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venerdì 11 maggio 2018

Walter Siti, pagare o non pagare

Il Messaggero, sezione Cultura, pag. 1-25

di Gabriele Santoro






di Gabriele Santoro

Nel saggio denso Pagare o non pagare (Nottetempo, 135 pagine, 12 euro), che sarà presentato domenica al Salone del libro di Torino, Walter Siti, critico letterario, già insegnante universitario, scrittore, insignito del Premio Strega con il libro Resistere non serve a niente, fa quel che si attende da un intellettuale: svolge un'attività critica e creativa, proponendo una lettura sociale dei movimenti del mercato, del lavoro e del denaro che in parte determinano desideri e costumi.

Siti, senza improvvisarsi economista e senza lasciarsi sedurre da profezie con pretese assolutische, analizza lo scioglimento di quella che definisce la catena socialmente consapevole che cinquant'anni fa appariva infrangibile: «Lavorare, essere pagati, pagare, comprare; che è evaporata in una nebbia di delusioni e speranze in cui sembra che il denaro abbia perso la propria funzione di perno, in quanto collegato al lavoro». Lui, nato in una famiglia operaia, racconta il blocco della mobilità sociale.


Siti, che cosa comporta la scomparsa progressiva della funzione identitaria del pagare?
«Ho l'impressione che per i giovani il diventare adulti, cominciando a guadagnare soldi con un posto di lavoro ragionevolmente stabile, fosse proprio un rito di passaggio dall'adolescenza. In mancanza di questo ognuno si arrangia come può, e spesso l'adolescenza è protratta oltre i trent'anni. Questa incertezza sul valore reale delle cose, del chi ci paga e per che cosa contribuisce a una specie di stato fluido in cui è difficile crearsi una strada precisa».

Ricorda la prima busta paga?
«L'ebbi in agosto. Era l'estate del 1965 e lavoravo presso un magazzino dell'Enel. Gridai la cifra a mia madre dal cortile di casa per farmi sentire da tutti e poi le comprai un ventilatore».

Perché asserisce che non siamo più in grado di stabilire il prezzo delle cose?
«Il consumismo si è caratterizzato fin dall'inizio per una sproporzione tra valore d'uso e valore di scambio monetario, ma oggi il divario è diventato così abissale da far perdere qualunque orientamento. I prezzi sono sempre più opachi con una duplice tendenza che nebulizza il valore: la corsa a ottenere il prezzo più basso e poi picchi assurdi verso l'alto sganciati da un reale aumento della qualità».


Nel mondo dell'iperconnessione alla portata di tutti riaffora, semmai sia mai andata via, la questione di classe?
«Ormai c'è un'oligarchia evidente e sempre più dominante, che supera la diarchia ricchi e poveri. In pochi davvero comandano il mondo. Negli ultimi venti anni, chiunque sia stato al governo, la forbice delle diseguaglianze si è allargata sembra in modo inesorabile. La partita si gioca tutta su questo divario. E la classe media rischia la lacerazione definitiva».


Che fare, se si continua a desiderare il massimo, quando a disposizione non c'è che il minimo?
«Viviamo la discordanza per la quale si desiderava una crescita illimitata e invece i mezzi sono venuti a mancare. Si proiettano immagini. Si nega e ci si traveste. Riteniamo che la tecnologia supplisca, dando dei surrogati di infinito delle illusioni. È come se si vivesse in una specie di bolla, in cui c'è ancora qualcosa da perdere per poter sperare di cambiare radicalmente le cose. E poi si danza sull'ambiguità del termine free in inglese. “Libero” e “gratis” non convergono. Qualunque potere cerca di dare cose gratis per ottenere in cambio informazioni produttrici di valore».

Che cosa la inquieta maggiormente della cosiddetta “gig economy”?
«Erano almeno cinquant'anni che non si avvertiva così forte l'asprezza dei rapporti di lavoro. Una volta tramontata la civiltà del lavoro novecentesca, che cosa inventiamo? La domanda portante, anche di questo libro, riguarda il come agiamo dinnanzi alla progressiva scarsità del bene lavoro. Non concordo con chi dice spesso che le rivoluzioni tecniche tolgano posti di lavoro ma anche ne diano nuovi. Almeno non quanti ne servirebbero».

Perché sostiene che nella tecnologia c'è spesso omologazione?
«Dal desiderio di combattere una multinazionale con l'invenzione ne nasce una più grande. Le start up libertarie, trasgressive e ribelli di successo vengono poi acquistate dalle multinazionali e arricchiscono chi le ha inventate. C'è molta libertà in vendita».

Lei farebbe volentieri piazza pulita di applicazioni per natura invadenti?
«Ci siamo messi nella condizione di dover scegliere tra servizi e privacy. Mentre cammino mi infastidisce molto il suggerimento della localizzazione del negozio che vende le mie scarpe preferite, ma non farei a meno delle indicazioni di Google Maps».

giovedì 15 giugno 2017

Il mio Vietnam, una conversazione con Kim Thúy


di Gabriele Santoro

La capacità di scavare in profondità con lievità e luminosità, ma senza autocensure, rende interessanti i libri di Kim Thúy, nata a Saigon nel 1968 e fuggita dal Vietnam a bordo delle 
boat people all’età di dieci anni per approdare in Québec.


Il mio Vietnam (nottetempo, 142 pagine, 15 euro) raccoglie le tracce biografiche dell’autrice e i suoi temi letterari: il viaggio, la migrazione e il rapporto con la lingua, la cultura culinaria, la composizione e la decostruzione di universi familiari nei quali i non detti sono mondi da esplorare. La guerra si rilegge a distanza di anni negli spazi intimi e nelle abitudini più banali della quotidianità. La sua eredità chiede a ciascuno di reinventarsi, ricostruire legami originali e una narrazione che elude i confini della nazione: «La lingua vietnamita che conoscevo era segnata dall’esilio ed era rimasta cristalizzata in una realtà passata. La storia del Vietnam e dei vietnamiti vive, cresce e diventa complessa senza essere né scritta né raccontata».

Che cosa accade a un’infanzia che dalla torre d’avorio di una famiglia benestante latifondista precipita in un mare in tempesta e nell’inferno dei campi profughi? «Come trovare il cammino davanti a un orizzonte infinito, senza filo spinato, senza sorveglianti? Con gli occhi ancora poco avvezzi alla vastità, come potevo tracciare il mio percorso tra quei larghi e lunghi viali alberati che sembravano tutti perfettamente uguali?», si domanda Vi, il doppio letterario della scrittrice.

Thúy, che cosa ha rappresentato il francese, una sorta di nuova patria, per una figlia della diaspora come lei?
«È la lingua della mia seconda nascita, racconta questo sentimento e quello di essere accettata. In Québec l’accoglienza di noi rifugiati vietnamiti è stata talmente calorosa e generosa che mi sono innamorata del francese, non l’ho imparato in quanto lingua di comunicazione, bensì per l’amore e la voce che mi ha restituito lontano dalla mia terra. Con il comunismo non si poteva parlare e nel campo profughi non c’era nessuno che potesse ascoltarci. Ebbi il privilegio di studiarlo già a scuola, e c’è un libro che mi ha segnato in questo strano rapporto con la lingua, al contempo strumento di coercizione da parte del potere e liberazione».

Quale?
«L’amante di Marguerite Duras. Il primo libro che abbiamo osato comprare lontano dal Vietnam, non più in guerra. Eravamo senza soldi con una sola copia letta insieme allo zio per non rovinarla. Da quella sorta di dettato ho appreso la musicalità della lingua. Mi sono accorta di usare la lingua di quel romanzo, parlavo come il libro».

Ne Il mio Vietnam emerge un’altra forma di espressione, dove mancano le parole. Il cibo appare decisivo nella trasmissione culturale, sentimentale vietnamita.
«È un modo di verbalizzare le nostre emozioni, perché veramente i vietnamiti, i miei genitori stessi non hanno mai utilizzato parole di amore per esprimersi tra di loro e con noi. La cultura dell’alimentazione è per noi un mezzo di comunicazione, la maniera migliore per esprimere i sentimenti. Il cibo raffigura la lingua vietnamita per gli affetti, che vengono scritti ma mai detti ad alta voce. Mentre la cultura occidentale incoraggia a esprimere i propri sentimenti e le proprie opinioni, i vietnamiti li serbano gelosamente per sé o li comunicano a parole con molto ritegno, perché lo spazio interiore rappresenta l’unico luogo inaccessibile agli altri».

Con la storia d’amore tra un giovane studente sud-vietnamita e una coetanea nord-vietnamita ci ricorda quanto siano profonde le ferite e la divisione nel Paese. La guerra non è finita?
«Credo che le tracce della guerra durino più a lungo di una generazione. Durante il periodo vissuto da rifugiati non avevamo accesso all’acqua, e tuttora faccio moltissima attenzione al suo consumo e alla pulizia. Questo è un esempio del modo in cui la mia esperienza della guerra si riverbera sui miei figli, che non l’hanno vista. Può darsi che nella prossima generazione si affievolisca l’intensità del ricordo, ma i figli quando dovranno spiegare ai miei futuri nipoti perché i lineamenti del loro viso sono per metà asiatici e metà occidentali risaliranno alla migrazione, dunque alla guerra. Restano le tracce della storia, portiamo ovunque il bagaglio non solamente della nostra vita ma di quella del nostro ambiente. È complesso liberarsi della pesante storia lasciata in eredità da una guerra anche per i giovani che non l’hanno neppure conosciuta».

«Il mio nome non mi predestinava ad affrontare le tempeste in alto mare e ancor meno a condividere una baracca in un campo profughi in Malesia con un’anziana signora che ha pianto giorno e notte per un mese senza spiegarci chi fossero i quattordici bambini che erano con lei». Le pagine sulla migrazione forzata e la vita nei campi profughi sono molto intense. Qual è la differenza fra i rifugiati di ieri e quelli di oggi?
«Pensavo che la guerra del Vietnam, la prima a essere diffusa non in diretta ma con un forte impatto visivo delle immagini ci avesse traumatizzato a sufficienza, ma la storia tende a ripetersi. In Vietnam il mondo ha visto l’atrocità quasi in presa diretta. Il pericolo della guerra oggi consiste nella spersonalizzazione delle bombe gettate dai droni guidati a distanza. In Occidente sono scomparse le immagini dei soldati che muoiono, seppure il proprio paese stia partecipando a una guerra le società non si sentono toccate, le bare e i mutilati non tornano a casa come in passato. Sappiamo che nella stragrande maggioranza le vittime dei conflitti contemporanei sono i civili, e si ha l’impressione di essere su un altro pianeta, che non sia legato a noi. L’indifferenza della massa è il pericolo che corrono maggiore i rifugiati».

Perché per voi è andata diversamente?
«Grazie alla Guerra Fredda. Coloro che potevano scappare dal comunismo erano accolti, applauditi quasi fossero eroi sul versante occidentale capitalista. All’epoca i giornali davano moltissimo spazio ai vietnamiti, affinché la popolazione potesse comprendere e incontrarli, avevamo l’opportunità di dire: bisogna avere paura dei regimi comunisti. Oggi nei media è tutt’altra la figura del migrante, relegato solo ai grandi numeri e alla sicurezza. Il musulmano fa paura. Non si ascoltano mai le voci dei migranti, se si prendesse il tempo necessario a sedersi con loro ci scopriremmo tutti più umani. Ritengo che non si abbia la percezione di che cosa significhi avere campi profughi più estesi di agglomerati urbani. Fabbrichiamo le nostre bombe ogni giorno nel quale un uomo perde la propria dignità. Ciò deflagrerà».

La traduzione letterale del nome proprio Vi, che corrisponde al titolo originale dell’opera, è «preziosa minuscola microscopica». Quale sensazione le ha lasciato la vastità del mare?
«Quando siamo fuggiti in clandestinità non ho visto il mare, perché ero stipata nel ventre dell’imbarcazione. Si avvertivano solo i suoi movimenti violenti che facevano stare male. Sbarcati sulla spiaggia invece quell’immensità distesa davanti a noi era magnifica. Fa paura quell’immensità per tutta la libertà che offre. Mia madre era un’avanguardista, voleva che la figlia sapesse nuotare, ma in Vietnam c’erano poche piscine e le ragazze evitavano di esporsi al sole per non assomigliare alle contadine. Tuttora l’esperienza dell’acqua mi incute paure ormai antiche. Un po’ la stessa sensazione del campo profughi quando mia madre ha cercato di salvaguardare l’innocenza dei miei otto anni».

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sabato 30 aprile 2016

Quando l'esilio è una scelta di vita, una conversazione con Dubravka Ugreŝić

Pagina 99, sezione Arti, pag. 39
30 aprile 2016

di Gabriele Santoro


http://www.minimaetmoralia.it/wp/leuropa-in-seppia-di-dubravka-ugresic/


giovedì 18 giugno 2015

La letteratura deve entrare nel paesaggio di chi non legge. Intervista a Dany Laferrière


di Gabriele Santoro

«Una venditrice, seduta con la schiena contro un muro, davanti una decina di manghi. È il suo lavoro. Per lei niente è cambiato. Questa gente è talmente abituata a procurarsi di che vivere in condizioni difficili che porterà la speranza perfino all'inferno». Dany Laferrière assembla, con la musicalità che gli è propria, in tanti scatti la lacerazione consumata nel tempo di una manciata di secondi. Un evento che non ha frammentato la fierezza del popolo haitiano resistente. Il terremoto, quanto il ritorno da un esilio forzato, rappresentano lo spazio ideale per l'autore, che nella narrazione riesce a costruire un io collettivo.

Le case editrici Nottetempo e 66thand2nd hanno appena pubblicato due testi dello scrittore, nato a Port-au-Prince nel 1953 e riparato a Montreal nel 1976, recentemente entrato all'Academie française nel seggio dello scomparso Héctor Bianciotti. Paese senza cappello (Nottetempo, 265 pagine, 16.50 euro, traduzione di Cinzia Poli) è una sponda senza soste fra il paese reale e quello sognato. Da esule, in fuga dalla dittatura Duvalier, al desiderio primitivo di riappropriarsi dello scrivere della propria terra, parlare di Haiti a Haiti: «Sistemo la mia Remington in questo quartiere popolare, in mezzo alla folla sudata. Folla urlante. E dire che questa continua cacofonia, questo disordine permanente negli ultimi anni mi sono mancati». Una scrittura a cielo aperto che si alimenta della vita. Tutto si muove intorno a me (66thand2nd, 133 pagine, 16 euro, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Francesca Scala) è qualcosa di più e soprattutto diverso dalla cronaca della scossa tragica che il 12 gennaio 2010 uccise circa trecentomila persone, deturpando il volto di Port-au-Prince.

Laferrière è a Roma, dove stasera alle 21 interverrà al Festival Internazionale Letterature leggendo un bellissimo inedito, dal titolo Sono una macchina da presa. A fargli compagnia sul palco Binyavanga Wainaina e Concita De Gregorio, con la colonna sonora della kora di Madya Diebatè e delle percussioni di Vittorino Naso.

Dignità è una parola antica, alla quale lei fa sovente ricorso, sottraendola alla funzione passiva, consolatoria, del nostro tempo. Che cos'è la dignità ad Haiti?
«È la parola più diffusa nella resistenza di un popolo indomito. Si resta impressionati dalla serenità, dalla forza e dalla dignità attiva delle persone. La vita si impone col suo ritmo, malgrado nell'ultimo mezzo secolo non abbia risparmiato dittature ereditarie, colpi di Stato militari, cicloni e inondazioni devastanti. Gente dignitosa che sopporta il dolore con tanta grazia. Gioia e sofferenza che trasformano in canto e danza. Un nostro proverbio recita così: “Un haitiano forse non ti offrirà da mangiare, ma sarà sempre disposto a parlarti”».

È ormai radicata una certa letteratura critica sull'industria internazionale dell'aiuto umanitario. Quale segno ha lasciato nell'isola?
«Innanzitutto bisognerebbe affrontare l'argomento con serietà, senza generalizzare. C'è chi svolge bene il proprio mestiere. Il problema principale è che spesso chi dirige le Ong è distante dal terreno d'azione. Stabiliscono regole strette che impediscono quasi il contatto tra il proprio personale e la popolazione. La premessa dell'aiuto sta nella condivisione. Non si può pretendere di aiutare qualcuno che non conosci. Non si può aiutare, quando si prova diffidenza. Qualora si ritenga che non sussistano condizioni di sicurezza, ostative all'incontro con l'altro, l'intervento perde di significato. Chi dirige deve stare sul campo, e non limitarsi alla lettura dei rapporti redatti. Ricevo spesso la domanda: "A chi dobbiamo inviare soldi, senza correre il rischio che vengano sperperati?" Rispondo di verificare in prima persona. Usate quei soldi per acquistare un biglietto aereo. Fate l'esperienza che vi trasformerà. Non illudetevi di cambiare la vita delle persone, rinunciando allo scambio umano, emotivo».

A chi giova la logica della stampella internazionale?
«Gli haitiani sono rimasti sorpresi della reazione provocata dal terremoto nel resto mondo ed emozionati per l'empatia globalizzata. Il governo spinge per l'assistenzialismo dall'estero. Abbiamo sempre saputo vivere con poco e siamo ben consapevoli che per ogni aiuto c'è qualcosa da corrispondere. Nulla è gratuito. L'idea di Haiti mendicante è funzionale ai disegni delle élites politiche ed economiche. Gli haitiani sono sopravvissuti, perché non si sono mai aspettati di essere aiutati. Questo Paese già dopo quattro mesi, tifando in modo forsennato e gioioso Brasile ai Mondiali, ha mostrato la struttura individuale che regge all'impatto. Per la ricostruzione materiale serviranno almeno trent'anni, nel migliore dei casi. Il tempo di un'altra generazione dopo quella che ha resistito alla dittatura. Ognuno dovrebbe avere il diritto di dire la sua sul tipo di città in cui vorrebbe vivere. Dovrebbe avere il diritto di partecipare all'elaborazione del progetto della nuova città. E immaginare una nuova città che ci costringa a entrare in una nuova vita».

La storia dell'indipendenza di Haiti, agli albori dell'Ottocento, è un simbolo di redenzione assai significativo. Incarnò una sfida radicale al colonialismo, alla schiavitù e al razzismo, e aveva il carattere di una rivoluzione sociale. Resiste quella traccia?
«Resta che quella è la vicenda fondante dell'identità haitiana. In Occidente ascolto spesso dibattiti sulla problematica ricerca di un'identità, che in taluni paesi è divenuta questione politica. Ad Haiti invece l'identità è ben marcata, anche troppo. La gente è affamata, si dibatte nell'estrema povertà, ma pensa che può rivoluzionare il Paese. Pensa che il proprio figlio possa divenire presidente. Oggi in Francia il figlio di un operaio farà l'operaio. Non che questo sia disonorevole. Ma c'è una cultura che dice al figlio di essere fiero di percorrere le strade del padre. In Francia non si ritiene più credibile la mobilità sociale. Haiti permane globalmente politicizzata, perché la lotta coinvolse tutte le zone dell'isola. Gli schiavi erano ovunque. La mia infanzia è stata cullata dalle storie di schiavi che non avevano altre armi se non il loro desiderio di libertà e un folle coraggio. Non è come quando si espugna e rivolta solo il centro politico nella capitale. Alla periferia del cuore politico statunitense potrete incontrare cittadini che discorrono di agricoltura e commentano delle tasse da versare a Washington. Nelle campagne di Haiti sentirete accalorarsi per la sorte dell'Iraq e della Palestina. Sbalordisce la generale politicizzazione della società haitiana, che è dovuta alla partecipazione di massa alla battaglia per l'indipendenza».

Lei restituisce questa realtà con l'immagine letteraria della reazione popolare alla notizia del crollo del palazzo presidenziale.
«Ciò ha costituito una rottura con la concezione propria della sinistra internazionale, che associava quella caduta alla fine dell'epicentro della corruzione. Di quel luogo invece gli haitiani hanno sempre preservato il senso dell'istituzione, che hanno nutrito perché conquistata con l'indipendenza. Non hanno fatto confusione fra gli uomini e le istituzioni, perché non intendevano semplicemente essere uomini liberi, bensì cittadini. Anche sulle macerie materiali e morali di quel palazzo, crollato durante il sisma, l'hanno identificato quale ancoraggio dell'esigenza di cittadinanza. Non c'è minuto in cui abbiano smesso di sognare un giorno senza corruzione, lo Stato immaginato dai padri».

La tragedia del terremoto ha acceso il sentimento nazionalistico?
«No, forse alla radio e nei discorsi televisivi. Nelle ore successive al sisma ha prevalso la solidarietà umana, un sentimento di fraternità. Per una volta in questa città (Port-au-Prince) irta di barriere sociali, tutti hanno circolato alla stessa velocità. Nei quartieri ho visto i poveri, ai quali sfuggiamo sfrecciando in macchina, accogliere il dolore degli altri, di una madre benestante che aveva appena perso la propria creatura».

È possibile descrivere il linguaggio di un terremoto?
«Il linguaggio si riduce all'essenziale. Poi quel silenzio indimenticabile. Sdraiati sul suolo, sentiamo nella nostra fibra più intima ogni sussulto della terra. Siamo tutt'uno con lei. Non è possibile prendere le distanze da un momento eternamente presente. Nei dieci secondi del terremoto non ero il prodotto di nessuna cultura. Sono stati i dieci secondi più preziosi della mia vita. Il cemento che si oppone viene frantumato, i fiori più fragili dondolano e sopravvivono. Il romanzo è stato già scritto dalla natura».

Spiccano le figure femminili della sua famiglia. Sembrano personaggi per lei irrinunciabili. La letteratura come intimità tradotta in parole. Non ha ipotecato lo spazio letterario all'esilio, alla dittatura subita. In che modo convivono nei suoi libri pubblico e privato? È un suo compito ricucire la distanza tra il paese reale e quello sognato?
«Sì, ciò è molto bello. È vero che esiste un paese collettivo e poi l'individuo, l'io. Tuttavia credo che l'io scrittore sia un essere collettivo. Lei ha trovato una bella metafora nel legare questo spazio intimo a quello pubblico. Può darsi che sia nella mia natura haitiana la ricerca costante di uno spazio riservato alle cose interiori, che poi nutriranno i libri rivolti al mondo esterno. Soltanto la scrittura o la lettura possono rendere il mondo circostante più tangibile o cancellarlo. Quando si proviene da una nazione secondaria sullo scacchiere internazionale, stiate sicuri che non vi lasceranno mai parlare di letteratura. Hanno tutti una curiosità, che oscilla fra la circostanza disinteressata e la morbosità, sull'attualità politica, economica delle persone. Una battaglia, dalla quale temo non usciremo mai, per evadere dalla nostra riserva. Haiti dovrebbe diventare una superpotenza».

S'interroga sui metodi dell'osservazione, che traspare vivida nei suoi testi come l'urgenza del modo di concepire il mestiere dello scrittore. L'intervento che terrà stasera è eloquente in tal senso. Lei è una macchina da presa?
«Ho scritto senza sapere di scrivere un libro, durante il terremoto di Port-au-Prince. Troppo spesso cerchiamo di scrivere invece di consentire agli eventi di imprimersi sulla retina dei nostri occhi o scorrerci nelle vene. La mia vita di uomo divora la mia vita di scrittore. Ritengo che l'osservazione per me determinante risalga all'infanzia, quando mi sedevo accanto a mia nonna mentre sorseggiava il caffè e l'offriva ai passanti sulla strada. C'è un unico modo per trovare pace: far affiorare dall'infanzia più profonda il volto sorridente di mia nonna. L'osservazione contiene tutte le arti. Questa osservazione mi ha permesso di scrivere e intendere la scrittura come un'arte totale. A tal proposito ricordo un passaggio di Hemingway. Sosteneva che la gente leggesse molto i giornali. E sarebbe stato interessante creare un libro che assomigliasse a un articolo di giornale senza svanire nel tempo. Qualcosa che la gente possa leggere e rileggere. Mi attrae sempre l'idea di toccare tutti con uno stile primitivo, essenziale, prossimo al giornalismo che dura».

Qual è l'orizzonte della letteratura?
«La letteratura deve trovare nuovi lettori ed entrare nel paesaggio di chi non legge mai. E lo si può realizzare, facendo sapere loro che dentro ai libri ci sono anche le loro vite da andare a cercare».

Perché sostiene che la cultura sia l'unica cosa che Haiti abbia prodotto?
«Non si tratta di una cultura necessariamente insegnabile. I nostri migliori scrittori sono dei narratori notturni. La nostra scrittura scaturisce anche da quella oralità. Gli haitiani possono essere analfabeti e al contempo acculturati. L'Haitian Vodou è complesso e come religione richiede una ginnastica intellettuale enorme. Malgrado tutto la nostra cultura popolare è ricchissima, basta fare riferimento all'inestimabile patrimonio poetico dei proverbi, che si abbina a quella officiale. L'unica sovvenzione sotto il regime dei Duvalier consisteva nel riuscire a non farsi incarcerare. Da poco tempo è stato istituito un ministero culturale, ma questa è un'altra storia».

Quanto conta la musicalità nella sua scrittura?
«Nessuno può insegnarti a scrivere una frase che suoni bene. È scrivendo che si impara a scrivere. Ci sono due aspetti fondamentali che non bisogna mai perdere di vista: la musica e il ritmo. Non si può rendere la scrittura una sorta di elucubrazione intellettuale, perché nella vita tutto è ritmo. Oggigiorno mi sembra tutto decisamente troppo inquadrato. Non si balla abbastanza. Mi piace sentire che dietro al libro c'è qualcuno. Per arrivarci non basta il talento, ci vuole carattere. Conservare la spontaneità che ne costituisce il vero fascino. Nella quotidianità bisognerebbe tradurre la musica che esiste nella cultura popolare, ossessionata dalla bellezza del ritmo e dall'emozione propria dei grandi poeti. Una poesia dovrebbe riprendere i canti e i movimenti dei contadini durante la semina del riso: Tre foglie/tre radici oh/colui che getta, dimentica/colui che raccoglie, ricorda. Quando si perde il ritmo evapora l'energia vitale di un testo. La ricerca del contagio della bellezza, che non ha nulla a che fare con l'aristocrazia, è il cuore della mia attività. Nel Vodou ci sono dei canti così belli, rapidi e vitali che darei tutti i miei libri per uno di essi. Nella letteratura francese tale ritmo e sonorità è riscontrabile solo in François Villon».

Qual è stata la prima reazione alla notizia dell'ingresso all'Academie française?
«Non ho percepito emozioni particolari, poiché appreso il fatto, Haiti mi ha rubato l'emozione. Persino mia madre, che non si interessa di questi argomenti, mi ha detto: “Deve essere un affare grosso, no?” Haiti aspetta tutti i giorni notizie del genere, lo ritiene normale. Si sogna, non importa di cosa. All'aeroporto parigino Charles De Gaulle ho incontrato un congolese, che mi ha strappato un sorriso: “Sappi, fratello mio, che noi africani sogniamo tutti di divenire presidenti, mai accademici!” L'emozione vera è stata tornare in incognito a Petit Goâve, dove sono cresciuto. Subito hanno scoperto però della mia presenza. Si è presentato un dodicenne, cominciando a recitare un elenco di nomi. Quando ha pronunciato Montesquieu, ho compreso che aveva imparato a memoria la lista di quelli che avevano occupato la sedia numero due all'Academie. “Dany Laferrière da Petit Goâve”, ha aggiunto. In quel momento sono stato nominato ufficialmente all'Academie».


lunedì 29 settembre 2014

La guerra non finisce mai


di Gabriele Santoro

«Libertà! Quale parola gloriosa per cominciare! Non sono mai stato uno schiavo, solo l'immaginazione mi restituisce quella condizione inumana. Non spero nulla, se non di respirare con i miei compagni in questa terra l'aria di libertà. Coltivo l'unica ambizione di rompere le catene per esclamare: libertà per tutti! Gli occhi del mondo convergono su di noi, e dagli esiti della lotta dipende la nostra felicità». La lettera è datata 18 settembre 1864, e porta in calce la firma del sergente afroamericano Charles W. Singer, impegnato sul fronte della guerra civile americana.

Una preziosa e rara raccolta critica di centoventinove lettere (Cambridge University Press, 1992, a cura di Edwin S. Redkey) di soldati ci fornisce la testimonianza di un dato a lungo negato: l'impegno in battaglia dei neri per la conquista dei propri diritti. Ritroviamo così i pionieri del sogno americano di giustizia ed eguaglianza, poi declamato da Martin Luther King. Senza il lavoro di ricerca storiografica su queste fonti documentali personali, quanto sarebbe più povero il dibattito culturale e sociale sulla guerra, schiacciato sull'approccio quantitativo della massa grigia dei numeri.

Scrivere è resistere, significa non rinunciare alla soggettività quando l'identità rischia di essere frantumata dall'evento bellico. Durante la Grande Guerra solo in Italia, passando tra le maglie della censura, vennero movimentate quattro miliardi di lettere. Oggi ne abbiamo catalogate e sono a disposizione per la consultazione, negli archivi di Genova, Trento e Pieve Santo Stefano, diverse migliaia. C'è ancora molto da scandagliare, ma agli storici la contemporaneità pone anche una nuova frontiera. Al tempo dei social network e della comunicazione istantanea come si trasforma la corrispondenza e dunque la narrazione intima delle guerre? Che cosa ne sarà di quella straordinaria forma di espressione interclassista, propria della scrittura popolare, nata in trincea?

«Lo storico non potrà fare a meno della documentazione elettronica: è la fonte del futuro. L'attuale sistema di comunicazioni consente un controllo ancora più pervasivo di quello messo in opera dagli ufficiali di censura nei due conflitti mondiali. Servirà una ricerca approfondita. Paradossalmente i social network, che poco hanno a che fare con i codici della scrittura tradizionale, spingono a un ritorno all'oralità. Al variare delle tecnologie, la guerra riporta comunque alla luce le medesime esigenze fondamentali dell'uomo. Guai a perdere lo sguardo soggettivo», spiega Fabio Caffarena, direttore dell’Archivio ligure di scrittura popolare e docente dell’Università di Genova.

Se il Regio decreto del 23 maggio 1915 impose la censura postale, oggi l'esercito statunitense con il Social Media Considerations for deployed Soldiers and their families fissa forti limitazioni agli scambi epistolari.

Da oltreoceano arriva, pubblicato da Nottetempo con la traduzione di Silvia Bre, un testo di particolare interesse. Siobhan Fallon, figlia di un reduce del Vietnam e moglie di un marines, condensa in otto racconti di struggente sincerità e feroce umanità tracce della propria biografia. Quando gli uomini sono via (260 pagine, 16.50 euro) illumina il fronte privato delle guerre contemporanee, sempre più asimmetriche e di comprensione labile. Tra e-mail, conversazioni via Skype e messaggi Facebook le donne a Fort Hood, in attesa dei compagni in Iraq, vivono sospese, prefigurano un futuro senza alcun presente a cui appigliarsi.

«La linea di demarcazione tra Fort Hood e il mondo civile è chiaramente segnata da una rete metallica sormontata dal filo spinato. Ho tentato di aprire una finestra su questo mondo. Ho cominciato a scrivere nel periodo in cui mio marito era appena tornato dal suo secondo dispiegamento e si preparava ancora una volta a partire. Il pensiero delle missioni pervade ogni aspetto della vita del coniuge di un militare. Il padre dei nostri figli d'un tratto è a dodicimila chilometri da casa. Così con le altre coniugi creiamo le nostre nuove ed esili famiglie», dice l'autrice.


I rumori del campo militare che le accoglie sono asettici e intimi, come i tacchi di Natalya che non resiste all'ansia di un marito assente. La coraggiosa Kailani ricompone i frammenti dell'esistenza di Manny sepolti a Baghdad, nella consapevolezza che la distanza di quell'anno di missione non sarà mai colmabile. Il libretto d'istruzioni per la reintegrazione nella vita civile suggerisce ai marines di essere seducenti e soprattutto: «Gli psicologi consigliano di non avere rapporti sessuali con vostra moglie subito dopo il ritorno, aspettate qualche giorno fino a quando non sarà lei a mandarvi segnali di risposta. SIATE PAZIENTI!!!» Helena prova a riconquistare la propria giovinezza lontano da Fort Hood. Josie a causa di un attentato ha perso il sergente Schieffel. E cerca l'odore del marito sulla divisa del ventunenne sopravvissuto Kit. 

Colpisce il personaggio complesso di David Mogeson, recluta volontaria all'indomani dell'11 settembre. Trapelano l'entusiasmo, il senso del dovere, il dolore fino alla presa di coscienza e alla conseguente disillusione. Sembra di rileggere passi delle Lettere dalla trincea dell'ufficiale Filippo Guerrieri, che il 3 luglio 1916 si rivolse così al fratello: «In complesso è una vitaccia la nostra e ci aiuta a sopportarla il senso del dovere, la forza di volontà, la speranza di finirla. Carissimo Renato, anche tu vestirai la divisa, farai il soldato ma non la guerra. Un giorno mi darai ragione piena, gli impulsi e gli entusiasmi cose d'altri tempi, ora non siamo nella poesia, ma nella prosa e ognuno al suo posto sì, ognuno compia il suo dovere sì, ma...nient'altro. A venticinque anni si comincia a ripensare e meditare».