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mercoledì 12 dicembre 2018

Éric Vuillard: «L'isolamento genera rivolta»

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 25

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

A gennaio Éric Vuillard, scrittore e cineasta classe 1968, tornerà in libreria con un titolo, La guerre des pauvres (La guerra dei poveri), che evoca la sollevazione dell’uomo ordinario nelle piazze francesi e ha un’ambientazione storica come il romanzo con cui ha vinto il Premio Goncourt nel 2017.

L’ordine del giorno (edizioni e/o, 137 pagine, 14 euro, traduzione di Alberto Bracci Testasecca), che è stato particolarmente amato dai lettori d’Oltralpe, racconta ciò che accade quando inizia a tramontare una democrazia ed è la storia dei compromessi che contribuirono all’ascesa del nazismo.Vuillard raffigura due momenti. 

Il primo, nel febbraio del 1933, quando ventiquattro potenti industriali tedeschi, da Opel a Krupp, furono ricevuti dal presidente del Reichstag Hermann Göring e da Adolf Hitler, divenuto Cancelliere un mese prima. E accolsero, senza particolari scrupoli, la richiesta di finanziare la campagna elettorale del partito nazista in vista delle elezioni legislative. Poi lo scrittore affronta un altro incontro. Il 12 febbraio del 1938, un mese prima dell’annessione dell’Austria dalla Germania, tra il cancelliere austriaco Kurt von Schuschnigg e Hitler.

Vuillard, che cosa la colpisce dei Gilets jaunes?
«La composizione è molto eterogenea, dunque risulta complesso ed errato ricorrere a definizioni sommarie. È difficile inquadrarli. Ciò che mi interessa di più è la sollevazione dell’uomo ordinario. Credo non si possano disconoscere due elementi: la volontà d’emancipazione e la domanda di maggiore eguaglianza».

Considera democratica la pressione dei manifestanti?
«Sì. Anche se la deriva violenta è sempre rischiosa e può compromettere il senso delle rivendicazioni».

La rivolta sarà per definizione temporanea o lascerà un segno?
«Non azzardo previsioni. Senz’altro lascerà una traccia profonda in chi ha partecipato, perché è emerso da una condizione d’isolamento nelle difficoltà. I manifestanti occupano uno spazio che a sinistra è stato lasciato vuoto sia in termini di rappresentanza sia di politiche sociali».

Come valuta la reazione del presidente Macron?
«Bisognerebbe parlare di un’assenza di reazione. Il potere sembra irrigidito e paralizzato. Non si può restare incapaci di reagire politicamente dinnanzi a un’insurrezione di questa forza. L’esecutivo ha mostrato un certo disprezzo per il movimento e si è rivelata una strategia deleteria. Prima si è lasciata marcire la situazione, poi c’è stata una repressione del tutto inedita».

Lei come interpreta il rapporto tra letteratura e potere economico?
«Si ha troppo l’abitudine di dissociare la storia politica ed economica da quella letteraria. La grande conquista della letteratura del diciannovesimo secolo è stata mostrarci come funzionava la realtà sociale con autori dalle differenti sensibilità politiche, quali erano Balzac, Hugo e Zola. Nella stessa maniera ci parlano di come l’economia abbia scritto le relazioni umane. La storia della letteratura è profondamente legata a quella che definiamo da oltre due secoli la concentrazione della potenza economica. Potremmo dire, che tutto ciò è cominciato con la diffidenza di Montesquieu verso il potere che si accentra senza bilanciamenti. Il potere economico ha raggiunto forse l’apice della concentrazione e i contropoteri sono flebili».

Qual è il fondo di eternità della riunione del 20 febbraio 1933? 
«Durante la sua deposizione in uno dei processi di Norimberga, Alfried Krupp, che aveva ereditato dal padre Gustav, uno dei partecipanti alla riunione del 1933 con Göring, l’omonimo impero dell’acciaio, spiegò: “Noi non facevamo politica, appoggiammo il partito di Hitler, perché ritenevamo che potesse garantire ordine e stabilità al paese”. In quella riunione si potrebbe vedere un momento unico della storia padronale e del capitale, un compromesso inaudito come fu il sostegno finanziario all’ascesa del nazismo».

Che cosa rappresentano questi personaggi?
«Ne Il denaro, Zola ci anticipò che possono vivere duecento anni o più anni. I patrimoni accumulati consentono alle loro creature economiche di risorgere rapidamente e attraversare le stagioni politiche. Jean-Jacques Rousseau con il Discorso sull’origine della disuguaglianza segnò una svolta, destinata a dividere in due la storia del pensiero e della letteratura, denaturalizzando la disuguaglianza. E ne diede una definizione precisa. Il fondo di eternità è esattamente l’ineguaglianza fra gli uomini, che sempre più determina il nostro mondo dalla rivoluzione industriale».

Perché la figura del cancelliere austriaco Schuschnigg ben raffigura l’élite politica dell’epoca?
«La sua è la storia di una compromissione, che evoca l’incapacità di lettura dell’élite europea della controparte nazista. E indica ancora la lentezza dell’élite nel comprendere quel che accade nella società, limitandosi poi ad assecondare i fenomeni. Schuschnigg consegnò il suo paese a Hitler, mettendosi in una condizione di subalternità. Si accumularono una serie d’indecisioni e passi falsi che condussero alla resa ai nazisti, sottovalutati perché guardati con un’aria di alterità e disprezzo tramutata in condiscendenza. Schuschnigg, giurista insigne dell’aristocrazia austriaca, dopo aver ceduto si appellò paradossalmente al diritto costituzionale per evitare le imposizioni hitleriane».

Mai prima dell'otto luglio del 1991 un cancelliere della Repubblica austriaca, Vranitzky, ammise in Parlamento che l'Austria non fu solo una vittima del Terzo Reich, nel 1938. 
«Nell’immediato secondo dopoguerra mondiale si costruì un vero e proprio mito dell’Austria prima vittima del Terzo Reich, quando era evidente l’ampia compartecipazione austriaca alla guerra nazista, sfruttando l’ambiguità insita nel termine stesso “Anschluss”, annessione nel senso politico.   In molti paesi europei il tedesco nazista divenne il nemico comune per non assumere le proprie responsabilità, all’inizio per evitare una pace punitiva con operazioni di autolegittimazione politica. In Europa manca ancora la piena consapevolezza di ciò che è stato».

In quale modo crede la letteratura possa raccontare la storia?
«Nei miei libri c’è molto rispetto per le fonti originarie cui attingo. Quest’opera si basa su foto, estratti dei cinegiornali, le memorie dei protagonisti e gli archivi di Norimberga. Un nostro compito, intendo della letteratura, credo sia liberarci dalla propaganda che caratterizza documenti, filmati originali. Come racconto nel romanzo, l’Anschluss riprodotto da Goebbels apparve come un’invasione trionfante priva di intoppi dell’esercito tedesco. Nella realtà i carrarmati rimasero bloccati sulle strade, mentre gli austriaci festanti li attendevano con ansia».

mercoledì 18 luglio 2018

Nelson Mandela, cent'anni di battaglie

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-23

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Cent'anni fa a Mvezo, un minuscolo villaggio sulle rive del fiume Mbashe, una terra splendida situata a oltre mille chilometri da Città del Capo, nacque Nelson Mandela, icona novecentesca di una storia collettiva e di un cammino verso la libertà e l'emancipazione che non è ancora concluso. 

Il Sudafrica, e il mondo, hanno celebrato il centenario del primo presidente eletto democraticamente  nel 1994 in un paese ancora lacerato dall'oppressione dell'apartheid. È viva la memoria dei 27 anni trascorsi in carcere da Mandela, insieme a tanti compagni di lotta, senza mai perdere la propria identità e il senso di un percorso che dopo aver scalato una montagna ne ha trovata sempre un'altra.

Barack Obama ha conquistato lo stadio di Johannesburg, stracolmo per il Mandela Day, nel discorso più importante da quando non è più il Presidente degli Stati Uniti d'America. Mandela e Obama si sono incontrati una sola volta, nel 2005 a Washington, poi quest'ultimo nel 2013 ha salutato la scomparsa «dell'ultimo grande liberatore del secolo scorso». Invitato a Johannesburg dalla Nelson Mandela Foundation, Obama è stato osannato col coro, “Yes we can”, che ha contraddistinto la sua campagna elettorale. 

«Viviamo in tempi molto strani e molto incerti – ha scandito Obama – . Ogni giorno sentiamo notizie estremamente inquietanti. Per capire come siamo arrivati qui dobbiamo capire che cosa è successo cento anni fa. Le politiche della paura, del risentimento e dell'arretramento iniziano ad avere presa, e questo tipo di politiche ora sono in crescita». E su Mandela: «È il simbolo delle lotte di tutti i diseredati nel mondo. Non erano solo gli oppressi a essere liberati, ma gli oppressori hanno ricevuto un enorme dono: l’opportunità di contribuire agli sforzi per costruire un mondo migliore».

La ricorrenza della nascita di Mandela, festeggiata annualmente, è l'occasione per guardare anche dentro alle contraddizioni e alle disuguaglianze, che tuttora segnano la società sudafricana. Da poco sono usciti in Italia tre libri, che consentono di compiere un viaggio nella memoria, proiettandosi verso il futuro: Il reattivo (Pidgin edizioni) di Masande Ntshanga, La signora della porta accanto di Yewande Omotoso (66thand2nd) e Terra di Sangue di Karin Brynard (e/o). Si tratta di importanti voci non solo letterarie sudafricane, che non evadono le questioni politiche.


«Mandela è stato e resterà una figura immensa nella storia del Sudafrica: l'eroe della liberazione, che ci ha salvato dalla guerra civile e ci ha insegnato il perdono – dice Omotoso –. È un periodo interessante per il paese. C'è la generazione nata libera in democrazia, che senza eresie interroga il mito, i suoi compromessi e la fallibilità propria di ogni essere umano. Questa generazione ha dinnazi lotte altrettanto complesse, che non prescindono dall'eredità di Mandela».

Masande Ntshanga ci porta a Città del Capo, una città moderna e globale di per sé, ma in molti modi ancora definita dalle divisioni di razza e classe del passato. Lo scrittore rafforza le considerazioni di Omotoso: «I giovani continuano ad avere difficoltà a trovare accesso all'educazione e al lavoro. Negli ultimi anni c’è stata una crescente sfiducia nel governo, seguita da un aumento dell’attivismo, nonché una pressione per avere leader politici più giovani. In un primo momento il passato è stato definito dall’ottimismo, che poi si è trasformato in disillusione. Ora il presente è definito da un aumento del coinvolgimento politico, con molti giovani uniti dall’imperativo culturare di costruire una società inclusiva ed equa».

Tra un anno il Sudafrica tornerà al voto in quadro politico in movimento dopo il tramonto della discussa stagione dell'ex presidente Jacob Zuma con l'African National Congress, il movimento e partito politico nato l’8 gennaio 1912 per combattere l’apartheid guidato da Mandela, in piena transizione. «La presidenza Zuma è stata spesso considerata disastrosa; un qualcosa che la gente non vuole che si ripeta. Siamo curiosi di vedere se l’ANC perderà la sua presa o se acquisirà nuovamente la sua forza. La crisi del partito ha prodotto però una reazione con una rinnovata partecipazione delle persone alla sua vita».

Una questione sempre centrale nel dibattito pubblico sudafricano, e lo diventerà sempre più in vista delle elezioni, è la proprietà terriera, che rimane uno dei simboli della diseguaglianza. Il thriller di Karyn Brynard illumina il tema, toccando quello della violenza che ancora domina i rapporti sociali: «La polizia non considera la violenza brutale degli assalti alle fattorie, che non colpisce solo i proprietari bianchi, per bottini esigui con una propria specificità, la derubrica a criminalità comune; i gruppi politici bianchi invece non esitano a definirlo un genocidio. L'agricoltura in Sudafrica non è mai stata semplice; ha profonde implicazioni storiche e politiche. La terra conserva tutto il retaggio ingombrante del passato coloniale e delle ferite dell'apartheid».

E poi c'è il razzismo, male endemico ancora da debellare: «È difficile raccontare una storia sudafricana senza affrontare la questione razziale – conclude Brynard –. Siamo uno degli ultimi paesi al mondo in cui il razzismo è stato soppresso in modo formale dalla legge e dichiarato un crimine contro l'umanità. Non abbiamo pienamente fatto i conti col pregiudizio culturale che ci attanaglia. Ma l'intera società umana è ancora alle prese con il razzismo. Il Sudafrica con il suo difficile processo di riconciliazione post apartheid insegna al mondo quanto il razzismo danneggi sia le vittime sia chi lo perpetra».

mercoledì 4 ottobre 2017

I sogni della gioventù tunisina: intervista a Shukri al-Mabkhout

di Gabriele Santoro

Correva l’anno 2015. Una settimana dopo aver saputo che il proprio romanzo era stato bandito dalle librerie degli Emirati Arabi Uniti, per riapparire successivamente, Shukri al-Mabkhout ha ricevuto nella capitale Abu Dhabi il più importante premio internazionale per la narrativa araba (International prize for arabic fiction) per il romanzo d’esordio L’Italiano (traduzione dall’arabo di Barbara Teresi, 365 pagine, 18.50 euro), uscito in Tunisia nel 2014 col titolo al Talyānī e recentemente pubblicato in Italia da e/o. Un paradosso evidente che tuttavia non sorprende, e coglie lo spirito dell’opera capace di disvelare ipocrisie e contraddizioni di società sospese tra la conservazione coatta e la rivoluzione.

A Tunisian woman holds her national flag as she takes part in a rally on Habib Bourguiba Avenue in Tunis on January 14, 2016, to mark the fifth anniversary of the 2011 revolution. / AFP / FETHI BELAID

Al-Mabkhout, classe 1962, nato a Tunisi, accademico, rettore dell’Università di Manouba e direttore della fiera del libro della capitale tunisina, apprezzato critico letterario e traduttore ha scritto un romanzo di rilievo, che riesce a incarnare aspirazioni, lotte e disillusioni di un popolo alla ricerca di libertà e dignità. Al-Mabkhout ha cominciato a scriverlo stimolato dai tumulti della rivoluzione tunisina nel 2011, che esprimevano anche l’anelito represso dei giovani della generazione precedente. È una critica al potere pur nelle evoluzioni mai dissimile nella propria violenza.

«Il grande sviluppo della narrativa araba è una testimonianza della nostra presa di coscienza o della consapevolezza dei fallimenti e dell’oppressione. Scrivere romanzi è lo strumento letterario per esporre tutte le nostre contraddizioni ed essere liberi», dice l’autore.

L’italiano è Abdel Nasser, così soprannominato per la bellezza e i propri tratti somatici, e rappresenta la vicenda di uno studente di sinistra immerso negli eventi che caratterizzarono il tramonto della dittatura di Bourguiba e l’inizio del regime di Ben Ali nel 1987. È un trentenne smarritosi nella ricerca di un mondo che non c’è. Abdel, finito a fare il giornalista filogovernativo, appassito per il futuro mancato di una modernità che non assomiglia per nulla a quella sognata, e la giovane sposa Zeina, l’intellettuale impossibile da irregimentare, da cui divorzierà, affrescano dal microcosmo dell’Università di Tunisi il travaglio mai concluso di un Paese.

Al-Mabkhout, c’è un filo rosso che congiunge i sogni del giovane Abdel Nasser a quelli dell’odierna gioventù tunisina?
«Lui è il simbolo di una generazione, la mia, delle ideologie, delle lotte e dei conflitti di un’epoca, della sinistra sotto la dittatura. Idee e valori che non trovavano modo di realizzarsi in una società profondamente conservatrice, plasmata da un regime atroce che non permetteva la libertà di manifestazione del pensiero e dell’azione politica. Oggi in tutto il mondo è cambiata la nozione stessa di sinistra, ma le questioni e i desideri restano tali. I giovani e le giovani emersi dalla rivoluzione hanno altre sensibilità, altri modi di guardare il mondo e di agire. Personalmente coltivo le illusioni di Abdel, che mi appartengono, ma la mia sfida, consapevole della storia, consiste nel conoscere questa generazione, il suo linguaggio».

L’università è quasi un personaggio del romanzo, un luogo che condensa e dipana gran parte delle aspirazioni anche politiche di una generazione. Dal suo osservatorio presso l’Università di Manouba che cosa scruta?
«È vero, il romanzo prova pure a descrivere il ruolo dell’università nella lotta per la libertà in Tunisia, un’enclave in cui si tentava l’opposizione alla dittatura. Era uno spazio in cui tutte le tendenze politiche, seppure sotto osservazione permanente del regime, che non trovavano spazio pubblico fuori dalle aule potevano esprimersi. Molti movimenti di sinistra o nazionalisti arabi sono nati e fioriti all’interno dell’università, poiché gli studenti erano intellettualmente in grado di formulare teorie e proposte politiche. Dopo la rivoluzione del 2011 il quadro è più complesso. L’apertura del campo partitico ha contagiato la realtà universitaria, i militanti hanno invaso un terreno di sperimentazione politica e minato anche la crescita culturale, ciò ha scavato fossati interni, indebolendo i movimenti studenteschi e l’istituzione stessa. Non sono mancate le tensioni, numerose le interruzioni dell’attività con una mera retorica dell’esclusione dell’avversario. Anche l’università vive una fase di transizione».

La figura di Zeina emerge proprio all’università e il protagonista maschile, Abdel, in qualche modo da lì si rivela nel rapporto con le donne che hanno un ruolo preponderante nella narrazione. Che cosa le accomuna?
«Non è possibile generalizzare la figura femminile, ma sono unite dalla volontà di emanciparsi non solo individualmente. Ognuna di loro si batte con le proprie esitazioni e visioni del mondo. Le sofferenze, le ferite e le urgenze non differiscono da quelle delle donne occidentali. Hanno una dialettica con Abdel che tira fuori le sue contraddizioni, debolezze e il macismo. Nella ricerca delle donne raffigurate nel testo, nella loro indipendenza si disvelano le ipocrisie e la povertà culturale delle società conservatrici».

Dall’indipendenza nel mondo arabo musulmano la Tunisia è il paese a garantire più diritti alle donne. L’articolo 21 della Costituzione tunisina afferma che i cittadini e le cittadine sono eguali davanti alla legge, hanno medesimi diritti e doveri, e al secondo comma dà loro eguali libertà e diritti individuali e collettivi. Una lunga marcia che rappresenta un’eccezione e il cui successo non può essere scisso dal sogno della rivoluzione?
«Sì, la nostra storia è particolare e si collega alla costituzione dello Stato nazionale. Nel 1956 la legge proibì la poligamia, concesse l’adozione vietata dalla legge islamica, prima che in Francia e in Italia è stato riconosciuto il diritto all’aborto, è stata garantita la parità nell’accesso all’istruzione e al mondo del lavoro. Oggi la percentuale delle donne iscritte all’università è più alta rispetto a quella degli uomini, così come in altri settori lavorativi dall’insegnamento alla medicina. È una dinamica sociale creata da un complesso di leggi progressiste, che tutt’oggi non ha eguali nei paesi arabi musulmani. Il percorso legislativo prosegue dalla più recente misura contro la violenza all’eguaglianza in materia di eredità a differenza del dettato coranico, passando per la possibilità di poter sposare un uomo non musulmano. Tutto ciò corrisponde a una medesima logica riformista. La donna in Tunisia sta costruendo un nuovo modello di famiglia. Ovviamente non è tutto perfetto, come d’altra parte in Occidente, ma siamo dentro a un processo di standardizzazione dei diritti e resta molto lavoro da fare».

Rispetto a tali conquiste esiste un pericolo di regressione?
«Non credo, perché non si tratta di diritti acquisiti ma vissuti che è qualcosa di più profondo dal solo riconoscimento su un piano giuridico. La donna tunisina li vive quotidianamente e ha un peso crescente nella società. Le stesse donne che militano dentro a partiti o movimenti di matrice islamica hanno interiorizzato questo spirito, diciamo progressista, e non considerano passi indietro verso condizioni formali e sostanziali di svantaggio. Escludono per esempio la possibilità di un ritorno alla poligamia. Tentativi di questo genere hanno subito incontrato l’opposizione con grandi manifestazioni. Tutti hanno compreso che la donna tunisina lotterà per difendere i propri diritti».

La Tunisia dibatte ancora i termini del ruolo che l’Islam giocherà nella vita pubblica, politica. Colpisce un episodio recente di cronaca. Un’insegnante, Faiza Souissi, di una scuola elementare della città di Sfax, centro economico del paese, è stata aggredita verbalmente da un gruppo di genitori di alunni, accusandola di essere ostile ai precetti religiosi: bambini e bambine non avrebbero dovuto sedersi vicini. È dovuta intervenire la polizia per scortarla a casa.
«Lo Stato nazionale costruito da Bourguiba non era laico, lui stesso si scagliò contro la laicità di Kemal Ataturk. Lo mise all’indice, sostenne come ciò fosse folle: non si possono cambiare le società musulmane attaccando l’Islam. Bourguiba vendette tutte le riforme in nome della religione, esattamente ciò che gli islamisti hanno sempre fatto. Ha mantenuto un comportamento da equilibrista con la religione di Stato, neutralizzando esponenti di quel potere. La questione religiosa non avrà molta influenza sull’avvenire almeno giuridico del paese. La disputa ideologica, politica invece resta aperta. Anche prefigurando uno scenario pressoché impossibile, gli islamisti al potere, non potranno modificare le fondamenta più che radicate dello Stato».

venerdì 28 novembre 2014

L'Italia che nega se stessa. Intervista ad Amara Lakhous


di Gabriele Santoro

«Guarda che cosa ti mostro». Il collegamento Skype è iniziato da qualche minuto, quando Amara Lakhous comincia ad aprire la corrispondenza. Il postino gli ha appena consegnato il codice fiscale statunitense. «Vedi, l'immigrazione è una questione di documenti, di numeri che identificano. Ma comporta soprattutto un cambiamento mentale profondo. E sono nel pieno di un processo generativo», dice. Lo scrittore italianissimo d'Algeri si è trasferito a New York tre mesi fa, e sta portando la propria letteratura nei principali atenei, dalla Columbia alla Stony Brook.

Chi lo conosce non si sorprende. Lakhous è uscito dal ventre della madre prima con i piedi: aveva urgenza di venire al mondo e di camminarlo. I suoi romanzi coprono la distanza minima, quel lembo di acqua salata che separa la vecchia Europa dall'Africa. La qualità della scrittura libera dalle catene identitarie, che ci portano alla rovina. Da qualche settimana è in libreria La zingarata della verginella di Via Ormea (E/O, 155 pagine, 16 euro), che mantiene il consueto registro lakhousiano tra commedia e giallo. Come nel precedente romanzo l'azione è ambientata a Torino. Il cronista di nera Enzo Laganà è alle prese con un fattaccio: un'adolescente nel quartiere multietnico di San Salvario sostiene di essere stata violentata da due rom.

La denuncia scatena la rappresaglia di un comitato di quartiere, che assale il vicino campo rom al parco del Valentino. È tutto davvero come appare? Laganà, discostandosi dalla linea editoriale, interroga l'ipocrisia che sovente affligge il Belpaese. Il coraggio di Patrizia (o Drabarimos?), l'altro personaggio centrale, rievoca quello di Amedeo, che abbiamo ammirato inScontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. La loro essenza dà voce a un'Italia possibile.

Lakhous, davanti agli studenti della Cornell University ha pronunciato una frase molto significativa: «Ogni emigrazione è una nascita, ogni nascita è un’emigrazione». Allora questa è la sua terza vita. Perché ha deciso di rinascere negli Stati Uniti?
«Vivo di sfide, e considero questa americana come la più complessa che abbia mai affrontato. È un paese particolare. New York una città particolarissima, propriamente cosmopolita, che mi ha già conquistato. L'immigrazione per me è una risorsa letteraria. Il trasferimento non è una scelta esotica, programmata a tavolino, per individuare magari il luogo ideale per il prossimo romanzo. Per fortuna non funziona così. Le prime settimane newyorchesi sono volate via con un intenso e stimolante ciclo di lezioni universitarie».

L’immigrazione e la contaminazione linguistica resteranno il cuore del suo progetto letterario?
«Sul dialogo fra lingue ho costruito la mia narrativa. La scrittura, e forse la mia stessa esistenza, sono il risultato del plurilinguismo. Ogni lingua è una patria priva di confini artificiali e permessi di soggiorno da rinnovare. Mi affascinano i mestieri del traduttore e del mediatore. Definirei la traduzione il viaggio da una riva all'altra, durante il quale ti arricchisci di idee, immagini e metafore. Probabilmente se non fossi nato berbero ad Algeri, ma in Cabilia, racconterei un'altra storia. Benedico l'emigrazione, perché simboleggia l'alternativa al mare chiuso. Ti spinge a riflettere sulla tua identità. La mia è un mosaico di tessere assemblate in contesti diversi. Direi che si tratta di una fusione a caldo fondata sul dono e sulla reciprocità».

Possiamo aspettarci un romanzo in inglese?
«Lavoro a un testo sull’Algeria. Riprendo dunque l’arabo, ma certamente continuerò a scrivere in italiano. A breve verrà pubblicato in berbero Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio. Sarebbe meraviglioso riuscire ad aggiungere l'inglese: è il mio sogno americano. Diverrei un musulmano inappuntabile: quattro lingue come se fossi sposato con altrettante mogli».

La lettura de La zingarata della verginella di via Ormea dà la sensazione della chiusura del ciclo inaugurato da Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio.
«Non so se abbia esaurito o meno lo spazio creativo per ulteriori approfondimenti sul tema. Fui sollecitato da una piccola intuizione o meglio da una domanda: come può l’Italia disconoscere, così dissipando, la propria straordinaria esperienza migratoria? Ho studiato per esempio la presenza italiana in Romania, ancora meno nota di quella negli Stati Uniti. A fine Ottocento si spostarono in massa dal Veneto e dal Friuli le fasce più povere di lavoratori. Provocarono tensioni, perché erano accusati di accettare impieghi per poche lire rispetto alla paga abituale. Li soprannominarono i cinesi d’Europa. Ma anche quella interna scivola nell’oblio: chi ricorda le migrazioni dei minatori veneti e abruzzesi a Carbonia? E potrei proseguire. Perché da ciò non si trae consapevolezza, elaborando politiche di buon senso almeno sull’accoglienza?»

Il suo primo incontro con i rom è stato reale o immaginato?
«Da bambino vissi in una casa popolare, edificata vicino a un grande ospedale. Mia madre andava lì a piedi, partoriva e rientrava. Ultimo di nove figli, ho goduto di una libertà pazzesca. Per esercitare una forma di controllo i familiari ci inculcarono una leggenda paesana, bisbigliata dall'ospedale e destinata a imprimersi nel mio immaginario infantile. Una madre, in attesa di essere visitata, affidò il figlio a un'anziana, poiché aveva necessità del bagno. Una volta tornata non li ritrovò. Dissero che era una zingarata. Mediante l'immaginazione ho vissuto e rivissuto quella storia. Ho covato la paura per il rom, come succede a tanti. Nel destino comune del Mediterraneo, oltre alle speranze, ci legano le paure».

Lei si sottrae all’asfittica divisione tra buoni e cattivi. Piuttosto raffigura una condizione che descrive qualcosa di noi.
«Ho deciso di affrontare l'argomento, perché credo sia uno dei razzismi più antichi e radicati. I rom: il sempiterno e perfetto capro espiatorio del diffuso malessere sociale. Si parla ancora di nomadi, quando a Torino ho incontrato sinti piemontesissimi stanziali dal medioevo. Al fondo di un pregiudizio plurisecolare permane un irrisolto sradicamento economico-culturale. La vita marginale nei campi, abusivi e non, incentiva la devianza. Lo sforzo per abbattere questo muro deve essere compiuto anche dalle nuove generazioni rom, a partire dall'integrazione scolastica. Ci indigniamo giustamente per l'odioso furto del portafogli, mentre reprimiamo la rabbia verso le banche, che indisturbate speculano o bruciano i risparmi delle persone oneste. Restituiamo la giusta misura alle cose. Ai criminali, siano essi rom o meno, dovrebbe pensare la legge, possibilmente senza prescrizioni, sanatorie e condoni».

Il giornalista Laganà è il personaggio filo conduttore della narrazione. Un Monteiro Rossi alla ricerca della riscossa del Pereira tabucchiano. Rappresenta l'eccezione che delinea una distorsione funzionale operata dai media?
«In Algeria ho visto cadere assassinati amici e colleghi giornalisti. Anch'io ricevetti minacce e ho rischiato quella fine. Non dimentico le parole con le quali Said Mekbel, importante cronista algerino, descrisse il mestiere. Lo uccisero il 3 dicembre 1994. Proprio quel giorno su Le Matin aveva firmato questo articolo:

“Questo ladro che la notte rasenta i muri per rientrare a casa. Questo padre che raccomanda ai propri figli di non dire agli altri il mestiere che svolge. Questo cattivo cittadino che si attarda al palazzo di giustizia, aspettando di essere inquisito dai giudici. Questo individuo catturato in una retata nel quartiere e che il calcio di un fucile spinge in fondo al camion. Colui che la mattina esce di casa senza essere sicuro di farvi ritorno. Colui che la sera lascia la redazione senza essere sicuro di giungere a casa. Questo vagabondo che non sa più quale casa sia la più sicura. Questo testimone che spesso deve ingoiare ciò che sa. Questo cittadino nudo e disarmato. Quest'uomo che ha fatto il voto per non morire trucidato. Colui che con le proprie mani non sa fare altro che i propri piccoli scritti. Colui che spera contro tutto, perché possano sbocciare belle rose su un mucchio di letame. Lui è tutto questo ed è solamente un giornalista”.

Laganà con un tocco di rabbia e ironia tenta di disarticolare la gerarchia, che dispone il ciclo produttivo dell'informazione. Lo sguardo che propongo è evidentemente disilluso. Per avere una stampa matura, e di qualità, ritengo indispensabile essere cittadini esigenti. La vicenda è ancorata a un fatto avvenuto. Nel dicembre del 2011 un quotidiano nazionale titolò: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». La sedicenne poi confessò di aver inventato lo stupro. Nel frattempo giustizieri improvvisati avevano appiccato il fuoco nel campo rom torinese della Continassa. E mi colpì la rettifica giornalistica, Il titolo sbagliato:

“ (…) Ieri, nel titolo dell’articolo che raccontava lo «stupro» delle Vallette abbiamo scritto: «Mette in fuga i due rom che violentano sua sorella». Un titolo che non lasciava spazio ad altre possibilità, né sui fatti né soprattutto sulla provenienza etnica degli «stupratori». Probabilmente non avremmo mai scritto: mette in fuga due «torinesi», due «astigiani», due «romani», due «finlandesi». Ma sui «rom» siamo scivolati in un titolo razzista. Senza volerlo, certo, ma pur sempre razzista. Un titolo di cui oggi, a verità emersa, vogliamo chiedere scusa. Ai nostri lettori e soprattutto a noi stessi”.

Esiste l’Italia? E se sì, quale idea ne coltiviamo? Queste due domande ricorrono nelle sue opere.
Si sofferma, come sottolineava in precedenza, sulla storia negata dell’emigrazione italiana.
«L'immigrazione è una sfida bellissima, ma bisogna essere attrezzati per giocarla. L’Italia non lo è. Nei due anni trascorsi a Torino ho compreso quanto la questione meridionale sia ancora una ferita fresca. È necessario fare pace con la memoria e con la ricchezza incredibile delle diversità che contraddistinguono il Paese. Non credo sia una provocazione ammettere che gli italiani debbano ancora integrarsi fra di loro. Il fenomeno della balcanizzazione è un contagio pericoloso».

L'Italia è accogliente verso lo straniero?
«Se l'emergenza costituisce l'unico principio proattivo, non dobbiamo stupirci che l'istituto dell'accoglienza qui assomigli alla gestione di una discarica di umanità sofferente. E in quartieri già privati di servizi e risorse culturali nessuno vuole le discariche vicino casa. Tutto grava sulle spalle degli operatori, spesso generosi. La strumentalizzazione politica è figlia di un deficit culturale storicizzato, che si traduce anzitutto nell'incapacità di comprendere e governare la complessità».

In Divorzio all’islamica a viale Marconi la sua penna ironica ci appassionò con le traversie dell'esule Garibaldi, imbarcatosi a Marsiglia sotto il falso nome di Joseph Pane e riparato a Tunisi per sfuggire alla condanna a morte per insurrezione emessa dal tribunale di Genova. Il povero è colui che la società ritiene insignificante, colui che non ha il diritto di avere diritti. Chi è invece il rifugiato?
«È un essere umano, che attraversa una fase piuttosto delicata della propria vita. La paura è il sentimento che accompagna la fuga dalla persecuzione o dalla guerra. A metà degli anni Novanta ottenni lo status di rifugiato politico: conosco bene tale condizione d'animo. La vicenda di Garibaldi ci rammenta che la ruota gira. Domani potrebbe toccare a noi dover scappare, desiderando un approdo sicuro. La Siria, per anni terra di tregua per i profughi palestinesi, insegna».

Il modello del multiculturalismo, entrato nell’immaginario collettivo dagli anni Sessanta in Nord-America, scricchiola? Insomma il “Tutti differenti, tutti uguali” non è più una risposta soddisfacente sul piano etico e politico al fine della convivenza civile?
«Dall’approccio multiculturalista non si fa retromarcia. È però vero che si frappongono molteplici ostacoli alla concretizzazione di un idealtipo. Farei una premessa, citando Norberto Bobbio a proposito di eguaglianza e libertà:

“(...) Nelle società storiche gli individui non sono mai tutti liberi né eguali fra loro. La società di liberi ed eguali è uno stato ideale o ipotetico, soltanto immaginato. La democrazia è, non tanto una società di liberi e di eguali, perché come ho detto questa è solo un ideale limite ma è una società regolata in modo che gli individui che la compongono sono più liberi ed eguali che in qualsiasi altra forma di convivenza. In una situazione originaria, in cui tutti ignorano quale sarà la propria posizione nella società futura, l'unico ideale che può loro sorridere è quello di essere il più possibile liberi rispetto a chi detiene il potere e il più possibile eguali fra di loro”.

Presupponendo dunque due valori non negoziabili, quali la libertà e il rispetto della dignità umana, possiamo poi cercare un terreno fertile condiviso, andando oltre la semplice presa d’atto delle differenze. Solo dalla relazione interculturale, basata sul riconoscimento, sullo scambio e sul dono si evitano la relativizzazione e la dinamica dello scontro».

Le hanno già domandato qualcosa a proposito di Isis e Islam?

«Stavolta cedo il turno, già nel post 11 settembre lo sforzo è stato enorme. Si propaga una fuorviante, plastica, generalizzazione. Sono stanco, non difenderò l'Islam dalla palesemente infondata appropriazione simbolica attuata dall'Isis. Ciò che mi appare più urgente è il ripensamento della laicità statuale. Uno Stato laico capace di valorizzare ciò che vi è di umano fra le diverse identità culturali. L'adesione di miliziani occidentali al totalitarismo di stampo fascista dell'Isis chiama in causa tutti. Entriamo nella sfera della politica, in un teatro dove il quadro, utile a molti, è assai opaco. Per dirla con le parole del generale prussiano Carl von Clausewitz siamo impantanati nella guerra che è la continuazione della politica con altri mezzi. L'eredità dei grandi imperi collassati non ha stabilito un nuovo ordine, bensì atomizzato i conflitti».

L’inchiesta sociale, condotta anche mediante splendide fotografie, di Pierre Bourdieu nell’Algeria della transizione anni Cinquanta e Sessanta del Novecento è un’eredità preziosa. La periferia dell'impero sembra convergere sempre più verso un centro politicamente disarmato. Il colonialismo europeo è tuttora paradigmatico del nostro rapporto con l'altro?

«Mio padre avvertì tutto il peso della colonizzazione, sollevato durante la lotta di liberazione dall'illusione di un futuro migliore. Il regime coloniale ridusse gli algerini a corpi senza diritti. Il prezzo stabilito dalla Francia dei diritti universalistici per la piena cittadinanza fu il ripudio dell'identità culturale musulmana. I coloni s'impossessarono dei terreni più fertili, terremotando gli equilibri della la società rurale. La teoria e la pratica capitalistica europea, imposte con brutalità, frantumarono il sistema dei valori arabi producendo l'alienazione del mondo contadino, trasformato in sottoproletariato e ammassato nelle crescenti bidonville urbane. La generazione di mio padre ha convissuto con il miraggio dell'indipendenza, portatrice di un plausibile cambiamento nei tradizionali rapporti di forza interni ed esterni. Occorreva affrancarsi dall'ingiustizia di cui il colonialismo è stato la massima espressione. Il francese se n'è apparentemente andato, ma l'oppressione è rimasta. L'emigrazione era percepita come un esilio momentaneo, al quale si era costretti. Oggi invece partire è il sogno più grande: la prospettiva dei giovani che abitano l'immaginario della globalizzazione».

sabato 20 luglio 2013

Jerusalmy: Salvare Mozart per il riscatto della cultura contro il nazismo

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 27,
20 luglio 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro


Per il critico musicale Otto J. Steiner il mondo è una nota dissonante. Estate 1939, l’Austria dell’Anschluss asseconda i deliri della Germania hitleriana. Un uomo solo, segnato dalla tubercolosi, trascorre i propri giorni in un sanatorio di Salisburgo e annota in un diario i frammenti di una realtà dove tutto sembra perduto. Con Salvare Mozart (edizioni e/o, 14 euro, 120 pagine) Raphaël Jerusalmy, che martedì alle 19 sarà ospite del Festival della letteratura e cultura ebraica a Roma, disegna la ribellione di un’anima libera che, dopo aver sfiorato l’idea dell’eliminazione fisica del Führer, architetta un attentato musicale. Senza grasso, né muscoli, la musica resta la sua ultima ancora: «Questa ingerenza dei nazisti nel programma del Festspiele è inammissibile. Prendere Mozart in ostaggio. Ma non c'è nessuno che impedisca un tale affronto? Dobbiamo mettere fine a questa pagliacciata. Bisogna salvarlo».

Jerusalmy, l’atto simbolico di resistenza di Steiner ha una portata rivoluzionaria. In che modo restituisce calore alle anime ferite dal nazismo?

«La scelta fondamentale di Steiner è la non violenza. Compie un gesto sganciato da qualsiasi partigianeria ideologica: salvare Mozart, e con lui la dignità umana. L’eroe più fragile e improbabile, tagliato fuori dal mondo, lotta in un teatro dell’assurdo. Affermando che dentro di noi c’è la salvezza: quella forza invincibile costituita dal rifiuto viscerale dell’ingiustizia».


Il protagonista esprime una critica ironica e feroce all’asservimento pavido o convinto di intellettuali, musicisti e direttori d’orchestra, funzionali alla costruzione dell'egemonia culturale del Terzo Reich.
«L’umorismo raggelante e i non detti del diario di Steiner mi hanno permesso di rifuggire i cliché. Di creare l’emozione senza imporla. Di essere sovversivo senza scioccare. La cultura ha valore quando è contestazione, quando mette in discussione. Altrimenti si vota a mero strumento del potere. Questa vicenda emana una fede estrema nella vita, che anche nella crisi attuale appare anticonformista. Si crea un’empatia nel gioco tra musica e malattia, in cui la piccola storia individuale avversa il corso dei grandi eventi».

Lei ci dice che salvaguardare la bellezza rappresenta la riscossa più profonda. Un vecchio canto yiddish può ridicolizzare la presunta cultura di un’ideologia?

«La pretesa culturale dei nazisti non ha fatto altro che amplificare la barbarie del regime. La dittatura ha avuto come sottofondo musica, inni, marce; perfino concerti dentro ai campi di sterminio. Occorreva ripulire la musica da questa terribile complicità. La canzone yiddish oggi potrebbe essere un brano rap che risuona dai nostri ghetti urbani. La musica sublima il dolore. Simboleggia la voce che nessun oppressore può far tacere. Otto ci libera anche dalla dittatura del linguaggio e delle parole usurpate».

«Non del tutto ebreo, non proprio ateo, mezzo austriaco». Perché ha scelto di proporre la questione complessa, e tuttora fondamentale per il futuro dello Stato d'Israele, dell’identità del popolo ebraico?

«Il mio protagonista non doveva essere forzatamente un ebreo. Ho esitato prima di scegliere la sua identità così composita. Israele predica un’identità che ancora ricerca e divide. Spero che questa ricerca duri ancora a lungo. E non ci si accontenti di una soluzione artificiosa».


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lunedì 13 maggio 2013

Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario, il nuovo giallo multietnico di Lakhous

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 17,
13 maggio 2013

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

A pochi mesi dall’ingresso della Romania in Europa, Torino è scossa da una serie di omicidi di cittadini albanesi e rumeni. Sulla scena irrompe il cronista di nera Enzo Laganà che, senza particolari scrupoli deontologici, offre alla città una chiave di lettura: una faida tra clan che ricalca la guerra di mafia dei corleonesi Riina e Provenzano. E poi è alle prese con un’altra vicenda assai spinosa. Il maialino Gino, tifoso juventino doc, ha gettato lo scompiglio a San Salvario. Chi l’ha portato a passeggio e filmato dentro la moschea del quartiere? Amara Lakhous torna a illuminare con la sua penna leggera e ironica le contraddizioni e sfatare i pregiudizi che ostacolano la nostra capacità di dialogo con lo straniero. Il giallo multietnico Contesa per un maialino italianissimo a San Salvario (Edizioni E/O, 158 pagine, 16.50 euro) racconta frammenti dell’Italia d’oggi, partendo dalle strade di un quartiere che spesso sono lo specchio delle nostre diffidenze ed egoismi.

Lakhous, dopo il successo di “Scontro di civiltà” e “Divorzio islamico a Viale Marconi”, ambientati e radicati nel cuore di Roma, ha deciso di cambiare il suo punto di osservazione sull’Italia e l’immigrazione.

«Due anni fa sono andato a Torino per assecondare le esigenze del personaggio principale del libro. E dopo una settimana con mia moglie abbiamo deciso di trasferirci. Vivo a San Salvario, perché i luoghi sono i veri protagonisti dei miei romanzi. Roma resta il primo grande amore. Anche lì ho messo delle radici profonde, ma mobili, che hanno arricchito il mio percorso».

Perché ha scelto San Salvario?
«È una zona molto particolare, che assorbe strati di varie migrazioni e contiene memorie della città. Uno spazio delimitato tra la stazione Porta Nuova e il parco Del Valentino che non ha smarrito le proprie caratteristiche. Le prostitute mantengono da sempre il proprio marciapiede. E poi si incrociano molti luoghi di preghiera: la sinagoga, moschee e chiese».

Laganà, giornalista sui generis, è il filo conduttore della narrazione e unisce i personaggi nei due piani intersecati della vicenda. Per accontentare la direzione del giornale, inventa di sana pianta un esilarante Riina rumeno e un Buscetta albanese.

«Mi sono accorto che occorre andare oltre lo studio della realtà. Serve affrontare l’immaginario. Spesso la gente è soggiogata da paure senza riscontro o sovrastimate. A San Salvario, come a Piazza Vittorio, ho sentito molte volte l’espressione: “Qui non si può più vivere”. Nel romanzo cerco di ragionare sul ruolo dei media, sulla scelta delle parole, dei titoli che incidono nel costruire rappresentazioni di senso distanti dalla complessità dei fatti».

Il cronista è a sua volta figlio di emigrati. Che cosa l’ha spinta a volgere lo sguardo alla storia delle migrazioni interne?

«A Torino, come nel resto del Nord Italia, l’immigrazione meridionale è ancora una ferita aperta. I calabresi, che arrivarono inseguendo il posto fisso alla Fiat, erano bianchi, cattolici e patirono ugualmente un razzismo e discriminazioni allucinanti. Ricordiamo i cartelli “Non si affitta ai terroni”. È una memoria recente che non andrebbe rimossa, ma elaborata per l’Italia del futuro».

Dal romanzo l’integrazione che rincorriamo però appare un falso mito.

«Avverto una grande confusione su questo tema. In Italia funziona benissimo l’integrazione tra la criminalità locale e quella d’importazione. Mentre gli immigrati che lavorano regolarmente e rappresentano una risorsa importante per il Paese vengono tenuti ai margini della società. Ai loro figli, nati qui, non viene riconosciuta la cittadinanza. Credo nella convivenza in cui ogni cittadino debba prendere e offrire il meglio della propria cultura. Ho rifiutato il maschilismo patologico che caratterizza la mia cultura d’origine e ciò mi avvicina a una questione molto attuale anche in Italia. È la nostra sfida».

L’hanno sorpresa gli attacchi al neoministro Cécile Kyenge? Che cosa pensa del dibattito sullo Ius soli?

«No. Trovo vergognoso il rifiuto aprioristico dello ius soli. Nei quasi vent’anni che ho vissuto qui, ho constatato la profonda fragilità dell’identità italiana. Molti connazionali faticano a riconoscersi negli elementi simbolici unificanti. Italiani non si nasce, si diventa. Non ho ereditato un’identità; l’ho costruita con la lingua in cui scrivo. La lingua è la radice più forte. Il test d’italiano deve essere una prerogativa per la cittadinanza. Ma i ragazzi cinesi di Piazza Vittorio, come i coetanei, già parlano sfumature meravigliose di romanesco».