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mercoledì 19 luglio 2017

Ricordando Paolo Borsellino


di Gabriele Santoro

Alle 16.58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126 imbottita con 90 chili di esplosivo, telecomandata a distanza, deflagrò sotto il palazzo nel centro di Palermo, in via Mariano D’Amelio, dove il giudice Paolo Borsellino stava andando a trovare la madre. Insieme a lui furono uccisi gli agenti Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.


Nelle parole che Agnese Borsellino ci ha affidato, indirizzandosi al marito Paolo, tutto l’universo sembra obbedire all’amore e c’è la traccia forse più profonda dell’impegno del giudice: «Resti per noi un grande uomo, perché dinanzi alla morte annunciata hai donato senza proteggerti ed essere protetto il bene più grande, la vita, sicuro di redimere con la tua morte chi aveva perduto la dignità di uomo e di scuotere le coscienze».

Da quando il non ancora trentenne Paolo Borsellino usciva da casa alle 4 del mattino per camminare fino alla stazione Lolli e prendere il treno destinazione Mazara del Vallo, dove alle 8 attaccava nella sua aula di pretore, l’amministrazione saggia del tempo a disposizione gli appariva inscindibile dalla giustizia, che è anche questione di tempi. «La giustizia lenta è un’ingiustizia per la società. Ecco perché non posso concedermi molti spazi per me. Tanta gente aspetta una mia decisione. E oggi è una giornata preziosa, unica», asseriva il magistrato palermitano.

Venticinque anni non sono pochi per guardarsi dentro, per fare giustizia e la sola dicitura Borsellino quater offre la misura della mancanza di verità sulla strage di via Mariano D’Amelio. Figura chiave ed enigmatica è Gaspare Spatuzza, giovane della periferia palermitana che divenne reggente del mandamento palermitano di Brancaccio, unica la sua partecipazione a tutti gli episodi stragisti consumati tra il 1992 e il 1994.

Quando, nel 2008, firmò il primo verbale da collaboratore di giustizia ben tre procure (Caltanissetta, Firenze e Palermo) hanno dovuto riscrivere la storia dell’attentato di via D’Amelio, annegata fra finti pentiti, depistaggi e condanne passate in giudicato da revisionare. Dirompenti dunque le conseguenze della sua collaborazione che hanno messo in discussione l’esito di tre processi conclusisi in Cassazione, dunque tredici anni di lavoro praticamente buttati.

Solo ad aprile di quest’anno la sentenza del cosiddetto Borsellino quater, avviato nel 2012, ha sancito che Vincenzo Scarantino venne indotto a formulare false accuse con nove persone estranee, condannate all’ergastolo e al 41 bis nei primi tre processi Borsellino, che hanno trascorso in carcere 11 anni. Scarantino, mafioso di improbabile levatura, dopo l’arresto firmato Arnaldo La Barbera, Capo della squadra mobile di Palermo, titolare delle indagini sulla strage, si era autoaccusato di aver rubato la 126 poi imbottita di tritolo, coinvolgendo con le sue dichiarazioni innocenti. Il 13 luglio la Corte d’appello di Catania, che celebrava il processo di revisione delle condanne emesse a Caltanissetta a carico delle persone coinvolte ingiustamente nell’attentato al giudice, ha assolto tutti gli imputati dall’accusa di strage.

Dal 1978, insieme a decine di uomini delle istituzioni incapaci di abituarsi allo stato delle cose, Borsellino ingaggiò dentro a una vita blindata una lotta che ha sottratto tempo alla fine violenta. Agnese ricordava come Paolo, appena appresa la notizia, si precipitasse sempre da solo senza dire una parola sul luogo dell’ultima tragedia, sperando che l’amico, il collega si fosse salvato dall’attentato. Il volto non cambiò espressione dal luglio del 1983, quando uccisero il padre del pool antimafia Rocco Chinnici, alla corsa in ospedale del 23 maggio 1992 dove riuscì solo a dire alla figlia Lucia: «Giovanni è morto fra le mie braccia».

Quello che impressiona dei 57 giorni trascorsi tra i due atti terroristici di stampo mafioso, la strage di Capaci e il vigliacco agguato di via D’Amelio, è la consapevolezza con la quale Borsellino ha affrontato la certezza dell’essere ucciso, la notizia dell’arrivo del tritolo, e che il tempo per amministrare la giustizia con il rigore e la scrupolosità di cui non ha mai difettato stava scadendo. Lo aveva detto alla moglie, l’ineluttabilità si mischiava all’urgenza di non cedere il passo. Quando la reazione dello Stato continuava a mimetizzarsi nell’ambiguità, senza più i suoi amici al fianco si è fatto carico dell’assenza: forse la sua lezione più grande.

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martedì 23 maggio 2017

Prima di Capaci. Falcone visto dagli Stati Uniti


di Gabriele Santoro


Alle 17.56 del 23 maggio 1992, su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso Palermo, la potentissima deflagrazione di oltre cinquecento chili di tritolo, scavando un cratere, uccise Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sopravvissero all’attentato i poliziotti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, che viaggiavano sulla terza auto blindata di scorta. Con loro è sopravvissuto Giuseppe Costanza, autista di Falcone, che sedeva nel sedile posteriore della vettura guidata dal giudice.

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

A quell’ora i sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata (Agrigento) registrarono un piccolo evento sismico con epicentro fra i Comuni di Isola delle Femmine e Capaci dovuto all’esplosione del tritolo.

Nel 1979, quando il terrorismo di stampo mafioso aveva ucciso da non molto il giudice Terranova, Falcone, palermitano classe 1939, nato alla Kalsa in una famiglia della piccola borghesia siciliana, era arrivato al Palazzo di giustizia di Palermo dopo l’esperienza a Trapani, dove si era occupato di giustizia civile. Rocco Chinnici l’aveva chiamato a Palermo e lui passò immediatamente alla magistratura penale.

Il fenomeno mafioso è unico e unitario, e solo in una visione complessiva, globale si possono poi studiare e approfondire le singole strategie, ci ha spiegato innanzitutto Falcone. Follow the money era il suo metodo. Seguire le tracce del denaro, perché il riciclaggio di denaro costituisce il cuore dell’attività mafiosa. Falcone inaugurò un nuovo metodo investigativo che rivoluzionerà la storia della lotta a Cosa Nostra.


Prima di Capaci. Falcone visto dagli Stati Uniti

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti», si legge in un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme ad Antonino Caponnetto
Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del metodo mafioso. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Oltreoceano ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Gli americani amavano la sua concretezza, le capacità di analisi e non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una verità ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone della vicenda Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente Sinisi il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.
«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».

Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti. Le numerose battaglie perdute da Falcone, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi afferma: «Ho ricavato la sensazione che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato sia persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo l’eccidio di Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna, residenza dell’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.

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venerdì 8 luglio 2016

Storia di Nino e Ida, vittime di mafia in attesa di giustizia dallo Stato


di Gabriele Santoro

La storia di Augusta Schiera e Vincenzo Agostino è iniziata a bordo di un autobus, il numero tre. Palermo stava affacciata alla finestra del boom economico italiano. Lei giovane sarta, lui muratore, è stata una questione di sguardi lungo il comune tragitto quotidiano. Correva l’anno 1956, entrambi orfani di padre, un giorno hanno fatto finta di perdere quell’autobus, il tempo piccolo di una passeggiata e quello lungo di un amore che continua a sfidare uno degli inestricabili misteri italiani.

Ida Castelluccio e Antonino Agostino
Vincenzo racconta come i suoi occhi azzurri lucidi, mentre nella stanza attigua della casa palermitana il quindicenne Nino gioca. Augusta sostiene che le coincidenze abbiano un’anima. Il nipote sarebbe dovuto nascere nel settembre del 2001. È venuto al mondo il 5 agosto, a dodici anni esatti dall’assassinio del figlio, il poliziotto Antonino Agostino, assegnato al Commissariato San Lorenzo, e della nuora Giovanna Ida Castelluccio. Nino, nato prematuro di un mese e mezzo, è un ragazzino vivace, che vive nel nome dello zio ucciso. Ida, un’altra nipote, ai nonni dice: «Non siate tristi perché sarò, saremo i vostri testimoni».

A ventisette anni di distanza dal duplice delitto, per Antonino e Ida non c’è ancora una verità processuale, che ricostruisca gli eventi. Non c’è pace per una famiglia, che attende di sapere quale intreccio di interessi abbia prodotto un crimine così efferato. Per riannodare i fili contorti di questa vicenda si può cominciare da una dichiarazione rilasciata da Mimmo La Monica, collega di Agostino fino all’ultimo turno di pattuglia svolto insieme, dopo poche ore dalle esecuzioni attentamente pianificate: «Non si capisce più che sta succedendo in città. Siamo bersagli mobili e non sappiamo chi ci ammazza». Sullo stesso tono il magistrato Giusto Sciacchitano, che da subito coordinò l’inchiesta, in un virgolettato riportato da La Stampa: «A Palermo viviamo male come giudici e come cittadini, mi auguro che questo delitto così grave raffreddi l’atmosfera e ci faccia ritrovare serenità per ottenere di nuovo buoni risultati».

Al Palazzo di giustizia era la stagione del discredito delle istituzioni, dell’indebolimento del pool antimafia, delle guerre intestine fra magistrati. Era l’estate del fallito attentato all’Addaura, che avrebbe dovuto anticipare la strage di Capaci, e quella caldissima della delegittimazione delle lettere del Corvo che allarmò anche gli americani, così attenti e interessati al lavoro di Giovanni Falcone. È significativo che tra la documentazione declassificata dal Dipartimento di Stato statunitense non compaia la specifica informativa sull’attentato dell’Addaura. Quei 58 candelotti di esplosivo rinvenuti il 21 giugno 1989 nel tratto di scogliera tra la casa presa in affitto da Falcone e il mare. Quel giorno all’Addaura c’era anche il magistrato svizzero Carla Del Ponte, che stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco.

I diplomatici statunitensi non si capacitavano di come il sistema Italia ostacolasse, denigrasse all’apice della lotta la sua migliore risorsa contro la piaga del crimine organizzato. «I giudici antimafia hanno speso più tempo attardandosi nel combattere fra loro che nel contrastare la mafia. Accuse senza fine e controaccuse hanno così intorbidito le acque che ogni significativa misura contro sospettati di mafia ha dovuto essere pretermessa», recita il cablo E65 – Confidential del 13 ottobre 1989. Il cablogramma E54 – Confidential, intercorso tra l’Ambasciata statunitense e il Dipartimento di Stato, cita anche l’oscuro duplice omicidio commesso a Villagrazia di Carini.

In quelle settimane il ministro dell’Interno Gava ammette che la mafia finanzia il debito pubblico italiano, che aveva già esondato gli argini in una crescita incontrollata, mentre il ministro del Lavoro Donat Cattin esterna che il problema del contrasto alla mafia dipende dall’anagrafe: servono magistrati non siciliani. Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, nel ruolo ricoperto da Antonino Caponnetto al vertice del pool, Paolo Borsellino tuonò con due interviste: in buona sostanza «dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esisteva una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome».

Nel cuore dell’agosto 1989 i principali quotidiani nazionali associarono per giorni i veleni a quelle due morti apparentemente prive di movente. Il clima è riassumibile nel titolo: «Palermo litiga, la mafia uccide». Ma che cos’è la mafia? Dopo il funerale, celebrato nella Chiesa di Sant’Eugenio, Vincenzo Agostino affidò le proprie sensazioni lucide al Corriere della sera. Parole che oggi leggiamo nell’analisi (Storia dell’Italia mafiosa/2015) di Isaia Sales: «Una criminalità di tipo mafioso è tale se coloro che sono preposti alla repressione e al governo della cosa pubblica sono con essa in rapporti. Un mafioso è, dunque, tale se intreccia relazioni di ogni tipo con parte di coloro che dovrebbero reprimerlo, allontanarlo, giudicarlo».

Vincenzo ripete l’espressione “mele marce”, che avrebbero ostacolato la ricerca della verità fin dalla  notte fra il 5 e il 6 agosto 1989. La definisce una storia di depistaggi, di documenti mancanti, sottratti come in molti misteri collegati alla mafia. «Ho paura che la cronaca, la gente, lo Stato inghiotta anche questi due cadaveri innocenti senza che cambi nulla», disse al Corriere della sera.

Attualmente a Palermo, dopo il respingimento della precedente richiesta di archiviazione da parte dei pm, il Gip Maria Pino ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di prorogare le indagini sul caso per sei mesi. Si sono tenuti importanti incidenti probatori come l’esame dei pentiti Vito Lo Forte e Vito Galatolo, e il confronto all’americana tra Agostino e l’ex poliziotto Giovanni Aiello riconosciuto, che nella ricostruzione qualche giorno prima dell’omicidio sarebbe andato a cercare Nino a casa, trovando Vincenzo. Quest’ultimo colloca l’incontro nel luglio 1989, circa venti giorni dopo i fatti dell’Addaura e ricorda:

«Stavo facendo qualche riparazione nella casetta al mare, vicino a Punta Raisi, quando si introdusse senza bussare un maleducato. Mi guardò e domandò: “C’è suo figlio, il poliziotto?”. Risposi di no e se ne andò senza salutare. Era Nino Madonia. Lo rincorsi chiedendo chi fosse: “Digli che siamo colleghi”. C’era un altro personaggio biondastro, bassino, con il volto deformato come se avesse il vaiolo, ad aspettarlo sulla moto. Questa scena e le parole mi restarono impresse. Mi preoccupai molto, ma a Nino non raccontai l’episodio. Successivamente l’ho fatto con i magistrati».

Aiello è fra gli indagati con i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto. Secondo la versione di Lo Forte i tre avrebbero preso parte all’omicidio e le ragioni andrebbero cercate fuori da Cosa nostra e dentro alle forze di polizia.

La voce di Vincenzo si incrina ancora, quando sussurra con rabbia e dolore di essere l’unico padre vivente ad avere visto cadere il figlio sotto i colpi dei killer. Antonino amava il mare. Augusta lo ripete, come se fosse un’emozione particolare: «Lui trascorreva al mare tutti i suoi momenti liberi. Rappresentava un elemento indispensabile alla sua vita. Era la sua passione. Pescava ed era un sub esperto».

Augusta Schiera e Vincenzo Agostino
La sera del 4 agosto 1989 Agostino, già sposato con Ida, prese la barca e la rete con un altro giovane amico e il padre, con i quali era solito andare a pescare in mare aperto. Alle due di notte, rientrato nella casa in affitto sul litorale a Villagrazia di Carini, comunicò a Vincenzo il cambio di turno al commissariato. Flora, la sorella minore, la sera del 5 avrebbe voluto iniziare a festeggiare in discoteca il proprio diciottesimo compleanno, che ricorre il 6. «Lo svegliai la mattina presto. Facemmo colazione guardando il mare. Poi Antonino mi mise una mano sulla spalla, aggiungendo: “Si chiamerà come te, Vicè”. E se ne andò a lavoro con un sorriso». Ida aveva appena saputo di essere all’inizio della gravidanza. Augusta lo chiama un semino piantato, al quale non è stato concesso di crescere.

Alle 14 del 5 agosto Nino concluse il turno di servizio con una gioia. Con Ida dovevano recarsi dal fotografo a ritirare l’album del matrimonio e avrebbero dato la buona notizia della dolce attesa a tutti i familiari. Da Altofonte, dove gli sposi vivevano in affitto, raggiunsero la casa al mare degli Agostino a Villagrazia di Carini. Vincenzo ha nel cuore il silenzio assordante, la calma relativa prima della guerra: «Nino era uscito per mostrare alla vicina di casa le fotografie. Ero davanti al televisore e ricordo il silenzio assoluto della strada. Quella sera non c’era traffico. All’improvviso sento un botto, pensavo si trattasse di un petardo, poi un altro e un altro ancora». Una voce non smette di rimbombargli nella testa. È quella di Ida che emise un urlo buio, straziante: «Stanno ammazzando mio marito».

Vincenzo scattò dalla poltrona per raggiungere l’uscio di casa. Nino cercava di schivare i colpi, entrando nel cancello: «Riuscì a spalancarlo. Veniva verso di me. Ho visto come lo penetravano quei proiettili, che mi fischiavano nelle orecchie». Nino buttò a terra Ida nel tentativo estremo di salvarla. Nella dinamica impressa nella memoria di Vincenzo, lei si rialzò gridando: «Io so chi siete». Poi le hanno sparato un colpo al cuore: «Avevo adagiato Nino, mentre lei cercava di raggiungerlo a carponi».

Ida, appena ventenne, occhi azzurri e capelli neri, aveva da poco ottenuto la maturità classica. Si sarebbe voluta iscrivere all’università e diventare un’insegnante. Era un’amica di Flora. Aveva conosciuto Nino nel 1986 in occasione del quindicesimo compleanno di Flora. Il loro matrimonio è durato un mese e quattro giorni. Al civico 699 di via Cristoforo Colombo è finito tutto.
Per Ida ci fu una corsa disperata in ospedale. Augusta e un vicino la caricarono in macchina, illudendosi che ci fosse una qualche speranza di sopravvivenza. Le immagini televisive di archivio dell’epoca mostrano il cancello azzurro con tre segni di gessetto a rilevare i fori dei proiettili e si scorge una coperta appena varcato l’ingresso. Augusta di ritorno dall’ospedale, calatasi fra le gambe di poliziotti e carabinieri, alla vista del corpo inanimato senza uno straccio addosso, entrò in casa a prendere quella coperta. Sul posto giunse anche Paolo Borsellino, che era in villeggiatura a poca distanza.

A caldo il fratello maggiore di Nino lo girò sottosopra per cercare la pistola di ordinanza. Era disarmato. I due killer scapparono a bordo di una motocicletta, una Honda di grossa cilindrata, poi ritrovata bruciata, che risultò essere stata rubata due mesi prima a un pregiudicato. «In quegli anni, in quel punto non era mai, mai, passata una macchina della polizia. Pochi istanti dopo l’esecuzione vidi arrivare in senso di marcia inverso una volante. Stranamente c’era un solo uomo. Voleva sapere che cosa fosse successo. Mi pose domande strane, stupide. Mi arrabbiai e presi il baracchino per le comunicazioni all’interno dell’auto. Quest’ultima si allontanò e in breve tempo dalla centrale molte volanti raggiunsero via Cristoforo Colombo 699». Il primo lancio dell’Ansa, che diede la notizia, è delle 20.26.

In quella notte di tempesta Vincenzo fissa un punto che ritiene decisivo. Dalla scena del delitto, dal portafogli di Nino caddero vari biglietti. In uno dei quali ci sarebbe stato scritto: «Qualora mi succedesse qualcosa andate a guardare nel mio armadio». La stessa notte Flora venne portata a casa del fratello, che fu perquisita. «Le mele marce non hanno avuto nessun rispetto, neanche per mia figlia», dice Vincenzo. Anche Flora sognava di entrare in Polizia. A settembre sarebbe partita per il concorso. Era spesso al Commissariato San Lorenzo, era curiosa, incalzava il fratello: «Lui però non raccontava nulla. Quella sera i colleghi mi hanno portata a casa sua. Essendo molto legata a Nino avrei dovuto sapere qualcosa. Mi interrogarono per molte ore. Mio padre venne a riprendermi tra le tre e le quattro. Completarono la perquisizione dicendo: “Abbiamo trovato, possiamo andarcene”».
Gli appunti di Nino sono spariti. Del suo memoriale sono rimaste poche tracce scritte, ora di pubblico dominio, in una delle quali leggiamo:

«La mafia è un fenomeno in evoluzione. Da rozzo venditore il mafioso manda adesso i figli a scuola. Si istruiscono a spese di questo Stato in cui loro stessi sono parassiti. La mafia è come un cancro inestricabile che sta lentamente infettando la società. Adesso capisco il disprezzo dei settentrionali verso i meridionali. Provo disprezzo contro quella parte di siciliani, di cui purtroppo ero parte anch’io, che si estranea da questa realtà come se a loro non interessasse niente. Un giorno la mafia arriverà ad avere un peso maggiore nella politica».

La famiglia Agostino ha sempre creduto e ripete che in quelle pagine sottratte potrebbero esserci le risposte, gli atti mancanti.

Anche Vincenzo fu interrogato dall’allora Capo della Squadra Mobile, Arnaldo La Barbera. Uno scambio acceso: «Voleva sapere quello che sapevo. Ripeto, siccome mio figlio a proposito del lavoro era riservatissimo, non avevamo alcuna informazione. La Barbera ha insistito con arroganza, minacciando l’arresto. A questa parola me ne sono andato via. Dovevo vegliare la salma di mio figlio. Sono corso al cimitero di Carini, dove avevano portato i due cadaveri. Quella notte ci siamo sentiti soli, abbandonati dallo Stato». Alle prime luci dell’alba la famiglia Agostino venne raggiunta dal Capo della Polizia di Stato Vincenzo Parisi e dal ministro dell’Interno Gava. Vincenzo accenna alle pacche sulle spalle, ma ha sempre la stessa domanda: «Che cosa c’era scritto dentro agli appunti, ritrovati a casa, che lasciò mio figlio?»

Parisi, visibilmente scosso, si concesse ai microfoni Rai: «La mafia vuole fermare lo Stato. Colpisce con la sua mano vile affinché lo Stato si fermi». Il primo elemento dirimente della vicenda è che nessuno dentro alla Polizia fa luce su quale fosse il ruolo dell’agente Antonino Agostino. Sulla stampa filtrano ipotesi del tutto discordanti. Nei primi due giorni successivi al delitto il cognome diventa Agostini ed è rappresentato come un agente senza alcun incarico di rilievo, mai occupatosi di indagini di mafia. Nelle parole dell’allora questore Fernando Masone: «Non è possibile dare un giudizio, perché non mi risulta che la vittima avesse partecipato a indagini su attività mafiose».

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mercoledì 16 settembre 2015

Un patriota siciliano. Giovanni Falcone e gli Stati Uniti


di Gabriele Santoro

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.
Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti».


Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del crimine organizzato. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Ne ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Amavano la sua concretezza e le capacità di analisi. Gli americani non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. È un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una storia ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone del caso Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.
«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».
Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti e venduta insieme alla vecchia L’Unità, metà anni Novanta. Le numerose battaglie perdute, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi ha affermato: «La sensazione che ho ricavato è che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato è persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna.

I cablogrammi rappresentano la soddisfazione americana per l’opera compiuta con la costruzione del valido impianto accusatorio del Maxiprocesso, accolto dalla corte di Palermo, e dell’esito delle sentenze. A fronte del risultato ottenuto non riuscirono a capire gli attacchi, le polemiche, le campagne degli ipergarantisti avversi alla cultura dei maxiprocessi, “tomba del diritto”, quando la creatura processuale di Falcone era un’esigenza dettata dalla struttura e dalla storia di Cosa Nostra.
L’Ambasciata seguì con la massima attenzione la fase di passaggio confusa dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto. L’uomo, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, quando lasciò aveva una certezza. Falcone avrebbe dovuto guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo, invece dopo un decennio di lotta l’anomalia palermitana stava per essere accantonata dalla stagione della restaurazione, della normalizzazione giudiziaria. «Ho avanzato la mia candidatura ritenendo che questa fosse l’unica maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva globalmente acquisito», scrisse Falcone.

Il 19 gennaio 1988 il Csm per quella carica indicò Antonino Meli. Questione d’anzianità, dissero.
«L’efficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese, della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio», dalle parole di Umberto Marconi, relatore in commissione, durante il Plenum del Csm nella seduta per la nomina di Meli.

Come si evince dal cablogramma del 3 agosto 1988, sopracitato, l’ambasciatore Maxwell Raab la pensava diversamente e vedeva mettere a rischio l’attività del pool: «Se il Comitato antimafia del Csm ha sostenuto Meli nel tentativo essenzialmente di abbandonare il metodo del pool per combattere la mafia, lo sforzo antimafia italiano potrebbe essere severamente danneggiato e gli interessi degli Stati Uniti potrebbero essere messi in pericolo». Sinisi sottolinea come l’Ambasciata avesse piena consapevolezza della necessità del pool: «Ha dimostrato di essere uno strumento di successo sia a fine di sicurezza dei magistrati sia come mezzo per una maggiore efficacia delle indagini. È difficile immaginare che i casi portati alla loro attenzione avrebbero potuto essere perseguiti».

Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, Paolo Borsellino lanciò il classico macigno nello stagno con due interviste detonanti: «Ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia. Stiamo tornando indietro come dieci, vent’anni fa. Adesso la filosofia è che tutti si devono occupare di tutto. Si perde inevitabilmente la visione del fenomeno spezzando in tronconi le inchieste. Dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esiste una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome». L’azione investigativa di Cassarà fu fondamento del Maxiprocesso. Con Falcone condivise la premessa dell’organizzazione unitaria e segreta di Cosa Nostra e che gli avvenimenti che ne segnavano la vita fossero rispondenti a una strategia unica.


Il 30 luglio 1988 giunsero le dimissioni, poi respinte, di Giovanni Falcone dall’Ufficio Istruzione. Ruppe il riserbo per reagire a quelle che definì “infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza”. A distinguersi sulla stampa Il Giornale di Sicilia e Il Giornale di Indro Montanelli. «Quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso sotto gli occhi di tutti», scrisse Falcone al Csm nella lettera di dimissioni.

L’Ambasciata preoccupata dal possibile venir meno di una collaborazione strategica sollecitò energicamente il Quirinale sulla questione, che aveva ormai invaso le sedi politiche e istituzionali. Il Presidente Cossiga chiese l’intervento del Csm ed esercitò una pressione irrituale sull’organo di autogoverno della magistratura, assumendo l’iniziativa di trasmissione alle Camere degli atti e della decisione del Comitato antimafia del Csm. Fra il 30 e il 31 luglio Meli, Borsellino e Falcone vennero ascoltati dal Csm e una trattativa serrata produsse il 2 agosto 1988 un documento del Comitato antimafia, in cui si raccolse l’input del Colle con un’inversione di marcia che ribadì i meriti e la centralità dell’esperienza del pool antimafia. Tuttavia il Csm lasciò irrisolti i nodi delle “disarmonie” riscontrate, “che debbono ritenersi certamente superabili nello spirito di fiduciosa collaborazione”, inviando a Palermo Vincenzo Rovello, capo degli ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia. In realtà non era un bisticcio togato. La parcellizzazione delle inchieste, la conseguente frantumazione dei processi, il criterio della competenza territoriale, negava il principio dell’unicità di Cosa Nostra. E a Washington non convinse la presunta pacificazione del Csm.

Qual è la genesi dell’interesse americano? Ce la racconta Carmine Russo, un superpoliziotto, un agente del Fbi. Nel giugno 1982 viaggiò per la prima volta direzione Palermo, per portare e scambiare personalmente informazioni con il giudice. Qualche mese più tardi a ottobre, presso l’accademia Fbi di Quantico, il secondo incontro, che Russo non esita a definire storico. Falcone e Chinnici volarono negli States per un summit lungo una settimana: «Falcone incitò tutti noi a una cooperazione diretta. C’erano fiducia reciproca e un comune modo di sentire». Rimasero colpiti dal carisma naturale che Giovanni esercitava e dai successi delle operazioni Pizza connection e Iron Tower. Judge Falcone had been our best contact with the italian relationship on prosecutorial and anti-mafia activities, sintetizzò nel 1993 Secchia.

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