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sabato 20 febbraio 2016

L'uomo del futuro: Eraldo Affinati sulle strade di Don Milani


di Gabriele Santoro

Eraldo Affinati sostiene che spesso per distinguere il buono dal cattivo maestro, basta vedere negli occhi dei suoi scolari: se brillano, oppure restano spenti. Due anni fa gli occhi dello scrittore brillavano, quando nel corso di un’intervista accennò alla personale ricerca di don Lorenzo Milani, suo riferimento culturale fondamentale. La visione e le gambe per camminare, assumendo il senso del limite: «don Milani continua a essere inafferrabile: è una domanda inevasa, la spina nel nostro fianco, un pensiero in movimento. Non ci lascia un’opera, una filosofia, un sistema, un progetto, ma energia allo stato puro. L’inquietudine che c’è prima dell’azione. Come se non fosse possibile tenerlo fermo per esaminarlo, sfugge a qualsiasi definizione», scrive Affinati.


Da qualche giorno nelle librerie è arrivato L’uomo del futuro (Mondadori, 177 pagine, 18 euro): dieci capitoli in seconda persona nei luoghi e nel fuoco della controversia accesa dal priore, e altrettanti capitoli per i diari di viaggio dal Gambia a Volgograd in soggettiva sulle tracce dello spirito di Barbiana. Con la scelta della seconda persona l’autore sembra mettersi di fronte a sé stesso, però a corta distanza, nel tentativo di fondere azione e riflessione. È un testimone della propria esperienza: «Un amico mi ha detto che in questo modo è come se avessi fatto un esame di coscienza. Per me scrivere e leggere significa anche questo. Ecco perché nei miei testi c’è spesso una bibliografia: serve a lasciare le tracce del cammino che ho compiuto», spiega. Barbiana oggi si propone in chiave multiculturale con la questione posta da Milani con radicalità: l’uguaglianza delle posizioni di partenza, che non assomiglia neanche un po’ all’egualitarismo e al solidarismo retorico.

Affinati ci illustra ancora una volta la propria idea di letteratura che vive sull’esperienza e in cui la scrittura rappresenta l’elaborazione, il momento ultimo. Come credi possibile che una terza persona, per di più esterna, quale sei tu, possa riuscire a percepire, se non a raccogliere un lascito incredibile?, si domanda. E risponde: «D’istinto quasi schiacci il pulsante interiore dei tuoi vent’anni: la letteratura serve a questo, altrimenti non avrebbe senso né leggere, né scrivere».

Stavolta la traccia è un’esistenza che non è scomparsa. Ridefinisce la sconcertante attualità del carisma pedagogico di don Milani: «Non vuoi ammettere che ogni cosa finisce in polvere? No, altrimenti non potresti trovare la forza di scrivere». Ritroviamo la sintassi di Romoletto, lo spirito primigenio de La città dei ragazzi e quell’urgenza di paternità mai sopita. La solitudine della propria adolescenza, che ancora interroga, quella dello scrittore, impastate nella coralità vivificata dalla scuola di Barbiana. Il lavoro che più lo appassiona, ce lo ripete: «Cercare i rapporti, ricucire gli strappi; mettere in relazione libri e destini».

Questo testo, che non percorre la scorciatoia del romanzo, commuove dopo la lettura non solo Aldo Bozzolini, il più piccolo fra gli allievi del priore, ma chiunque sia nato o abbia deciso di rinunciare al privilegio per condividere il cammino sul lato polveroso della strada, della vita. Il maestro, scrittore, politico, educatore; prete ribelle e rispettosissimo rinunciò innanzitutto ai privilegi della propria estrazione sociale alto borghese, senza sostituire l’aristocrazia materiale con quella morale. Lacerare i tessuti, rovesciare i banchi del tempio: è la necessità per immaginare di poter guardare chi non è come te, per guardare dentro a Il quartiere di Vasco Pratolini.

«Certe fotografie del piccolo Lorenzo fanno impressione: le camicette immacolate, le scarpette bianche, i capelli ben pettinati. Egli, sin dalla più tenera età, sentì tutto questo come una zavorra insopportabile, altrimenti non avrebbe chiesto al fattore di Montespertoli, dove la sua famiglia aveva una lussuosa residenza, di far entrare in quel giardino dorato i bambini poveri», racconta Affinati. Non fu dunque una conversione sulla via di Damasco, ma già percepibile nelle stagioni dell’infanzia e dell’adolescenza.

Visitando la Tenuta La Gigliola, casa di campagna della famiglia Milani, distante dieci chilometri da Firenze, si sofferma sul campo da tennis posto accanto alla villa padronale, dove Lorenzo pare che spingesse a giocare a pallone i suoi amici. Qui evoca un confronto con Giorgio Bassani e il Giardino dei Finzi Contini: «Sì, mi ha procurato una serie di risonanze emotive e culturali sulle quali ho lavorato. Insomma la rivoluzione bisogna farla prima dentro noi stessi: ecco cosa ci dice il priore».
Quando uno liberamente regala la sua libertà è più libero di uno che è costretto a tenersela, scrisse Milani alla madre. Per essere veramente liberi s’incarna un limite, quale nucleo di ogni vera tensione pedagogica. Andare oltre l’efficacia; a scuola si cerca l’efficacia prima della giustizia.

Quando anche la vostra rivoluzione avrà trionfato, scrive nella lettera a Pipetta, il comunista di San Donato di Calenzano, il mio posto sarà sempre al fianco degli assetati e degli affamati della giustizia. Il senso della sconfitta storicizzata del mito novecentesco dell’uguaglianza non è ragione sufficiente per smettere di essere una spina nel fianco del privilegio che fa scandalo.

Ci emancipa dallo stereotipo di don Camillo e Peppone. Nella prefazione di Esperienze spirituali l’Arcivescovo di Camerino, Giuseppe D’Avack, evidenzia come: «La doverosa e urgente difesa dai pericoli del comunismo ateo ha trascinato molti nella politica in senso tecnico, o addirittura in senso deteriore. Talvolta ci si è convinti che oggi la cosa a cui occorre dare ogni energia, a cui occorre tutto coordinare e subordinare e perfino sacrificare, è la questione elettorale, e la politica; e per far questo efficacemente è necessario – si dice – prendere le difese del governo e della DC e del suo operato, e dei suoi uomini. E Lei ci dice che tutto questo occorre abbandonarlo!» Affinati riporta una frase di don Milani: «Abbiamo fornicato col liberalismo di De Gasperi, coi congressi eucaristici di Franco».

 La pretesa di giustizia milaniana si realizza nel qui e ora, nell’insegnamento della lingua, nel farsi carico dello sguardo dell’altro e nel far entrare nella Storia gli esclusi, rompendo il conformismo didattico. Il priore considerava povertà la mancanza di parole indispensabili per sciogliere i nodi dell’esistenza: «Io ho insegnato loro soltanto a esprimersi, mentre loro mi hanno insegnato a vivere». Fare scuola ai diseredati vuol dire raddrizzare le strade storte. A Barbiana la scuola riguadagnava il senso del tempo. Dodici ore al giorno, 365 giorni all’anno. Nella nota Lettera ai Giudici leggiamo:

«La mia è una parrocchia di montagna. Quando ci arrivai c’era solo una scuola elementare. Cinque classi in un’aula sola. I ragazzi uscivano dalla quinta semianalfabeti e andavano a lavorare. Timidi e disprezzati. Decisi allora che avrei speso la mia vita di parroco per la loro elevazione civile e non solo religiosa. Così da undici anni in qua, la più gran parte del mio ministero consiste in una scuola. Quelli che stanno in città usano meravigliarsi del suo orario. Prima che arrivassi io i ragazzi facevano lo stesso orario (e in più tanta fatica) per procurare lana e cacio a quelli che stanno in città. Nessuno aveva da ridire. Ora che quell’orario glielo faccio fare a scuola dicono che li sacrifico. La questione appartiene a questo processo solo perché vi sarebbe difficile capire il mio modo di argomentare se non sapete che i ragazzi vivono praticamente con me. Riceviamo le visite insieme. Leggiamo insieme: i libri, il giornale, la posta. Scriviamo insieme». Tutto si legava dentro la vita del maestro e dei suoi allievi, piccoli montanari da non tradire. Era un modo nuovo di vivere. Stare giù in basso, alla maniera di Simone Weil quando lavorava nelle officine Renault di Boulogne Billancourt, scrive Affinati.

Un’alleanza senza confondere i ruoli. «Quella non è una scuola, è una pubblica piazza. Ognuno tira per la sua strada disinteressandosi del prossimo. Vi siete forse illusi di poter fare una scuola democratica? È un errore. La scuola deve essere monarchica assolutista ed è democratica solo nel fine, in quanto il monarca che la guida costruisce nei ragazzi i mezzi della democrazia». Così Milani si rivolse al professore Marcello Inghilesi, che aveva organizzato una proiezione di Roma città aperta, invitando gli allievi di Barbiana. Non gli era piaciuto il rumore di sottofondo degli studenti delle medie.

Lo scrittore insegnante non imbalsama colui che chiama profeta. La perfezione inaridisce, l’elogio dell’errore come quello del ripetente alimenta i don Milani inconsapevoli sparsi per il mondo. I beni non spesi perdono valore. Affinati scrive quel che sa, quello che sperimenta alla Scuola Penny Wirton con i ragazzini egiziani sperduti, che nella lingua rincorrono un orientamento. Gettarsi nella mischia, ferirsi, prima dei registri, prima dei voti. «La scuola ha un problema. I ragazzi che perde», argomentava Milani. Respiriamo a polmoni aperti, sottraendoci alla logica binaria scuola od officina.

La rivoluzione è aspettare i ritardatari: un’utopia? Andare a cercarsi i ragazzi uno per uno, far scattare una scintilla, essere autentici, fare sul serio: non salverà il mondo, ma dona vite. «C’è un punto in cui l’educatore accetta la propria impotenza, esce dal tribunale della storia e torna alla lavagna chinando il capo. Fu in seminario che Lorenzo cominciò a capire come si dovrebbe sentire chi insegna agli adolescenti difficili: un po’ sconfitto, un po’ vittorioso. Non significa forse questo essere padri?»

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lunedì 16 settembre 2013

L'elogio del ripetente, la sfida dei prof

Il Messaggero, sezione Macro pag. 1-15, 
16 settembre 2013

di Gabriele Santoro
 



di Gabriele Santoro

IL CASO
Eraldo Affinati ama profondamente il mestiere d’insegnante.
Lo interpreta come una missione che rifiuta orari standardizzati, registri e sistemi di valutazione esclusivi. Vive il rapporto con gli studenti in una forma di corpo a corpo, con il quale conquistare quotidianamente la loro fiducia. E rompe la finzione pedagogica dei ruoli, stimolando la creatività. «La scuola è l’unica vera trincea etica italiana contemporanea - sostiene Affinati - In un momento di passaggio epocale, i professori si trovano soli a superare l’anacronismo di adolescenti cresciuti sugli schermi e una scuola ottocentesca che non si fa carico degli ultimi della classe».

Nella sede distaccata dell’Istituto professionale Carlo Cattaneo,
situata all’interno dell’isola felice della Città dei ragazzi, lo scrittore romano incontra le storie difficili e le ferite dei ripetenti, dei quali celebra la ricchezza interiore e ne esalta la sfida educativa nel libro “Elogio del ripetente” (Mondadori, 128 pagine, 10 euro). «Sono ragazzi speciali, che hanno rifiutato il meccanismo valutativo che li ha bocciati. Spesso sono stati delusi, ingannati e traditi dagli adulti. Ti provocano, ti mettono alla prova, ma poi ti lasciano il segno. Il percorso insieme a loro, pieno di sconfitte, ti ferisce e arricchisce».

Nelle pagine dell’Elogio del ripetente
si avverte forte il richiamo alla Scuola di Barbiana: «Don Lorenzo Milani voleva una scuola efficace. Era selettivo, puntando però sull’eguaglianza delle condizioni di partenza. È un riferimento culturale per me fondamentale».

L’INVESTIMENTO
Un impegno che s’inserisce nel solco dell’esperienza italiana dei maestri di strada.
Ogni ragazzo salvato, sottratto alla strada, è un investimento per il Paese. Da Napoli, sull’esempio del maestro Cesare Moreno, alla Calabria, molti giovani, adeguatamente preparati, si spendono sul fronte della lotta alla dispersione scolastica. «In due anni abbiamo creato otto postazioni didattiche Penny Wirton - racconta Marco Gatto, trentenne assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria - dislocate nella regione. Decine di studenti universitari e docenti fanno attività di doposcuola uno-a-uno per tutte le fasce di età e i migranti. Siamo sentinelle sul territorio, fronteggiando il crescente disagio sociale».

RABBIA E APATIA
Affinati, assumendo questo punto di vista, disegna un modo alternativo di stare in cattedra.
Nell’aula crea un ambiente che attrae e si fa carico delle differenze socioculturali individuali. Nell’atteggiamento di rifiuto, nella rabbia o apatia del ripetente trasandato legge una richiesta d’aiuto ineludibile. «Dobbiamo cambiare, altrimenti rischiamo di perdere due o tre generazioni. Lo snodo vero è la relazione umana da instaurare: servono competenza, affettività e regole. Girando l’Italia noto il ritardo della politica, e l’intraprendenza di professori coraggio, presidi che il tablet a scuola lo portano loro. C’è una vivacità di base, di sperimentazioni, per esempio sul fronte digitale, che prova a rimediare a ritardi istituzionali gravi e non va dispersa».

Giuseppe Ciancaglini, maestro di religione cinquantatreenne, è uno di questi pionieri artigianali.
In pochi anni ha trasformato la scuola primaria Fratelli Cervi, nel cuore della periferia romana a Corviale, in una scuola digitale. Gli alunni oltre a penne e quaderni, sui banchi imparano a maneggiare e studiare con i tablet. L’innovazione nasce da un’attività di raccolta fondi efficace e dalla formazione. Il maestro con la passione per l’informatica ha trascinato i colleghi nel cambiamento. «La mia proposta didattica così si è ampliata - spiega Ciancaglini - Rendo più attrattivi gli argomenti trattati. I piccoli sono molto recettivi, imparano a gestire strumenti complessi e colmiamo il divario digitale. Ci siamo incamminati verso la nuova frontiera».


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L'elogio del ripetente, con Eraldo Affinati la scuola non è ancora finita

di Gabriele Santoro


ROMA – Eraldo Affinati ama profondamente il mestiere d’insegnante. Lo interpreta come una missione che rifiuta orari standardizzati, registri e sistemi di valutazione esclusivi. Vive il rapporto con gli studenti in una forma di corpo a corpo, con il quale conquistare quotidianamente la loro fiducia. E rompe la finzione pedagogica dei ruoli, stimolando la creatività. «La scuola è l’unica vera trincea etica italiana contemporanea - sostiene Affinati -. In un momento di passaggio epocale, i professori si trovano soli a superare l’anacronismo di adolescenti cresciuti sugli schermi e una scuola ottocentesca che non si fa carico degli ultimi della classe».


Nella sede distaccata dell’Istituto professionale Carlo Cattaneo, situata all’interno dell’isola felice della Città dei ragazzi, lo scrittore romano incontra le storie difficili e le ferite dei ripetenti, dei quali celebra la ricchezza interiore e ne esalta la sfida educativa nel libro Elogio del ripetente (Mondadori, 128 pagine, 10 euro). «Sono ragazzi speciali, che hanno rifiutato il meccanismo valutativo che li ha bocciati. Spesso sono stati delusi, ingannati e traditi dagli adulti. Ti provocano, ti mettono alla prova, ma poi ti lasciano il segno. Con loro ogni piccolo traguardo rappresenta una conquista. Il percorso insieme a loro, pieno di sconfitte, ti ferisce e arricchisce». 

Nelle pagine dell’Elogio del ripetente
si avverte forte il richiamo alla Scuola di Barbiana: «Don Lorenzo Milani voleva una scuola che creasse condizioni di partenza eguali. È un riferimento culturale per me fondamentale.
Quel tavolo di Barbiana, dove lui si metteva gomito a gomito con i ragazzi, è una chiamata in causa per tutti noi professori».

Un impegno che s’inserisce nel solco dell’esperienza italiana dei maestri di strada.
Ogni ragazzo salvato, sottratto alla strada, è un investimento per il Paese. Da Napoli, sull’esempio del maestro Cesare Moreno, alla Calabria molti giovani, adeguatamente preparati, si spendono sul fronte della lotta alla dispersione scolastica. «In due anni abbiamo creato otto postazioni didattiche Penny Wirton - racconta Marco Gatto, trentenne assegnista di ricerca presso l’Università della Calabria - dislocate in tutta la regione. Decine di studenti universitari e docenti fanno attività di doposcuola uno-a-uno per tutte le fasce di età e i migranti. Siamo presidi sul territorio, fronteggiando il crescente disagio sociale».

Affinati, assumendo questo punto di vista, disegna un modo alternativo di stare in cattedra.
Nell’aula crea un ambiente che attrae e si fa carico delle differenze socioculturali individuali. Nell’atteggiamento di rifiuto, nella rabbia o apatia del ripetente trasandato legge una richiesta d’aiuto ineludibile. «Dobbiamo cambiare, altrimenti rischiamo di perdere due o tre generazioni. Lo snodo vero è la relazione umana da instaurare: servono competenza e affettività. Girando l’Italia noto il ritardo della politica, e l’intraprendenza di professori coraggio, presidi, che il tablet a scuola lo portano loro. C’è una vivacità di base, di sperimentazioni per esempio sul fronte digitale, che prova a colmare ritardi istituzionali gravi e non va dispersa».
Eraldo Affinati

I
l programma ministeriale si trasforma in esperienza conoscitiva concreta.
La letteratura entra nella vita dei futuri elettricisti, idraulici o meccanici, che non hanno mai letto un libro. Si esce dai banchi per andare in libreria ad acquistare, per poi leggere insieme, Se questo è un uomo. «È stato stupendo vederli accanto agli scaffali, guardinghi come felini in soggiorno, e poi tutti in fila alla cassa col volumetto in una mano e i dieci euro nell’altra. Il fatto stesso di staccarli dalle borgate in cui abitano si è rivelato rivoluzionario».
Poi si realizzano anche piccoli miracoli. Giulio, prossimo ad abbandonare anche il professionale, accetta la sfida del prof: cambia prospettiva, e come volontario insegna i fondamentali della lingua italiana ai migranti nella scuola Penny Wirton a San Saba. E non lascia più la sua scuola.


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