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venerdì 11 maggio 2018

Walter Siti, pagare o non pagare

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-25

di Gabriele Santoro






di Gabriele Santoro

Nel saggio denso Pagare o non pagare (Nottetempo, 135 pagine, 12 euro), che sarà presentato domenica al Salone del libro di Torino, Walter Siti, critico letterario, già insegnante universitario, scrittore, insignito del Premio Strega con il libro Resistere non serve a niente, fa quel che si attende da un intellettuale: svolge un'attività critica e creativa, proponendo una lettura sociale dei movimenti del mercato, del lavoro e del denaro che in parte determinano desideri e costumi.

Siti, senza improvvisarsi economista e senza lasciarsi sedurre da profezie con pretese assolutische, analizza lo scioglimento di quella che definisce la catena socialmente consapevole che cinquant'anni fa appariva infrangibile: «Lavorare, essere pagati, pagare, comprare; che è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro». Lui, nato in una famiglia operaia, racconta il blocco della mobilità sociale.


Siti, che cosa comporta la scomparsa progressiva della funzione identitaria del pagare?
«Ho l'impressione che per i giovani il diventare adulti, cominciando a guadagnare soldi con un posto di lavoro ragionevolmente stabile, fosse proprio un rito di passaggio dall'adolescenza. In mancanza di questo ognuno si arrangia come può, e spesso l'adolescenza è protratta oltre i trent'anni. Questa incertezza sul valore reale delle cose, del chi ci paga e per che cosa contribuisce a una specie di stato fluido in cui è difficile crearsi una strada precisa».

Ricorda la prima busta paga?
«L'ebbi in agosto. Era l'estate del 1965 e lavoravo presso un magazzino dell'Enel. Gridai la cifra a mia madre dal cortile di casa per farmi sentire da tutti e poi le comprai un ventilatore».

Perché asserisce che non siamo più in grado di stabilire il prezzo delle cose?
«Il consumismo si è caratterizzato fin dall'inizio per una sproporzione tra valore d'uso e valore di scambio monetario, ma oggi il divario è diventato così abissale da far perdere qualunque orientamento. I prezzi sono sempre più opachi con una duplice tendenza che nebulizza il valore: la corsa a ottenere il prezzo più basso e poi picchi assurdi verso l'alto sganciati da un reale aumento della qualità».


Nel mondo dell'iperconnessione alla portata di tutti riaffora, semmai sia mai andata via, la questione di classe?
«Ormai c'è un'oligarchia evidente e sempre più dominante, che supera la diarchia ricchi e poveri. In pochi davvero comandano il mondo. Negli ultimi venti anni, chiunque sia stato al governo, la forbice delle diseguaglianze si è allargata sembra in modo inesorabile. La partita si gioca tutta su questo divario. E la classe media rischia la lacerazione definitiva».


Che fare, se si continua a desiderare il massimo, quando a disposizione non c'è che il minimo?
«Viviamo la discordanza per la quale si desiderava una crescita illimitata e invece i mezzi sono venuti a mancare. Si proiettano immagini. Si nega e ci si traveste. Riteniamo che la tecnologia supplisca, dando dei surrogati di infinito delle illusioni. È come se si vivesse in una specie di bolla, in cui c'è ancora qualcosa da perdere per poter sperare di cambiare radicalmente le cose. E poi si danza sull'ambiguità del termine free in inglese. “Libero” e “gratis” non convergono. Qualunque potere cerca di dare cose gratis per ottenere in cambio informazioni produttrici di valore».

Che cosa la inquieta maggiormente della cosiddetta “gig economy”?
«Erano almeno cinquant'anni che non si avvertiva così forte l'asprezza dei rapporti di lavoro. Una volta tramontata la civiltà del lavoro novecentesca, che cosa inventiamo? La domanda portante, anche di questo libro, riguarda il come agiamo dinnanzi alla progressiva scarsità del bene lavoro. Non concordo con chi dice spesso che le rivoluzioni tecniche tolgano posti di lavoro ma anche ne diano nuovi. Almeno non quanti ne servirebbero».

Perché sostiene che nella tecnologia c'è spesso omologazione?
«Dal desiderio di combattere una multinazionale con l'invenzione ne nasce una più grande. Le start up libertarie, trasgressive e ribelli di successo vengono poi acquistate dalle multinazionali e arricchiscono chi le ha inventate. C'è molta libertà in vendita».

Lei farebbe volentieri piazza pulita di applicazioni per natura invadenti?
«Ci siamo messi nella condizione di dover scegliere tra servizi e privacy. Mentre cammino mi infastidisce molto il suggerimento della localizzazione del negozio che vende le mie scarpe preferite, ma non farei a meno delle indicazioni di Google Maps».

venerdì 21 aprile 2017

Un'educazione milanese, operaia


di Gabriele Santoro

«Allora non sapevo che la mia era una famiglia proletaria. L’aggettivo mi sarebbe suonato ostico. Perché mio padre preferiva l’aggettivo “operaia”. Sapevo che da una parte c’erano i poveri dall’altra i ricchi, e in mezzo noi». Un’educazione milanese (Manni, 317 pagine, 16 euro), tra i dodici titoli in lizza per il Premio Strega, è il romanzo intimo di Alberto Rollo, che sa mantenere la responsabilità di raccontare una città, Milano, che fatica a dirsi.


Rollo ha camminato e cammina per la città, esprimendo «la certezza che Milano mi ha voluto, che appartenevo ai suoi sobborghi. Al suo popolo». Quanto siamo esposti all’educazione che la città con la sua vita, le sue forme e stratificazioni sociali anima? Che cosa vuol dire appartenere a una città? Questioni complesse, che l’autore affronta partendo da quella che definisce la lingua parlata dalla città del lavoro; un quartiere, storie e un codice comune senza cesure linguistiche proprie della migrazione. Nel 1909 il nonno arrivò al nord da Lecce. Rollo sostanzia nei ricordi un’appartenenza di classe forte, oggi invece così sfumata, privata della consapevolezza propria di una specie particolare di educazione milanese: «Un’educazione milanese non poteva prescindere dalle officine. È stata certamente una garanzia contro la volgarità», scrive.

L’esplorazione delle linee ferroviarie che intersecano la città coincide col tempo dell’infanzia. Il racconto della scoperta del mondo è un paesaggio dominato da ponti, ferrovie e scali ferroviari «che sono diventati il vero nodo politico ed economico della metamorfosi metropolitana». Rollo volge lo sguardo alla figura paterna, apprendista metalmeccanico all’età di dodici anni, essenziale nella stratificazione di un testo più ricco di un memoir. È domenica, i due perlustrano i luoghi della distruzione e della ricostruzione del secondo dopoguerra mondiale, della città poi d’acciaio del boom economico: «Milano aveva resistito, non lo vedevo? E non era la Milano dei potenti che aveva resistito, loro ci avrebbero mandato al macello».

Il lavoro, che nel lessico di Un’educazione milanese non è alienazione, costituisce il filo conduttore dell’intera riflessione: «Lavoro nel lessico famigliare non ha mai coinciso con “produrre” o “rendere”: significava semplicemente “fare”, “creare” e “sentire la fatica”. Concetti che la mia generazione si è impegnata, giunta la stagione degli eroici furori, a spezzare come aculei ideologici conficcati nel corpo della classe operaia. Col risultato di non comprenderne la specificità e di lasciarli dentro a marcire. E, marcito il concetto, sono marcite anche le parole».

In questo ritratto che è anche politico e sociale dell’Italia del secondo dopoguerra emergono il conflitto e la ribellione alla generazione dei padri, la passione del cinema e le sperimentazioni del teatro, i movimenti e la violenza di matrice politica da dentro o fuori. C’è la Milano attonita dopo la strage di piazza Fontana, e quella che svanisce nella dizione Milano da bere.

Al contempo Rollo esplora in profondità e con levità l’assenza, la potenza di un’amicizia, il venire meno di una generazione che «è stata la prima ad avere occhi diversi». La stessa promessa di rivoluzione, che l’autore storicizza essenzialmente tra il 1967 e il 1975, suggeriva che poi ognuno avrebbe ripreso posto nella classe di origine: «Al di là della tensione genericamente politica, quella necessità di trasformazione era vincolante come una preghiera: i primi a volerla abbattere erano nati dentro quella classe, la conoscevano, e vi sarebbero ritornati, con diversi livelli di consapevolezza». E ancora: «(Chiara) Aveva riconosciuto fra i primi la ricchezza culturale che la mescolanza di generazioni e provenienze sociali aveva provocato e fu tra i primissimi a riconoscere la drammatica evidenza che il gioco stava finendo, che era durato poco perché poco doveva durare, e che era arrivato il momento di serrare le porte, di schierarsi con i suoi diritti di nascita».

La biografia collettiva, che era un noi raffigurato in modo struggente, ora si confronta con gli esiti personali di trasformazioni sociali, urbanistiche ed economiche profondissime nelle quali risultiamo sospesi tra lo smarrimento e la ricerca di nuove identità composite. Rollo nella città che rincorre uno sviluppo verticale e gentrifica, ispeziona cantieri, fotografa lavori in corso, legge i progetti: «Voglio verificare se questo futuro rovesciato in un presente difficile, spesso volgare, spesso politicamente assordato di retorica, sappia rivelare, una volta di più, quel tessuto connettivo vivo e non compromesso che ha consentito a Milano di sopravvivere. Cerco ponti in cui lo spaesamento e il sentirmi a casa coincidano. E su quei ponti finiscono con l’apparire, tenere e meridiane, le figure che mi riconducono là dove io sono cominciato e dove è cominciata per me questa città».