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martedì 9 febbraio 2016

Lontani ma vicini: l'Islam e noi. Intervista a Shahrzad Houshmand


di Gabriele Santoro

Che cos’è l’Islam italiano? La comunità di immigrati musulmani, che ormai conta un milione e seicentomila persone, quali problematiche, contributi e necessità pone? Che cosa s’intende per integrazione? Sono domande alle quali dovrà rispondere anche il Consiglio per le relazioni con l’Islam italiano, organismo consultivo di recentissima formazione. A metà gennaio, presso il Viminale, il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, ha presieduto la riunione d’insediamento del gruppo di lavoro che dovrà elaborare proposte sulla delicata materia dei rapporti tra lo Stato e la comunità Islamica.

Monastero Mar Musa
Fra gli altri nel Consiglio, coordinato da Paolo Naso, una presenza significativa sarà Shahrzad Houshmand, studiosa colta e appassionata. Nata nel 1964 a Teheran, formatasi nella scuola di Qom, centro della ricerca religiosa sciita, si è laureata in teologia Islamica all’università della capitale iraniana e, dopo il trasferimento a metà degli anni Ottanta, in teologia fondamentale cristiana alla Pontificia Università dell’Italia meridionale e alla Lateranense. È specialista in Cristologia Coranica, teologa e docente di Studi Islamici a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana. La sua vita è testimonianza della ricchezza e delle opportunità di un fecondo dialogo Islamo cristiano. Figlia di professori universitari, è cresciuta in un ambiente familiare laico, illuminato.

Un prozio  importante come Mehdi Bazargan, ingegnere già al vertice della Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio con Mossadeq e poi oppositore dello scià Reza Pahlavi, messo nel 1979 dall’ayatollah Khomeini a capo del governo provvisorio iraniano dopo la rivolta. Dai primi passi si riscontrò una difficoltà reciproca. Restò in carica per otto mesi. «Bazargan era veramente amato da tutti, perché oltre a essere una persona molto colta, di comprovata onestà, aveva passato anche diversi anni nelle carceri dello Scià – racconta Houshmand –. Sulla sua figura convergevano tutti. Le sue idee rappresentavano un punto d’incontro tra destra e sinistra. Una delle sue prime richieste era di creare una Repubblica democratica Islamica. Questo venne rigettato dall’imam Khomeini. Repubblica Islamica, né una parola in più, né una parola in meno».

Professoressa, all’epoca dell’unica rivoluzione Islamica che finora si sia affermata era un’adolescente, appena quindicenne. Quali ricordi conserva di quelle giornate?
«Ero molto piccola, ma quell’onda coinvolgeva chiunque, nessuno rimase fuori da quel cambiamento forte. Alla monarchia venivano poste richieste di cambiamenti sociali radicali, economici, più diritti. Una rivolta popolare a un certo livello, ma non proprio nel senso vero della parola. Khomeini, fino all’anno precedente era totalmente sconosciuto, tuttavia il popolo aveva riposto tutte le proprie aspettative in una figura di protesta in esilio e che era pure religiosa. Dalla Francia giungeva una certa promessa di pluralismo e diritti sociali che concorse a un’unità nazionale».

Gli eventi influenzarono le sue scelte negli studi? Qualche lettura in particolare?
«La rivolta ha influenzato i giovani, innanzitutto perché le scuole restarono chiuse per sei o sette mesi. Ci siamo impegnati nelle letture alternative. Avevo sotto mano i libri di un grande pensatore, qual era Ali Shariati. Rinnovare, riformare la stessa lettura Islamica con un approccio anche poetico e sociale, perché, oltre a essere figlio di un grande studioso Islamico, aveva compiuto i propri studi di sociologia alla Sorbona in Francia. Riusciva a unificare le visioni Islamiche con la nuova democrazia e ciò era molto affascinante per i giovani, anche per me nonostante avessi 15 anni. Uno dopo l’altro ho letto i suoi libri e mi sono piaciuti. La scelta personale di intraprendere gli studi Islamici è dipesa molto da queste letture. Genitori, nonni, zii erano laici; non mi avevano impartito un’educazione religiosa, ma sicuramente valori di onestà, giustizia, pace, vita etica sì, non sotto una prospettiva religiosa».

Che cosa ha significato la scuola di Qom?
«Non ricordo dove seppi dell’esistenza di una scuola di studi religiosi Islamici nella città di Qom. Apriva per le prime volte a livello massiccio anche alle donne. C’era un concorso, che vinsi, nonostante le difficoltà che trovarono i miei per accettare questa mia scelta fuori ogni schema. Erano preoccupati perché sarei uscita da Teheran, ma soprattutto la stessa scelta di studi Islamici non era in linea con il loro pensiero. Cercarono di dissuadermi per poi permettermi democraticamente di frequentarla. Ho trascorso sette anni in questa scuola tradizionale, non università. Da secoli hanno resistito e hanno avuto la propria indipendenza da ogni Stato ed era un grande bene. Si poteva decidere senza un’oppressione governativa. Aveva tutt’altro sistema rispetto alle università, i professori scelti dallo studente, Il metodo di studio anche era veramente all’avanguardia. Ho imparato tanto, studiato tantissimo, a cominciare dalla lingua araba. Parlavo persiano e francese. Studi di lingua e letteratura araba, storia, esegesi coranica, tradizione e filosofia Islamica. Una buona parte di questi studi si concentravano sul diritto Islamico, un po’ troppo sulla sharia».

Poi il ritorno a Teheran.
«Mi mancava un altro respiro e sono ritornata a casa. Lì ho fatto il percorso dell’università sempre nella facoltà di teologia, nell’indirizzo che ho amato: religioni e misticismo. Vinsi il concorso per il dottorato. Ciò che più mi animava era la passione intellettuale per lo studio delle religioni. Nel frattempo mi trasferii in Italia. Ho chiuso la mia tesi essendo già qui».

Qual è stata la prima esperienza dell’Italia?
«Da turista a Roma. Ricordo dodicenne lo shopping con mia madre in Via Nazionale. Mai avrei immaginato che sarei tornata a viverci. Ora, dopo trent’anni vissuti qui, mi sento italiana. Nelle aule universitarie ho cominciato a frequentare la religione cristiana».

Nel novembre 2011, in un’intervista concessami, il Premio Nobel Shirin Ebadi sostenne che la riuscita della primavera araba, definizione che non condivideva, si sarebbe dovuta valutare sull’effettiva conquista di diritti da parte delle donne. Lei ha patito una condizione di subalternità?
«No. Non sono fuggita, non sono rifugiata. Torno ancora in Iran, ho ottime relazioni e piena fiducia nei cambiamenti, nei progressi culturali quand’anche lenti. Credo profondamente in ogni modo e sempre nell’incontro, nella conoscenza e nel dialogo. Penso per esempio a un viaggio di alto livello nel quale ho fatto incontrare il professore, teologo, Piero Coda con ayatollah di primissimo piano».

Monastero Mar Musa
Lei conosce personalmente Padre Paolo Dall’Oglio. Le chiedo un ritratto.
«Ci siamo incontrati in varie occasioni di dibattito pubblico e in privato, in casa dei suoi amici romani ai quali narrava i propri vissuti a Mar Musa e il percorso della loro confraternita. Una volta l’ho invitato ed è venuto a casa ed è stato molto bello. Di lui colpisce la fede autentica, sincera. Un essere umano mosso dalla compassione per l’altro chiunque esso sia. Ciò aveva preso la sua anima, in modo vero. Lo testimoniava e testimonia con la propria vita. Non parole, sogni, bensì idee realizzate concretamente, un atto vero. La comunità che ha creato, che esiste, immagina il nostro dopodomani. Lui va in Siria, in un paese a maggioranza musulmana, ristruttura un monastero antico, riapre la porta di questo monastero a tutti, soprattutto ai musulmani, sono più i musulmani che vanno lì. Rifletteva in un’atmosfera di grande armonia, pace e reciprocità. In un ascolto dell’altro che si trasformava in un dono. Diventava un dono reciproco senza nessuna pretesa di superbia. Tanto da fargli scrivere quel meraviglioso libro, che è la sua tesi di dottorato, Speranza nell’Islam, e l’altro, già il titolo basterebbe a meditare, Innamorato dell’Islam, credente in Cristo. Capovolgendo questa è la mia vita: innamorata di Gesù, credente nell’Islam. Già con i documenti del Vaticano II, dopo secoli possiamo dire che nell’altra esperienza religiosa, che ha un altro nome dal nostro proprio cammino, si possono trovare luci e frutti, semi del verbo, cristianamente detto; il volto di Dio nell’altro, Islamicamente detto. Praticava questo. Sapeva molto. Ha voluto condividere il destino così tragico, violento, del bel popolo siriano che ha amato profondamente».

Come ricostruisce il testo necessario Padre Paolo Dall’Oglio – uomo di dialogo ostaggio in Siria (Pisa University Press, 90 pagine, 10 euro) curato da Chiara Lapi, l’allora ventitreenne novizio gesuita annunciò al padre spirituale di voler offrire la propria vita per la salvezza dei musulmani. Può spiegare la duplice appartenenza Islamo cristiana, il sentirsi cristiano e musulmano allo stesso modo?
«Sì, le dicevo che è l’uomo del dopodomani. Muslimān significa letteralmente chi si affida, abbandona in Dio. Il Corano stesso nomina altri profeti musulmani, perché arriva proprio al senso della parola. Paolo Dall’Oglio era veramente una persona che si affidava e abbandonava in Dio. A prescindere dal senso letterale, condivideva le bellezze dell’Islam e le meraviglie del Cristianesimo, perché una fede autentica non ha più paura di guardare l’altro e di vedere anche le bellezze dell’altro. Quando invece la fede è debole s’impaurisce davanti all’altro, deve rifugiarsi in un istituto, dentro a un confine perché ha paura di perdere qualcosa. Dall’Oglio non ha mai avuto paura di perdere il volto di Gesù nella sua vita, nella sua anima. Anzi l’aveva fatto suo con grande spirito, riuscendo a guardare nell’altro e cogliere la bellezza, tanto da farlo arrivare a dire innamorato dell’Islam. Anche il Corano ha delle meraviglie da far innamorare chi si avvicina al testo senza pregiudizi e superbia».

Il dialogo: come si tiene insieme all’evangelizzazione, all’annuncio, alle pretese assolutistiche? Dall’Oglio sosteneva di superare l’idea di un dialogo interreligioso, per recuperare quella del dialogo fra persone credenti.
«Quando l’incontro si basa sull’uguaglianza, sulla dignità reciproca si può giungere a un dialogo fruttuoso. Dall’Oglio insisteva molto sul punto, perché l’Islam non è una ideologia nell’aria. Quando tu guardi il volto dell’altro, puoi capire meglio ciò che pensa. Per lui l’evangelizzazione non consisteva nel far convertire, battezzare, ma far vedere la bellezza del volto di Gesù. Penso questa sia la vera evangelizzazione. Col potere del denaro, la forza e la guerra non si otterrà mai una conversione sincera. Lui portava avanti una vera evangelizzazione perché era un testimone. Oggi più delle parole abbiamo bisogno di testimoni forti come lui. Per sapere di più oggi abbiamo bisogno dei testimoni che condividono il dolore dell’altro, nonostante la diversità religiosa, politica, che non si fermano davanti a nessun muro perché l’altro resta sempre una persona con pari dignità. Testimoni più fedeli al messaggio del nostro nuovo mondo, che parte con la Rivoluzione francese: libertà, fraternità e uguaglianza. L’abbiamo dimenticato in Europa».

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giovedì 8 ottobre 2015

«Organizzarvi è un vostro dovere». L'eredità di Padre Óscar Romero


di Gabriele Santoro

A Napoli nella bellissima chiesa settecentesca dei Santi Filippo e Giacomo, edificata alla fine del Cinquecento nel cuore del vicolo stretto di San Biagio dei Librai, s’incontrano le parole del Beato Óscar Arnulfo Romero. Padre Mariano Imperato, parroco da trentatré anni, è custode, studioso e divulgatore dell’autentico lascito testuale del buon pastore salvadoregno, assassinato il 24 marzo 1980 con un proiettile a frammentazione, esploso all’altezza del cuore, mentre celebrava la messa.

Imperato, in qualità di vice postulatore, ha svolto un ruolo chiave nella complessa causa di beatificazione. Ora lavora alla pubblicazione integrale, inedita per l’Italia, delle omelie dalla Quaresima del 1977, quando Romero venne nominato arcivescovo di San Salvador, alla Quaresima del suo martirio. Le omelie indicano la strada maestra per comprendere le peculiarità di un sacerdozio rivoluzionario nella fedeltà alla radicalità del Vangelo e nella violenza dell’amore nei confronti degli oppressi, dei senza voce, in cui si è incarnato. Saranno pubblicati tre volumi. Ciascuno dei quali conterrà circa settanta omelie, tradotte dall’originale trascrizione delle registrazioni radiofoniche, che propagavano in tutto il Paese il messaggio del primate.

Le prime settanta omelie, delle duecentodieci registrate, già ultimate per l’uscita, sono in fase di revisione critica. Per il secondo volume previsto è stata praticamente portata a conclusione la traduzione, mentre per il terzo è agli inizi. Padre Mariano si commuove durante la lettura dei testi, ché uniscono il cielo a una terra rigogliosa, ostaggio dell’oligarchia, violentata dal privilegio che fa scandalo. Romero vide l’oppressione del proprio popolo, che amava, udì le grida di dolore dei suoi figli, e andò in loro aiuto per liberarli. Come ha scritto Papa Francesco nella bolla della beatificazione: «Rendiamo grazie a Dio, perché ha concesso al vescovo martire la capacità di vedere e udire la sofferenza del suo popolo».


In ogni omelia Romero spiegava il Vangelo calato nella realtà concreta del proprio Paese. Parlava finanche oltre le due ore, perché forniva l’informazione negata dalla stampa assoggettata al potere. Denunciava le sparizioni, le torture, le ingiustizie. Aggiornava sugli scioperi, sulle lotte dei lavoratori. Fedele al papa, alla Chiesa di Roma, dove si era formato e della quale ricordava il mistero di ineffabile dolcezza della primavera romana, sapeva cogliere l’anelito di liberazione latinoamericano. «Nella nostra America Latina la croce è una realtà ogni giorno maggiore. Farcene carico e darle il suo vero senso, affinché le sofferenze e le lotte del nostro popolo siano unite alla croce redentrice di Cristo e se ne scopra così il vero senso, è il nostro compito», da una lettera di risposta alle inquietudini di un sacerdote, Padre Pablo G., datata 21 marzo 1979.

Sentir con la iglesia sintetizzava il suo attaccamento alla Chiesa. Da una parte c’è il pastore che vuole nutrire del Vangelo il popolo, dall’altra si avverte la responsabilità di un’informazione civile, indispensabile. Il vescovo, per stessa definizione di Romero, è essenzialmente un pastore, che va facendo il cammino con gli uomini, seminando la speranza sul suo sentiero, condividendo il suo dolore e la sua gioia, impegnandosi per la pace, nella giustizia e nell’amore.

«La lettura delle omelie consente di sottrarsi alle contrapposizioni ideologiche, dando la dimensione propria della sua personalità, che era sacerdotale – dice Imperato – . Viene fuori in maniera chiarissima il suo essere un pastore. È stato accusato di essere comunista, “Marxnulfo”. Un’accusa mossa da destra, perché faceva comodo. Anche in Vaticano pervenivano dossier atti a descriverlo come uno legato al comunismo. La sua rivoluzione è nella bellissima pastorale. La lettura politica, ideologica, devia dal cuore della questione. Lo si guardava con le lenti della Guerra Fredda. Emerge con ogni evidenza che in America Latina, dove dominava una religiosità popolare fatta più di devozione, di pratiche religiose, anche buone, lui si è messo di punta a comunicare i contenuti del Concilio Vaticano II, verso il quale ancora oggi permangono resistenze, dunque una fede che si basa sulla parola di Dio. Arricchiva tale religiosità attraverso i documenti propri della dottrina cattolica».

La modernità del figlio di un telegrafista di Ciudad Barrios si esprimeva pure nella capacità di utilizzare i mezzi di comunicazione. Sempre attento alle sollecitazioni dei giornalisti, spesso asserviti, sfruttando al massimo le potenzialità della radio diocesana YSAX, assumeva la supplenza di una mediazione giornalistica indipendente. Quando la voce non giungeva nelle case con i transistor, veniva portata da lui nelle lunghissime peregrinazioni a bordo della jeep dotata di altoparlanti. La radio esaltava le sue doti di predicatore e oratore, già spiccate in giovane età. Nelle campagne le sue trasmissioni raggiungevano i picchi di ascolto più alti. I fedeli, quanto i laici, riponevano in lui la massima fiducia. Lo giudicavano diverso dai vertici ecclesiastici a lungo distanti dalle urgenze popolari. Impressiona la corrispondenza disponibile nel suo archivio, oltre cinquemila lettere. Rispondeva a tutti. Quanta attenzione anche all’ultimo degli alcolisti che voleva uscirne. Affidò alla segretaria il compito di fare una copia di ogni risposta epistolare. Hanno cercato spesso di mettere a tacere la radio. Tutti l’ascoltavano. Si potrebbe scrivere una storia non solo religiosa, ma civile, di quegli anni grazie a questa sua preziosa eredità.

Le dita battevano forte sui tasti dell’inseparabile Remington. La Chiesa non può stare zitta. «Monsignor Romero sapeva che bisognava pronunciare un mea culpa per il silenzio degli ecclesiastici che per molto tempo, divinizzati dai privilegi e dalle prebende dei fedeli ricchi, avevano adottato l’atteggiamento idolatrico di avere occhi e non vedere, avere bocca e non parlare», annota Jesús Delgado, postulatore diocesano della causa, che ritroveremo più avanti.

Il quadro sociopolitico polarizzato nel quale operava Romero era compromesso da una democrazia formale, svilita dall’assenza di una classe politica, da elezioni costantemente truccate. Dagli anni Trenta i militari reprimevano le insorgenze d’ispirazione comunista, controllavano il paese istmico per conto delle famiglie, d’origine europea, dell’oligarchia, che consideravano El Salvador come una proprietà privata. La crescita economica, impetuosa negli anni Sessanta, non aveva prodotto alcun criterio di equa redistribuzione della ricchezza e favorito lo sviluppo della democrazia. Le urgenti richieste di trasformazione venivano represse nel sangue. Dall’estero cresceva la pressione e l’ingerenza degli Stati Uniti, interessati a fare di quel lembo di terra un avamposto di resistenza all’avanzata comunista. «L’oligarchia aveva sostenuto il cattolicesimo, aveva mantenuto il clero, aveva dato denaro per costruire le chiese. Il cattolicesimo, in cambio, aveva sostenuto l’ordine costituito e aveva garantito la stabilità dei regimi», scrive Roberto Morozzo della Rocca, nella biografia che ha il respiro dell’indagine storica.

Romero diventò arcivescovo con l’appoggio determinante degli oligarchi, che confidavano nella sua mitezza, nella conservazione dello status quo. Lui invece rinunciò all’agio del fastoso palazzo vescovile offerto da quest’ultimi, andando a vivere nelle due stanzette del portiere di un presidio per malati terminali, l’Hospitalito de la Divina Providencia. «Lo diceva esplicitamente: la ricchezza va condivisa. Toccava il nodo dolente della distribuzione più giusta delle ricchezze e dei beni. Nel rapporto Stato-Chiesa non chiedeva privilegi di sorta. Reclamava la giustizia, il rispetto dei diritti per i braccianti vessati nelle piantagioni di caffè, cotone e canna da zucchero, non vantaggi economici per la Chiesa. “Non siamo padroni, siamo amministratori”», spiega Imperato.

Romero, uomo del dialogo, inteso come ricerca dell’altro, di ciò in cui manchiamo, disertava gli appuntamenti pubblici, invitando con fermezza il governo a cessare qualunque forma di persecuzione. Dall’altare implorava la disobbedienza dei militari agli ordini. Il dialogo doveva essere il metodo per giungere a una pacificazione figlia della giustizia sociale. «Il terrorismo si sconfigge promuovendo giustizia legale, economica e sociale. Il rispetto per l’imperio della legge promuove la giustizia ed elimina i semi della sovversione».

D’altra parte nel documento conciliare Gaudium et Spes, a lui particolarmente caro, si legge: «(…) Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica e tuttavia una grande parte degli uomini è tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà, e intanto si affermano nuove forme di schiavitù sociali e psichiche. (…) Le troppe diseguaglianze economiche e sociali tra membri e tra popoli dell’unica famiglia umana suscitano scandalo e sono contrarie all’equità, alla dignità della persona umana nonché alla pace sociale e internazionale». Vincenzo Paglia, postulatore della causa, non esita a definirlo come il primo martire del Concilio Vaticano II. Un assassinio per far tacere il rinnovamento e il progresso che animò il Concilio. Una sorta di avvertimento alla Chiesa scomoda interpretata da Romero. Nelle oltre duecento omelie appaiono 298 citazioni riferibili ai documenti conciliari.

La difesa della dignità umana attraverso il lavoro è al centro della sua pastorale, mirata sulla periferia, nel suo senso globale, generata da un’irresponsabile gestione della terra. Il mondo dei poveri quale criterio teologico, storico, della condotta della Chiesa. «Il lavoratore non è una mercanzia, soggetta agli alti e bassi dell’economia, ma una persona umana, che per il solo fatto di essere tale ha diritto a un giusto salario», affermava Romero, sconcertato dal trattamento riservato ai braccianti del caffè, le cui paghe da fame erano soggette alla variazione del prezzo mondiale della materia prima.
Non si limita all’opzione preferenziale per i poveri. «Fa un’affermazione molto forte – evidenzia Imperato – Il povero che non si dà da fare per uscire dalla condizione di schiavitù commette peccato. Una cosa fortissima. Tu devi risvegliarti. Devi uscire da questo sonno, mentre loro ti dicono accetta, rassegnati. Questa non è la volontà di Dio. Questa pigrizia è un peccato. Ha appoggiato molto gli scioperi che facevano per la conquista di diritti inesistenti. “Organizzarvi è un vostro dovere”. Ciò ricorre frequentemente nelle sue omelie. Impastava il Vangelo con la vita».

Romero riconosce la dimensione politica insopprimibile che la giustizia richiede, ma la liberazione non può esaurirsi nella dimensione terrena. La Chiesa è escatologica, non può perdere il valore escatologico. La lotta svanirebbe nella sola immanenza. La rivendicazione cristiana della giustizia è però parte integrante della predicazione del Vangelo di pace. La rottura è dirompente, ma non troviamo mai nelle sue parole tracce di odio.

Nell’ufficio parrocchiale di Padre Imperato c’è un solo manifesto. Óscar Arnulfo Romero ha il microfono in mano, il braccio sinistro sembra vibrare, come il volto accennare un sorriso. Poco sotto alla cornice c’è scritto: Vive. Il parroco mi mostra l’allegato di una mail di Jesús Delgado, all’epoca segretario di Romero, mandata l’indomani della beatificazione a San Salvador. È una fotografia scattata durante la lettura della bolla papale. La giornata era dominata da un sole caldo. All’improvviso una nuvola lo oscura, al centro del sole appare un foro dal quale si irradia un raggio. Una suggestione, un’impressione, niente di più, che ha scosso la piazza come a dire non uccidi il sole se gli spari addosso.

Delgado è un testimone diretto di questa storia. Il 24 marzo 1980 avrebbe dovuto celebrare la messa al posto di Romero, per proteggerlo da eventuali attentati. Così avevano concordato, poi il presule insistette per non cedere alla paura, sentimento con cui ha convissuto. Nei trentacinque anni che ci separano dal delitto, Delgado si è speso in modo decisivo per la raccolta di testimonianze, scritti, ricerche, documenti per sostenere il difficile itinerario processuale per la beatificazione. Un eccezionale approfondimento storico e teologico, lo cataloga Paglia, per superare i numerosi ostacoli frapposti e non consegnare Romero all’oblio che molti hanno accarezzato.

«La notizia della morte di questo vescovo ci colpì nel profondo – racconta Imperato – . Sapevamo che era stato ucciso, perché difendeva i poveri in un paese dove erano i ricchi, le quattordici grandi famiglie al potere, a comandare. Nel 1982 la Comunità di Sant’Egidio a Roma, a Santa Maria in Trastevere, invitò il vescovo successore Rivera y Damas che, nonostante nella precedente nomina fosse stato scalzato da Romero, gli aveva sempre dimostrato vicinanza, un’amicizia fraterna, mentre gli altri vescovi si preoccupavano di preparare dossier con accuse destituite di fondamento. Impossibilitato a raggiungerci, mandò Delgado. In quell’incontro abbiamo scoperto un mondo. Ci ha fatto conoscere realmente chi era Romero».

Da San Salvador, dopo la prima fase del processo diocesano, la causa approdò a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi. Rivera y Damas sollecitò la Comunità: «Vincenzo Paglia mi propose di occuparmi della parte del processo a livello centrale, col mandato di vice postulatore. Accettai l’incarico. Disdissi il corso d’inglese che avevo appena cominciato, e partii immediatamente destinazione Madrid per studiare lo spagnolo». Imperato, insieme al biografo Morozzo della Rocca, ha trascorso tempo importante nell’archivio e nella biblioteca personale di Romero.
Avversario pugnace del percorso intrapreso nel 1996 è stato l’influente cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, per tre decadi ispiratore della linea vaticana sulla chiesa latinoamericana, strenuo oppositore dei teologi della liberazione. Trujillo, ordinato nel 1960, espresse la propria opposizione all’opzione per i poveri elaborata nella Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin nel 1968, al progressismo medellinista. Romero, come esterna anche in numerose lettere, voleva mettere in pratica il Vaticano II e Medellin, che sono stati fra le cause della persecuzione. Medellin denunciava il peccato sociale della violenza istituzionalizzata, che s’instaura in una situazione d’ingiustizia permanente e strutturata.

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martedì 8 settembre 2015

Iraq, la pace è sempre possibile. Intervista al patriarca Louis Raphaël I Sako

di Gabriele Santoro

Il nostro Gabriele Santoro è a Tirana, dove ha seguito il convegno interreligioso La pace è sempre possibile organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio. In questa occasione ha incontrato il patriarca di Babilonia dei Caldei, in Iraq, Louis Raphaël I Sako. E lo ha intervistato per minima&moralia. (Nell’immagine, la piana di Navkur durante la primavera – dal sito del progetto Terra di Ninive, che vi invitiamo a visitare)

«Non possiamo arrivare all’altra riva, se non dopo aver affrontato le tempeste e le onde. La pace viene dopo due passi, la guerra, il combattimento, e la seconda fase, il caos. Oggi viviamo in questo stato di caos, ma il passo successivo è la pace e la convivenza, la prosperità». Jawad Al-Khoei Segretario generale dell’Al-Khoei Institute, istituzione sciita di Najaf, vicina all’imam al-Sistani, parla per immagini. Scatta con il proprio iPhone fotografie durante un incontro rilevante, che ha caratterizzato il convegno interreligioso La pace è sempre possibile, conclusosi oggi.

A Tirana, ex capitale comunista dell’ateismo, la Comunità di Sant’Egidio ha riunito oltre trecento personalità fra leader religiosi, politici ed esponenti del mondo della cultura. «L’incontro è stato fruttuoso. Ripartiamo da Tirana con l’idea di essere più incisivi sugli scenari di guerra, che è la madre di tutte le povertà. Qui è cominciato un processo di guarigione. Tutte le religioni devono uscire dal proprio guscio e andare incontro alle urgenze del mondo. Per i rifugiati è necessario sottrarre definitivamente la questione alla speculazione politica. Ci sono segnali incoraggianti dai cittadini europei nella direzione dell’accoglienza», afferma Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio.

Sponsorship. Da qui è partita anche la proposta di introdurre nei sistemi legislativi europei uno strumento che consenta a singoli, associazioni, parrocchie e organizzazioni della società civile, di farsi garanti dell’accoglienza, ospitando subito coloro che sono arrivati con l’opportunità anche di far arrivare famiglie direttamente dalla zone a rischio. «Ogni parrocchia accolga una famiglia di rifugiati», aveva esortato il Papa.

Per utilizzare le parole del rappresentante del Patriarcato di Mosca, Ignatij, Metropolita di Vologda e Kirillov, per la prima volta in visita in Albania, il luogo scelto, un tempo segnato dalla negazione di qualsiasi forma di vita religiosa, raffigura di per sé una piattaforma di dialogo. Un concetto ribadito nel messaggio inaugurale da Papa Francesco, che proprio in Albania ha compiuto il primo viaggio apostolico in Europa: «Quest’anno avete scelto di fare tappa a Tirana, capitale di un Paese diventato simbolo della convivenza pacifica tra religioni diverse, dopo una lunga storia di sofferenza».

Sono state dunque tre le linee guida, gli obiettivi dell’evento: la non rassegnazione alla guerra, la sollecitazione di una diversa politica dell’accoglienza e rispondere all’esigenza di mettere attorno allo stesso tavolo chi fatica a trovare parole comuni. All’Auditorium dell’Universiteti Politeknik Sant’Egidio ha fatto dialogare, a tratti in modo vivace, esponenti autorevoli delle componenti religiose irachene e il ministro curdo Kamal Muslim.

Louis Raphaël I Sako, già protagonista della giornata d’apertura, anche qui ha indossato i panni del mediatore. Più volte ha richiamato gli interlocutori convenuti a non rimanere imprigionati nel passato, invocando la fine della stagione delle accuse reciproche. Sako, Patriarca di Babilonia dei Caldei, già rettore del seminario di Baghdad, perno del dialogo interreligioso iracheno, è un baluardo della permanenza cristiana in Medio Oriente.

Dal confronto sono emerse due priorità irrinunciabili: l’affermarsi di una maggioranza politica, e non numerica, etnica, per costruire un governo autorevole, e del principio di cittadinanza e l’uguaglianza dei diritti fra gli iracheni. Giustizia è la parola che più ricorre, tutti la nominano dal rispettivo punto d’osservazione della realtà. Jawad Al-Khoei lo sottolinea esplicitamente: «La palla è nel nostro campo. Siamo uomini di religione, non politici. Mai chiesto uno stato religioso. Noi vogliamo uno stato civile, una separazione tra la religione e lo Stato. La lotta alla corruzione e all’ingiustizia ci accomuna».

Sua Beatitudine Louis Raphaël I Sako, i numeri dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati danno una misura dell’ultimo decennio. Nel 2005 i rifugiati erano 19.4 milioni, oggi sono oltre 52 milioni. Mai così tanti da sessant’anni. Una crescita esponenziale, conseguenza diretta dei 14 conflitti in corso da almeno cinque anni. Il mondo ha consapevolezza di questo movimento epocale? È possibile valutare l’impatto a medio, lungo termine di questo sradicamento?
«Da troppi anni in Iraq non facciamo altro che contare i morti. Il protrarsi del conflitto potrà produrre lo smembramento del Paese. È un esodo triste e terribile. Dove vanno, che futuro avranno?
Questo è un dramma per il mondo intero. L’Iraq rimane unito? Sarà diviso? Unicamente se supereremo le discriminazioni settarie i nostri Stati potranno rimanere uniti. È grande la responsabilità dei musulmani per ciò che avverrà. Chi parte non ritorna, è finita. Non c’è speranza, coloro che partono non ritornano. Chi parte cerca la sicurezza, un rifugio. Ma come saranno integrati nella nuova società? Un’altra cultura, un’altra mentalità, un’altra religione, altre tradizioni. Non basta dare loro da mangiare».

Nove rifugiati su dieci si ritrovano nei paesi definiti economicamente meno sviluppati. Il podio delle nazioni da cui si scappa è speculare a quello dell’accoglienza (Siria, Colombia, Iraq). I rifugiati interni iracheni su un totale di oltre quattro milioni sono un milione e mezzo. Lei ha qualcosa da chiedere all’Occidente?
«Invece di assumersi il carico dello svuotamento della popolazione di questi paesi, c’è il dovere del consesso internazionale di costruire la pace in questa regione. E trovare la soluzione adatta perché la gente rimanga lì. I risultati degli interventi, delle guerre in Medio Oriente, sono ben evidenti. Dov’è la tutela dei diritti? Abbiamo il diritto di essere difesi e protetti. La solidarietà è un’esigenza, tuttavia qui ci vuole una soluzione duratura. Come ho già avuto modo di affermare la comunità internazionale, a causa della sua responsabilità morale e storica verso l’Iraq, non può restare indifferente».

Che cosa hanno da chiedere gli iracheni ai propri sogni? Hanno una visione, che la politica non ha?
«Intanto di non dover più combattere, subire, i conflitti degli altri. L’affrancamento dalla logica del nemico del mio nemico è mio amico. I sogni ci sono, perché l’Iraq è un paese ricco. Il nostro popolo ha un cuore e una resistenza grandi, nonostante tutto riesce a sorridere. Le racconto un episodio che mi ha colpito. Un anziano musulmano è venuto in chiesa a donare cinquemila dollari per i profughi. Ha detto che doveva ringraziare una scuola cristiana per la sua istruzione. Ripeto l’Iraq è un paese potenzialmente molto ricco. Può dotarsi delle infrastrutture, creare lavoro, ricostruire scuole, ospedali. Questa lotta non è giustificata. Occorre trovare un sistema per la convivenza. La religione deve essere distinta dalla politica, dallo Stato. Una cittadinanza incarnata politicamente, concreta, implica una separazione della religione e dello Stato. Un principio da affermare nelle Costituzioni. Una vera cittadinanza, una cittadinanza reale per tutti in Medio Oriente, può essere la soluzione. La pace implica una riforma della Costituzione irachena».

Il rapporto dell’Unicef Education under fire impressiona. Quattordici milioni di bambini in Medio Oriente e Nord Africa senza scuola. Il sistema scolastico è collassato in nove paesi. Novemila scuole inutilizzabili in Siria, Iraq, Yemen e Libia. Gli insegnanti sono fuggiti. Le scuole di Giordania, Turchia e Libano scoppiano, non possono provvedere all’istruzione di 700mila bambini rifugiati. La strategia dell’IS stanzia risorse e dedica la propria retorica al sistema educativo con l’obiettivo di addestrare una nuova generazione. Chi rimedierà a questo abisso?
«Senza i muri visibili e invisibili che dividono i nostri paesi in funzione della religione, della lingua e dell’etnia, senza parlare della corruzione, dell’ingiustizia, della disoccupazione, della povertà, senza tutto ciò l’ideologia jihadista, che non nasce dalla fantasia, non avrebbe potuto diffondersi. La comunità internazionale dovrebbe investire qui in progetti educativi. Mi preoccupa moltissimo la massa di studenti che non vanno a scuola o che sono rifugiati. Quando si nasce e ci si ritrova senza alternative, possono uscire da loro altri jihadisti. Solo l’educazione può avviare la trasformazione di una società fondata sull’uguaglianza fra i cittadini. Ciò può essere realizzato in primo luogo operando una opportuna revisione del curriculum di tutti i centri di insegnamento, specialmente dei centri di formazione religiosa».

Lei insiste molto su questo punto.
«Un aggiornamento del vocabolario religioso e una riforma dei programmi di insegnamenti religiosi sono dirimenti. Le religioni dovrebbero ricercare un nuovo linguaggio umano e teologico, che parli e tocchi i cuori delle persone, dando un orientamento e una speranza alla loro vita invece di essere strumenti di violenza a beneficio di pochi. Dovrebbe essere realizzata una carta con parole comuni per i manuali di educazione religiosa, accettata e applicata da tutti. I programmi di educazione attuali contengono purtroppo idee estremiste. Tanto quanto il linguaggio mediatico dei format televisivi religiosi. A questo si deve aggiungere una interpretazione dei testi sacri “appropriata”, che metta al bando la logica della violenza. Liberare il paese dai falsi profeti per un’autentica coscienza religiosa».

Che cosa non è la fede?
«Non è né una questione ideologica, né un’utopia, ma un legame personale, a volte esistenziale con la persona di Cristo. Il rapporto è tra me e Dio. La gente deve essere libera di credere o non credere. Cionondimeno sono cristiano, nato qui, e ho il diritto anche di vivere qui la mia vita e la mia fede. Nessuno può eliminarmi. Abbiamo sofferto abbastanza, dovremmo perdonarci a vicenda».

Per uscire dal caos principi di reciproca tolleranza, che spesso altrove sono sinonimi di indifferenza, sono sufficienti?
«La tolleranza non è la libertà. La tolleranza di cui si parla, non significa per nulla libertà e uguaglianza. Noi aspettiamo l’uguaglianza. Tolleranza e pace sono diverse. Noi abbiamo bisogno della pace. Vivere insieme richiede che ci sia un’amministrazione della giustizia credibile.
Il dialogo è uno stile di vita, è uno sforzo autentico intellettuale nel pensare e analizzare la propria fede, vita e cultura, mentre facciamo spazio alla comprensione della fede, della vita e della cultura degli altri».

Nei giorni scorsi le agenzie di stampa hanno battuto la notizia dell’istituzione da parte del governo di Baghdad di un comitato, incaricato di accertare le violazioni, gli espropri e assumere misure di protezione verso i cristiani. È un sostegno? Si fida?
«No, no. Il governo non ha soldi, niente. La Chiesa, aiutata anche da Roma, dalle Chiese cristiane in Occidente, da organizzazioni terze, si fa carico delle famiglie sfollate. Al momento la situazione è peggiorata. Il governo centrale non controlla più della metà del paese, poi con tutta questa corruzione. Il governo non sa. Quando la visione è assente non ci sono piani possibili».

Il patriarca melchita di Damasco, Gregorios III Laham, ha esortato i giovani cristiani a non abbandonare la Siria e in generale il Medio Oriente. Qual è la situazione in Iraq? La fuoriuscita è inarrestabile?
«I cristiani vanno via, perché non ci sono prospettive. Pensano che non ci sia futuro. La stessa sorte che tocca a moltissimi musulmani. L’intellighenzia è già andata via. I ricchi sono andati via, comprando i visti. La povera gente dove va? Io dico che i cristiani non devono pensare a scappare in Occidente, perché se qui abbiamo difficoltà immense, il Paradiso non è certo da voi. Immaginate centoventimila cristiani che hanno dovuto abbandonare in una notte le proprie case, con qualche vestito dentro a una borsa».

L’Iraq è uno Stato impossibile?
«C’è una barriera psicologica adesso. Oggi l’Iraq è già diviso, crollato. Dunque forse è meglio accettare il dato di realtà. La realizzazione di un vero sistema federalista con una capitale è la strada da percorrere. La federazione curda, sunnita, sciita, un cantone, una zona sicura per i cristiani, riprogettando l’unità formale del paese. Ci vuole una cultura della pace, una formazione alla pace che avversi la cultura tribale, settaria e la mentalità della vendetta. Ciò che possiamo dire è che siamo in una situazione prima della formazione di uno Stato. Educarci nella pace, nella confidenza, non abbiamo altro futuro».

Che cosa la preoccupa maggiormente della strategia del Daesh?
«L’Isis progredisce con la sua guerra totalitaria feroce contro la cultura e la diversità. Qui si sta minacciando la costruzione intellettuale e sociale dell’intera società. Non possiamo accettare un’altra, presunta, teocrazia. Daesh non è una possibilità».

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sabato 5 ottobre 2013

Il Papa ad Assisi, Chiara Frugoni: «La sua vera rinuncia è al potere. Come voleva San Francesco»

Il Messaggero, sezione Cronache pag. 14, 
5 Ottobre 2013

di Gabriele Santoro



di Gabriele Santoro
L’INTERVISTA
ROMA Chiara Frugoni ha messo al centro della propria attività scientifica di storica medievalista lo studio delle figure di San Francesco e Santa Chiara. La visita del Papa ad Assisi conferma il recupero del messaggio francescano, indicando il nuovo corso della Chiesa.

Professoressa Frugoni, in che modo è possibile accostare la figura di San Francesco a quella del nuovo Pontefice?

«Nel Duecento San Francesco è vissuto in una società che aveva problemi molto simili, e altri diversi, dai nostri. Non si può pensare che sia tornato San Francesco, però il Papa si muove in quel solco. Per esempio nel discorso di ieri ad Assisi ho rintracciato molte analogie nel riferimento all’incontro e all’accoglienza dei migranti».

Crede sia realizzabile oggi il sogno di San Francesco di una Chiesa dei poveri per i poveri?

«Il concetto di povertà va inteso in una maniera più approfondita. Francesco si è spogliato di tutto davanti al vescovo e ha rinunciato alla ricchezza della sua famiglia. Ma non l’ha fatto perché voleva diventare un mendicante. Lavorava. Voleva liberarsi delle cose che rendono aggressivi verso gli altri, di ciò che alimenta l’invidia. Nel Medioevo la parola povero non si contrappone a ricco ma a potente: chi è povero non ha potere. Papa Francesco vuole una Chiesa più povera ed essenziale. Ma soprattutto credo l’intenda nell’accezione più ampia di rinuncia al potere».

Nei primi mesi del pontificato ha mostrato una forza comunicativa dirompente. Rappresenta una chiave del cambiamento?
 
«Questo Pontefice utilizza un linguaggio molto semplice, ma allo stesso tempo concreto: privo di parole fumose od orpelli. E ha il dono della gestualità. Quando afferma: “Dobbiamo lottare per il lavoro”, restituisce centralità a un tema oggi fondamentale. Il suo proposito di una Chiesa aperta a tutti si riflette nella chiarezza del linguaggio».

La vera rivoluzione è la fedeltà al Vangelo?

«Rispetto al passato ha rimesso in primo piano il Vangelo, lasciando molto da parte la dottrina e le proibizioni su ciò che bisogna o non bisogna fare. Come faceva San Francesco cerca soprattutto di parlare con il messaggio di Cristo per una Chiesa inclusiva».

Il Papa si rivolge spesso ai giovani: “Non fatevi rubare la speranza”. Quanto può contare l’esempio di vita di Francesco e Chiara?

«Erano giovani. E soprattutto erano laici. Lavoravano per la propria sussistenza ed erano sempre pronti all’aiuto dei poveri. Volgendo lo sguardo al mondo che li circondava, decisero di cambiarlo. Lo fecero dedicandosi agli ultimi: perché in loro videro il volto di Dio. Chiara ha prefigurato un ruolo attivo della donna nella Chiesa. Mi auguro che questo papato duri abbastanza a lungo da produrre delle novità importanti in questo senso».


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