega il Pci? Si domanda e domanda Reichlin nella biografia, che si fa riflessione sull’oggi, La mia Italia (Donzelli, 149 pagine, 18 euro). Affiora l’irrequietezza per un lutto non elaborato, per la debolezza del modo in cui è stata gestita la crisi del Pci e la confluenza nel nuovo partito: «Chi come me viene dalla sinistra storica non può sentirsi innocente, se il nuovo soggetto politico in cui siamo approdati sembra così incerto, quasi senza un’anima e privo di un pensiero lungo sul futuro».

Reichlin pone al centro della sua analisi la potenza dell’economia che erode il potere della politica in quanto interesse generale. Denuncia quel che sappiamo, la concreta formazione di una plutocrazia mondiale mai vista prima. Livelli di concentrazione delle risorse paragonabili a prima della Rivoluzione francese. «L’egemonia della sinistra si ricostruisce mettendo al centro la persona umana e la sua liberazione», scrive. È vero quel che premette nella prima pagina: «Non è una predica, né un furbesco chiamarsi fuori». Ma è la nostalgia per la foto di gruppo di giovani intellettuali, che si mischiarono a tanti piccoli Di Vittorio, ad animare le pagine.

L’autore argomenta la crisi di una costituzione materiale, del modo di stare insieme. Considera il “nuovismo” renziano l’immagine di un paese “senza”, un’immagine sospesa nel vuoto. Afferma che il significato etico della politica si può ritrovare non in astratto, ma nell’asprezza della lotta e del fare.

La mia Italia è la storia di una generazione che non si è tirata indietro. Ugo Stille scrisse in memoria di Giaime Pintor: «La nostra amicizia significò allora un “crescere assieme”. Era un legame che faceva di ciascuno di noi quasi una parte dell’altro». Allora viene alla mente l’immagine più bella del libro pubblicato da Donzelli. Piombiamo nella Roma dell’otto settembre 1943, il trauma e la vergogna di una intera classe dirigente in fuga, la scomparsa dello Stato, i bombardamenti e la lotta partigiana. Reichlin arriva in bicicletta dai Castelli romani e incontra solo macerie. Cerca l’amico e compagno di scuola Luigi Pintor. Giaime, il fratello più grande, che era ufficiale dello Stato maggiore, chiede loro di accompagnarlo da Leopoldo Piccardi, al ministero dell’industria in via Veneto. Piccardi era il solo membro del governo rimasto a Roma e il Palazzo era completamente deserto. Il Cln vuole aprire i depositi militari e distribuire le armi. Poi attraversano Piazza dei Cinquecento per giungere a una caserma. Qui, ricorda Reichlin, un tranviere scende dalla vettura e si unisce ai soldati italiani. Continua a sparare fin quando resta steso a terra per quel possibile che è la democrazia.

Reichlin, vorrei cominciare dalla Puglia, dall’Ilva a Taranto. Un’impresa in perdita dove si muore. Il 17 novembre è deceduto Cosimo Martucci, operaio 49enne. Lo scorso giugno il trentacinquenne Alessandro Morricella è stato travolto dalla ghisa fusa e vapore, mentre lavorava alla base dell’altoforno numero 2. Che cosa ha rappresentato nella sua vita il centro siderurgico?
«È stato un impegno grandissimo, perché è venuta a Taranto negli anni in cui ero lì. Non avevamo nessuna esperienza di che cos’è una fabbrica come l’Ilva. Il problema generale che ci investì era l’idea che fosse l’inizio di una vera e propria industrializzazione della Puglia. L’impianto era grandioso, uno dei maggiori centri siderurgici d’Europa. Non avevamo le idee chiare sull’impatto ambientale, poiché non avevamo nessuna esperienza precedente in questo senso. Ci battevamo molto per rendere democratiche le assunzioni. Allora furono assunti migliaia di operai attraverso canali clientelari. E cercavamo di fondare in mezzo a questa massa del tutto nuova il sindacato. Ho trascorso molte giornate davanti ai cancelli, perché era l’unico modo di parlare direttamente con gli operai. Arrivavano camion, pullman da varie parti della Puglia. Non era facile farsi ascoltare durante i cambi di turno, comizi di cinque, dieci minuti. Creammo un’organizzazione. Lo fece essenzialmente la Fiom, ma allora i rapporti tra sindacato e partito comunista erano strettissimi, eravamo la stessa cosa. Il centro si è anche molto – troppo – esteso, perché non era così all’inizio. Avevo già la preoccupazione, l’assillo degli effetti sul rione Tamburi esposto alle nocività della produzione. Ricordo riunioni su riunioni fatte con i compagni del luogo».

La zuppa del demonio non bastava.
«A noi l’Ilva sembrò una svolta molto insufficiente. Quando si ruppe il triangolo industriale e venivano coinvolte Emilia, Marche e in parte Toscana, la nostra linea fondamentale era che lo sviluppo del Mezzogiorno sarebbe dovuto essere uno sviluppo basato su una trasformazione molecolare della società meridionale. Fondamentalmente creare capitale sociale. Non credevamo che potesse avvenire attraverso l’imposizione di industrie calate dall’alto. Io avevo chiarissimo in testa, credo di averlo anche molto scritto, che il modello di sviluppo sarebbe dovuto partire dalla massa reale dei lavoratori pugliesi che erano i contadini e quindi uscire prima di tutto dai patti colonici semi feudali. I socialisti mi accusarono di “agrarismo”, mentre invece ritenevo che questa fosse la linea più feconda, più avanzata, di suscitare dal basso come era avvenuto in Emilia. Pensavo, mi illudevo, che soprattutto in Puglia, dove era meno forte l’arretratezza (era primitiva: una cosa diversa), si potesse lavorare su un nuovo impasto tra la forza lavoro, erano lavoratori straordinari, e una piccola e media borghesia non di rendita ma attiva».

 Nel 1962 andò a Bari con il compito di dirigere il Pci regionale. Nella raccolta Dieci anni di politica meridionale ‘63-’73 si domandava retoricamente: «È stato industrializzato il Mezzogiorno?» Per poi rispondersi: «In realtà si è industrializzato ulteriormente il Nord». Che cosa è andato storto?
«Il problema fondamentale era quello di mutare la funzione del Mezzogiorno nella vita nazionale. La scelta dell’industrializzazione era stata fatta, avendo la Cassa abbandonato dall’inizio degli anni Sessanta gli investimenti massicci in agricoltura. Tutti gli incentivi erano stati dirottati nel finanziamento dei poli industriali. Parliamo di migliaia di miliardi tra pubblico e privato. Il Nord, grazie alla particolare condizione sociale e politica della realtà meridionale, ha potuto sfruttare le riserve della mano d’opera espulse dalla campagna, ha utilizzato le materie prime e i semilavorati dalle industrie di base e inoltre ha utilizzato la crescita del tessuto urbano meridionale per alimentare certi consumi. L’industrializzazione doveva essere in funzione dell’assetto civile e territoriale del Mezzogiorno e non del mercato. Ha dominato un feudalesimo moderno, espressione di un blocco di potere burocratico, speculativo, parassitario che è locale e nazionale insieme. La rapina delle risorse umane è ciò che mi ha più inquietato. Lo spostamento verso il Mezzogiorno dell’asse dello sviluppo industriale non poteva avvenire ottenendo qua e là qualche nuovo impianto, secondo la logica dei poli ma bloccando l’esodo».

I dati prodotti dal rapporto 2015 dello Svimez (desertificazione industriale, 576mila posti di lavoro persi e al Sud dal 2008 a oggi è raddoppiata la percentuale povertà assoluta) hanno riacceso, per qualche ora, una qualche forma di dibattito pubblico sulla questione meridionale. Lei nelle pagine de La mia Italia la mette al centro della crisi della nazione italiana.
«Nell’ultimo ventennio della questione meridionale non si è più parlato ed è una cosa vergognosa. Non ne ha parlato più neanche la sinistra. Come è noto, ero un dirigente del Pci e mi sono nutrito, ho profondamente condiviso, l’impianto gramsciano togliattiano della questione nazionale italiana. L’unità d’Italia è avvenuta attraverso una rivoluzione passiva, fondamentalmente una conquista regia.

La classe dirigente italiana, poi, compie al suo interno un patto scellerato. Io sono l’industria, produco e mi serve un mercato. Allora non c’era il mercato mondiale e il Mezzogiorno significava avere un mercato protetto. Venti milioni di abitanti totalmente dipendenti dall’ago all’automobile, dal prodotto del Nord e non arrivavano gli stranieri. È stato un enorme mercato che comportava – e questo era il patto – un sostegno alle capacità di consumo dei meridionali. E quindi trasferimenti: almeno un quinto del Pil meridionale è fatto di trasferimenti. Poi il sistema bancario non era in grado di svolgere nel Mezzogiorno la funzione di sostegno a uno sviluppo industriale omogeneo. Le risorse entravano nel circolo finanziario. Era un sistema insostenibile che bisognava cominciare a guardare apertamente in faccia. Non pensare che si trattasse di arretratezza o assenza di educazione. Negli ultimi venti anni, l’arresto dello sviluppo italiano è dovuto in buona parte al cambiamento del paradigma economico mondiale, la mondializzazione. I mercati sono diventati internazionali, il Mezzogiorno ha interessato ancora meno, perché si cercavano mercati ben più ampi».


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giovedì 2 aprile 2015

Globalizzazione, sfruttamento, alienazione, pace rispettosa e partecipazione. Intervista a Pietro Ingrao (Roma, 10 maggio 2002)

Con tutta l'ingenuità e la spensieratezza dei miei diciassette anni.

A cura di Gabriele Santoro

Roma, 10 maggio 2002

Quale pensa sia la definizione più appropriata della parola globalizzazione?
Il significato più proprio della parola “globalizzazione” mi sembra quello che si riferisce ad una forte mutazione avvenuta nell’ultimo trentennio del Novecento, nelle forme del capitalismo mondiale.
Il secolo che è appena finito già si era aperto con una profonda innovazione nel sistema di produzione capitalistico: fu il “fordismo”, e prese questo nome dal ruolo grande che un grande industriale americano, Ford, ebbe nell’introdurre, nei sistemi industriali, i metodi di produzione tayloristici che qui possiamo richiamare ricordando ciò che è nell’industria fordista la catena di montaggio, quel metodo di lavoro in cui gli operai “montano” insieme, ciascuno un pezzo sulla catena che scorre, l’oggetto da produrre, per esempio (com’era per Ford) l’automobile. E ciò secondo ritmi rigorosi. Per dare un’idea di ciò che era il taylorismo-fordismo, e i metodi che usava nella costruzione di un oggetto si potrebbe proiettare lo splendido film di Charlie Chaplin “Tempi moderni”, che appunto evocava, in termini acuti ed esilaranti i modi in cui il fordismo usava plasmare gli operai e le operaie nella produzione di un bene, secondo calcoli e sistemi di lavoro frantumati e al tempo stesso connessi rigorosamente.

Il fordismo dette luogo -con le sue concentrazioni produttive- alle grandi città industriali del Novecento: ad esempio Chicago e Detroit, o, in Italia, Torino con la FIAT. Queste città e queste industrie concentrate divennero una specie di bandiere per le nazioni, e anche luogo e simbolo di grandi conflitti sociali e lotte di classe. Verso la fine del Novecento invece i metodi di produzione cambiano radicalmente, prima di tutto a seguito della nuova trasformazione che nei sistemi produttivi introduce la trama dei computer, e le rivoluzioni produttive che essa reca con sé. Si frantumano e si disseminano quelle che erano state grandi concentrazioni industriali. L’oggetto di consumo adesso sgorga dall’assemblaggio di prodotti (più esattamente: pezzi di prodotti) costruiti anche a grande distanza l’uno dall’altro, laddove la produzione di quello specifico pezzo appare più conveniente e meno costoso. E quindi, nel giro di alcuni decenni, le grandi città “cattedrali” industriali del Novecento hanno vissuto un gigantesco processo di “decentramento”, mediante il quale l’imprenditore capitalista frantumava e rimodellava, secondo i suoi bisogni e le sue convenienze, organizzazione del lavoro e figure produttive. Si realizzava spesso, così, un trascinante processo di precarizzazione della mano d’opera di dimensioni mondiali.

E’ stato così possibile al padrone capitalista di indebolire la forza collettiva di contrattazione che faticosamente sindacati e altre organizzazioni di classe avevano costruito nelle varie nazioni durante il secolo fordista, ed anche dislocare momenti e parti della produzione in luoghi e terre in cui la mano d’opera era a costo più basso e spesso era priva di organizzazione e di strumenti e tradizioni di difesa sociale. Inoltre da contratti a tempo pieno e di lunga durata si è passati a contratti di breve durata, diversi nei modi e nei luoghi, e si è potentemente allargata la massa di mano d’opera priva di certezza del proprio lavoro, con i deboli strumenti di tutela. La parola “globalizzazione”, a mio avviso evoca prima di tutto a queste straordinarie modificazioni che si sono compiute nella dislocazione e nei modi di lavoro, e quindi nelle retribuzioni e nei sistemi di vita di milioni e milioni di esseri umani.
Di fronte a queste sconvolgenti mutazioni dell’agire lavorativo un aspetto della nostra vita -la formazione- è diventato ancor più importante, perché dai saperi (e dei saperi in continua mutazione) vengono, ancora più di prima, dipendere le possibilità di trovare lavoro e di evitare che si aggravi drammaticamente lo sfruttamento prima di tutto del mondo proletario.

E’ da sottolineare che la nuova dimensione globale di cui stiamo parlando rende ancor più acuto e manifesto il problema della sorte di miliardi esseri umani, che oggi nascono e vivono in quelli che chiamiamo i continenti della fame, in quel “Sud del mondo”, da cui così spesso partono verso le coste d’Europa, nelle mani di negrieri, quei battelli disperati, carichi di esseri umani che fanno la fame nei loro paesi d’origine e sperano di trovare un lavoro e un tozzo di pane nell’Occidente euro-americano. E’ da aggiungere però che la parola “globalizzazione” è anche termine che allude in generale alle innovazioni grandiose che ci consentano di giungere rapidamente, nei più lontani angoli della terra, e anche di incontrare nella via prossima alla nostra casa gente di continenti estremi: e così in un certo modo ci fanno sentire ormai cittadini del mondo. A dilatare questo significato della parola “globalizzazione” contribuisce l’espansione nel mondo di una lingua: l’inglese, che è diventata così una sorta di Koinè, e in ogni caso lo strumento di comunicazione adottato nella stragrande maggioranza degli incontri e convegni di ricerca scientifica, e di confronto dei saperi.

Cosa si può fare per bloccare il meccanismo perverso che lega guerra ed economia?
Che le industrie di guerra, sorte in Europa e in America negli ultimi due secoli, siano state spesso dei focolai di conflitto e sostenitori diretti e riconosciuti di avventure belliche è fenomeno clamoroso e ricostruito scientificamente nella storia del Novecento (ci sono persino nomi che in questo senso sono diventati un simbolo mondiale: Krupp, per esempio). Ma io metterei in guardia da una lettura troppo meccanica delle cose. Certo: ci sono i mercanti di cannoni e quanto hanno pesato negli urti che hanno insanguinato la storia degli ultimi due secoli. Ma la guerra è fenomeno complesso: chiama in causa chiaramente gli Stati, e quindi la politica, i rapporti fra le classi, e anche – e molto- i sistemi di pensiero, le ideologie socio-politiche e le strutture cresciute negli ultimi due secoli, come i partiti e i sindacati. E hanno pesato tragicamente le convinzioni religiose e i conflitti tra i credi: quanti conflitti armati furono chiamati “guerra santa”, e combattute in nome di Dio (ricordate la frase famosa: “Dio lo vuole…”)!

E veniamo all’oggi. Io ho espresso critiche aspre alle guerre che hanno insanguinato l’ultimo decennio del Novecento. E ho molte riserve anche nei confronti della guerra recente condotta sotto la guida degli Stati Uniti, in Afganistan, anche se ho un’idea pessima di Bin Laden e dei talebani. Ma non credo a una lettura degli Stati Uniti come “l’impero del male” (per usare una frase che un presidente americano usò per qualificare il nemico sovietico). C’è un imperialismo americano che di certo è duramente presente oggi nella politica di Bush e nella strategia dei suoi più stretti collaboratori (da Cheney a Condoleezza Rice). E senza alcun dubbio gli USA sono alla testa nella produzione degli strumenti di guerra e i capofila nelle guerre che hanno segnato sanguinosamente l’ultimo decennio del Novecento. Questa supremazia americana ha trovato nuovi sviluppi, dopo il clamoroso attacco terroristico che ha frantumato quei grattacieli di New York, e secondo strategie non ancora del tutto chiare ed univoche.

Per fare solo un esempio: quando è diventato presidente George junior Bush è parso che egli volesse mettere da canto la NATO, l’alleanza con gli Stati europei, che l’ex-presidente Clinton invece aveva rilanciato. Almeno io, ma non solo, ebbi l’impressione che in politica estera la nuova presidenza americana volesse mantenere una alleanza stretta solo con il governo inglese guidato da Blair.
Successivamente invece Bush ha rimesso in campo la NATO: per usarla -mi sembra- come attore del nuovo patto con il russo Putin, sancito settimane or sono in terra italiana a Pratica di Mare. Quindi anche il sistema di relazioni mondiali a direzione americana, è più complicato di quanto possa sembrare a una prima analisi sommaria. Se posso dirlo con una frase breve, la politica mondiale e anche quella del gigante americano è più complessa di quello che può apparire ad un esame sommario. E’ un consiglio che mi permetto di dare ai miei giovani interlocutori io che pure in qualche modo ho lottato nella parte avversa al capitalismo euro-americano.

Quanto ai modi con cui misurarsi con il possente imperialismo americano, ho cercato di ragionare a lungo su questo tema arduo e delicato in una intervista uscita ai primi di giugno sul quotidiano “Liberazione”, ed ad essa rimando. In quell’intervista sostengo che le azioni bellissime di minoranze pacifiste generose non possono bastare a fermare il ritorno terribile della guerra nella vita degli esseri umani. Anzi -questo sostengo io- oggi siamo di fronte a una cupa e grave “normalizzazione” della guerra, e alla triste scomparsa della parola “disarmo” dal vocabolario delle élites politiche dell’Occidente. Se può interessare, in quella intervista cerco di ragionare sulla portata delle innovazioni drammatiche che stanno avvenendo in questo pianeta, e sottolineo la necessità di uno schieramento pacifista che costruisca una lotta di massa di forze politiche e di Stati contro questa normalizzazione dell’uccidere di massa.

E’ da dire che il tema della guerra non riparte soltanto dalle sponde euroatlantiche. Sono in atto due eventi tragici che si svolgono ai bordi dell’Europa: la guerra fra Israele e il disperso e disperato popolo palestinese, da cui sgorga ormai da anni sangue e devastazione umana, e c’è il timore che un conflitto possa scoppiare anche tra Pakistan e India sulla questione del Kashmir. E India e Pakistan sono ambedue potenze atomiche. Questo è il quadro drammatico che si presenta oggi nel globo. Sono in campo temi ardenti e questioni che riguardano la vita di milioni di esseri umani. Ciò che accadrà in questa era della “globalizzazione” dipende per tanta parte da ciò che faranno e vorranno i giovani che adesso si aprono alla storia del mondo, e dal modo con cui nelle aule di scuola ragionano sull’oggi e su ciò che accadde nel cuore del Novecento alla mia generazione.

Che cosa resta del pacifismo?
La mia critica al capitalismo non è solo fondata sulla questione bellica. A me premeva ribadire che la critica al capitalismo non stesse solo in questo, che cioè la critica al capitalismo sia fondata solo sulla questione bellica e cioè sulle catastrofi provocate dalla guerra,che però questo sia un punto di critica del capitalismo è fondamentale. Gli eventi più grandi che si sono compiuti nell’ultimo quarto di secolo e nell’ultimo decennio riguardano secondo me lo sviluppo terribile che ha avuto l’azione armata. C’è stato un ritorno sul campo della guerra e della valorizzazione persino della guerra nella forma della “guerra giusta” che secondo me è impressionante, la parola che invece nella mia generazione ha avuto un ruolo importante cioè la parola disarmo, è completamente scomparsa. Della parola disarmo non si parla più e si è arrivati ormai a una moltiplicazione delle forme di armi e a sviluppi che dovrebbero essere fermati. La parola “meccanismo” a me non piace perché può dare una idea secca, schematica, io insisto nella convinzione che il capitalismo è molto più complicato, astuto, più complesso, ad ogni modo questa è una mia osservazione.

Certo parlare di questo significa sottolineare che il problema della pace, la questione della lotta per la pace, prende un'urgenza che forse non ha mai avuto come oggi la terza guerra mondiale è una cosa che spaventa, io mi ricordo come abbiamo vissuto la seconda guerra mondiale, quanto ci ha fatto paura, e quante lacrime e quanto sangue, eppure noi uscimmo da quella esperienza la lotta antifascista e la guerra contro Hitler e Mussolini, con una forte sensazione che fosse avvenuto qualcosa che doveva cambiare le nostre vite. C’è un libro che per la mia generazione è stato molto importante “Lettere dei condannati a morte per la resistenza”, sono lettere di persone che vanno a morire, non solo c’è tutto il pathos di che cosa vuol dire la lotta, la morte, in molti casi la tortura, le cose terribili che abbiamo vissuto, i campi di sterminio, la morte di massa. Noi avevamo l’impressione che era accaduto qualcosa che non si poteva più ripetere, che il mondo aveva capito o che avrebbe dovuto capire.

Come io vedo l’oggi è impressionante, quella questione che dentro la mia generazione c’è stata in quegli anni, oggi se io guardo Giuliano mio nipote, probabilmente non c’è come noi l’abbiamo sentita allora e come poi è venuta fuori centuplicata con la questione dell’atomica e il livello delle armi che è stato raggiunto. Io mi ricordo nel ’38 che maturai prima che scoppiasse la guerra come antifascista e la vedevo come un modo per ritrovare la libertà, poi non ho esitato a dirmi pacifista, il pacifismo come convinzione e opposizione alle armi. Nei prossimi giorni ci sarà ancora una marcia per la pace ad Assisi, evento importante per uomini della mia generazione, ho di la le foto, ci ho portato i miei figli, poteva sembrare una cosa patetica, però veniva da questo problema, cosa erano diventate le armi e che cosa si poteva fare.

Pensa che allo stato attuale delle cose si possa raggiungere, oltre a una pace possibile, una pace giusta tra Israele e il popolo palestinese?
Questo è un conflitto terribile, perché io non posso scordarmi quello che hanno passato gli ebrei cosa è stato la loro sorte sotto il nazi-fascismo, ho anche familiari che si sono trovati a vivere questo problema in modo molto duro e quindi insomma comprendo la passione con cui si difendono dopo quello che hanno patito nella vita dei secoli, però contemporaneamente i palestinesi sono un popolo, io ho fatto la lotta perché l’Italia fosse padrona nel suo territorio. Stiamo vivendo una cosa terribile da cui si esce solo con un riconoscimento reciproco, la questione ebraica è stata una questione costituente nella vita delle persone e contemporaneamente i palestinesi per quello che sono come popolo ma anche come simbolo di tutto un mondo che oggi sta in ginocchio, perché quando parliamo dei palestinesi parliamo anche di tutta la popolazione del mondo arabo, l’Africa, zone dell’Asia, parti dell’America Latina cioè di miliardi di persone che sono un gradino sotto rispetto a noi.

Una osservazione la vorrei fare su questa espressione; tu parli di una pace giusta, ho un dubbio sulla parola giusto, giustizia, non ti vede sembrare strano è una parola su cui ho dei dubbi: esiste davvero giustizia? E’ molto relativo il concetto di giustizia, io non lo farei mai il giudice, perché al momento in cui dovrei dare la condanna mi verrebbe in mente: quello che io sto condannando, che guai ha passato, io da fuori riesco a vedere quello che è giusto o non è giusto per lui. Non saprei fare il giudice, per dire come è difficile dire cose giuste, figurati la pace giusta, chi la sa trovare? In alcune cose che ho scritto faccio riferimento alla Cappella Sistina, Michelangelo e la rappresentazione che fa del Cristo che con la mano alzata manda all’inferno o al paradiso, è un Cristo terribile, grande opera d’arte, quel Cristo lì non mi piace, ma che sappiamo quando condanniamo un assassino, quindi credo che la pace giusta sia difficile mentre è possibile una pace rispettosa.

In conclusione può dare un consiglio a quei ragazzi che non credono che il mondo che ci stanno vendendo sia così perfetto e cercano di costruire un'alternativa possibile?
Che consiglio dare? Ma io sono in una età in cui uno dovrebbe smettere di dare consigli, voi siete un'altra storia e di conseguenza molto diversi da noi. Avete già tanti maestri in cattedra, che vi danno consigli, per cui mettermi anch’io, in ogni modo se proprio un consiglio lo vogliamo dare io direi uno, partecipare, stare in campo non stare alla finestra, questo mi sento di consigliarlo a voi con l’esperienza di tutta una vita. Quella di attendere lo svolgimento degli avvenimenti senza partecipare è un' illusione poiché i problemi sono talmente invasivi e siete tutti talmente nelle cose che come vi salvate stando alla finestra, quindi il consiglio è partecipare e partecipare in tempo.

Attenti che io mi sono trovato di fronte a una situazione, quando avevo venti anni, in cui eravamo già molto in ritardo, abbiamo dovuto correre in fretta per rimediare. Adesso faccio l’esempio della Francia chi avrebbe mai pensato, che uno come Le Pen avrebbe raggiunto quei risultati, state attenti a non accorgervi troppo tardi che bisogna partecipare. Certo poi i livelli possono essere molto diversi, quelli che ho vissuto io sono stati ossessivi, la politica prendeva tutta la giornata veniva prima di tutto e facevamo politica in ogni momento forse commettevamo degli sbagli. Non si può dimenticare che a questa attività politica hanno partecipato milioni e milioni di persone e non era vero che eravamo servi di Mosca, fossimo stati servi la spiegazione sarebbe stata molto più semplice, fu tutto un errore? Ma no, facevamo delle cose importanti per il paese, certo molti errori di valutazione furono fatti sull’Unione Sovietica, ma io ho visto tante persone, che si alzavano la mattina per andare sul posto di lavoro e dopo andavano in sezione e stavano lì fino alle nove, dieci di sera e poi c’era la riunione della cellula e si finiva a mezzanotte, guadagnavano quattro soldi, ne ho conosciuti tanti uomini e donne.

Insomma però nonostante tutti gli errori, siamo stati dentro la lotta, state attenti voi della vostra generazione, perché adesso è ancora più difficile la politica, noi agivamo su scala della nazione e poi su scala europea, ora l’arena s’è allargata; dovessi dirla semplicemente con un’espressione: non ti salvi, non ti fare illusioni o stai dentro alla lotta politica oppure alla fine la paghi anche tu.

lunedì 2 febbraio 2015

Mattarella, Napolitano, Tsipras, la sinistra, l’Europa (e l’Italia): intervista a Luciana Castellina


di Gabriele Santoro

«Caro Lucio, carissimo compagno di tante lotte e di tante sconfitte: nessuna sconfitta è definitiva, finché gli echi delle nostre passioni riescono a rinascere in forme nuove». Nella tensione emotiva dell'omaggio di Pietro Ingrao a Lucio Magri si ritrova tutto il travaglio di una stagione repubblicana dall'eredità ancora irrisolta. Con il saggio Da Moro a Berlinguer – Il Pdup dal 1978 al 1984 (Ediesse, 402 pagine, 20 euro) Valerio Calzolaio e Carlo Latini colmano un vuoto pubblicistico sulla storia del partito nato dall'unificazione del Pdup di Vittorio Foa e del gruppo de Il Manifesto, che fin dalla radiazione dal Pci nel 1969 si pose il problema di aggregare la nuova sinistra del ’68. Il testo sull'esperienza del Pdup per il comunismo, composto da un'élite politico-culturale ma anche radicato sul territorio, offre almeno quattro linee guida d'interesse contemporaneo. Il rapporto fra partiti, o quel che ne resta, e movimenti, ripercorrendo lo sforzo di tradurre in soggettività politica i movimenti del ’68-’69. Poi annotiamo la questione dirimente della scelta europea della sinistra italiana; l'ecologia e lo sviluppo industriale; infine la fermezza contro la politica del terrore fine a sé stesso del partito armato senza smarrire la lucidità dell'analisi. Luciana Castellina, che nelle file del Pdup è stata eletta parlamentare nazionale ed europea, scrive nella prefazione: « (...) È la testimonianza di un tempo in cui la politica è stata bellissima: vissuta dentro la società, colma di dedizione appassionata, di grande affascinante interesse perché impegnata a capire come rendere migliore la vita di tutti gli umani. Anche se non abbiamo vinto. Ma se vogliamo provarci ancora, questa archeologia è importante». Nella Grecia di Tsipras la giornalista Castellina sembra aver riascoltato echi di passioni mai sopite.

Qual è il suo ritratto del premier?
«È un quarantenne, che non avverte la paura che ha frenato le precedenti generazioni della sinistra greca. I drammi della guerra civile, lo spettro del ritorno di una forma di dittatura fascista hanno sempre provocato una qualche timidezza. Appartiene a una generazione più sicura e dunque capace di osare di più. Tsipras ha un senso fortissimo della propria storia e della propria identità comunista. Ha ampliato il raggio dell'iniziativa politica, producendo la rottura di un assetto bipolare. Il linguaggio nuovo e responsabile di Syriza ha intercettato e aperto spazi politici. La drammaticità della situazione ha favorito la convergenza e coesione interna al partito, che riunisce varie forze, al contrario della nota frammentazione».

Fra le analisi giornalistiche post elettorali c'è chi ha prefigurato nel rapporto con l'Europa un parallelo con l'evoluzione del primo Mitterand. La rivoluzione a costo zero non si fa.
«I percorsi dei due personaggi sono profondamente diversi. La rottura di Mitterand non fu così drastica come quella proposta da Tsipras e la storia della Francia non è quella della Grecia. Mitterand, anche in giovinezza, è stato un uomo molto accomodante, tutt'altro che un eroe delle rotture».

La parola solidarietà è rientrata nel vocabolario politico? Syriza di governo, che ha limiti endogeni ed esogeni, riuscirà a mantenere una dinamica complessa con i movimenti?
«Lì i movimenti sono poco strutturati. Per capirsi non c'è qualcosa di simile a Indignados-Podemos. Syriza ha sostenuto le proteste alimentate dalla sofferenza sociale. Si è messa a disposizione per la costruzione di una società alternativa, a fronte di uno Stato che ha tagliato tutto. Nei quartieri, dove la gente affronta la miseria nera, sono nate forme di volontariato organizzato molto importanti. Il partito ha mostrato la capacità di contribuire a consolidare questa solidarietà mediante la propria organizzazione partitica. Tutte le forme di supplenza alle carenze statuali mi hanno ricordato il mutuo soccorso del movimento operaio alle origini».

Torniamo in Italia. Nei nove anni al Quirinale ha trovato riscontri del Giorgio Napolitano che conosceva? Curzio Malaparte, frequentato in giovane età dal presidente emerito, regalandogli una copia di Kaputt annotò nella dedica: «Non perde la calma neppure dinanzi all'Apocalisse».
«Ha esercitato il ruolo istituzionale andando sopra le righe, perché è una personalità molto forte fra tutti i nani dell'attuale scenario politico italiano. È un signore dalla lunga storia politica e relativa grande esperienza. Dunque inevitabilmente, oggettivamente, ha esercitato un'egemonia. Napolitano è stato sempre un uomo che ha apprezzato e dato priorità agli elementi di stabilità. Privilegia l'equilibrio, cristallizzato dalla strategia delle larghe intese, al cambiamento. D'altra parte la destra Pci era filo-sovietica, non tanto perché gli piacesse l'URSS, quanto per l'idea di sicurezza e stabilità che avrebbe dovuto assicurare al mondo il sistema dei blocchi contrapposti».

Che cos'è oggi il diritto al dissenso?
«Non sono mai andata d'accordo con Napolitano, tuttavia il dibattito, che rimpiango, è stato politicamente significativo e civile. Lui ha contribuito intensamente alla mia radiazione dal Pci. Ma ho nostalgia di quella radiazione, perché almeno si è discusso con un sincero turbamento. Oggi ripeto ai dissidenti di qualunque partito, che possono solo sognare una radiazione come la nostra. Il leader parla in televisione e gli altri sono costretti nella scelta binaria sì o no, con una sostanziale indifferenza per le posizioni e per le idee».

Il dissenso espresso dalla minoranza Pd sulla legge elettorale è stato davvero funzionale all'elezione di Sergio Mattarella?
«Non amo Renzi, ma è stato molto abile in questa operazione. Ha capito che aveva tirato troppo la corda con la minoranza interna al suo partito. Non poteva calpestarli ulteriormente, essendo arrivato al rischio di rottura. Ha dovuto cedere qualcosa. Penso avrebbe preferito una candidatura in accordo con Berlusconi».

In attesa del giuramento e del discorso d'insediamento in programma domani, qual è il segno distintivo del neo presidente?
«Innanzitutto la Prima Repubblica non è stata una cosa omogenea. Mattarella è un uomo di quella stagione, dimessosi dalla carica di ministro, poiché contrario all'approvazione della legge che ha determinato la vita della Seconda Repubblica. Mattarella, da questo punto di vista, è stato il primo con altri, seppure in una posizione interna al partito democristiano, a capire che cosa stesse accadendo. Nell'osservanza della legge ha tentato di tutelare l'interesse generale, per non assecondare l'ascesa di Berlusconi. Il termine rottamazione più che una rottura generazionale, ispirata da un rinnovamento necessario, evoca una rimozione forzata e stupida della storia. Come asserisce Giorgio Agamben per capire il presente bisogna occuparsi dell'archeologia».

La cosiddetta Seconda Repubblica si è caratterizzata dalla nascita di un sistema bipolare impuro, con coalizioni estremamente eterogenee e politicamente frammentate. Con i partiti piccoli a determinare equilibri meramente elettorali. Lei sostiene che il Pdup abbia rifuggito il minoritarismo. In che modo?
«Non abbiamo mai pensato di costruire sopra la nostra testa il partito della rivoluzione, bensì d'incarnare l'essenza di una forza critica, destinata alla transitorietà. Volevamo innescare un rinnovamento sostanziale del Pci, che era ancora una forza molto vitale. Non coltivavamo un interesse particolare, se non quello della rifondazione dell'organizzazione storica del movimento operaio. Il nostro successo sarebbe derivato dall'aggregazione delle forze sane della nuova e vecchia sinistra. Purtroppo non è andata così. Per riprendere una frase di Santa Teresa di Lisieux: anche chi non conta niente deve sempre pensare come se tutto dipendesse da sé, muovendosi con il senso di responsabilità di chi decide. La nostra piccola impresa ha lasciato una rete di quadri, che non opera più a livello politico, ma è vitale nella società, perché era il prodotto di una cultura credo molto forte e rigorosa».

Calzolaio e Latini evidenziano il tratto leaderistico, nella persona di Lucio Magri, assunto dal Pdup.
«Leadership e personalizzazione, deriva pericolosa, non sono la stessa cosa. Non si costruisce un soggetto politico senza avere selezionato una leadership. Una selezione da maturare in un corpo sociale e politico vasto. Correttamente gli autori sottolineano il ruolo di Magri, decisivo fin dall'inizio nell'elaborazione della linea, nelle tesi del Manifesto con una costante apertura all'autocritica. La sua visione ha anticipato i tempi. Su Praga il Pci, pur in posizione critica, parlava ancora solo di errore. È interessante rileggere i suoi discorsi parlamentari, dai quali è possibile elaborare una ricostruzione della storia degli anni Settanta. La sua esistenza è finita in quella maniera, perché non ha accettato l'idea di una fase di piccoli accordi, di piccole storie. “La sinistra rinascerà, certo, ma ci vorrà molto tempo e a quel punto sarò morto”».

Nel febbraio 1968 Napolitano firmò una relazione sul movimento studentesco: riconoscimento della novità, volontà di raccoglierne le sollecitazioni e denuncia delle avvisaglie estremiste. Permane tutt'oggi quella carenza dialogica partito-movimenti?
«Il Pci non comprese appieno la portata del Sessantotto. Era finita la fase dell'Italia arretrata che doveva entrare nella modernità. Dentro a quella modernità erano esplose contraddizioni nuove nel lavoro, nell'alienazione, nell'ecologia, nelle questioni di genere. Il pregio dei movimenti è di avere antenne più alte dei partiti, spesso elefantiaci e immobili, per percepire le contraddizioni del proprio tempo. Il Pci considerava i movimenti tutt'al più portatori d'interessi e problemi settoriali, poi toccava al partito fare la sintesi. A noi non sfuggì l'importanza della dialettica con il movimento. Fu un'altra delle ragioni di differenziazione dal partito. I movimenti devono riuscire a mettere in discussione il quartier generale fino al limite di rifondarlo».

La sinistra è arrivata in ritardo sul tema Europa?
«Il Pci passò da un'opposizione d'assoluta chiusura, che aveva alcune buone ragioni, sulle modalità del processo di unificazione europea, all'europeismo acritico. Condivise la contrarietà a un'unione fondata sul liberismo e sulla dittatura del mercato con buona parte della sinistra continentale. Ricordo anche l'imbarazzo democristiano, pensando al pesante interventismo pubblico nella nostra economia. Leopoldo Elia, sorridendo, mi disse: «Non glielo diciamo all'Europa. Forse non se ne accorgono». Affermare che questa sia l'Europa sognata da Altiero Spinelli è una bugia. Basta rileggerlo o non scordarsi che nel 1957, a Roma, andò a volantinare per protesta nel luogo in cui venne firmato il Trattato CEE sotto l'egida di Ludwig Erhard, ministro dell'economia tedesco. Forse successivamente il suo errore fu quello di insistere un po' troppo sugli aspetti istituzionali rispetto a quelli economico sociali».

In molte biografie e autobiografie di protagonisti del comunismo italiano, spesso intellettuali di estrazione borghese, ciò che viene rievocato con maggiore emozione, nel processo di formazione politica, è la scoperta del mondo andando a scuola dalla classe operaia.
«Questo forse è stato il tratto migliore del '68, che in Italia è durato dieci anni. La considero un'esperienza formativa determinante. Fu la conoscenza di che cosa è la vita, della grande fabbrica operaia e la costruzione di un'idea di libertà basata nei rapporti sociali di produzione e non nel libertarismo. La conoscenza delle condizioni dei rapporti sociali di produzione, e dunque anche dell'umanità che da questi rapporti emerge, è stata un elemento fondante. Il Sessantotto viene dipinto come sesso droga e rock and roll, una rivolta antiautoritaria, una liberalizzazione dei costumi per l'affermazione della priorità dell'individuo sulle catene del noi imposte dalla chiesa e dai partiti. In realtà si provò a mettere radici che coniugassero la libertà con l'uguaglianza».

Pio La Torre, che borghese non era, fece quell'apprendistato sulla propria pelle dall'infanzia. Una vita ben spesa dalla parte degli sfruttati. Un leader naturale, forte e indipendente. Aggredì, con un'intensità inedita anche nel partito, al prezzo della vita l'intreccio promiscuo delle mafie. Che cosa le rimane della campagna pacifista che condivideste a Comiso?
«All'inizio ci fu una notevole timidezza da parte del Pci nell'assumere una posizione di contrasto netto. Nutrivano molta prudenza nei confronti del movimento, per poi compiere uno scatto con una larga partecipazione della Fgci. La Torre fu molto bravo, perché intuì la valenza di questa lotta e ne interpretò la causa. Dalla Sicilia arrivarono segnali forti e cominciammo a lavorare insieme. La Torre capì subito che dietro a quella vicenda si muoveva anche la mafia e un'ampia area grigia. La denuncia lo portò poi alla morte. Aveva una grande capacità nel mobilitare le persone. In Sicilia si raccolsero un milione di firme per la chiusura di Comiso. Il suo è stato un impegno trentennale senza mai rassegnarsi alla sconfitta».

Il vocabolo disarmo è ormai estraneo alla prassi politica.
«Uno dei più attivi nella protesta a Comiso fu l'attuale ministro degli esteri Paolo Gentiloni. Lavorò al mio fianco nel giornale, che diressi insieme a Rodotà e Napoleoni, Pace e guerra. Era responsabile proprio della sezione degli esteri. Ha scritto anche un libro su quell'esperienza. Ma, insomma, i tempi cambiano».

Una peculiarità del Pdup fu una certa sensibilità per la questione ecologica allora fuori dall'agenda. Rimpiangevate il mondo rurale?
«È stato uno dei contributi al dibattito nazionale. Lotta continua ci prese in giro con un titolo d'apertura: «Come era verde la vostra vallata» con la firma di Guido Viale, che oggi riscopro alfiere ecologista. Non era una romantica nostalgia della società pastorale. Sul nucleare la battaglia è stata furibonda anche all'interno del Pci. I nodi di allora nella critica alla cultura industrialistica non sono stati risolti».

Il dossier Ilva è di attualità stringente. Il Pci, nella figura di Napolitano, ebbe un ruolo preminente nella nascita a Taranto di un modernissimo, per l'epoca, stabilimento siderurgico.
«La questione è complessa, ben raccontata dal recente film La zuppa del diavolo di Davide Ferrario. C'era il problema della modernizzazione dell'Italia, di cui come mostrano i materiali visuali d'archivio la classe operaia era fiera. Contemporaneamente il regista pone la critica, il deflagrare delle contraddizioni, con i testi di Volponi, Ottieri e Pasolini. Sono uscita dal cinema commossa. Quegli operai che escono in tuta, apparentemente felici, da una fabbrica che poi è l'Ilva con tutti i disastri che conosciamo».

Al riconoscimento della lungimiranza della questione morale, posta da Berlinguer, viene sovente accompagnata la tesi esplicitata in primis da Napolitano. In sintesi, quelle parole, affidate a Scalfari, in realtà celavano la tendenza del Pci a chiudersi nella sua «purezza», una sorta di rinuncia a fare politica, non riconoscendo più alcun interlocutore valido, e a rivolgersi al paese intero. Concorda?
«È curioso associare il concetto di rifiuto a un partito che registrava due milioni di iscritti. Piuttosto bisognerebbe rammentare chi rifiutava cosa. All'inizio c'è stata una voluta mistificazione di quel discorso. Diversità voleva dire che per pretendere di essere soggetto politico era necessario un di più di onestà, d'impegno, di dedizione e disinteresse: tutte qualità fondanti della politica. Il senso del discorso è stato stravolto, perché la sintonia che il Pci ha avuto con larga parte della società, anche in quella fase, non si è mai più ricreata per nessuno partito politico. La questione morale costituiva una critica per nulla moralista, come invece è stata immediatamente bollata, al sistema dei partiti. Il discorso sull'austerità fu scambiato per una cosa bigotta, contro la gioia del consumare, mentre invece anche lì era l'inizio di una riflessione critica sul modello di sviluppo. Su questi temi noi del Pdup ci ritrovammo nel Pci. Abbiamo avuto un rapporto difficile con Berlinguer. Sempre molto civile ma era lui il segretario quando fummo radiati. Alla fine c'è stato un grande rincontro».

Eric Hobsbawn, dopo aver seguito un intervento di Berlinguer durante una Festa dell'Unità, definì stupefacente il rapporto pedagogico di massa che il segretario riusciva a stabilire.
«Nei discorsi di Togliatti e Berlinguer è difficile rinvenire tracce di demagogia. Togliatti parlava come un professore di liceo. Non c'era mai un tono di troppo. Ricordo, in riferimento a Berlinguer, la frase pronunciata da una signora qualunque seduta vicino a me: «Parla così “male” che deve essere sicuramente sincero». La trovai e la trovo una frase bellissima, che esprimeva una grande verità. È una storia singolare il fascino che emanavano in un partito così grande e socialmente composito. I due si rivolgevano al popolo come se stessero in un'aula di liceo anziché in piazza. Pensiamo ai funerali di Berlinguer, c'era il mondo intero».