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domenica 17 dicembre 2017

Don Winslow e il lato oscuro dell'America

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 21

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Jory parla strano, da un po' di tempo».«Parla in modo strano, – la corresse la madre». 
«In che senso?». 
«Non lo so. Di politica. Di come sta cambiando il Paese. Sembra uno di ultradestra».
«Sembra pieno di rabbia, – disse di nuovo Shelly». 
«Un po' mi fa paura».

In questo dialogo Don Winslow ci ricorda che il nemico più insidioso da sconfiggere, l'odio, è spesso dentro di noi, non è un'entità distante e straniera. Il testo citato risale all'inizio degli anni Novanta ed è di estrema attualità come il romanzo da cui è tratto Nevada connection (Einaudi, 364 pagine, 15.50 euro, traduzione di Alfredo Colitto). Jory, figlio dell'America che non si identifica in New York, insieme a un gruppo eterogeneo di sbandati che Winslow assembla e caratterizza sapientemente, è alla ricerca di qualcosa in cui credere, e lo trova nel movimento per la supremazia bianca. Il reverendo C. Wesley Carter, guida spirituale della sedicente Chiesa della Vera identità cristiana, è l'indottrinatore di una milizia di neonazisti, che combattono in nome di Dio e della razza bianca: «Uomini che sentivano sfuggire loro di mano un'America che non era mai esistita».

Il giallo, che non cala mai d'intensità, è ambientato negli anni della presidenza Reagan. Ritroviamo l'agente sotto copertura Neal Carey, di nuovo operativo per conto dell'organizzazione Amici di Famiglia dopo tre anni di confino trascorsi in un monastero buddista in Cina. L'investigatore privato è chiamato a risolvere il caso della scomparsa del piccolo Cody McCall, rapito dal padre dopo la separazione dalla moglie. Le ricerche conducono il lettore in una piccola comunità del Nevada stravolta dal fanatismo della setta razzista, nella quale Carey riesce a infiltrarsi: «La valle non è più la stessa. È infetta». Si è ammalata di due virus letali, l'odio e la paura seminati fra vicini di casa.

Nelle Terre Alte solitarie del Nevada sono tutti bianchi, ma all'orizzonte incombe sempre un nemico, nero o ebreo che sia. Secondo i “Figli di Seth”, legati al reverendo Carter, il governo federale di Washington è manipolato dagli ebrei per la soppressione del vero popolo eletto, lo chiamano Zionist Occupation Government. La dinamica del reclutamento, emersa dopo diversi attentati in Europa, assomiglia a quella del terrorismo di matrice islamista. Carter passa al setaccio le carceri e stimola la radicalizzazione religiosa di uomini persi, attratti da un credo di violenza, da organizzare in cellule militari pronte a colpire. I suprematisti presunti ariani, addestrati e armati come paramilitari, si intestano una Guerra santa in nome dell'America a cui sarebbe stata progressivamente sottratta la purezza: «Siamo bianchi e non abbiamo diritti nel nostro Paese». In una combinazione tossica di razzismo e religione, il pericolo agitato è sempre lo stesso: l'invasione del diverso. Winslow ci riporta agli scenari e alle atmosfere di Assalonne, Assalonne! di William Faulkner, in cui una famiglia dell'alta borghesia del Sud preferisce l'omicidio alla presunta contaminazione razziale. 

Ogni anno Winslow, che vive sul confine californiano col Messico, ama attraversare gli Stati Uniti in macchina insieme alla moglie, avendo un contatto diretto con la strada. E Carey, personaggio protagonista del suo noviziato letterario, si muove dentro a una strofa di Springsteen, cantore delle speranze, delle promesse non mantenute nella realtà tutt'altro che monolitica d'oltreoceano. Ci sono il diritto costituzionale alla ricerca della felicità e il mondo del proletariato marginale bianco. C'è l'operaio springsteeniano di Johnny 99, nato giù nella valle dove fin da giovane ti insegnano a rifare quello che ha fatto tuo padre, che ha perso il lavoro e impugna la pistola. Carey appare immerso nella sceneggiatura di un film di Robert Altman.

L'agente, dotato di fine umorismo, scava dentro il cuore di tenebra violento della provincia americana ed è così libero da non scivolare mai nel pregiudizio. Durante la lettura di Nevada connection, che fa parte del ciclo dei suoi primi noir ora tradotti e pubblicati da Einaudi, si rintracciano molti degli elementi che successivamente hanno consacrato Winslow. Il maestro del poliziesco statunitense, come il miglior romanzo noir, ha la strana virtù di essere più realista della realtà.

domenica 10 settembre 2017

Tutto è possibile, intervista a Elizabeth Strout

Il Messaggero, sezione Macro, pag. 23 

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

«Ciò che mi interessa principalmente è scrivere a proposito delle persone, senza accontentarmi di un solo sguardo», ha ripetuto spesso Elizabeth Strout, una delle autrici statunitensi più note, rispettate e ammirate. A Mantova, nei giorni del Festivaletteratura appena finito, è stata forse l'ospite più ricercata, circondata dall'affetto dei lettori.

Nel 2009 la consacrazione con la terza opera, Olive Kitteridge, che le è valsa il Pulitzer. Lei, originaria del Maine, a New York ha costruito la distanza necessaria a raccontare con una cura unica, asciuttezza e con empatia paesaggi interiori ed esteriori della provincia americana, scavando dentro esistenze ferite che ritroviamo nell'opera più recente.

Da circa una settimana è stato pubblicato in Italia il suo nuovo libro Tutto è possibile (Einaudi, 205 pagine, 19 euro, traduzione di Susanna Basso), che esplora ancora in una serie di racconti brevi l'ambiguità, la delicatezza della condizione umana e ciò che in fondo ci fa assomigliare all'estraneo: il sogno di essere compresi.


Strout, il personaggio di Charlie Macauley, un reduce per il quale la guerra non è mai finita, incarna il senso di Tutto è possibile e la ricerca che unisce i racconti che lo compongono. Fino a che punto la guerra è una questione privata?
«È vero. Amo Charlie. È privata, penso che lo sia e rimanga tale. Possiamo parlare della guerra, ed è tutt'altro che negativo, ma resta qualcosa di estremamente intimo, perché non è generalizzabile e non appartiene a tutti. Si tratta di un sentimento anche americano spesso ineludibilmente solitario».

Che cosa rappresenta per lei questo tema?
«Il mio interesse è maturato nel tempo. Lo affrontai già quando scrissi Abide with me (Resta con me, Fazi), perché quegli uomini, originari del Maine con tutto ciò che comporta, appena tornati dalla Seconda Guerra Mondiale non parlavano di quella esperienza. E realizzai che seppure non ne parlassero li consumava dentro. Continuando a scriverne, e in effetti il padre di Lucy Barton è un reduce, ho preso coscienza di quei solchi così profondi. A Charlie è toccata una sorte peggiore rispetto ai reduci della Seconda Guerra Mondiale, il Vietnam, perché nessuno voleva crederci. Hanno catturato il mio interesse uomini che vanno in guerra, ritornano a casa, e le ferite di coloro che non possono riprendere più una vita piena. E questo conta, ci coinvolge tutti».

Nel romanzo emerge l'urgenza, che non è pretesa, di essere accolti. Ciò che più impressiona di queste storie è lo stupore per la gentilezza, che giunge inattesa anche da estranei.
«Sì, succede nel romanzo, anche nel silenzio s'instaurano momenti di connessione che è comprensione. Nella domanda c'è veramente il significato del titolo Tutto è possibile, che riguarda quegli istanti di grazia che possono manifestarsi in modo inatteso alle persone che non credono più possa accadere loro. Il desiderio di essere compresi, e la paura di non esserlo, restano universali».

Quale ricchezza narrativa conserva la provincia?
«Ritengo che il mio interesse per la provincia statunitense dipenda soprattutto dall'illusione che coltivano le persone di una piccola città di conoscersi reciprocamente. Non è così, e lo adoro. Camminando lungo la strada principale di una cittadina le stesse persone si salutano da trent'anni senza sapere nulla dell'altro. Oppure sviluppano e sedimentano, spesso senza alcun fondamento, per anni un'idea su chi sia la persona che percorre le stesse strade. L'inconoscibilità in quanto scrittrice deve interessarmi. Il paesaggio interiore e quello esteriore disegnano, conducono al mio mondo: l'idea che ognuno abbia la propria vita ordinaria e poi esista un altro universo, e la mia scrittura è animata dal come interagiscono».

Il mestiere dello scrivere le ha consegnato una definizione soddisfacente di famiglia?
«Giusto, che cos'è una famiglia? Chi può conoscerla? La situazione si fa interessante, poiché non scegliamo la nostra famiglia e lei non ci sceglie, dunque si tratta di un universo di relazioni completamente differente da un'amicizia. Per uno scrittore è semplicemente entusiasmante gettare scompiglio fra il frastagliato mondo delle famiglie americane».

In Tutto è possibile ripropone con forza la questione della frattura e della dinamica fra classi sociali.
«Oggi i poveri sono sempre più poveri, mentre i ricchi sempre più ricchi. Finalmente in seguito all'elezione di Trump si è iniziato a sviluppare un discorso sulla persistenza delle classi e delle sperequazioni sociali, ma negli Stati Uniti è ancora un argomento tabù. Quando ero giovane si pretendeva che non ci fossero classi ed è folle perché sono sempre esistite».

Viviamo circondati da paure antiche e nuove. I suoi personaggi ne manifestano molte. In che modo riesce a esprimere l'incapacità di contestualizzarle ed elaborarle?
«È una questione centrale. A sessantuno compiuti non ho perso la fascinazione dell'ascoltare, dell'osservare e la meraviglia per ciò che anima le persone come la paura. Ora sento di poter comprendere più a fondo le emozioni. Per amare un personaggio, e devo ammettere che i miei li amo un po' tutti, deve suscitarmi un sentimento speciale. Non mi interessa che si comporti bene o metterlo all'indice. Deve trasmettermi quel sentimento, altrimenti non sarà parte del libro. Lo faccio entrando dentro di loro mentre bruciano, sono soli, riesco a scovarlo in qualche modo. Ciò mi fa sentire bene».

Torna Lucy Barton, il memoir col quale ha successo a New York sembra saper accogliere le storie di tutti in una terra che li accomuna, il paesino di Amgash – Illinois.
«La sua voce è particolare. Ho scritto con l'intento di lasciare molto spazio anche ai lettori, aprendo una porta per farli entrare con le proprie storie. Penso che dovrebbe essere sempre così, è un mio compito creare la condizione. Con il libro My name is Lucy Barton (Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi) ho cominciato a farlo in modo deliberato».

giovedì 29 giugno 2017

Sopravvivere all'assenza. "Il ritorno" di Hisham Matar


di Gabriele Santoro 


«Si ha bisogno di un padre a cui ribellarsi. Quando un padre non è né morto né vivo, quando è un fantasma, la volontà è impotente. (…) Le mie aspettative riguardo a mio padre erano molto normali. Come quel famoso figlio nell’Odissea – come la maggior parte dei figli, credo – desideravo essere “figlio di un uomo felice, che arriva alla vecchiaia con tutti i suoi beni”. Invece, a differenza di Telemaco, io continuo, dopo venticinque anni, a sopportare che mio padre sia “scomparso nel nulla, ignoto”».



In che modo si può sopravvivere all’assenza, quando il potere riesce a rendere ancora più labile il confine tra la vita e la morte? Hisham Matar aveva diciannove anni, era uno studente universitario già in condizione d’esilio, quando suo padre, Jaballa, fu rapito nel suo appartamento al Cairo e recluso nella prigione libica di Abu Salim. Il regime di Muammar Gheddafi temeva l’autorevolezza e le qualità poliedriche di questo oppositore fiero e colto. Al collasso della dittatura, dunque a ventidue anni di distanza dal rapimento, non vi è stata una parola di verità sulla sorte di Jaballa. Il compito dei burocrati dell’orrore consiste nel non lasciare alcuna traccia. L’ipotesi più accreditata lo vuole vittima dell’eccidio compiuto nel 1996 ad Abu Salim, dove si consumò l’esecuzione di 1270 prigionieri.

L’autobiografia Il ritorno (Einaudi, 246 pagine, 19.50 euro, traduzione di Anna Nadotti) è valsa a Matar il Premio Pulitzer 2017. Lo scrittore intreccia il dolore intimo, che è un’impresa attiva, «è un lavoro duro, onesto», con quello di un popolo che dopo aver vissuto la tregua della rivoluzione, sempre piena di promesse sospese, è piombato nel buio della guerra civile.

Matar è tornato in Libia nella primavera del 2012, in seguito alla destituzione di Gheddafi, per la prima volta in trentatré anni. Associa l’esilio a una forma di senso di colpa e alla rieducazione all’ascolto di voci divenute echi lontani nel tempo. Ci restituisce la misura di quanto una dittatura e il suo sistema ramificato di sorveglianza possano compromettere la fiducia di un popolo in se stesso e al contempo sviluppare cellule straordinarie di resistenza. Impariamo a esplorare l’assenza che – ci ricorda Matar – è un luogo privato di corpo. E solo il tempo può coltivare l’ambizione di riempire quel vuoto:

«Il corpo di mio padre se n’è andato, ma il suo spazio è qui ed è occupato da qualcosa che non può essere considerato semplicemente un ricordo. È vivo e vitale. Come potrebbero la complessità dell’essere, la meccanica della nostra anatomia, l’intelligenza della nostra biologia, e lo sconfinato firmamento della nostra interiorità – pensieri, domande, struggimenti, speranze, bramosia e desiderio e le mille e una contraddizioni che ci abitano in ogni momento – avere una fine che si possa segnare con una data sul calendario? Mio padre è morto ed è anche vivo. Non possiedo una grammatica per lui. È nel passato, nel presente e nel futuro».

La rabbia per l’ingiustizia, che attanagliava il ventenne, si trasforma negli anni senza tuttavia possibilità di essere sopita: «Ogni volta che posavo gli occhi sul ritratto di mio padre, il mio cuore si faceva piccolo e duro». Matar ci conduce alla radice plurisecolare di legami familiari. In questo senso è fondamentale la figura del nonno Hamed dalla vita così lunga e avventurosa. Figlio unico, nato nella Libia ottomana, conobbe la brutalità dell’invasione colonialista italiana, il regno di re Idris, e i due decenni seguiti al colpo di Stato di Gheddafi. Matar qualifica come disperato il desiderio di radunare i pezzi della propria famiglia, che non ha mai smesso di sognare una Libia libera come la sua vastità severa e incantevole, ben ritratta dall’autore:

«Un libico che voglia dare un’occhiata a tale passato deve, come un un intruso a una festa privata, entrare in tali libri con la piena consapevolezza che per la maggior parte sono stati scritti da e per chi ha occupato la Libia, e quindi sono, in buona sostanza, narrazioni che riguardano la vita degli altri, le loro avventure e disavventure in Libia come se il proprio paese non fosse che un’occasione per gli stranieri di esorcizzare i loro demoni e realizzare le loro ambizioni».

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domenica 11 dicembre 2016

Quando la matita di Igor Tuveri incontra Murakami

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 24
11 dicembre 2016

di Gabriele Santoro


di Gabriele Santoro

Scrivere un romanzo rappresenta una sfida, mentre un racconto breve è una gioia, sostiene Haruki Murakami: «Se scrivere romanzi assomiglia al piantare una foresta, le short stories creano un giardino. I due processi sono complementari, disegnando un paesaggio che amo».

Dal 2014 la casa editrice Einaudi ha pubblicato alcuni racconti dello scrittore giapponese con il contributo artistico di illustratori che accompagnano i testi. È da poco in libreria Gli assalti alle panetterie (72 pagine, 15 euro, traduzione a cura di Antonietta Pastore), che contiene due racconti e le tavole di Igort, nome d'arte di Igor Tuveri, artista così legato al Sol Levante (Quaderni giapponesi – Un viaggio nell'impero dei segni, Coconino Press - Fandango, 2015, che è anche un saggio sulla cultura grafica e letteraria locale ne è una testimonianza). Igort, uno dei principali fumettisti italiani, è stato tra i primi occidentali a collaborare con riviste giapponesi.

Sempre nel 2014 per la nuova edizione anglosassone di The Strange Library, una rivisitazione della shot story del 1982 Toshokan kita, è stata compiuta la scelta di arricchire i racconti di Murakami con le illustrazioni. Tradotto da Ted Goossen, in quell'occasione i disegni vennero affidati alla nota matita statunitense di Charles Kidd, in arte Chip Kidd. Per lo stesso titolo, La strana biblioteca in Italia, Einaudi aveva individuato il romano Lorenzo Ceccotti (LRNZ). E così è avvenuto in ogni paese di pubblicazione.

«In ogni caso, avevamo fame. Anzi, per l'esattezza, ci sembrava di aver inghiottito il vuoto cosmico, quella era la sensazione», recita l'incipit di L'assalto a una panetteria, inedito in Italia. Un gruppo di ragazzi privi di denaro e affamati vogliono compiere un reato: rapinare una panetteria. Varchiamo poi la soglia del surrealismo. Gli adolescenti di Murakami hanno coscienza piena di quel che non c'è e li rende famelici, manca la fantasia. Dio era morto, al pari di Marx e John Lennon. È curiosa la contropartita che offre il panettiere per cedere il cibo. Lui, membro del Partito comunista, ascoltava Wagner: «Ho trovato! - fece il padrone. - A voi piace Wagner?». «No – risposi io». «Ecco, se ve lo fate piacere, vi lascio mangiare tutto il pane che volete».

Il secondo assalto a una panetteria invece era stato già tradotto per la raccolta L'elefante scomparso. Nel 1985, quando uscì la prima edizione, questo racconto ruppe la tradizione del realismo giapponese, ottenendo il consenso di lettori e critici. Anche qui il cibo sostanzia il peso dell'assenza e l'urgenza dell'essere liberi. La scelta del tipo di pasto non è casuale. In uno scenario notturno Murakami ci porta dentro a un McDonald's. Lui, impegnato nella routine di uno studio legale, e lei, segretaria in una scuola di design, davanti a giornate, mai diverse una dell'altra, hanno «una fame impellente, quasi selvaggia». Il frigo è vuoto e il disegno di Igort, una barca adagiata sul mare calmo, ma sotto la trasparenza si scorge un vulcano, restituisce l'essenza della scrittura di Murakami, ne valorizza la metafora vivida.

Loro si sporgono sul ciglio dell'abisso e lui ricorda quando da ragazzo per procurarsi cibo, compì una rapina così simile a un fiasco. Ieri era disoccupato, oggi è sistemato, ma il matrimonio quanto il lavoro non curano il vuoto. Torna l'esigenza di assaltare. Le panetterie sono tutte chiuse, McDonald's no, e loro due vogliono trenta hamburger. Davanti alla minaccia di un'arma, i giovani impiegati del fast food mostrano una sola inquietudine: il venir meno della contabilità della carne che irriterebbe il datore di lavoro. La narrazione in prima persona ci presenta personaggi che non si conformano alla cultura imperante, della quale il cibo costituisce un'espressione ed è un fattore fondamentale, rivelatore.

sabato 1 novembre 2014

L'amore criminale

di Gabriele Santoro

Nella televisione, che spesso lucra sul dolore, Matilde D'Errico con la trasmissione Amore criminale ha saputo ritagliare, su Raitre, uno spazio di civiltà e reale servizio pubblico. Quell'esperienza di ascolto e denuncia sociale catodica, oggi è condensata nelle pagine di un libro, dall'omonimo titolo, pubblicato da Einaudi. Un'idea arcaica di possesso e controllo è il filo nero che unisce le storie di violenza sulle donne in quanto tali, narrate dall'autrice.

La scrittura mostra un profondo senso di rispetto per le vittime e soprattutto per le ferite non cicatrizzabili di chi resta, dei familiari che cercano di sopravvivere all'assenza. Il femminicidio, termine polisemico che esprime la forma estrema di violenza di genere, non viene derubricato a mero fatto di polizia e giustizia. Non è neppure solo questione di statistica, che comunque serve, perché nei grandi numeri e negli strepitii dell'emergenza scompaiono le individualità. Corriamo il rischio dell'assuefazione all'indicibile, ai silenzi che condannano.

Trascorrono le giornate, ma riecheggiano sempre vivide le parole rivolte alla madre dall'iraniana Reyhaneh Jabbari prima dell'impiccagione: «Ho capito che la bellezza non è fatta per questi tempi. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligrafia, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole». Maria Rosaria, Adriana, Sabrina, Beatrice, Veronica e Giulia hanno incontrato uomini incapaci di comprendere la bellezza propria della libertà, spingendosi fino all'assassinio dell'altrui individualità. D'Errico però saggiamente invita a non considerare il crimine un evento che riguarda solo il carnefice e la vittima. È una lotta dura e ancora lunga tra inconciliabili visioni culturali del mondo.

Due studi recenti e autorevoli, prodotti dall'Unione Europea e dal World Economic Forum, lo testimoniano, fotografando la preoccupante realtà del Vecchio Continente e focalizzando aspetti dirimenti del divario di genere in Italia. Il Global Gender Gap Index 2014, diffuso dall'Istituto ginevrino, allarga lo spettro d'analisi sul problema strutturale, e correlato, della discriminazione. L'Italia, ultimo tra i paesi industrializzati, si posiziona nella classifica delle disparità al 69° posto su 142 nazioni prese in esame. Non basterà forse un secolo per colmarlo. Piombiamo dal 97° al 114° per la presenza di donne in campo economico.

Il vasto rapporto Violence against women, curato dall'Agenzia per i Diritti Fondamentali di Vienna, stima che nei dodici mesi precedenti alle interviste, condotte ai fini della rilevazione, tredici milioni di donne in Europa abbiano subito violenze psicologiche, e circa quattro milioni fisiche. Del campione di 42mila intervistate, tra i 15 e i 70 anni, solo il 4% dichiara di aver sporto denuncia alle autorità competenti. Il 35% dichiara di aver patito abusi prima della maggiore età. D'Errico sottolinea la trasversalità sociale, professionale e culturale di un fenomeno ancora molto sommerso, e i dati confermano: il 75% delle top manager e il 74% delle professioniste interpellate dice di essere stata vessata da molestie.

«La violenza è una scelta, non impulso irrefrenabile che si manifesta all'improvviso. Gli uomini violenti demoliscono giorno dopo giorno la dignità e l'autostima delle donne che hanno accanto. La chiamata in causa è per tutti», conclude la regista.

venerdì 11 ottobre 2013

Susanna Basso, l'anima italiana delle opere del Nobel per la letteratura Alice Munro

Il Messaggero, sezione Cultura pag. 1-22,
 11 Ottobre 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro

Ieri Susanna Basso (
nella foto) ha vissuto una giornata particolare. La distanza oceanica che la separa da Alice Munro è stata colmata dalla gioia per il Nobel. È uscita dal cono d’ombra che spesso avvolge il mestiere complesso e duro del traduttore. «Il primo suo libro che tradussi, dodici anni fa, fu Il sogno di mia madre - dice Basso - poi ho compiuto un viaggio nel tempo delle sue opere. Ma in Italia era già arrivata grazie a piccoli editori coraggiosi, quali La Tartaruga, Serra e Riva, E/O. La Einaudi la fece conoscere al grande pubblico. L’ho adorata dalla prima lettura».

È rimasta spiazzata dall’assegnazione del Nobel?

«Mi ha sorpreso completamente, ma ci speravo tantissimo. Per rievocare il titolo di una sua raccolta di racconti: sento Troppa felicità!»

«Me ne ero dimenticata, ma è meraviglioso». Munro prima è apparsa disincantata, poi si è sciolta. La ritraggono sfuggente e impenetrabile. Lei l’ha incontrata?

«La reazione è in linea con il suo carattere. In lei credo convivano due grandi personalità: da una parte l’autrice consapevole del proprio valore, dall’altra la donna che scriveva storie senza smettere di dire allo specchio: chi ti credi di essere? L’ho incontrata una sola volta ma mi fece un’ottima impressione: elegante e ironica».

Concorda o aggiungerebbe qualcosa alla motivazione del premio: «Maestra del racconto contemporaneo»?

«Sì. È una grande maestra del narrare. Parte da un piccolo gomitolo di storie, che poi continua a dipanare senza abbandonare gli stessi embrioni narrativi che invecchiano nel senso più alto. Dice: “Scrivo da dove mi trovo nella vita”. Da lì riprende i bandoli dei racconti e ce li ripropone sempre diversi, nonostante contengano gli stessi personaggi, gli stessi scenari tra l’est e l’ovest del Canada. Tra l’Ontario e Vancouver. Tempi e spazi si scambiano nel corso dei suoi racconti e riesce comunque ogni volta a sorprenderti».

In che modo si è evoluta la sua costruzione dei racconti, che appaiono sempre più diretti e cruenti?
 
«L’evoluzione è molto interessante. I suoi primi racconti erano più radicati nel quotidiano. La sua scrittura è andata asciugandosi. Sì, nelle ultime raccolte ci sono racconti feroci. La violenza che prima era suggerita diventa manifesta. Le cose vengono raccontate con una libertà senile sempre più rilevante. Di particolare interesse è l’operazione che fa sul genere autobiografico in La vista da Castle Rock. Mescola la finzione alla sua vita. Appare lievissima la differenza tra biografia e narrativa».

Il Nobel la farà tornare sulla scelta di non scrivere più?

«Già due volte ha annunciato che avrebbe smesso. L’ultima volta dopo Uscirne vivi che sarà pubblicato da Einaudi. È bellissimo pensare a una terza, imprevedibile, smentita».


© RIPRODUZIONE RISERVATA  

giovedì 22 novembre 2012

Da quando a ora, Faletti: «La musica è la mia rivoluzione»

Il Messaggero, sezione Cultura & Spettacoli pag. 1 e 23,
22 novembre 2012

di Gabriele Santoro



http://www.ilmessaggero.it/cultura/libri/faletti_da_quando_a_ora_intervista/notizie/233399.shtml

di Gabriele Santoro

ROMA – Giorgio Faletti ha affidato alle parole e alle note contenute nel cofanetto (un libro e due cd) Da quando a ora il compito di riannodare i fili del proprio amore per la musica, agli inizi timido poi totalmente coinvolgente. Un viaggio autobiografico che parte dalla periferia astigiana nel dopoguerra per cavalcare l’avvento del rock fino ad arrivare ai nostri giorni.

Faletti, come ha riscoperto questa sua profonda passione?
«Credo che la musica sia una forma felice di tossicodipendenza. Quando impari ad amarla e soprattutto riesci a farla, pur con risultati alterni, non l’abbandoni più. Anche se avevo smesso di propormi pubblicamente, ho continuato a scrivere canzoni e riporle con cura in diversi cassetti. Un amico, critico musicale, mi ha spinto ad aprirli. Poi è nata l’idea di raccontare in modo letterario questo mio rapporto, a partire dall’infanzia negli Anni Cinquanta, in cui respirai timidamente l’atmosfera gioiosa delle orchestre da ballo degli amici di mio padre».

Poi sono arrivati gli stravolgimenti degli Anni Settanta. Lei scrive: «Ringrazio il Creatore o chi per lui per aver avuto vent’anni in quella stagione».

«Senza inoltrarmi in analisi sociologiche, ho descritto l’impatto detonante e rivoluzionario della musica nella mia realtà di provincia e nella mia famiglia, in cui il rock veniva definito fracasso. I Beatles hanno accantonato un’epoca: il mondo è esploso e quando si è rimesso insieme non era più lo stesso. Spuntavano come funghi band. X Factor si concepiva nelle cantine, dove si ritrovavano ragazzi che poi magari diventavano la Pfm o il Banco del Muto Soccorso».
Dagli esiti disastrosi del primo playback al successo sanremese di Signor Tenente. Come ha superato la timidezza giovanile che l’affliggeva e lo scetticismo dei critici?
«Tutto arriva a chi sa aspettare: proporsi senza presunzione, ma con passione. Non saprei produrre a tavolino. Lavoro sull’emozione, scrivo di getto, come quella prima volta nel '93 nel parcheggio di un autogrill. Con Signor Tenente ho fatto capire di poter utilizzare un registro comunicativo differente da quello umoristico. Successivamente ho ricevuto il riscontro positivo di artisti come Mina, Angelo Branduardi e Milva che hanno accolto le mie parole».

Che cosa le rimane di questi sodalizi artistici?

«Conservo principalmente l’aspetto umano, perché ho goduto del privilegio di guardare cosa c’è dietro il palcoscenico. Con Mina abbiamo instaurato una corrispondenza epistolare. Ci scambiamo delle e-mail, in cui le mando i testi delle canzoni che, esegue quando le piacciono, interpreta e inserisce nei suoi album. Con Milva il rapporto è più ravvicinato e ho capito da lei che cosa significhi essere una Diva. Con Branduardi mi sono accostato alla musica anche da un punto di vista tecnico».

A vent’anni dalle stragi del 1992, l’Italia è ancora in attesa di verità e giustizia. E il poliziotto, che rischia quotidianamente, guadagna sempre lo stesso milione. Perché, ricordando la genesi di Signor Tenente, sostiene che il tempo non sia passato invano?
«Perché invecchiando ho saputo mantenere l’emozione autentica di quei giorni. All’inizio ero spaventato al pensiero di rimettere mano a un brano quasi intoccabile. Ora, presentandolo con arrangiamento e interpretazione nuovi, l’ho valorizzato».

La seconda parte del volume, Ora, si apre con il racconto del recupero dall’ictus che la colpì dieci anni fa. Spartiacque di una nuova vita?
«Di fronte alla possibilità di morire si sovvertono tutte le priorità. La malattia è un’esperienza che ti segna dentro, che non puoi dimenticare. Da allora ho imparato una cosa fondamentale: non rimando mai nulla».