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martedì 23 maggio 2017

Prima di Capaci. Falcone visto dagli Stati Uniti


di Gabriele Santoro


Alle 17.56 del 23 maggio 1992, su una curva dell’autostrada che dall’aeroporto di Punta Raisi corre verso Palermo, la potentissima deflagrazione di oltre cinquecento chili di tritolo, scavando un cratere, uccise Giovanni Falcone insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Sopravvissero all’attentato i poliziotti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, che viaggiavano sulla terza auto blindata di scorta. Con loro è sopravvissuto Giuseppe Costanza, autista di Falcone, che sedeva nel sedile posteriore della vettura guidata dal giudice.

Francesca Morvillo e Giovanni Falcone

A quell’ora i sismografi dell’Osservatorio geofisico di Monte Cammarata (Agrigento) registrarono un piccolo evento sismico con epicentro fra i Comuni di Isola delle Femmine e Capaci dovuto all’esplosione del tritolo.

Nel 1979, quando il terrorismo di stampo mafioso aveva ucciso da non molto il giudice Terranova, Falcone, palermitano classe 1939, nato alla Kalsa in una famiglia della piccola borghesia siciliana, era arrivato al Palazzo di giustizia di Palermo dopo l’esperienza a Trapani, dove si era occupato di giustizia civile. Rocco Chinnici l’aveva chiamato a Palermo e lui passò immediatamente alla magistratura penale.

Il fenomeno mafioso è unico e unitario, e solo in una visione complessiva, globale si possono poi studiare e approfondire le singole strategie, ci ha spiegato innanzitutto Falcone. Follow the money era il suo metodo. Seguire le tracce del denaro, perché il riciclaggio di denaro costituisce il cuore dell’attività mafiosa. Falcone inaugurò un nuovo metodo investigativo che rivoluzionerà la storia della lotta a Cosa Nostra.


Prima di Capaci. Falcone visto dagli Stati Uniti

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.

Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti», si legge in un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino insieme ad Antonino Caponnetto
Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del metodo mafioso. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Oltreoceano ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Gli americani amavano la sua concretezza, le capacità di analisi e non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una verità ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone della vicenda Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente Sinisi il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.
«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».

Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti. Le numerose battaglie perdute da Falcone, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi afferma: «Ho ricavato la sensazione che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato sia persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo l’eccidio di Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna, residenza dell’Ambasciatore degli Stati Uniti a Roma.

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lunedì 1 maggio 2017

Ritorno a Portella della Ginestra

di Gabriele Santoro

A Portella della Ginestra s’incontra la storia d’Italia, titolava un articolo de L’Unità. Era il trenta aprile del 1950. Nel giugno del 1983 Rocco Chinnici, un mese prima di essere ucciso dall’esplosione di un’autobomba, spiegò a Giuseppina Zacco, vedova di Pio La Torre, quanto fossero collegate le indagini su Portella della Ginestra e quelle sui delitti politici Reina, Mattarella e dello stesso La Torre.


Portella della Ginestra rappresenta il primo snodo chiave di vicende repubblicane, che hanno il tratto di episodi politici e al contempo appartengono alla storia criminale del nostro paese. Per usare le parole dello storico Salvatore Lupo è stata la prima strategia della tensione nella storia della Repubblica.

Nei pressi della Piana degli albanesi, gli undici morti, fra i quali due bambini e una donna incinta, e i ventisette feriti in un giorno di festa furono un atto politico reazionario, avverso all’anelito di redenzione e affrancamento dal sottosviluppo delle masse diseredate siciliane. Colpire il latifondo e spingere per una politica economica differente, erano le intenzioni. Un censimento del 1936 rilevava che all’epoca i quattro quinti degli addetti all’agricoltura non possedevano terra o erano contadini poveri. 

Nella prefazione della significativa riflessione di La Torre Comunisti e movimento contadino in Sicilia, Rosario Villari fissa alcuni punti. Innanzitutto quell’esperienza di lotta fu d’ispirazione democratica e riformatrice. Da lì prese l’avvio la costruzione di una struttura politica e associativa moderna, basata sui partiti nazionali e non più su formazioni personalistiche e autonome locali.

La breccia era stata aperta da Fausto Gullo, un comunista, ministro dell’agricoltura nel secondo governo Badoglio. Nell’ottobre 1944 varò due decreti per l’assegnazione delle terre incolte e mal coltivate ai contadini, ovviando alla necessità di un aumento della produzione di grano, e per il miglioramento della ripartizione dei prodotti della mezzadria impropria a favore dei contadini lavoratori, con potenziali effetti positivi sui redditi. Tali provvedimenti si scontrarono con il potere del gabellotto mafioso, l’intermediario che prendeva in affitto la terra dei grandi agrari assenteisti per poi darla in subconcessione, a condizioni strozzinesche a mezzadri e coloni. In Sicilia alle elezioni del 20 aprile 1947 era accaduto poi un fatto nuovo e detonante: la sinistra, socialisti e comunisti uniti nel Blocco del popolo, aveva vinto, superando la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi.

Di fronte a una vera e propria lotta di liberazione dal dominio dei grandi proprietari terrieri, animata dal movimento contadino siciliano, e al mutare delle condizioni degli equilibri internazionali e interni dopo la Seconda Guerra Mondiale con la rottura dei governi di unità nazionale, dell’unità delle forze del CLN, si scatenò un ampio fronte reazionario di conservazione del quale a settant’anni dalla strage non sono stati delineati tutti i responsabili.

Dopo i morti di Portella della Ginestra in quattro anni furono uccisi 36 dirigenti sindacali. Lo storico Francesco Renda la definì un’ondata di terrorismo agrario mafioso: «La strage di Portella fu un’azione concertata. C’era un’intelligenza politica dietro il fatto che poi non si è riusciti a individuare». Il processo istruito a Palermo e poi spostato a Viterbo per legittima suspicione si concluse nel 1953. I giudici nella loro sentenza esclusero la natura politica dell’eccidio e l’esistenza dei mandanti. Resta la domanda: chi ha armato la banda di Salvatore Giuliano?

«E a Portella della Ginestra, con la presenza di tutto il popolo italiano, sarà data al mondo la testimonianza che la feroce strage del Primo Maggio 1947 – freddamente premeditata dalle classi reazionarie e ferocemente fatta consumare da un bandito che è l’espressione più genuina e nello stesso tempo più abietta dello stato di degradazione e di decomposizione di una casta antisiciliana, antisociale e antinazionale – non ha arrestato il moto dei nostri lavoratori e delle forze democratiche siciliane verso la liberazione», scrisse Girolamo Li Causi, primo segretario del Pci siciliano, il 30 aprile del 1950 su L’Unità.

Lo stesso Li Causi chiese e ottenne un’indagine apposita sulla strage di Portella della Ginestra. Nel febbraio del 1963 si era insediata la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia e sette mesi più tardi, seppur priva di modalità di indagini ben definite, su spinta di Li Causi iniziò a occuparsi dell’eccidio senza alcun risultato concreto già nei primi cinque anni di attività.
«Non è stata ancora raggiunta la verità, specialmente su chi quella strage ha ordinato. L’Antimafia – ha dichiarato nei giorni scorsi il Presidente del Senato Pietro Grasso – ha deliberato di pubblicare gli atti acquisiti a partire dal 1998. Quelli di prima sono già resi pubblici. Ma ci sono ancora molte zone d’ombra da esplorare. Bisogna che chi sa qualcosa metta a disposizione la propria conoscenza. Si deve pensare non solo agli archivi di stato ma anche a quelli dei singoli ministeri. Su questa ricerca ci sono stati proficui contatti con la presidente della Commissione antimafia, Rosy Bindi».

La strage di Portella della Ginestra è stata rappresentata dalla cultura italiana, dal cinema alla letteratura fino al ruolo divulgativo della televisione. E spesso si rintraccia quel tono assolutorio di riduzione del male, nel quale si disperde qualsiasi urgenza di verità che invece hanno ancora i familiari delle vittime. Di fronte alla negazione, alla commemorazione che assomiglia all’oblio la resistenza consiste nella trasformazione del lutto. E Portella, ieri come oggi, ricorda davvero che cosa significhi lottare per la dignità del lavoro e la dimensione mai svanita dell’oppressore.

mercoledì 16 settembre 2015

Un patriota siciliano. Giovanni Falcone e gli Stati Uniti


di Gabriele Santoro

«(…) L’Ambasciatore ha chiamato il Segretario generale del Presidente Cossiga, Sergio Berlinguer, per manifestargli le proprie preoccupazioni. Berlinguer ha assicurato all’Ambasciatore che la questione sarà chiarita domani e che l’impegno antimafia sarà rafforzato. (…) Gli Stati Uniti hanno un forte interesse a preservare il pool e i magistrati che ne fanno parte. Le nostre agenzie di investigazione hanno una forte e attiva collaborazione con l’Ufficio Istruzione di Palermo.
Questa relazione, sia personale che professionale, è cresciuta negli ultimi otto anni e si è dimostrata indispensabile nel successo di indagini e di procedimenti svolti congiuntamente in Italia e negli Usa in casi di criminalità organizzata e traffico di stupefacenti. Nonostante che l’Ufficio Istruzione di Palermo sia piccolo, si occupa di molte delle più importanti inchieste di comune interesse tra i nostri Paesi. Ogni cambiamento significativo nel personale del pool, e particolarmente la perdita di Giovanni Falcone, danneggerebbe questi procedimenti».


Agli americani piaceva quel magistrato palermitano tenace. Lo consideravano insostituibile, alla stregua di un proprio eroe nazionale. Falcone era l’unico che potesse offrire una visione d’insieme, completa, del crimine transnazionale. Aveva fatto comprendere loro la proiezione internazionale del crimine organizzato. Per dirla con le parole di William Sessions, già direttore del Federal Bureau of investigations: «Ci aiutò a prendere consapevolezza del fatto che per sconfiggere le mafie era necessaria una più stretta collaborazione di tutte le agenzie di law enforcement». Ne ammiravano il coraggio, la coerenza dell’impegno, la capacità di soffrire, di sopportare molto più degli altri senza arrendersi mai. Aveva conquistato senza servilismi la fiducia necessaria a soddisfare interessi reciproci. Amavano la sua concretezza e le capacità di analisi. Gli americani non hanno dimenticato Falcone.

Le righe d’apertura rappresentano molto, ma non tutto, di una relazione speciale, che ha fatto esercitare i professionisti dell’italica arte del sospetto. È un estratto del cablogramma confidenziale E14, datato 3 agosto 1988, mittente l’Ambasciata statunitense a Roma, destinatario il Dipartimento di Stato. Lo possiamo leggere grazie al lavoro prezioso di Giannicola Sinisi, all’epoca giovane magistrato pugliese, appena giunto a Roma, che Falcone volle al suo fianco nel lavoro da Direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia. Un patriota siciliano, così Rudolph Giuliani soprannominò il Giudice. A sicilian patriot (Cacucci editore, 134 pagine, 10 euro) è il titolo scelto da Sinisi per un contributo davvero originale, seppure parziale per sua stessa ammissione, a una storia ancora da scrivere.

Sinisi, magistrato della Corte di appello di Roma, con un’esperienza parlamentare e da sottosegretario al Ministero dell’Interno, è stato dal 2009 al 2013 consigliere giuridico presso l’Ambasciata italiana a Washington DC. Ha avuto la fortuna di chi sa dove cercare e quella delle coincidenze quando hanno un’anima. Una mail di Daniel Serwer, vice capo missione dell’Ambasciata statunitense a Roma dal 1989 al 1993, gli ha segnalato l’opportunità di chiedere al Dipartimento di Stato i cablogrammi, che a sua memoria contenevano elementi d’interesse, intercorsi tra le due capitali negli ultimi anni di vita di Falcone. Ma il tempo non tradisce ancora ragioni di riservatezza, motivi di classificazione, ostativi alla completa divulgazione. In un primo momento la richiesta di Sinisi, datata 26 ottobre 2010, s’inabissò nel polverone del caso Wikileaks.

Un incontro fortuito, una svolta, in qualche modo ha sbloccato poi la pratica. Dopo una lezione tenuta al Foreign Service Institute, dove vengono addestrati i diplomatici statunitensi e funzionari delle agenzie federali, una studentessa riconobbe nel docente il mittente dell’istanza depositata al Dipartimento di Stato. Una pratica che la stava occupando. Non toccarono l’argomento, ma a un mese di distanza, nel mese di marzo 2011, il magistrato pugliese ha ricevuto il plico con parte dei documenti richiesti. Ventisette cablogrammi rilasciati integralmente, quattro con degli omissis, uno non rilasciato, ancora disposto il mantenimento della classificazione di segreto, nove da rintracciare e richiedere ad altre agenzie originatrici, che avrebbero dovuto autorizzare la declassificazione. Nell’aprile 2012, disattendendo abbondantemente i tempi tecnici, il Fbi consentì l’accesso a solo uno di quei nove documenti.

«Così moriva la mia fiducia nel sistema amministrativo statunitense, il mio apprezzamento per l’intuizione democratica di Lyndon Johnson del Freedom of information act e del tempo trascorso per cui un’indagine del 1989 non avrebbe potuto essere considerata ancora soggetta a segreto», ha scritto l’autore.

Il materiale ottenuto tuttavia riesce a ritrarre un punto di vista compiuto, le reazioni del partner atlantico nel susseguirsi degli eventi di una storia italiana cruciale. A sicilian patriot sembra quasi assolvere a una necessità espressa limpidamente anni fa da Maria Falcone, sorella del giudice.
«Molti lo ricordano ancora oggi per il rigore delle sue indagini, riconoscendogli, anche a livello internazionale, la grande professionalità e il merito di avere scoperto cosa significasse Cosa Nostra. Pochi ricordano i momenti più tragici della sua vita e gli attacchi subiti anche da chi riteneva amico e il grande isolamento in cui fu costretto a vivere, rendendo ancora più pericolosa la sua vita».
Queste parole sono tratte dalla prefazione di una raccolta di testi (Falcone e Borsellino, la calunnia, il tradimento, la tragedia) altrettanto interessante, curata da Giommaria Monti e venduta insieme alla vecchia L’Unità, metà anni Novanta. Le numerose battaglie perdute, lo sconforto, l’amarezza mitigata dalla fermezza paradossalmente accrebbero la sua figura e la stima delle autorità d’oltreoceano.

A tal proposito Sinisi ha affermato: «La sensazione che ho ricavato è che negli Stati Uniti la considerazione di chi lo ha incontrato è persino maggiore che in Italia; e ho fatto una grande fatica, anche morale, a darmene una spiegazione. Negli Usa ho constatato un’ammirazione pura, senza riserve e senza interessi. Ho cercato di immaginare un Giovanni Falcone nato e vissuto negli Usa». Per poi aggiungere: «La prima statua di Falcone è stata eretta a Quantico nell’accademia del Fbi, nel 1994, mentre per avere una lapide commemorativa al Ministero della Giustizia si dovette aspettare fino al 2002, e a Capaci anche di più». I colleghi americani non hanno mai mancato una commemorazione, qui e là.

Dopo Capaci l’ambasciatore Peter Secchia organizzò un incontro privato con i familiari di Falcone, accompagnati in quell’occasione da Sinisi. Fa una certa impressione leggere alcune dichiarazioni dello stesso Secchia riguardanti il rapporto con la famiglia: «“L’ambasciatore è l’unica persona di cui ci fidavamo, il nostro Stato non è stato in grado di proteggere mio zio”. Dagli effetti personali del giudice mi spedirono una penna. Ciò mi commosse profondamente», ha rievocato in un’intervista del giugno 1993 per The Association for Diplomatic Studies and training. Due giorni prima dell’attentatuni Falcone consumò un’ultima cena a Villa Taverna.

I cablogrammi rappresentano la soddisfazione americana per l’opera compiuta con la costruzione del valido impianto accusatorio del Maxiprocesso, accolto dalla corte di Palermo, e dell’esito delle sentenze. A fronte del risultato ottenuto non riuscirono a capire gli attacchi, le polemiche, le campagne degli ipergarantisti avversi alla cultura dei maxiprocessi, “tomba del diritto”, quando la creatura processuale di Falcone era un’esigenza dettata dalla struttura e dalla storia di Cosa Nostra.
L’Ambasciata seguì con la massima attenzione la fase di passaggio confusa dopo l’addio del consigliere istruttore Antonino Caponnetto. L’uomo, tornato in Sicilia per proseguire il lavoro intrapreso da Rocco Chinnici, quando lasciò aveva una certezza. Falcone avrebbe dovuto guidare l’Ufficio Istruzione di Palermo, invece dopo un decennio di lotta l’anomalia palermitana stava per essere accantonata dalla stagione della restaurazione, della normalizzazione giudiziaria. «Ho avanzato la mia candidatura ritenendo che questa fosse l’unica maniera per evitare la dispersione di un patrimonio prezioso di conoscenze e di professionalità che l’ufficio a cui appartengo aveva globalmente acquisito», scrisse Falcone.

Il 19 gennaio 1988 il Csm per quella carica indicò Antonino Meli. Questione d’anzianità, dissero.
«L’efficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese, della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio», dalle parole di Umberto Marconi, relatore in commissione, durante il Plenum del Csm nella seduta per la nomina di Meli.

Come si evince dal cablogramma del 3 agosto 1988, sopracitato, l’ambasciatore Maxwell Raab la pensava diversamente e vedeva mettere a rischio l’attività del pool: «Se il Comitato antimafia del Csm ha sostenuto Meli nel tentativo essenzialmente di abbandonare il metodo del pool per combattere la mafia, lo sforzo antimafia italiano potrebbe essere severamente danneggiato e gli interessi degli Stati Uniti potrebbero essere messi in pericolo». Sinisi sottolinea come l’Ambasciata avesse piena consapevolezza della necessità del pool: «Ha dimostrato di essere uno strumento di successo sia a fine di sicurezza dei magistrati sia come mezzo per una maggiore efficacia delle indagini. È difficile immaginare che i casi portati alla loro attenzione avrebbero potuto essere perseguiti».

Sette mesi dopo l’insediamento di Meli, Paolo Borsellino lanciò il classico macigno nello stagno con due interviste detonanti: «Ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia. Stiamo tornando indietro come dieci, vent’anni fa. Adesso la filosofia è che tutti si devono occupare di tutto. Si perde inevitabilmente la visione del fenomeno spezzando in tronconi le inchieste. Dalle uccisioni di Cassarà e Montana non esiste una sola struttura di polizia in grado di consegnare ai giudici un rapporto sulla mafia degno di questo nome». L’azione investigativa di Cassarà fu fondamento del Maxiprocesso. Con Falcone condivise la premessa dell’organizzazione unitaria e segreta di Cosa Nostra e che gli avvenimenti che ne segnavano la vita fossero rispondenti a una strategia unica.


Il 30 luglio 1988 giunsero le dimissioni, poi respinte, di Giovanni Falcone dall’Ufficio Istruzione. Ruppe il riserbo per reagire a quelle che definì “infami calunnie e una campagna denigratoria di inaudita bassezza”. A distinguersi sulla stampa Il Giornale di Sicilia e Il Giornale di Indro Montanelli. «Quel delicatissimo congegno che è costituito dal gruppo cosiddetto antimafia è ormai in stato di stallo. Paolo Borsellino, della cui amicizia mi onoro, ha dimostrato ancora una volta il suo senso dello Stato e il suo coraggio denunciando pubblicamente omissioni e inerzie nella repressione del fenomeno mafioso sotto gli occhi di tutti», scrisse Falcone al Csm nella lettera di dimissioni.

L’Ambasciata preoccupata dal possibile venir meno di una collaborazione strategica sollecitò energicamente il Quirinale sulla questione, che aveva ormai invaso le sedi politiche e istituzionali. Il Presidente Cossiga chiese l’intervento del Csm ed esercitò una pressione irrituale sull’organo di autogoverno della magistratura, assumendo l’iniziativa di trasmissione alle Camere degli atti e della decisione del Comitato antimafia del Csm. Fra il 30 e il 31 luglio Meli, Borsellino e Falcone vennero ascoltati dal Csm e una trattativa serrata produsse il 2 agosto 1988 un documento del Comitato antimafia, in cui si raccolse l’input del Colle con un’inversione di marcia che ribadì i meriti e la centralità dell’esperienza del pool antimafia. Tuttavia il Csm lasciò irrisolti i nodi delle “disarmonie” riscontrate, “che debbono ritenersi certamente superabili nello spirito di fiduciosa collaborazione”, inviando a Palermo Vincenzo Rovello, capo degli ispettori del Ministero di Grazia e Giustizia. In realtà non era un bisticcio togato. La parcellizzazione delle inchieste, la conseguente frantumazione dei processi, il criterio della competenza territoriale, negava il principio dell’unicità di Cosa Nostra. E a Washington non convinse la presunta pacificazione del Csm.

Qual è la genesi dell’interesse americano? Ce la racconta Carmine Russo, un superpoliziotto, un agente del Fbi. Nel giugno 1982 viaggiò per la prima volta direzione Palermo, per portare e scambiare personalmente informazioni con il giudice. Qualche mese più tardi a ottobre, presso l’accademia Fbi di Quantico, il secondo incontro, che Russo non esita a definire storico. Falcone e Chinnici volarono negli States per un summit lungo una settimana: «Falcone incitò tutti noi a una cooperazione diretta. C’erano fiducia reciproca e un comune modo di sentire». Rimasero colpiti dal carisma naturale che Giovanni esercitava e dai successi delle operazioni Pizza connection e Iron Tower. Judge Falcone had been our best contact with the italian relationship on prosecutorial and anti-mafia activities, sintetizzò nel 1993 Secchia.

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martedì 14 luglio 2015

«La mafia non può esistere, dove la giustizia per tutti è conquista, è coscienza collettiva»


di Gabriele Santoro

Gerardo Chiaromonte era colpito dall'ossessione antimafia di La Torre. Dal consiglio comunale all'Assemblea regionale fino al parlamento nazionale, dove venne eletto nel 1972, fu la prerogativa del suo agire. L'antimafia, non quella delle parole e delle targhe commemorative, era l'unico metodo per schiudere un orizzonte di progresso al paese: senza una sconfitta complessiva della cultura mafiosa il resto è sforzo vano. Comprese, studiando, le evoluzioni del fenomeno: la mafia agricola, quella della città cementificata, il narcotraffico. La mafia dell'accumulazione capitalistica, resa sempre più potente dai ricavi del traffico della droga, ormai indicava i propri interlocutori istituzionali.

La Torre ammirava molto le qualità investigative e l'umanità del capo di una vera squadra mobile, che a Palermo di questo si occupò. Stimava l'acutezza delle analisi e delle indagini di Giorgio Boris Giuliano, che giungevano fin dentro alle banche. Giuliano, appassionato di pallacanestro, chiese di essere trasferito a Palermo, indignato dall'efferatezza della strage di Ciaculli. Specializzatosi all'Accademia dell'Fbi, a Quantico, aveva esperienza internazionale. Leggeva molto, anch'egli con il dono della curiosità. Mappò il territorio con i pedinamenti estenuanti dei suoi uomini sulla strada senza ausili tecnologici. Senza computer creò un vasto archivio, formidabile, per schedare le famiglie mafiose, risalire ad alleanze e ostilità. Giuliano si mise in testa di risolvere i casi Francese e De Mauro. Lo freddarono il 21 luglio 1979, dieci giorni dopo Giorgio Ambrosoli. Se terrorismo e mafia si scambiano le tecniche è una testimonianza lucida, che La Torre articolò sulle pagine di Rinascita il 16 novembre 1979.

«(...) Emerge in maniera impressionante una estensione e un salto di qualità sia nel terrorismo politico, sia nell'attività della criminalità organizzata. Non commetteremo l'errore di appiattire l'analisi dei vari fenomeni riconducendoli ad uno schema unico. La criminalità organizzata sta compiendo un salto di qualità molto preoccupante perché ormai comincia chiaramente a mutuare sistemi, metodi, e anche taluni obiettivi del terrorismo politico. Accade così che le modalità di un omicidio mafioso seguano quelle caratteristiche del terrorismo politico e viceversa».

Giuliano con le proprie intuizioni seppe configurare lo scenario delle cointeressenze che superavano i confini isolani. Le strade conducono a Sindona, oggetto di numerose denunce di La Torre, alla P2 e alla mafia siculo americana. La Torre vedeva nella presenza dell'anticomunista Sindona in Sicilia nell'estate del 1979, il momento di raccordo tra la mafia siciliana, il mondo economico-finanziario e la mafia americana: «È provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l'assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l'assassinio di Piersanti Mattarella. I gangster siculo americani, che hanno accompagnato Sindona in Sicilia, hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di stampo anticomunista».

L'estate del '69 è segnata dall'ingresso di La Torre a Botteghe Oscure, chiamato a Roma alla Commissione meridionale come vice di Amendola. Il partito fornì una casa in Via Panisperna. A Pio piaceva la Capitale, seppure non fosse uomo da salotti o da cenacoli per intellettuali.

«(...) Qualcuno della direzione del partito un giorno mi disse: “È un uomo rozzo”. E io mi incazzai. E dovendo discutere dell'ammissione in sezione di uno che era operaio dissi: “Ammettiamolo, benché operaio”. Di Pio non ho capito la sua intelligenza. Io non l'avevo capito quell'uomo. L'ho stimato, apprezzato, ma non l'avevo capito. Un'occasione persa di cui pentirsi», dice Andrea Camilleri in un passo illuminante della prefazione del libro Chi ha ucciso Pio La Torre?

Alla sua morte nell'unico conto corrente erano depositate poche decine di migliaia di lire. Al costume pubblico corrispondeva quello privato. Così bloccò la possibile assunzione del figlio al Formez, Centro studi della Cassa del Mezzogiorno. Enrico Berlinguer, che nell'isola non aveva avamposti elettorali, lo volle nella segreteria con Napolitano, Chiaromonte, Minucci e Natta, apprezzandone la lungimiranza e la praticità. La Torre non era uomo da sconti. Lo estromisero dalla Direzione. Si era opposto al prestito miliardario del Banco Ambrosiano, che avrebbe dovuto salvare Paese Sera dal crack.

Pressò il partito quando sottostimava e declassava a fatto di periferia l'intelligenza della violenza mafiosa. Appartenne alla destra del partito, vicino a Giorgio Napolitano, ma non fu uomo condizionabile dalle correnti. Lo schema destra-sinistra nel suo caso non funziona. «Quando doveva gridare, gridava anche col capo, anche perché non aveva bisogno di adulare per potersi fare avanti, perché è andato avanti con la sua onestà, il suo coraggio, la sua asprezza anche», ricorda Girolamo Scaturro nel libro di interviste curato da Giovanni Burgio.

E si distinse dalla concezione paternalistica del fenomeno mafioso come frutto avvelenato della miseria. La Torre non si stancò mai di classificarlo quale un fenomeno di classi dirigenti, delle indicibili alleanze transnazionali col mondo della finanza e della politica: «La compenetrazione è avvenuta storicamente come risultato di un incontro, che è stato ricercato e voluto da tutte e due le parti (mafia e potere politico). I membri della mafia rappresentano una sezione niente affatto marginale delle classi dominanti, i cui interessi possono anche entrare in contraddizione, nello svolgimento dei fatti con aspetti dell'attività della mafia stessa». L'antimafia doveva dunque essere una questione economica, politica, sociale e culturale; un aspetto della più generale battaglia di risanamento democratico della società italiana.

Nel 1979 il Pci organizzò la prima conferenza sulla mafia. Un convegno importante al quale prese parte Rocco Chinnici. Il quadro legislativo antimafia palesava la propria inadeguatezza. La legge 31/5/1965 n. 565, che prevedeva il soggiorno obbligato dei criminali fuori dalle rispettive aree d'influenza, si rivelò controproducente, allargando il contagio mafioso. La legge 22/5/1975 n. 152, che all'articolo 22 ingiungeva la sospensione provvisoria dalla amministrazione di beni illecitamente accumulati, rimase inapplicata per la difficoltà di accertare le situazioni patrimoniali.

Alla fine di quell'anno tragico La Torre confidò all'amico giornalista Alfonso Madeo di avere in mente una legge, che rendesse reato la sola appartenenza a un'associazione a delinquere di stampo mafioso, consentisse indagini patrimoniali e l'obbligatoria confisca dei beni riconducibili agli illeciti perpetrati. Dagli atti di un convegno internazionale, svoltosi a Messina nell'ottobre 1981, le parole dello stesso Chinnici danno il senso del grave ritardo, dell'insufficienza dell'articolo 416:

«(...) Non ignoriamo le difficoltà che insorgono ogni qualvolta si tenta di dar vita al delitto di associazione di tipo mafioso, come nuova o diversa ipotesi delittuosa rispetto all'associazione per delinquere prevista dal codice; poiché, però, la mafia esiste come realtà criminosa e criminogena, non può il legislatore non prenderne atto e creare una nuova figura di reato. La mafia è una realtà assai complessa, una associazione sempre e comunque più pericolosa dell'associazione per delinquere prevista dall'art. 416. Associazione strapotente, destabilizzante, con campo di azione in tutto il territorio della Nazione con collegamenti all'estero, non vediamo come la stessa possa ancora oggi essere considerata alla stregua di una qualsiasi e comune associazione per delinquere. È difficile rendersi conto del perché di tale incongruenza.

L'insuccesso nella lotta contro le associazioni mafiose va ricercato nella inadeguatezza dello strumento legislativo. La mafia ha mutuato metodi propri del terrorismo di diversa matrice. Si deve stabilire che la mafia non solo è associazione per delinquere, ma associazione certamente più pericolosa e diversa da quella prevista dall'art. 416 CP e che pertanto, essendo di per sé per la sua sola esistenza un pericolo per la collettività, deve essere colpita con apposita norma sanzionatoria, anche indipendentemente dalla prova diretta che gli associati mafiosi abbiano specificatamente programmato crimini. La proposta che intendiamo formulare è di introdurre nella nostra legislazione penale la figura autonoma del reato di associazione mafiosa».

In quell'occasione Chinnici fece intravedere l'istituzione dell'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che oggi ancora arranca. All'epoca immaginò che i beni confiscati non potessero essere venduti o affidati a privati professionisti, in qualche maniera influenzabili, ma gestiti per esempio dall'Avvocatura dello Stato.

Nel frattempo, il 31 marzo 1980, Pio La Torre aveva già depositato alla Camera insieme ad altri firmatari la proposta di legge numero 1581, Norme di prevenzione e repressione del fenomeno mafioso e costituzione di una commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo.
Quella che diverrà il primo serio strumento di lotta contro la mafia. Nell'esperienza di La Torre la separazione dei poteri statuali è stata sempre ben evidente, però i poteri distinti dovevano parlarsi. In nome di ciò costruì un dialogo produttivo con la magistratura più illuminata.

Per la stesura tecnica consultò due giovani magistrati della Procura di Palermo, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che si resero disponibili a fornire le proprie competenze al fine di redigere un progetto di legge efficace. Il legame nell'interesse generale con Chinnici fu stretto. Tante idee in comune (pool antimafia, banca dati, etc), urgenze, lo sgomento proprio dell'onestà e la solitudine. A Palermo La Torre lavorò con lui per migliorare la norma sul sequestro dei beni ai mafiosi e su quello che diverrà nel codice penale, sull'onda emotiva dell'omicidio di Dalla Chiesa, la fattispecie di reato riconosciuta e descritta dall'articolo 416 bis:

«(...) L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri».


Già la prima fase dell'impegno parlamentare di La Torre si era caratterizzata dalla vivace partecipazione ai lavori della Commissione Antimafia. Istituita nel 1962, e rimasta in carica per quattordici anni, partorì un rapporto finale deludente. Di quella inchiesta sopravvive una mole di documenti significativi e la Relazione di minoranza che, come evidenziato in precedenza, ripercorre i legami tra mafia e politica, in particolare nella Dc, e porta anche la firma del deputato Cesare Terranova.

«La mafia non può esistere dove la giustizia per tutti è conquista, è costume, è coscienza collettiva», sosteneva il magistrato che trascorse due legislature in Parlamento. Nella sua ottica per dare un apporto concreto alla lotta contro la mafia, era indispensabile ripristinare la fiducia nelle istituzioni, cominciando dall'allontanamento dai posti di potere di coloro che siano stati in qualche misura compromessi o invischiati con la mafia.

Uomo cordiale e colto, ottimo giocatore di bridge, che comunista non era. Alle elezioni del 7 maggio 1971, su invito di Emanuele Macaluso, si candidò e venne eletto come indipendente di sinistra nelle liste Pci. Un borghese intellettuale, in rivolta contro la concezione clientelare e mafiosesca del potere, alla quale non si rassegnava. In un'intervista all'Ora, sette mesi dopo l'elezione, esternò il disincanto romano: «(...) Il primo contatto con il Parlamento fu per me molto deludente. Avevo la sgradevole sensazione dell'inutilità. Un'impressione iniziale deludente che si prolunga sulla Commissione. Mi aspettavo un ritmo di lavoro piuttosto serrato, sollecito. Penso che questa commissione funziona da ben nove anni, ma non può dirsi che abbia se non in piccola parte corrisposto all'attesa dei cittadini. Si procede in modo dispersivo».

Venticinquenne, nell'aprile del 1946, era entrato in magistratura appena ritornato dalla guerra e dalla prigionia. Assegnato dal 1958 al Tribunale di Palermo presso l'ufficio dell'istruzione penale. Dal 1963 con lui un autista speciale, il maresciallo cosentino Lenin Mancuso: «(...) L'onestà in uno scambio comunicativo lo unì al giudice Terranova, suo grande amico e modello di operato sociale sempre per fini di giustizia. Per nostro padre il Giudice divenne presto un mito e lo colmò di un'ammirazione non comune», nel ricordo della famiglia Mancuso. Nel 1971 il trasferimento alla Procura della Repubblica a Marsala. Istruì con lavoro metodico i primi processi di mafia, dai “corleonesi” alla strage di Via Lazio, ricostruendone la struttura organica. Fece processare e condannare all'ergastolo Luciano Liggio, latitante fino al 1974, per associazione a delinquere e per l'assassinio di Michele Navarra. «Paura? No. Nella peggiore delle ipotesi mi possono ammazzare. Sì, lo so che Liggio ce l'ha con me. È una vecchia storia: risale al tempo in cui lo feci arrestare. Lui mi ritiene responsabile esclusivo della sua fine. E in effetti è così», dichiarò a Il Giornale di Sicilia.

Rifuggiva l'etichetta di eroe. Renato Guttuso riecheggiò l'amore del giudice per la vita, le sue passioni per Tamerlano e Gengis Khan, lo spirito eroico che metteva nelle azioni più piccole. In un'intervista a Diario, pochi giorni prima di essere ammazzato, Terranova preconizzò: «(...) La più grossa connotazione che io darei alla mafia oggi è quella degli appalti. L'appalto delle grandi opere pubbliche e quanto c'è dietro. L'argomento più interessante destinato a svilupparsi negli anni futuri». Lo uccisero il 25 settembre 1979, una volta lasciato il Parlamento, prima che potesse indossare ancora la toga all'Ufficio istruzione di Palermo. Si delineò come un vero e proprio omicidio preventivo, affinché non riversasse sulle indagini l'imponente documentazione e conoscenza sull'intreccio di collusioni maturata durante l'attività in Commissione.

«È certo comunque che si presenta ai nostri occhi un fenomeno nuovo che ha il carattere di una azione terroristica vera e propria e che porta lo stesso marchio in tutti e due i casi (Terranova e Giuliano). C'è poi un altro collegamento fra i due delitti, ed è rappresentato dal sempre saldo nesso fra mafia e potere politico. Nel caso di Boris Giuliano, il vicequestore stava indagando sulle incredibili fortune finanziarie di certi personaggi politici democristiani e sugli intrecci fra costoro e l'affare Sindona. (…) Qui intendo sottolineare che gli assassinii di Reina, Giuliano e Terranova hanno tutti e tre una matrice politica. Bisogna quindi cercare di individuare il gruppo politico mafioso che sta portando avanti quello che si configura come un vero e proprio disegno terroristico», La Torre a Il Mondo (26 ottobre 1979)

Berlinguer lo soprannominò un “siciliano all'estero”. La Torre da Roma non smise di seguire le vicende del partito a Palermo. Dopo l'impetuosa crescita, sancita dalla tornata elettorale del 1976 (dall'11% al 21% nell'isola), in Sicilia come nella Capitale si percepì la stanchezza dello slancio che aveva consentito al partito di ottenere il massimo storico. Dal '79, quando alle politiche nel capoluogo il Pci ottenne il 16,86% dei voti mentre la Dc toccò il 47,91%, all'81 il Pci registrò numerose flessioni.

Pio sentì l'urgenza di tornare sul campo nella sua terra all'apice della violenza terroristica mafiosa. «Ero anche consapevole del fatto che mio padre avesse valutato il rischio e lo avesse ritenuto accettabile, in nome dell'obiettivo che voleva raggiungere. Non considerava il suo un atto di eroismo, ma una scelta politica, rispondente alla sua natura, perché questo era il suo modo di dare un senso alla sua vita», scrive Franco. Pio volle solo la scorta politica del partito e si ritrovò Rosario Di Salvo, amico e militante coraggioso, che condivise il martirio.

mercoledì 8 luglio 2015

Pio La Torre è stato una storia diversa


Pubblichiamo la prima parte di un lungo ritratto di Pio La Torre realizzato da Gabriele Santoro a partire dal libro Sulle ginocchia. Pio La Torre, una storia, scritto dal figlio Franco per Melampo.  

di Gabriele Santoro

«Due di maggio, bandiere al vento. Son morti due compagni, ne nascono altri cento», urlarono dal cuore del corteo. In fondo però sapevano anche loro che la morte violenta di Pio La Torre e Rosario Di Salvo non era una ferita suturabile. A Enrico Berlinguer, e soprattutto al Paese, il terrorismo politico mafioso, che ha dettato parte cospicua dell'agenda dei giorni nostri, aveva sottratto due uomini valorosi. «(...) Perché hanno ucciso La Torre? Perché hanno capito che egli non era uomo da limitarsi a discorsi, analisi, denunce di una situazione, ma era un uomo che faceva sul serio alla testa di un grande partito di lavoratori e popolo. Era capace di suscitare grandi movimenti, di stabilire ampie alleanze con forze e uomini sani, democratici di altre tendenze; di prendere iniziative che colpivano nel segno», scandì il segretario del Partito Comunista Italiano durante l'orazione funebre.

Il 2 maggio 1982 a Palermo, in piazza Politeama, centomila persone tennero la rabbia, le lacrime e i pugni fuori dalle tasche. La Banda di Altofonte fece risuonare le note dell'Inno dei lavoratori e dell'Internazionale. La medesima colonna sonora del matrimonio con rito civile che, il 29 ottobre del 1949 al Municipio di Palermo, celebrò l'unione con Giuseppina Zacco. Sandro Pertini con la voce rotta dell'emozione accarezzò il viso di quella donna coraggiosa, sempre e per sempre al fianco di un uomo che amava la libertà. In quel giorno di lutto e di lotta, senza vessilli della Democrazia cristiana, sfilò anche Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica. Una fotografia ritrae una signora dei vicoli stretti. Sotto a un balcone con le lenzuola stese, s'inginocchia con le mani giunte e piange senza consolazione. Con il caschetto da lavoro in testa c'erano i minatori di Pasquasia. Issarono sulle spalle il feretro e scortarono i carri funebri. Fu sincera la commozione popolare per quelle due vite spese al solo fine della giustizia sociale.

Nell'agguato del 30 aprile del 1982 Franco La Torre perse il padre, non ancora cinquantacinquenne. Sceglie con cura le parole, quando lo rievoca, avvertendo il peso di un'eredità preziosa, al confine tra pubblico e privato. È la memoria diretta di una storia bella. Negli anni ha gestito e se possibile rieducato il dolore, i suoi segni, anche mediante l'impegno nell'associazione Libera. Dopo un tempo lungo e faticoso ha varcato la soglia di una riservatezza pudica, che accomuna migliaia di parenti delle vittime innocenti delle mafie, per scrivere Sulle ginocchia, Pio La Torre una storia (Melampo, 204 pagine, 15 euro). La narrazione si muove da uno scatto in bianco e in nero: il padre tiene in braccio il figlio. La prima immagine insieme. Appaiono felici e sorridenti all'inaugurazione di una sede del Pci. «Nella nostra casa palermitana mi esortava ad arrampicarmi sulle sue gambe per raccontare storie concepite durante il periodo di studio alle Frattocchie. Di solito il protagonista, che aveva subito una prevaricazione o era stato vittima di un'ingiustizia, trovava conforto e solidarietà negli amici, che lo aiutavano a sconfiggere l'arroganza del più forte», annota.

La vicenda di Pio suggerisce una riflessione su almeno quattro temi di attualità stringente: la sorte dei corpi intermedi (su tutti partito e sindacato), sui quali lui confidò e ai quali affidò il riscatto dalla subalternità delle proprie origini umili; l'elaborazione politica che si fa corpo e non può prescindere dalla lotta; l'antimafia tradita e il principio di diversità del partito, che nella sua interpretazione equivaleva pure a guardarsi dentro con onestà. Il testo invita ad approfondire tre architravi dell'attività di La Torre: il movimento contadino, la sponda fra Roma e Palermo nella fase del Compromesso storico, il retaggio legislativo antimafia.

Il libro pone interrogativi al Partito Democratico, che rivendica l'appartenenza alla storia di La Torre. «(...) Riguardando indietro, lungo i trentatré anni che ci separano dall'omicidio, quella parte politica non ha fatto buon uso del lascito. Il Pci nelle sue evoluzioni è andato indebolendo il fattore genetico antimafia», ammonisce l'autore. Nella ricorrenza del trentesimo anniversario della morte i democratici si accontentarono dell'intitolazione della sala dibattiti all'ex Festa dell'Unità nazionale. «(...) Il motivo sono i soldi. Quest'anno il bilancio della festa è ridotto all'osso e non si farà niente di particolare, tranne i dibattiti. Pensa che non si farà neanche quanto era stato deciso di dedicare a Nilde Iotti, che a Reggio Emilia era nata!», risposero con aria desolata a Franco La Torre, che aveva stilato un programma di commemorazione e rilancio di un patrimonio ideale.

Un foglio conserva un ritratto, appassionato e ricco di sgrammaticature meravigliose, dal quale è giusto iniziare. Lo scrisse e lesse l'allora ottantenne Rosolino Cottone, qualcosa di più e diverso da una guardia del corpo di Li Causi e poi di La Torre. Il suo nome di battaglia sull'Appennino tosco-emiliano era Esempio, in quanto partigiano dalla condotta esemplare. Guidò la trentunesima Brigata Garibaldi, in prima fila all'ingresso a Parma, liberata. Poi fu un militante instancabile, della vecchia scuola, pilastro del Pci palermitano.

«(...) Con Pio abbiamo cresciuto insieme. Io gli andavo sempre dietro. Ero armato, certo, ma l'arma non me la vedevano mai. Con La Torre eravamo due fratelli. Lui era uguale a noi, era un combattente.

La cosa che più ricordo di lui quella mattina a Palermo, che lui non si meritava di morire. In che senso mi ricordo? Alle otto ero lì, ma che ne sapevamo che gli assassini erano già lì anche loro? Erano giù. In casa La Torre dice a Di Salvo: “Fai il caffè a Rosolino, che deve andarmi a fare delle commissioni”. Io ho preso il caffè e sono andato. Arrivo in Federazione verso le nove e mezzo e il portiere appena mi vede mi urla: “Cottone! Ammazzarono a La Torre e Di Salvo”. “Ma cosa dici?”, urlai io, ma corsi via come un dannato, la polizia cercò di bloccarmi, ma urlavo dalla rabbia e mi fecero passare e arrivai alla macchina tutta insanguinata.

Era un bravissimo compagno, duro e forte. Mi dice a me, eravamo a Comiso, la mattina del grande comizio. C'erano tanti contadini, tanti operai venuti a Comiso per il discorso di La Torre, erano più di cinquemila anche dai paesi attorno. Allora La Torre mi dice a me: “Comandante ma pecchè sono accussì poco?”, così mi parlava, e io gli faccio: “Scusa La Torre, sono più di cinquemila. Tu quanti ne vuoi?”, ci faccio a lui. Non si contentava mai, voleva sempre di più nella lotta popolare».

Pio La Torre, a proprio agio fra gli agrumeti, amava stropicciarsi le mani con le foglie di limone. Aveva un legame irrisolvibile con la terra e i suoi profumi. Finanche nelle espressioni e nella cadenza condensava la fatica della sua lavorazione. Non dimenticò mai le condizioni patite dai braccianti. Vincenzo Consolo lo definì l'orgoglio della Sicilia: «(...) Abbiamo citato le parole del principe di Salina per concludere ora che i veri nobili non sono, no, i Leoni e i Gattopardi, questi parassiti della storia, ma veri nobili sono stati e sono tutti quelli che hanno lottato e lottano in Sicilia, pagando spesso con la vita per il rispetto della democrazia, dei diritti e della dignità umana. I veri nobili sono i Pio La Torre, i Rosario Di Salvo, i Giovanni Falcone e i Paolo Borsellino».

Angela Melucci, figlia di pastori e contadini lucani, cullò in grembo un seme fecondo e ribelle. Ad Altarello di Baida non c'è mai stato nulla di agevole. La luce elettrica illuminò la borgata solo nel 1935 e per l'acqua occorreva risalire alla fonte. La famiglia abitava un casolare spoglio e viveva di un'agricoltura di sussistenza. Si accorsero però presto che Pio, classe 1927, era un'altra storia. Impose al padre il proprio diritto allo studio, perché era certo che il destino di subalternità, con la schiena curvata su un appezzamento di terra scadente, non fosse ineluttabile. Cambiò il destino con la passione per lo studio e il dono della curiosità. Nella nota autobiografica, a margine della tesi La classe operaia e la questione siciliana, discussa il 25 ottobre 1954 a conclusione della scuola di partito, omaggiò così Angela: «(...) Mia madre era analfabeta e si pose il problema di istruire i figli facendo di ciò l'obiettivo primo della sua esistenza, sacrificata a questo scopo».

La sveglia suonava alle 4 per pulire la stalla, prima di recarsi a scuola. Ad Altarello era l'unico figlio di contadini ad accedere all'istruzione pubblica. Ripagò con la dedizione fino alla laurea in Scienze Politiche. Il fratello Filippo nelle lettere dal fronte si premurava: «(...) Pio sta studiando? Mamma, papà, mi raccomando non fatelo lavorare in campagna. Lui deve studiare. Il suo futuro sono i libri».

Dopo l'avviamento, promosso con il massimo dei voti, si iscrisse all'Istituto tecnico industriale Vittorio Emanuele III. «Nei primi anni a scuola riuscirono a inculcarmi gli ideali del fascismo. “Il fascismo darà al popolo la vera giustizia sociale”, dicevano. A sedici anni mi trovai in uno stato di disillusione». Ricercò un partito che “avesse per programma di trasformare la società”, di creare “una vera giustizia sociale”. Lì il fiore di campo germogliò la coscienza politica. Franco Scaglione, professore di lettere e filosofia, assistette alla scoperta, perché la sua arte dell'insegnamento era piena di idee. Antifascista e marxista assecondò la sua sete di conoscenza, aprendogli la biblioteca di casa. Lo sostenne nella doppia maturità: quella tecnica e quella scientifica da privatista.

«(...) La Torre partiva dalle cose per arrivare alle idee. Quindi l'esperienza di natura sociale è basilare nella sua formazione. Non era il tipo competitivo, era un tipo collaborativo. La sua intelligenza lo portava alla centralizzazione del nucleo problematico. E il problema non è individuale ma di classe. Partecipa alla realizzazione del piano educativo senza rinunciare mai alla propria originalità. La Torre resta sempre un logico, un ragazzo riflessivo fortemente impegnato nel suo rapporto con il reale. Si preoccupa soprattutto di osservare se gli uomini siano oppressi o in qualche modo alienati. È estraneo alla neutralità, all'indifferenza. Per lui la liberazione era un valore da realizzare e per il quale combattere», appuntò Scaglione.

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